Berardinelli Alfonso, Cordelli Franco

Il pubblico della poesia. Trent'anni dopo

Autore: 
Berardinelli Alfonso, Cordelli Franco

IL NUOVO CANONE?

Perché, a quasi trent’anni di distanza dalla pubblicazione di un’antologia di poesie, decidere di ristamparla? Qual è stato il motivo che ha spinto i due curatori, Berardinelli e Cordelli, a ripresentare, con alcune sostanziali modifiche, quella raccolta di poesie che verso la metà degli anni Settanta presentavano la nuova generazione dei poeti italiani, dopo l’esperienza ordinata dell’ermetismo, il post-ermetismo e la rivoluzione della neoavanguardia – dei Novissimi e del Gruppo 63? Probabilmente la voglia di rivedere un lavoro che, nel 1975, sembrava un manifesto forse troppo avventato. O, forse, cercare di capire cosa effettivamente resta di quei poeti, di Dario Bellezza, di Sebastiano Vassalli, di Vivian Lamarque e di Dacia Maraini, o ancora Patrizia Cavalli, Elio Pecora, Eros Alesi, Adriano Spatola, Cesare Viviani e altri ancora. Poesie che hanno ancora un senso, ai giorni nostri, o che non hanno più nulla da dire al pubblico del nuovo millennio, appunto, trent’anni dopo?
La risposta non è delle più semplici. Non era semplice, allora, capire in quale direzione stesse andando la poesia italiana; ed è ancora più difficile, adesso, in un periodo di incontrollabili mutamenti della società.
Per la nuova edizione, pubblicata da Castelvecchi – mentre la prima edizione, trent’anni fa, apparve nei “Tipi di Lerici” – gli autori decidono di presentare il discorso, con due nuove introduzioni, e poi lasciar parlare la parola scritta, i versi, le strofe e le rime. Lungo un arco temporale di quasi trent’anni (1975–2004) sono cambiate molte cose, e osservare la situazione della poesia partendo dal passato non può che essere costruttivo.

Così i due autori riprendono in considerazione gli autori che avrebbero dovuto costruire il nuovo canone della poesia dei nostri anni, il gruppo di poeti della generazione dei Settanta che avrebbe dovuto manifestare la molteplicità di tendenze di quegli anni. E lo fanno, innanzitutto, chiarendo le loro vecchie posizioni: Quando uscì, nel 1975, Il pubblico della poesia non era un libro di cui potessi essere fiero. Era un libro nostro, ma anche un libro collettivo, che in un certo senso si era fatto da sé […] cercando di capire e di documentare un fenomeno culturale nuovo e imprevisto, andavamo però contro le aspettative non solo della generazione precedente ma anche della nostra […] era ancora diffusa in quegli anni la convinzione che in letteratura e in ogni arte contasse soprattutto la tendenza e non il prodotto finito [...] invece il bello della letteratura e soprattutto della poesia per me era soprattutto nelle sue discronie e disomogeneità […] Così Cordelli ed io facemmo un’antologia che cercava di accogliere una pluralità di tendenze e che si apriva a stella in direzioni diverse. E tuttavia il libro in sé non riusciva a convincermi […] tutti quei poeti mi interessavano poco e il fatto che l’autocoscienza storica in molti di loro diminuisse, da un lato mi dava il senso di aver scoperto qualcosa di nuovo e dall’altro mi lasciava indifferente […] Per tutti i venticinque anni successivi in realtà non si è riusciti a capire che cosa fosse diventata la nuova poesia italiana” (Alfonso Berardinelli, “Cominciando dall’inizio”, p. 5).

Il libro, quindi, già nel 1975 si presentava soltanto come una fotografia di quel fermento di idee e dei tentativi di quei nuovi poeti, dopo il ’68. Gli autori del libro ne erano coscienti, volevano evidenziare il fenomeno, ma sin dall’inizio si rendevano conto che mancava loro qualcosa, per essere davvero rappresentativi. Vi era soprattutto grande confusione, libertà, voglia di sperimentare, ma spesso era fine a se stessa, e le numerose tendenze mostravano quella che lo stesso Berardinelli, nella prefazione originaria del 1975, chiamava “Effetti di deriva: I poeti della mia generazione erano manifestamente più liberi di andarsene ognuno per la propria strada: ma questa libertà derivava anche da una diminuita coscienza critica, da una pretesa di innocenza che minacciava di rendere troppo disinvoltamente produttivi troppi nuovi autori. La nuova poesia nasceva ormai fuori dall’autocoscienza storia” (p. 7).

