Andersen Hans Christian

Il violinista

Autore: 
Andersen Hans Christian

Ci son nomi capaci di spazzar via la polvere che, stanca, aggredisce i ricordi. Pochi caratteri impressi su carta ed è cortocircuito con l’oggi ricongiunto ai giorni lontani di favole e latte. In occasione del bicentenario della sua nascita, l’editoria italiana riscopre Hans Christian Andersen mandando in stampa “Il violinista” rimasto finora inedito nel nostro paese, terzo di sei romanzi scritto nel 1837 e mai tradotto in italiano, eccezion fatta per l’edizione del 1879, tuttavia ritenuta addirittura inservibile. Obbedendo all’antico spirito che nella sera del 31 dicembre 1828 gli aveva suggerito il “pensiero peccaminoso di diventare scrittore”, il narratore danese prova ad affiancare l’attività di romanziere a quella ben nota di favolista e, dopo l’esordio de “L’improvvisatore”, seguito poi da “O.T.”, viene la volta di quello che egli stesso definisce come il proprio fiore spirituale , sbocciato dalla terribile lotta che si svolgeva nel suo animo per la durezza delle circostanze contro cui la sua natura poetica era costretta a misurarsi. Tema centrale del libro, infatti, risulta essere il problema del genio incompreso e la necessità di evitarne lo spreco riuscendo a farlo emergere non sono a vantaggio di tutti ma anche, come Andersen credeva, per cantare le lodi del Creatore, con la parabola esistenziale del giovane protagonista a fornire, pertanto, il pretesto in grado di consentire all’autore di rendere esplicita la propria ossessione per questa urgenza.
“In ogni secolo il vero talento dovrebbe essere liberato dal bisogno e dalla miseria. Purtroppo chi ha potere (…) non ha ancora sviluppato una sensibilità adeguata per le creazioni del poeta o del musicista, che considera semplici passatempi. Non sa cogliere appieno la ricchezza di questi splendidi arazzi dello spirito, che né ruggine, né rame possono corrompere. Preferisce aspettare che la loro ipotetica divinità sia stata consacrata da almeno un secolo. Ahi, potente, non lasciar sprofondare il vero talento terreno! Ascolta queste parole, e ascolta anche… Christian che suona il violino”.
Quello che emerge dalle pagine de “Il violinista”, appare dunque un vero appello accorato che, in più di un’occasione, traduce il sincero autobiografismo dell’opera. Andersen si riconosce quasi per intero nel giovane musicista al quale dà addirittura il suo nome: entrambi figli della Danimarca, entrambi votati all’arte, entrambi animati da un profondo senso religioso, i loro destini divergono sulla strada della fama con lo scrittore che, ragazzo povero di campagna, finisce per sedere al tavolo del re differentemente dal suo alter ego letterario destinato a non trasformarsi in cigno ed a restare kun en spillemand, un musicista ambulante, non per mancanza di genialità, ma per circostanze sfavorevoli. Poiché “il genio è un uovo che ha bisogno di calore, ha bisogno di essere fecondato dalla fortuna, altrimenti resta un guscio sterile”. Da qui l’opposizione tra il grigio dell’esistenza succube della miseria e dell’anonimato, e l’atteso azzurro prima terreno, poi ultraterreno. In principio Christian fantastica sogni di gloria, successo e riconoscimenti che la vita mancherà di regalargli, successivamente proietta la sua sete di felicità verso un astro più alto, sentendosi non più cittadino del mondo, ma del cielo. Le pagine del romanzo non trascurano di sottolineare la fiducia di Andersen nella Divina Provvidenza, quella stessa fiducia che lo induce a scrivere una lettera al poeta Ingemann dicendogli candidamente di star lasciando che nella stesura de “Il violinista” “tutto proceda secondo la volontà del Signore”.
La componente religiosa, dunque, trova ampio spazio nel libro incidendo notevolmente nelle sue dinamiche. L’autore accenna al cattolicesimo, parla di Chiesa e medioevo, non dimentica il protestantesimo e include riferimenti all’ebraismo inserendo anche una vivida descrizione dell’ultimo pogrom in Danimarca, senza prodursi in difese o condanne, ma lasciando che il protagonista opti per una tranquilla interconfessionalità chiosata nel demagogismo delle parole con cui Christian respinge la polemica accesa dal maestro di scuola del villaggio, affermando di volere soltanto che “un manto d’amore si dispieghi su tutti i credo religiosi”.
Il favolista danese accantona la Sirenetta, il Soldatino di stagno, la Piccola fiammiferaia e la Principessa sul pisello, per confrontarsi con uno scrivere che smette di rivolgersi ai bambini per proporsi al pubblico adulto. Il suo violinista, vero romanzo d’antan, al confine tra romanticismo e realismo, ottiene vasti consensi tra i lettori, conquistati da una struttura narrativa e stilistica capace di mantenersi salda dal principio alla fine, con personaggi destinati a perdersi per poi rincontrarsi, “in un perpetuo rendez-vous fatto di relazioni profonde e durature” ripetutamente messe alla prova da avventure, coincidenze e piccoli melodrammi: è l’altro tema caro ad Andersen, quello delle relazioni eterne, che si presta a fungere da nucleo per l’intera storia, intessendo una ragnatela, talvolta poco plausibile, che lega destini opposti eppure a tratti tangenti.
“Si fanno delle conoscenze, si acquistano degli amici che si lasciano tra le lacrime, provando amarezza al pensiero di non doverli ritrovare mai più”, ma Christian conoscerà la distanza, non lo strappo né dalle figure cardine della sua esistenza, né dalle ossessioni del passato e la Noemi bambina allontanatasi a bordo di una carrozza dai giochi condivisi nel giardino dell’ebreo, adulta incrocerà il proprio cammino con quello del povero musico nel giorno del suo ultimo congedo. Tuttavia il danese dà vita ad un romanzo ingenuo che, nonostante il successo accordatogli dal pubblico, si rivela quasi fanciullesco col suo continuo ricorso all’esasperante autobiografismo e al patetismo, finendo troppo spesso per scadere in una serie di effets larmoyantes alla lunga pedanti. Kierkegaard, poco tenero col connazionale, nel libello “Dalle carte di uno ancora in vita”, ridicolizza l’opera sottolineandone in particolare “la mancanza di visione di vita” e l’assenza “di ogni traccia dello stadio che di norma un autore dovrebbe attraversare dopo il lirico: quello epico”, asserendo che Andersen avesse saltato il suo epos e cioè “quell’abbracciare serissimo e profondo una realtà data fino a smarrirsi addirittura in essa, quel riposare in essa che ritempra la vita e quell’ammirazione per essa che, senza bisogno alcuno di giungere a parola come tale, non può però non essere sempre d’importanza estrema per il singolo, quand’anche il tutto passasse talmente inosservato che lo stato d’animo sembra nato in segreto e sepolto in silenzio”.
Dunque il filosofo, già fortemente critico nei confronti delle fiabe in cui non riconosce alcuna poesia, boccia, e forse questa volta non a torto, anche l’Andersen romanziere che nelle pagine de “Il violinista” si rivela incapace di ricreare gli equilibri perfetti di quel mondo in cui, tra principesse, cigni e soldatini, la povertà, l’isolamento, l’incomprensione, l’abbandono, la disperazione, l’imperfezione e la solitudine rivivevano nella magia affabulatrice della sua penna. Ci son nomi capaci di spazzar via la polvere che, stanca, aggredisce i ricordi. Pochi caratteri impressi su carta ed è nostalgia di quei giorni lontani di favole e latte, traditi dall’oggi disarmonico e distante di un libro che infrange il mito.


EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Hans Christian Andersen  nacque il 2 aprile 1805 a Odense, nell'isola danese di Fionia, figlio di un ciabattino e di una lavandaia. Nel 1819 si stabilì a Copenaghen, dove potè studiare danza e canto, e poi frequentare l'università grazie al musicista italiano G. Siboni e soprattutto a J. Collin. Rimase sostanzialmente un autodidatta. Importante per lui il precoce contatto con la narrativa di Hoffmann. Morì il 4 agosto 1875. nacque il 2 aprile 1805 a Odense, nell'isola danese di Fionia, figlio di un ciabattino e di una lavandaia. Morì il 4 agosto 1875.

Hans Christian Andersen, “Il violinista”, Fazi, Roma, aprile 2005.

ANDERSEN in LANKELOT:
Andersen Hans Christian - Fiabe - franchi
Andersen Hans Christian - Il violinista - AngelaMigliore

Angela Migliore, giugno 2005
Originariamente apparso su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8881126214

Commenti

E' lo scrittore di favole che in assoluto preferisco, tant'è che se mi capita le rileggo ancora oggi. Mi infastidisce che la maggior parte di esse sia quanto meno sconosciuta ai più e il resto edulcorato nelle edizioni per bambini (per tacere dei cartoni animati), ma pazienza. Checché ne pensasse Kierkegaard, Andersen ha pagine meravigliose e amarissime. Può darsi che come romanziere non valesse un granché. Forse si dovrebbe capire esattamente dove finisce lo scrittore e comincia il visionario e se questa chiave di lettura possa rendergli un giudizio diverso. Adesso sono curiosa.

Anch'io ho amato ed amo l'Andersen favolista. Il romanziere mi ha delusa, o forse non si è rivelato all'altezza delle mie aspettative, semplicemente perchè è difficilissimo competere coi ricordi, specie se risalgono all'infanzia.

Sono cresciuto con le fiabe di Andersen e ne ho un ricordo bellissimo. A volte mi mettevano malinconia, ma erano le mie preferite. Conservo ancora il suo libro di fiabe, e a rileggerne ogni tanto, ora che sono "stracresciuto", mi accorgo che la loro bellezza aumenta. Non conosco l'Andersen romanziere, non so se c'è un abisso tra il suo narrar breve e questa produzione minore. Comunque fosse, nulla che ha scritto può oscurare l'importanza delle sue fiabe. é bene che le legga ai bimbi, quasi quasi mi hai dato un'idea...

"(...)Non sa cogliere appieno la ricchezza di questi splendidi arazzi dello spirito, che né ruggine, né rame possono corrompere. Preferisce aspettare che la loro ipotetica divinità sia stata consacrata da almeno un secolo". > però la riflessione è più che giusta.

Già, riflessione più che mai attuale. Triste che sia spesso  la morte a legittimare talenti disconosciuti in vita.

(è giusto quando la contemporaneità pretende e impone che la fama sia infamia)