LE VOCI DI DENTRO
“Alcuni dicono che quando è detta la parola muore. Io dico invece che proprio quel giorno comincia a vivere” – echeggia solenne la voce muta della Dickinson – e la sua poesia riempie i silenzi apparenti di un’esistenza spesa ai margini del mondo, ripiegata su se stessa in solenne isolamento per tradurre in inchiostro fitto, sul retro di fogli occasionali quali buste o fatture, quello che Montale definisce “il caso estremo di una vita scritta e non vissuta; e scritta con tale particolare intensità proprio perché non materialmente, fisicamente vissuta”.
“Lasciatemi cantare per voi, poiché non so pregare” – risuonano i versi della poetessa americana – sottolineandone il temperamento romantico in lotta costante con i retaggi di un’educazione vittoriana. Temperamento frustrato dalla reclusione nella prigione dorata della residenza familiare di Amherst, cerchio autarchico di una borghesia austera, dove la sovranità del padre incarna il senso del dovere e l’obbedienza al terribile Dio di Calvino.
“Lasciatemi cantare” – sembra supplicare Emily in uno dei 1775 frammenti che costituiscono il corpus dei suoi componimenti poetici; lasciate cantare colei che, di volta in volta, si riconosce regina, monaca ribelle, zingara, mendicante e infine strega nella poesia 1583 le cui parole diventano espressione lirica di una coscienza angosciata che aspira allo slancio e che viene, tuttavia, costantemente incatenata al suo solipsismo.
“Andò al capestro la stregoneria, nella storia, però la storia ed io sappiamo essere streghe quanto occorre qui tra di noi ogni giorno”
Una strega che secondo Aiken, “morì tutta la sua vita e sondò la morte tutti i giorni”. Una donna, capace di fare delle proprie meditazioni poetiche “la sua lettera al mondo, un messaggio consegnato a mani per lei invisibili”, in cui la lingua, nota la Bulgheroni, non è più, come nelle epistole, lo strumento di una lunga, spezzata, ininterrotta recitazione di sé, non è più assunzione di destino, ma si offre come scandaglio degli intimi abissi. La Dickinson smette di essere attrice monologante, fedele alle stagioni ed ai ruoli di figlia, sorella e innamorata da interpretare in rapporto ai suoi interlocutori, per diventare oracolo: “il guscio dell’identità sociale si spacca e i semi delle potenzialità interiori erompono in una ridda di voci”.
L’Io lirico fuoriesce prepotente come magma da un vulcano in eruzione che sputa fuoco incendiando i fogli di sillabe scarne e ridondanti, inquiete e sensuali: illuminazioni poetiche che colpiscono per la sofferta intensità, sottolineata dalla rottura e dalla irregolarità dei ritmi che scardinano l’austerità della quartina di trimetri giambici: forma prediletta dall’autrice per la laconicità capace di rendere alla perfezione quello che Aiken definì come il suo “simbolismo epigrammatico”. Una sorta di stenografia poetica attraverso la quale la scrivente, traduce la sua acutissima sensibilità, in preda alla dicotomia che la vede lacerarsi tra il desiderio di identificazione panteista con il Tutto e l’influenza puritana. La sua ispirazione si esprime mediante uno stile stringato reso talvolta oscuro dall’assenza di punteggiatura, ma prezioso e fedele nel trasportare su carta le emozioni di un cuore capace di battere all’unisono con la natura, la morte, il dolore e lo scorrere del tempo.
“Charm and riddle”, incantesimo ed indovinello per una poesia caratterizzata dalla stretta tangenza del suono e dell’idea, dell’immagine e della sua espressione in parole, seguendo il sentire di un’autodidatta, che lontana dall’omologazione ai modelli poetici del suo tempo, si preoccupa di dar voce alle emozioni, mediante una scrittura nuova che fa leva sulla propria soggettività, sulla propria unità spirituale, sul proprio individualismo esistenziale.
Malinconica, fiera, ironica, dura la Dickinson fa della sua solitudine strumento privilegiato allo scopo di sondare l’animo umano, trasformando il silenzio della sua stanza in spietato interlocutore da ascoltare ed interrogare col coraggio di chi sa percepire ogni attimo in modo intenso e febbrile, lasciandosi attrarre con grande trasporto dalla magia delle piccole cose che popolano il quotidiano e, al contempo, dimostrandosi in grado di rivolgere, senza timore, il proprio sguardo verso l’infinito, lo sconosciuto il trascendente, con la consapevolezza che “scrivere è rendersi immortale nell’atto stesso di imprimere il proprio segno”.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Emily Dickinson (Amherst, Massachusetts, 1830 – Amherst, Massachusetts, 1886), poetessa statunitense.
Il primo, incompleto, volume delle sue opere apparve postumo nel 1890; l’edizione critica, comprendente 1775 testi, nel 1955. In vita pubblicò prose e poesie in varie riviste letterarie.
Per un primo incontro con l’arte di Emily Dickinson, consigliamo le seguenti edizioni:
Emily Dickinson: “Selected Poems and Letters”, a cura di Elemire Zolla, Mursia, Milano, 1961. Introduzione e note in italiano.