Questo era il problema: tutti scrivevano poesie, tutti si credevano autori, la libertà creativa non era bilanciata dall’autocontrollo e, soprattutto dal controllo dei critici e degli editori, che “da allora in poi hanno lasciato i poeti a se stessi. Alle volte li hanno del tutto trascurati, alle volte li hanno consacrati un po’ a caso” (p. 8). Così, la formazione di questo presunto canone, necessita di essere rivista, perché non tutti i nuovi poeti si sono confermati in tutto il loro talento, e mentre alcuni sono stati bravi a promuoversi e a farsi notare, altri sono caduti nel dimenticatoio. Il vero ruolo determinante, in tutto ciò, l’hanno avuto gli editori e i critici, che non sempre hanno scelto con oculatezza, e hanno proposto spesso cialtroni come talenti, mentre i veri talenti, magari, vivevano nell’ombra senza riuscire a pubblicare – problema vecchio quasi quanto la letteratura.

Trent’anni dopo, quindi, per capire se quei poeti meritano ancora l’attenzione del lettore, se trasmettono emozioni, se hanno qualcosa da dire. O se, al contrario, non sono più degni d’attenzione.
Il vero problema, la vera questione sollevata dal libro, però, è ancora un’altra: se la poesia ha ancora un pubblico, qualcuno che la legge con attenzione, o se ormai è relegata ad un ruolo di secondo piano. Il libro, la sua impostazione, alcune delle riflessioni in esso contenuto, ci lasciano capire che gli autori pensano di no, poiché
la situazione del fare poesia era cambiata, che il pubblico era ormai prevalentemente composto da poeti reali o potenziali, che il rischio consisteva in una crescente autoreferenzialità di questo genere letterario” (p. 8).

Il dubbio è proprio questo: chi legge più la poesia? Pochi, davvero pochi temerari. Mentre sempre di più sono gli aspiranti poeti che, senza aver mai letto nulla, pur essendo completamente ignoranti, hanno il proprio quaderno di poesie nel cassetto e cercano a tutti i costi di pubblicarlo. Senza conoscere il passato. Senza conoscere i grandi poeti della nostra storia.
Così, partendo da questa situazione storica e sociale, gli autori raggruppati nel volume, offrivano – trent’anni fa – ed offrono – trent’anni dopo – un assaggio della loro poesia.
Li presenta e li introduce un rapido questionario di dieci domande, per capire la loro personalità. Pagine interessanti ma, a lungo andare, noiose, poiché molti di questi poeti cercano di stupire e dare risposte particolari e originali anche alle domande più semplici, finendo per diventare soporiferi e troppo complessi. Dopo averne letti una decina, ci si stanca, e si passa subito a leggere queste poesie, il vero nucleo dell’antologia. Divisi per sezioni (“Lo scrivere non fa sangue fa acqua”; “La gente guarda e tace, entra al supermercato”; “Si racconta nelle mille e una notte, nel capitolo della leggerezza”; “Come credersi autori?”), offrono un’ampia panoramica dei fermenti dell’epoca, vari stili, vari modi di concepire la poesia.

