Sulpicia

Poesie

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Sulpicia


Sulpicia è la sola poetessa romana di cui ci è giunta la Voce. Credere, tuttavia, che sia stata l’unica donna del suo tempo a scrivere poesie sarebbe un’operazione semplicistica e, probabilmente, estremamente ingenua. Possiamo solo concordare sul dato obiettivo che per una circostanza X, forse fortuita ed isolata, parte dell’intera produzione di Sulpicia fu conservata e tramandata. I motivi della scelta sono ignoti. La selezione delle fonti ha, spesso, carattere arbitrario: non esistono criteri per cui opere vengono salvate dal Tempo e altre corrose e, irrimediabilmente, perse o dimenticate. Persino il Caso ha il suo margine di gusto. Selettivo, voluttuario, capriccioso.

L’accorta scomparsa di espressioni scrittorie femminili dell’Epoca Antica ha, comunque, una sua matrice politico-ideologica: come ha giustamente sottolineato lo storico Moses Finley: “[…] la donna (beninteso, quella onesta) non era e non doveva essere un individuo, ma solo una frazione passiva e anonima di un gruppo familiare”.

A Roma, infatti, fin dal periodo più antico, i patrizi (i membri delle gentes, da patres, “i padri”) detenevano tre nomi: quello personale (praenomen), quello gentilizio (dalla gens alla quale appartenevano, il nomen) e il nome familiare; a questi potevano aggiungersi soprannomi indicanti caratteristiche fisiche o gloriose imprese militari. Le donne, diversamente, non potevano avere il praenomen, poiché il sistema onomastico romano prevedeva per loro esclusivamente il nome gentilizio e quello familiare.

La ragione di questa esclusione non è, poi, così difficile da immaginare: per i Romani la gloria di una donna procedeva di pari passo alla sua anonimia; di conseguenza, i costumi delle donne che venivano chiamate per nome non dovevano apparire castigatissimi. Appellativi fisici, quali Rutilia (rossa di capelli), Murrula (che profuma di Mirra), Burrula (burrosa), denunciavano una tipologia femminile ritenuta licenziosa e libertina.

Non, così, per Sulpicia, fanciulla dell’aristocrazia romana dell’età augustea, i cui versi ci sono giunti perché trasmessi sotto il nome del ben più celebre poeta elegiaco Tibullo.

SULPICIAE EPISTULAE

I.

Tandem venit amor, qualem texisse pudori
    quam nudasse alicui sit mihi fama magis.
Exorata meis illum Cytherea Camenis
    adtulit in nostrum deposuitque sinum.
Exsolvit promissa Venus: mea gaudia narret,
    dicetur siquis non habuisse sua.
Non ego signatis quicquam mandare tabellis,
    ne legat id nemo quam meus ante, velim,
sed peccasse iuvat, vultus conponere famae
    taedet: cum digno digna fuisse ferar

II.

Invisus natalis adest, qui rure molesto
    et sine Cerintho tristis agendus erit.
Dulcius urbe quid est? an villa sit apta puellae
    atque Arrentino frigidus amnis agro?
Iam nimium Messalla mei studiose, quiescas,
    heu tempestivae, saeve propinque, viae!
Hic animum sensusque meos abducta relinquo,
    arbitrio quamvis non sinis esse meo.

III.

Scis iter ex animo sublatum triste puellae?
    natali Romae iam licet esse suo.
Omnibus ille dies nobis natalis agatur,
    qui nec opinanti nunc tibi forte venit.

IV.

Gratum est, securus multum quod iam tibi de me
    permittis, subito ne male inepta cadam.
Sit tibi cura togae potior pressumque quasillo
    scortum quam Servi filia Sulpicia:
Solliciti sunt pro nobis, quibus illa dolori est,
    ne cedam ignoto, maxima causa, toro.

V.

Estne tibi, Cerinthe, tuae pia cura puellae,
    quod mea nunc vexat corpora fessa calor?
A ego non aliter tristes evincere morbos
    optarim, quam te si quoque velle putem.
At mihi quid prosit morbos evincere, si tu
    nostra potes lento pectore ferre mala?

VI.

Ne tibi sim, mea lux, aeque iam fervida cura
    ac videor paucos ante fuisse dies,
si quicquam tota conmisi stulta iuventa,
    cuius me fatear paenituisse magis,
hesterna quam te solum quod nocte reliqui,
    ardorem cupiens dissimulare meum.

