Nicola Abbagnano nasce a Salerno il 15 luglio 1901. Si laurea a 21 anni nella facoltà napoletana di Filosofia. Allievo di Aliotta, si occupa inizialmente dei temi cari al maestro, come l’interesse sui problemi metodologici della scienza. Da subito partecipe al dibattito nazionale, affianca l’attività d’insegnamento alla prolungata collaborazione con molteplici riviste non esclusivamente di settore. Ben presto si configura il suo impegno verso lo studio dell’esistenzialismo, allora pressoché emergente in Italia, ed escono i suoi lavori maggiormente significativi, caratterizzati da una differenziazione di coniugazione dell’esistenzialismo Europeo, e soprattutto tedesco, del periodo. Il suo è un esistenzialismo “positivo”, teso ad evitare “la negazione della possibilità dell’esistenza e della sua libertà finita”. Negli anni del dopoguerra Abbagnano indirizza i suoi interessi per un’accezione di neopositivismo contrassegnato da un clima di rinnovamento e incentrato in una analisi “neoilluministica” della scienza. Egli si occupa densamente di pubblicazioni di carattere storico-filosofico e, negli ultimi anni, soprattutto d’intervento su quotidiani nazionali. Muore nel 1990.
Il saggio Introduzione all’esistenzialismo viene stampato nel 1942. Abbagnano vi espone una sistematica analisi dell’esistenzialismo costituitosi in Europa e già si cura di presentare la sagace evoluzione dei suoi innovativi addizionali al dibattito, in parte ripresi dal precedente La struttura dell’esistenza.
Il libro è suddiviso in sette capitoli più la prefazione. Andiamo ad analizzare nello specifico i vari argomenti.
Il capitolo La filosofia come esistenza affronta la definizione propria attribuibile al processo del filosofare. Questo non può e non deve detrarsi al semplice sistema di dottrina tecnica, bensì autentica natura del filosofare è componente intima dell’essere persona, dell’individuo nel suo singolare vissuto. La filosofia, certamente, è anche disciplina caratterizzata da specificità metodologica e gergale, ma non può essere solo questo. Il filosofare è coesivo all’esistere in sé, non s’esiste senza filosofare. Il senso ampio del filosofare è l’attività di un’intelligenza del vivere, d’un porsi domande e d’un sapersene procacciare la strada risolutiva. In primo luogo la filosofia esistenziale è riferibile esclusivamente all’individuo. Ognuno, nel filosofare, non può che parlare in prima persona. Una filosofia amena all’universalità astratta della scienza e protesa in una polemica nei riguardi del pensiero sistematico, sulla scia dell’anti-hegelismo di Kierkegaard. Fin dalle prime pagine viene argomentato il tema costitutivo dell’intero pensiero esistenziale d’Abbagnano: il concetto dell’indeterminazione problematica dell’esistenza.
L’indeterminazione problematica dell’esistenza si manifesta nella quotidianità di ciascun uomo. Ogni volta che si compie un’azione, si opta per la scelta, esiste sempre un’indeterminazione implicita nel risultato. Si tratta di un problema omnicomprensivo e la precarietà del successo permane in qualsivoglia contesto dell’esistenza. Nell’azione esistenziale sussiste sempre la probabilità-che-si e la probabilità-che-no.
Altro elemento fondante è quello di struttura. La struttura è l’atto saldante tra una prima destinazione finalizzata del passato e il suo realizzarsi nel futuro. La struttura è necessariamente implicata nell’insorgere dell’indeterminazione problematica e quindi anch’essa relegata al suo accento di possibilità. Nella struttura l’individuo decide del proprio finito destino, della sua trascendenza.
Segue il capitolo L’esistenza come sostanza e Abbagnano affronta il nucleo testuale della differenziazione del suo esistenzialismo “positivo”. L’esistenza è rapporto di ricerca, inseguimento dell’essere che è in ognuno di noi. Il movimento verso l’essere scaturisce da un nulla iniziale. Nella vita però l’essere non si raggiunge mai definitivamente e dunque non vi è né una adesione concreta all’essere né un effettivo distaccamento dal nulla di partenza. Esistono tre posizioni dell’esistenzialismo che prendono in considerazione ciò: la prima è quella intesa da Heidegger, dove, ugualmente partendo dalla circostanza del movimento dal nulla verso l’essere, l’esistente, non trovando l’essere, non ha mai un autentico strappo dal nulla. Egli stipula perciò per l’esistenza l’impossibilità che essa non sia il nulla.
La seconda posizione è quella perpetrata da Jaspers nel quale pensiero focalizza la visuale sul rapporto tendente verso l’essere, che non si compie ma si estranea dal nulla. Ne deduce che l’esistenza si trova nell’impossibilità che essa sia l’essere.