Tra tutti loro, sono pochi quelli che davvero emergono, che colpiscono per la lingua usata, più che per la forzata necessità di stupire e provocare a tutti i costi. Intristiscono alcuni versi di Dario Bellezza, nei quali appare evidente la sua situazione di emarginato, omosessuale ed egocentrico, spesso troppo tragico ed esagerato (“te ne sei accorto adesso che il tuo Dario è simile a Dio, senza scherzi, e non sono un millantatore, provare per credere, sono Dio”), alle volte commuovono e sorprendono per la carica rabbiosa e alla voglia autodistruttiva che esprimono (“al mio suicidio che è l’unica forma di libertà”). Sorprende Dacia Maraini, una delle più intense e passionali, testimone della propria situazione difficile di donna, e della possibilità, per le donne, di fare poesia (in “Le poesie delle donne”). Patrizia Cavalli è esempio di una poesia rapida e diretta, non sempre perfettamente riuscita, alle volte banale. Ancora incontriamo l’epicità e lo spaesamento di Elio Pecora, l’ossessiva ripetizione di Eros Alesi, le stranezze di Adriano Spatola, la riflessione sociale, politica e culturale di Sebastiano Vassalli, la follia incomprensibile di Cesare Viviani, la densità non sempre efficace di Giuseppe Conte, fin troppo prolisso; ancora gli anonimi versi di Renzo Paris, la bizzarra sconclusionatezza di Valentino Zeichen, il linguaggio leggero e originale di Nico Orengo, i piccoli sentimenti intimistici di Vivian Lamarque, o ancora la sperimentazione di Giorgio Manacorda e la rarefazione linguistica di Milo De Angelis. Ultimi poeti da annotare sono Paolo Prestigiacomo, Maurizio Cucchi, Attilio Lolini, Franco Montesanti e Gregorio Scalise.

Chiude il libro un interessante e completo schedario, che include ampi documenti che presentano la vita, le opere e le collaborazioni di tutti i poeti presenti, più numerose aggiunte di altri artisti non partecipanti con poesie, all’interno del volume.
Il pubblico della poesia – Trent’anni dopo”, alla fine, altro non è che una versione riveduta e aggiornata di un volume di poesie di trent’anni fa. I due autori, però, hanno aggiunto due nuove introduzioni – “Cominciando dall’inizio” e “Una nota personale” – a “Effetti di deriva”, quella di Berardinelli scritta nel 1975, che inquadrano meglio il contesto in cui nacque la raccolta, analizzandolo con occhi più maturi e consapevoli.

Ma cosa resta, in definitiva, del libro? Ad essere sinceri, quest’antologia di poeti non entusiasma. Non ci emoziona la complessità con cui parlano alcuni di essi, così come la estrema leggerezza e linearità di altri, la forzata voglia di stupire, la ricerca che compiono con la parola. Certo, alcuni meritano tutto il rispetto e la stima del lettore, poiché non era facile, per loro, dopo il ’68, offrire una poesia che fosse nuova, ma allo stesso tempo che guardasse a quanto di buono fatto in passato, e non lo cancellasse con un colpo di spugna, ma da questo partire per osare davvero, e rischiare in maniera produttiva. Molti, quasi tutti, non ce l’hanno fatta. Qualcosa è rimasto, ma è ben poco, e la situazione, a trent’anni di distanza è ancora molto simile. E per questo avvilente.

La conclusione, a nostro avviso senza via d’uscita, almeno nel breve periodo, è che la poesia non ha più spazio nella nostra epoca, ipertecnologica e frenetica. Trent’anni fa mostrava le prime, evidenti crepe. Oggi, tranne qualche rarissima eccezione, manifesta la propria fine.
I poeti si moltiplicano furiosamente, tutti hanno voglia di pubblicare qualcosa, tutti hanno il proprio blog in rete con le impressioni amorose in forma di rima, mentre l’interpretazione sbagliata del verso libero ha definitivamente affossato l’idea di poesia: verso libero non significa certo libertà per tutti di diventare poeti, ma purtroppo ormai chiunque si ritiene in grado di mettere due parole in fila, andare di tanto in tanto a capo e creare poesia. E in pochi, forse nessuno legge con attenzione le poesie degli altri.
Senza pubblico, l’altra attività collegata alla poesia, destinata a perdere efficacia è la critica, che non ha più a chi rivolgersi o, quando viene realizzata, si limita a sponsorizzare il caso editoriale di turno, senza agire con analisi e valutazioni interpretative sui testi.

