“Giocavo con grande serietà ad un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte” (Maria Lai)
Maria Lai è un’artista sarda, lo era quando l’Arte era qualcosa di vago, di astratto, per anime annoiate o grasse di denaro, lo era quando l’Arte era, comunque, di stretto dominio maschile. Ma lei era diversa.
Fragile e cagionevolissima, a due anni lasciò il paese di montagna, in cui viveva, affidata dai genitori agli zii e con loro rimase adolescente. Così diversa da essersi, a quattro anni, nascosta in un carrozzone di zingari per fuggire con loro, gli occhi persi a quelle magie fatte di acrobati e giochi... scoperta e riportata agli zii, la fantasia di Maria s’incendiò da quel viaggio e proprio il “Viaggio” dominò gli anni a venire:
“Il viaggio è la casa. Non solo la mia casa, ma quella di tutti noi. Siamo sulla terra, che gira a circa trenta chilometri al secondo, in un viaggio che è pur sempre un viaggio speciale, dove non si distingue la partenza dal ritorno. La vera nostalgia non è quella per un’isola. È l’ansia di infinito”.”.
E quando morirono gli zii, Maria lasciò la sua Ulassai per Roma, l’isola per la terra. Non era brava a scuola e il padre era convinto che la città l’avrebbe delusa ed espulsa, lei stessa diceva di sé: “Ero un’analfabeta, ma piena di favole”. E Roma, invece, l’accoglie. Come lo farà Venezia, lei unica donna tra gli allievi di Arturo Martini che le darà il benvenuto dicendole: “Qui si fa sul serio!”, ma sentiva di essere parte di un flusso, un movimento, che avrebbe inciso e urlato l’Arte, non più scandalo, ma scelta. ma sentiva di essere parte di un flusso, un movimento, che avrebbe inciso e urlato l’Arte, non più scandalo, ma scelta.
Difficile, forse, ma l’unica strada da battere, quando sai che Lei ti chiama: “…quando disegno su una pagina bianca so che solo alla fine potrò vedere l’immagine. Quella partenza era la mia pagina bianca. ‘La vita è una frase incompiuta’ diceva Virginia Wolf, solo la morte la conclude”.
Quando nel 1945 lasciò Venezia per rientrare in Sardegna s’ammalò. Voleva farlo e riuscì a incantarsi dentro un disagio per non rendersi conto del silenzio che attorno non le parlava di vita.
Capirono, il padre, i fratelli, gli amici. E la lasciarono andare: “Ripartii per Roma, sostenuta ancora da mio padre che si arrendeva all’evidenza di una figlia incapace di realizzarsi secondo le regole della sua logica. Oppure, come diceva, ero una capretta ansiosa di precipizi, che non si poteva tenere nel recinto, anche se il lupo la stava aspettando. Le mie montagne non sono poi tanto terribili, se, oltre ai precipizi e ai lupi, ci sono anche le nuvole”.”.
Ma qualcosa accadde in quello stallo, una voce che già Maria conosceva dall’infanzia che parlava di Poesia e di fiducia nella possibilità della sua Arte: Salvatore Cambosu.
Non le curò il corpo, ma le parlò di nostalgia. E quando una nostalgia ne incontra un’altra parlano entrambe lo stesso linguaggio, si leccano a vicenda, diventano meno sole. Cambosu per lei raccontava antiche leggende sarde che poi sarebbe finite in Miele Amaro, libro che la Lai scrisse per lui, col suono della sua voce., libro che la Lai scrisse per lui, col suono della sua voce. E lei dipinse per quella voce, cinquanta disegni di dolore e dolcezza a matita, per quel miele amaro che era la Sardegna, bella e dura e cara terra che se ti regala i natali ti amputa d’anima per pegno.
Tra le storie dettate da Cambosu alla Lai e che lei velocemente rileggeva in immagini, una su tutte l’aveva incantata, quella di Maria Pietra che dava vita su fogli a volti di animali e che prendevano vita nella fantasia, usando la malia, la magia, la sottile follia della vita che viene a patti con la morte, alleggerire i giorni del figlio malato. che dava vita su fogli a volti di animali e che prendevano vita nella fantasia, usando la malia, la magia, la sottile follia della vita che viene a patti con la morte, alleggerire i giorni del figlio malato.
Cosa farebbe una madre per amore? Cosa non farebbe? Dov’è il limite dell’amore? Dove il perimetro?
Maria Pietra creerà per il figlio animali sottratti dal bosco, ma destinati per troppa passione alla vita di un attimo, come a volere spiegare la vita e la morte a quel bambino che non vedrà altra luce. Morirà. Morirà il figlio e gli animali inventati, incantati, e Maria Pietra piangerà il dolore di una madre orfana e con le lacrime impasterà la farina per creare pani con il volto di lui.
Un’offerta all’Arte non depurata da un dolore fondo e umano che verrà ripagata dalla Vita con la possibilità a Maria Pietra di saper dare vita al suo mondo scomparso: il bimbo e gli animali del bosco inventati nel potere del tratto e in quello della parola. L’impossibile per un altro impossibile.
L’arte non è consolatoria, è altro, è forza, potenza, è la vita entro una dimensione diversa e l’artista non può ridare vita a nulla, può solo crearne altra. Vita per Arte e Arte per Vita seconda. Una musica che neanche Dio può cantare: la vera forza e follia dell’uomo comune, decadente, terreno e soggetto alla morte: inventare.
Essere. Essere non i figli di un dio minore, ma dei minori che generano figli come parole e tratti di lapis. Veri, pulsanti, carne che buca il foglio, che trancia lo sguardo di chi osa guardare. Guardarci. Maria Lai disegnò gli animali di Maria Pietra e sola, oltre le leggende di Cambosu, usò i colori di Sardegna per raccontare a modo suo quel mondo in cui lei era un’astante.
E troviamo di lei delle Tele cucite, come carte geografiche di mari e terre scomparse, gli spazi di Ulassai, il suo paese, microcosmo di effetti e affetti che parlano dialetti nativi e prospettive surreali.
E la Lai raccontò delle Janas nelle sue “Fate operose” con fili d’oro e argento per assemblare stoffe che parlassero di queste strane creature, metà fate metà streghe, nate da uno sciame di api per insegnare alle donne sarde a tessere e filare, come insegnassero loro a parlare: i fili come parole, i filati come il parlare, l’alfabeto che le Janas regalarono perché si compisse la memoria delle loro figlie, delle loro genti.” con fili d’oro e argento per assemblare stoffe che parlassero di queste strane creature, metà fate metà streghe, nate da uno sciame di api per insegnare alle donne sarde a tessere e filare, come insegnassero loro a parlare: i fili come parole, i filati come il parlare, l’alfabeto che le Janas regalarono perché si compisse la memoria delle loro figlie, delle loro genti.
Sull'artista:
Maria Lai (Ulassai,Nu, 1919 ---)
Commenti
"Maria Lai è un?artista sarda, lo era quando l?Arte era qualcosa di vago, di astratto, per anime annoiate o grasse di denaro, lo era quando l?Arte era, comunque, di stretto dominio maschile.
Ma lei era diversa".
> Ha sempre fatto il paio con la tua Sulpicia. Qui il tuo sentiero di ricerca è più riconoscibile;)
Sì,direi anch'io.Sai che per giorni e giorni,ho trovato mail di gente che mi chiedeva di aiutarla a metterla in contatto con la Lai!?Come se la conoscessi...
http://www.libreriauniversitaria.it/goto/author_Lai+Maria/shelf_BIT/Lai_...