La terza posizione, meravigliosamente innovativa ontologicamente, è quella avulsa da Abbagnano, secondo il quale nella triangolazione dell’esistenza quel che interessa effettivamente è l’aspetto di relazione nei confronti del nulla e dell’essere, nei riguardi della genesi dal nulla, nella prospettiva di realizzazione dell’essere. La terza posizione dell’esistenzialismo scioglie l’esistenza dalle due primitive impostazioni perché le affranca dalla insolubilità della necessità e dal determinismo inappellabile. Le prime due posizioni non pongono un problema, un dubbio, ma impongono la fine del problema, la constatazione del dato di fatto indefesso. Abbagnano, di contro, salda la concezione dell’indeterminazione problematica dell’esistenza con la sostanzialità costitutiva dell’esistenza. L’esistenza è e permane in tutto il ciclo fenomenologico come possibilità di trascendenza verso l’essere. Non è né parte col nulla, né parte con l’essere: bensì relatività trascendentale l’essere. Qui è sottolineabile forse la riflessione topica dell’intera sua costruzione concettuale dell’esistenza: la sostanza dell’esistenza equivale l’indeterminazione problematica della vita umana. La vita umana è relazione, possibilità, opportunità; non più determinazione sistematica, meccanicismo, “negatività”. E cosiffatta sostanza relazionale è fondamento efferente la coesistenza della specie umana. Il fatto stesso della nascita ci pone come creature della coesistenza. E la volontà problematica di programmarsi una struttura esistenziale che costituirà il destino dell’essere è impossibile senza rapporto con l’altro.
Nell’esistenza come problema ci si domanda quanto l’esistenza possa riguardare problematicità. Noi, individui singoli, ci troviamo piombati in questa vita oscura e a tratti spaurente. Appunto c’è un problema che rintraccia la facoltà di riconoscere in noi un ruolo comprensibile. Ma, è questo problema solamente dovuto ad un’ignoranza casuale, o invece questa instabilità e precarietà naturale è stessa costituente dell’esperienza umana? Abbagnano giunge alla convinzione che questa insostituibile indecisione è immanente l’esperienza stessa dell’uomo, e che essa si giustifica come indeterminazione inalterabile. A partire dal problema dell’essere esiste anche un’estensione del campo d’influenza della provvisorietà per quanto concerne il ruolo con il mondo e con la natura.
L’esistenza come libertà. È l’uomo veramente libero? Il filosofo esistenzialista deve, e può solamente, intendere la libertà come opzione dell’esistenza, e non semplicemente come facoltà più meno in possesso dell’individuo. L’ente può decidere di decidere, di scegliere liberamente, solo se prende atto della sua indeterminazione e della sua occasione di non dispersione. Una elaborazione della libertà che ha molto da spartire con l’ideazione kierkegaardiana, nella misura della malattia mortale della disperazione della fase estetica, nella quale l’essere ragionevole sceglie di perdere e disperdere il proprio Io nella vacuità della scelta-di-non-scelta. La libertà sostenuta da Abbagnano è una libertà che si concatena ad una certa mobilitazione volontaria alla necessità. Io posso essere libero se lo scelgo; e sono libero quando tendo in un divenire all’essere che ho in me, una libertà di trascendenza verso il mio essere. Per essere libero devo scegliere in ottemperanza ad un disegno di edificazione del mio essere che mi sostanzia. Essere liberi è una fedeltà volontaria a sé stessi.
L’esistenza come storia. Nella costituzione della propensione trascendentale verso l’essere, l’esistente compie delle scelte tra l’indeterminazione problematica basale, e se queste scelte si accordano programmatiche e sequenziali in un fine definito e realizzante, avviene la concretizzazione di una struttura. La struttura è appunto questo saldamento tra una prima scelta nel passato e una organizzazione di scelte vitali proiettate in direzione di un essere futuro. Sopravviene una finitudine delle possibili configurazione dell’esistente, dove esso non ha più una infinita caotica di divenire, ma si impegna nella conquista di una meta limitata tra le infinite possibili. L’individuo fondante una struttura duratura pone in essere una manifestazione del destino, che solo col protrarsi della direzione delle scelte verrà compiuto. Da una temporaneità disorganica egli realizza la storicità dell’esistenza, una storicità che collima le sue aspettative e lo integra come persona.
Altra questione affrontata è lo studio della storia dei popoli come linearità di un fine universale della specie. Un atteggiamento che condivide con l’ermeneutica storicistica di Dilthey l’importanza dell’approccio verso l’induzione dello studio storico, che proceda dal singolo elemento del popolo (fondamentale la riscoperta in questa luce delle fonti biografiche) per poi districare una dinamica generale. Nella storia, i singoli destini degli elementi della società trovano un luogo d’incontro e si uniscono nella protrazione di un traguardo comune ed accomunante.