Il declino della critica e della promozione editoriale, spesso a casaccio, spesso legata a lobbies culturali e a favori politici, costituisce tutt’oggi un’altra causa principale della crisi evidente della poesia italiana, della sua incapacità di offrire una ventata di freschezza in uno scenario che sembra, ormai, privo di qualsiasi vitalità.
Anche se il panorama della poesia italiana appare, secondo il nostro parere, in crisi da quasi cinquant’anni, una frase, in chiusura, di Cordelli, ci sembra chiarire efficacemente la situazione attuale della poesia, lasciando comunque uno spiraglio di luce, pur ammettendo l’evidente cambiamento dei tempi.
In quanto alla crisi della poesia, è una bufala retorica. Che non abbia più voce in capitolo, è evidente. Ma prima l’aveva? Piuttosto c’è da dire che chi veramente non ha voce sono i poeti. Per due ragioni: perché sono mutati i tempi (non c’è più lo scrittore–intellettuale) e perché i poeti sono meno intellettuali di una volta. I poeti sono esseri flessibili, si adeguano”.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Alfonso Berardinelli (Roma, 1943), uno dei maggiori saggisti italiani contemporanei, nonché critico letterario e poeta.
Franco Cordelli (Roma, 1943), romanziere e saggista italiano
Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, “Il pubblico della poesia – Trent’anni dopo”, Castelvecchi, Roma , 2004.

Antonio Benforte, 13 marzo 2005, già su lankecom

ISBN/EAN: 
9788876150043

Commenti

Ciao ottimo:).
Gran bel ripescaggio, questo pezzo era fondamentale. Giorni fa Arpa ha scritto di un bel Sanguineti d'antan, ti piacerà.
Aggiungo intanto i tag e sistemo il titolo (come format abbiamo preso cognome nome - nome opera), stanotte o domani mi godo tutto come la prima volta. Ciao amico mio.

Molto interessante, leggerò con calma domani...

pensavo, cordelli e berardinelli nel '75 avevano poco più di 30 anni. la crisi della poesia, non potrebbe essere più una crisi di lettura? perché la poesia, come la prosa, va letta. o meglio, ogni cosa, va saputa leggere. per dire, non si leggono allo stesso modo dante e leopardi e. non è facile.
poi, anche la poesia può essere ipertecnologica e frenetica. potrei dire, deve.
il problema, la fortuna, di oggi è che molte più persone possono far leggere ciò che scrivono, e questo crea, come dire, casino.
ummm, secondo me il numero di chi scrive poesia, poesia, non è male. solo che oggi il numero con cui confrontarlo, di coloro che credono di scrivere poesia, è altissimo.
è, anche, una questione di numeri.
si ha l'impressione che la poesia sia in crisi a vedere la quantità di cose pubblicate, su carta e su web, ma.
insomma. voglio sperare. mi sto arrampicando sugli specchi?
ciao;-)

"Poesie che hanno ancora un senso, ai giorni nostri, o che non hanno più nulla da dire al pubblico del nuovo millennio, appunto, trent?anni dopo?"

Secondo me, e parlo da novizio lettore, c'è ancora molta comunicazione attuale in molta di quella poesia "sperimentale", come qualsiasi avanguardia. C'è da comprendere, come cardine fisiologico, la possibilità di mettere in discussione il passato e riprovare sempre il nuovo. Il problema è che la spoglia novità non basta a se stessa. Questa è una risacca nella quale molta di quella poesia è cascata. Quando non viene capita, e capita spesso, si corre il rischio di confondere in un unico insieme di consumanti esercizi di stile aridi, con il solo merito di cercare accanitamente e meccanicamente il nuovo, anche la poesia che contiene ciò, che lo considera necessario ma non unica qualità del valore.

E' poesia per "malati" del linguaggio, delle parole, delle esplorazioni profonde e "isolanti" in questi pelaghi. Esiliano gran parte dei lettori occasionali, questa è la conseguenza della mancanza di compromesso, del concentrarsi come priorità sull'opera, sulla ricerca, invece che sulla comunicazione al lettore. E' un difetto per molti irrinunciabile, ma che limita enormemente la diffusione, mi sembra ovvio.

Sto affrontando Zanzotto in questo periodo e le difficoltà non mancano, però sono moltissime le suggestioni e i punti di affondo del pensiero. E non parlo di proiezione o di interpretazione soggettiva improvvisata. Si mette in discussione e si cerca nuovi schemi di pensiero. Le avanguardie raramente esprimono compiutezza o piena soddisfazione. Il nome, appunto, definisce la natura di traccianti, versori, apripista decisamente esordienti e imperfetti, perché aperti all'inesplorato e "selvaggio".