Trad. I

(A Cerinto)

È giunto amore finalmente.
Nasconderlo

sarebbe assai più grave vergogna che svelarlo.
Commossa dai miei versi, Venere lo portò
sino a me,
tra le mie braccia, compì la sua promessa.
I miei peccati
li narri chi si dirà non ebbe i suoi.
Io quasi non vorrei neppure scriverli:
prima di lui, temo li legga un altro.
Ma giova aver peccato.
Mi disturba
atteggiare il mio volto alla virtù.
Si dirà che sono degna di lui, e lui di me.

Una sfida vinta alla censura che ci ha consegnato la Voce modernissima di una donna vissuta nel I secolo d.C, fiera, caparbia, ostinata, tenera, passionale, innamorata…Leggendola, si dirà, forse, che fu degna di sopravvivere al suo tempo, e noi -per caso- di averla scoperta.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Sulpicia ( ), poetessa latina. Non si hanno notizie dirette della sua vita. Fu parte del circolo augusteo di Messalla, di cui peraltro era nipote. Di lei rimangono sei brevi elegie (7-12) nel IV libro del Corpus Tibullianum (Libro III, 13-18; se, invece, accettiamo la suddivisione in soli III libri del Corpus com’era nei codici Ambrosiano e Vaticano). Nella figura di Cerinto, destinatario delle epistole, si è voluto ipotizzare il nome ellenizzato di Cornutus, l’amico di Tibullo cui lo stesso aveva dedicato la seconda elegia del II libro.

Fonti:

Albi Tibulli carmina, ed. C. G. Heyne / E. C. F. Wunderlich, Leipzig 1817/19

Corpus Tibullianum, ed. L. Müller, Leipzig 1870

Albi Tibulli carmina, ed. I. P. Postgate, Oxonii 1905

Albi Tibulli carmina, ed. F. Calonghi, Torino 1928

Albius Tibullus, Gedichte, ed. R. Helm, Berlin / Weimar 1958

Albi Tibulli carmina, ed. F. W. Lenz, Leiden 1959

Sulpiciae epistulae, ed. U. Harsch, München 1975

Tibullo, Le Elegie, ed. F. della Corte, Milano 1980

ISBN/EAN: 
000

Commenti

(qui ricordo chiaramente il mazzo in sede di formattazione redazionale, a suo tempo. Interessante ripescaggio)

Me lo ricordo anch'io!Che lavoraccio,il tuo...

Laura, ci impegni a fondo :))

Qualche commento a questa recensione veramente interessante (ancorché abbastanza fuori dagli schemi)

"non esistono criteri per cui opere vengono salvate dal Tempo e altre corrose e, irrimediabilmente, perse o dimenticate".
Da storica del libro ti svelo che spesso invece i criteri ci sono, al di là di quello fondamentale che ben sottolinei in apertura (il fatto di essere donna).
Il primo grandissimo collo di bottiglia sono state le invasioni, che distrussero gran parte del patrimonio librario classico: si è salvato quello che gli uomini di Chiesa sono riusciti a celare nelle biblioteche monastiche, sempre che anch'esse non venissero poi travolte dagli eventi, sempre che i supporti scrittori "reggessero" almeno il tempo (se non acqua e fuoco), sempre che vi fosse interesse a tramandarli (non abbiamo NESSUN originale di nessuna opera, ricordiamocelo, abbiamo solo le copie, magari antiche, variamente prodotte).
Poi c'era l'ignoranza dei copisti, che spesso neppure sapevano che cosa stessero copiando e intorno all'800 d.C. soprattutto in area Germanica non sapevano neppur epiù il latino (probabilmente qui pensavano di copiare, appunto, Tibullo!)
Secondo imbuto, mille anni dopo: la stampa.
Qui il discorso sarebbe troppo lungo e articolato. Diciamo che nel "passaggio" non indolore è andata perduta una buona percentuale di opere manoscritte.
I conti finali te li puoi fare da te :))

***

Poesia straordinariamente moderna, emozionante. Che fortuna averla conservata, poterla - oggi - leggere.

Sì, questa è una buona casa per me, e credo, caro Dott. Franchi, che fra breve ti tormenterò con qualche poderoso saggio filologico.

optume!

Ho inviato una riflessione su Alceo. E' poca cosa, ma intanto cominciamo. Saluti.

"non esistono criteri per cui opere vengono salvate dal Tempo". La maggior parte delle opere che si sono salvate nel gran naufragio della letteratura latina lo debbono alla scuola.

Su Sulpicia gran battaglia tra filologi nell'Ottocento.La cosa sarebbe da riprendere: penserocci!