In esistenza e natura si descrive la funzione che l’uomo può attribuire all’ordine naturale costituito dell’universo separato dal suo Io. Può esserci una non accettazione della natura e una accettazione consapevole della natura. Nella non accettazione della natura vi è una non accettazione del mondo, la quale si manifesta in una radicale sfiducia nei confronti dell’occasione realizzante dell’essere. Il mondo è ostilità flemmatica e a causa di ciò non è avverabile nessun destino. Oppure una non accettazione che si effettua nella eccessiva ed incondizionata fiducia nel mondo. Esso è a misura d’uomo e l’impegno non è necessario, ogni cosa è nell’ordine di fruizione spontanea apposita l’esistente. Questa persuasione è immediatamente smentita dal fatto che se questo fosse reale non ci sarebbe lotta per la sopravvivenza nella vita, come al contrario puntualmente sopraggiunge. L’accettazione del mondo piuttosto è una presa di coscienza dell’uomo dell’essere corporeità, di intervenire come corpo tra i corpi. Essendo corpo egli è indotto alla sensibilità. Egli è sensibile al mondo. La sensitività dell’uomo permette egli di oggettivare il mondo. E con l’empirica sensista egli comprende ed acquisisce nozioni e verità e schematiche che riguardano i corpi e le loro caratteristiche. La corporeità è misurabile e per questo l’uomo può accertare delle chiavi di lettura del mondo e della natura nel quale è immerso. Vi è però un limite alla capacità analitica scientifica dell’uomo. Siffatto limite è quello che riguarda l’intrinseca e interna conoscenza della sua essenza, l’impossibilità d’adattamento del metodo scientifico alla profondità della psiche umana. L’uomo non può essere sintetizzato a semplice oggettività perché condizione di qualsiasi oggettività. È l’individuo diverso dalla macchina e non riassumibile alla somma delle particelle atomiche e cellulari che lo compongono. La scienza è strumento essenziale nell’Io solo ed esclusivamente in una biologia medica dell’organismo, nella sua corporeità evidente, ma non nel surplus imponderabile che rende l’uomo esistente.
Il testo divulgativo di Abbagnano si conclude con il capitolo Esistenza e arte, particolarmente coinvolgente nella applicazione della condizione esistenziale al procedimento di creazione artistica. L’artista nella performance creativa ha un ritorno primitivo alla sua natura, alla sua sostanza inconscia che è natura. Egli disfà tutto l’involucro di superficialità caratteristica della personalità umana e giunge al minimo comune termine dell’istintività personale. Subentra in una dimensione ancestrale della sensibilità e della essenza umana cercando principalmente nel profondo di sé medesimo. Ma nel raggiungimento di questa frammentaria rivelazione intuitiva frappone un ponte sensibile tra le interiori nature dell’osservatore dell’opera, e investigando nella matrice della sua profondità espressiva raccoglie nella creazione il minimo comune denominatore della sensibilità universalmente coesistente nell’uomo.
“È artista o intende l’arte soltanto l’uomo che non lascia inascoltato l’appello alla sua umanità. La connessione tra l’uomo e il mondo viene nell’arte ricondotta alla sua condizione trascendentale. […] La considerazione dell’arte mette, così, ancora una volta, ciascuno di noi di fronte alla propria responsabilità di uomo. Il problema dell’arte impegna ciascuno direttamente ed integralmente. Ciascuno di noi è chiamato ad affrontarlo nell’atto che decide di sé e del proprio destino. Ciascuno deve risolverlo per sé, ciascuno per tutti”
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Niccola Abbagnano (Salerno, 1901 – Roma, 1990), filosofo italiano.
Nicola Abbagnano, “Introduzione all’esistenzialismo”, Il Saggiatore, Milano 2001. Prima edizione: Bompiani, Milano 1942.
Fra le opere più importanti dell’autore, ricordiamo La struttura dell’esistenza (1939), Esistenzialismo positivo (1948), Storia della filosofia (1946-50), Dizionario di filosofia (1960).
Approfondimento in rete: sito ufficiale dell’autore / Filosofico.
Originariamente pubblicato sulla rivista “Il Don Chisciotte”.
Arpaeolia
Commenti
(sensibilità universalmente coesistente nell'uomo è una suggestione che mi restituisce Jung. Non so quanto sia condivisibile ma non escludo che gli studi della genetica possano, nel tempo, rivelare fondamenta nuove per queste congetture)
Se lo metti giustificato, fai un favore all'occhio. :)
Gli studi di genetica sono quel che di più formidabile avremo nel prossimo secolo. Ne sono convinto e sono in larga compagnia. Non più migliorare l'assetto della torre, ma agire modificando la gravità. Immagina gli orizzonti: impossibile.
Improbabile.
Insisto, impossibile. Almeno quanto la scimmia può (poteva) immaginare l'uomo. Una mutazione metafisica insostenibile al nostro orizzonte del pensabile, altro che superuomo. E poi è una progressione geometrica, questa tendenza. Non saremo certo noi, per come ci conosciamo, a controllarla, quando inizierà (e, questo sì: probabilmente, prenderà l'avvio).
Il controllo è sempre fondamentale. Ho fiducia nella razza umana.
Arpa!
FUOCO.