Questo è un dibattito che andrebbe approfondito e lo sarà. Ora scappo, domani torno. Grazie per quest'ottimo richiamo al testo, lo cercherò, temo.

"era ancora diffusa in quegli anni la convinzione che in letteratura e in ogni arte contasse soprattutto la tendenza e non il prodotto finito [?] invece il bello della letteratura e soprattutto della poesia per me era soprattutto nelle sue discronie e disomogeneità"

Esatto, pensiero comune e condiviso dalla maggioranza della critica del periodo, secondo quel che so. Alcuni, più tardi, hanno riferito di postmoderno.

"Vi era soprattutto grande confusione, libertà, voglia di sperimentare, ma spesso era fine a se stessa, e le numerose tendenze mostravano quella che lo stesso Berardinelli, nella prefazione originaria del 1975, chiamava ?Effetti di deriva?: ?I poeti della mia generazione erano manifestamente più liberi di andarsene ognuno per la propria strada: ma questa libertà derivava anche da una diminuita coscienza critica, da una pretesa di innocenza che minacciava di rendere troppo disinvoltamente produttivi troppi nuovi autori. La nuova poesia nasceva ormai fuori dall?autocoscienza storia? (p. 7)."

Come 4. Però, ripeto, non è tutto così. I primi versi di Zanzotto sono splendidamente postermetici, poco sperimentali e a me più comprensibili, estremamente godibili. Poi l'uso necessario, quasi coercitivamente obbligatorio, proprio per seguire la storia e la contemporaneità della tendenza, della sperimentazione, ha ribaltato i normali discrimini della percezione qualitativa, o di giudizio. Lo spasmo per il nuovo è prioritario ma non è l'unica cosa che rimane. Sopravvive altro, tra la complessità del nuovo modo di fare versi, emerge, codificata, la stessa ispirazione e talento del poeta usuale e conforme al pre-sperimentale, ma è difficile da scoprire. E assolutamente con facilità e spontaneità confondibile con l'eversione freddamente "matematica" e forzosa e combinatoria, frigida, insensibile, come per esempio nell'immediato molto di Sanguineti.

"Questo era il problema: tutti scrivevano poesie, tutti si credevano autori, la libertà creativa non era bilanciata dall?autocontrollo e, soprattutto dal controllo dei critici e degli editori, che ?da allora in poi hanno lasciato i poeti a se stessi. Alle volte li hanno del tutto trascurati, alle volte li hanno consacrati un po? a caso? (p. 8). Così, la formazione di questo presunto canone, necessita di essere rivista, perché non tutti i nuovi poeti si sono confermati in tutto il loro talento, e mentre alcuni sono stati bravi a promuoversi e a farsi notare, altri sono caduti nel dimenticatoio. Il vero ruolo determinante, in tutto ciò, l?hanno avuto gli editori e i critici, che non sempre hanno scelto con oculatezza, e hanno proposto spesso cialtroni come talenti, mentre i veri talenti, magari, vivevano nell?ombra senza riuscire a pubblicare ? problema vecchio quasi quanto la letteratura."

Vecchio discorso, qui su lankelot. Comunque, forse non del tutto sparito, in quegli anni sopravviveva ancora il criterio, nella definizione di cosa era o no arte, del riconoscimento consimile. Vale a dire artisti, poeti, che riconoscevano nell'esordiente un loro pari, e perciò si veniva integrati, quella diveniva arte. Già la critica istituzionale andava sparendo, decedendo al senso preminente della pubblicità mercificante. Quant'è influente, oggi, la critica ufficiale, militante o no, nella definizione del valore di un libro? Nulla, o quasi. L'unica "critica" che ha peso nella comunità dei lettori è quella della pubblicità e della marchette. Nelle arti figurative, da quel che vedo, idem, e nel cinema non ne parliamo.
Esistono eccezioni non previste e vitali: il web. Qui c'è indipendenza, polemica, confronto sui contenuti. Altrove la critica del nuovo non ha nessun ruolo oltre il marketing. E' una speranza che sta crescendo vistosamente da pochi anni e che darà molto da pensare agli analisti dell'ambito.