Emily Dickinson, “Poesie”, Rcs, Milano, 1979.
Introduzione, traduzione e note di Margherita Guidacci.
Angela Migliore.
Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
"?Charm and riddle?, incantesimo ed indovinello per una poesia caratterizzata dalla stretta tangenza del suono e dell?idea, dell?immagine e della sua espressione in parole" - questo non è che il principio. Dovresti provare a scrivere letture di singole liriche della D.
Sì, ho visto il tuo invito anche in calce alla pagina su "Il contrario di uno". Avrei dovuto leggere ancora, avrei dovuto confrontarmi ancora con i versi della Dickinson e avrei poi dovuto scriverne senza restare nel limbo delle considerazioni generali di questa pagina introduttiva, invece mi sono arresa. Ho evitato la Dickinson perchè evito gli specchi. Proverò, ora, a smettere di tenere gli occhi chiusi, ma non sono sicura di riuscirci.
decisamente, questo è solo l'inizio.
Sai cosa mi è venuto in mente? Che Micol Finzi Contini preparava la tesi di laurea su Emily Dickinson, un'autrice che mi ha sempre incuriosito anche per questo:
"lasciandosi attrarre con grande trasporto dalla magia delle piccole cose che popolano il quotidiano e, al contempo, dimostrandosi in grado di rivolgere, senza timore, il proprio sguardo verso l?infinito,"
Non ricordavo di Micol, mi è rimasto più impresso che Alberto studiasse l'Anabasi, forse perchè anch'io ero alle prese con Senofonte, in quel periodo.
Quanto alla Dickinson, sì, questo è un inizio al quale, prima o poi, cercherò di dare seguito.
dio che la dickinson possa essere specchio... in realtà è un sublime catino pieno d'acqua, un secchio che si trova nell'angolo del salotto; uno specchio incidentale. la maestria poetica non ci deve ingannare sul vero senso di una negazione vitale, che ha trovato nella ricostruzione frenetica di ogni santo spigolo e soffiare, l'unico antidoto possibile alla morte diluita nei giorni.
guarda meglio, angela, non è specchio, non è mai specchio
...
... ?
Esistono specchi fedeli e specchi deformanti. Nei versi della Dickinson ho riconosciuto me dietro me nascosta.
guarda che spesso l'immagine è deformata dai fiati altrui, che variano di densità e inquinano la purezza dell'aria
"The words the happy say
Are paltry melody -
But those the silent feel
Are beautiful -"
E. Dickinson
Più ti leggo Angela, più mi accorgo delle tue indubbie qualità interpretative di autori comoplessi e sfaccettati. Davvero brava, so di di ripetermi (te l'ho scritto un sacco di volte, credo. e te lo meriti), ma è bene che chi passa per Lankelot sappia che abbiamo gente del tuo livello. A proposito, che fine hai fatto? é un po' che non ti si legge.
Ha problemi di connessione, è off line da un po'. Dovrebbe tornare presto, finalmente. Senza dubbio vi saluta, intanto:).
E noi si saluta altrettanto, e la si attende:).
[dickinson] And untouched by
[dickinson] And untouched byNoon
Solenni vanno gli anni
di sopra, in curva schiera
sotto travi di raso, con un tetto di pietra
mondi compiono ellissi,
remano firmamenti
si arrendono i dogi
in their Alabaster Chambers
2
Chi osa guardare l’anima al calor bianco
rannicchiata dietro la porta
sorvegliata con le armi
rispondendo sempre “I see Thee”
Through telegraphic Signs
il più opaco diamante
con le spalle al sole
rifiutandolo
vide il volto dell’altro
Was all the Disc
3
C’era una luce quella primavera
Not present on the year 1979
quando aprile era appena arrivato
fuori – il colore
sui campi solitari
mostrava l’albero remoto
sul pendio più lontano
4
Superfluo è adesso il sole
superfluo è il giorno, every Day
perché ogni giorno non ci incontreremo
5
In un cielo abbondante
dorme il tempo
come una stella che cade anonima
Which is the best – the Moon or the Crescent?
Nessuna di esse - disse la luna –
That is best which is not
il meglio che non c’è se lo raggiungi
ne cancelli lo splendore
6
Love is done when Love’s begun
l’amore che finisce quando è appena
cominciato
nello stesso spirito di Sada
che non svela la sua intima ora
quel peso sotterraneo, le cantine dell’anima
o la sequenza della cosa
più esplosiva che fece?
7
dividere la luce mentre cubi
in una goccia o sfere di una forma
si stringono
e ogni clamore luminoso
è scintilla compagna
della luce in agguato
anche se torrid Noons
hanno smesso via i loro
proiettili –
The Lightning non colpì altri
che il messaggero
che si innamorò
scordandosi di tornare
quando il mare ormai
si era ritirato
e l’onda non fu mandata
più a trovare l’onda –
Cosa lo fece naufragare?
V.S.Gaudio:da:IL TEMPO HA INFORMAZIONI BANALI
La Stimmung con Emily Dickinson, Alabaster Chambers
(cfr.:www.lastanzadinightingale.blogspot.com)