Riferisco, quel poco che so: l'annale questione su chi debba avere il potere di certificazione di cosa sia arte e cosa no, che nelle arti figurative aveva caratterizzato gran parte del Novecento, se critica o artista o mercante o pubblico. Adesso sembrerebbe ritornare il metodo del "riconoscimento tra consimili", appunto, analogo, in parte, a quello della vecchia editoria, che avvallava ed elevava a dignità di pubblicazione basandosi su decisione e vaglio di un editore scrittore, o circondato e guidato da scrittori. Quindi anche il discorso della critica che sceglie e autorevolizza sarebbe superato. E la critica sarebbe ancora relegata nel più lontano dei dimenticatoi. Salvo oasi in rete, esenti da denari, poteri, clientele, ma che non sono organi ufficiali, proprio per niente.

"Il libro, la sua impostazione, alcune delle riflessioni in esso contenuto, ci lasciano capire che gli autori pensano di no, poiché ?la situazione del fare poesia era cambiata, che il pubblico era ormai prevalentemente composto da poeti reali o potenziali, che il rischio consisteva in una crescente autoreferenzialità di questo genere letterario? (p. 8).

Il dubbio è proprio questo: chi legge più la poesia? Pochi, davvero pochi temerari. Mentre sempre di più sono gli aspiranti poeti che, senza aver mai letto nulla, pur essendo completamente ignoranti, hanno il proprio quaderno di poesie nel cassetto e cercano a tutti i costi di pubblicarlo. Senza conoscere il passato. Senza conoscere i grandi poeti della nostra storia. "

L'autoreferenzialità mi sembra difficile scostarla da tutta la poesia in generale, anche nella tradizione. Pochi si era a fruire e creare nel passato, pochissimi, molto meno che adesso. I motivi erano palesemente diversissimi, ma la poesia è sempre stato un lusso di pochi. Poi, alfabetizzazione massiccia ha portato a omologazione e questa all'illusione democratica che intelligenza e talento siano un diritto sociale. Cosa che, i risultati dimostrano, è totalmente errato. Ma la poesia continua a essere autoreferenziale, perché, bisogna rendercene conto una volta per tutti, l'arte non è sempre facile, e la poesia, non lo è mai stata. Dante scriveva per le persone più colte della sua epoca. Il latino, prima, discriminava automaticamente quasi tutti. Petrarca si riferiva ad aristocratici, lo stesso quasi la totalità. Boccaccio era il celebratore della rampante borghesia mercantile nascente, ricca e istruita. I trovatori erano a corte. Esistono numerose eccezioni, Burchiello e i suoi, i cantari ecc. ma sono davvero casi isolati nell'insieme, considerati non più grezza e leggera espressione popolana e folkloristica molti anni dopo. La poesia è sempre stata espressione di una lingua preziosa e lontana dal quotidiano della maggioranza. Il futurismo era facile per un lettore del primo Novecento? D'annunzio? Pascoli? Leopardi? ecc. Il problema di oggi, è che tutto è prodotto e viene commisurato in valore secondo la legge del mercato, che distrugge quel che non vende. Prima c'erano i mecenati e i filantropi esteti, che diffondevano danari e vitalizi a destra e manca, adesso non esistono più.

La complessità è disagevole per vari motivi: perché è faticosa, perché per essere apprezzata va prima studiata con dispendio di tempo, voglia, investimento che nessuno ha voglia di intraprendere. E l'intelligenza è sempre complessità. Non significa però che debba essere difficile, la complessità. Può essere anche fruibile e godibile a un primo approccio - penso al poeta più transitivo che mi viene in mente, Hikmet, che, ad un primo livello è comprensibilissimo e piacevolissimo, ma nasconde una complessità comunque di elaborazione e riflessione sul linguaggio e sul ruolo ideologico della poesia, insieme storico e con tematiche problematiche molteplici. La complessità è sempre lì - ma questa è solo una mia idea -, però talvolta è vestita di immediate comunicazioni soddisfacenti, di emozioni e sentimento e fascino, altre no, è necessario obbligatoriamente il paratesto e il corollario di informazioni e spiegazioni. Il punto è però che la complessità è costante, sempre.
I poetucoli odierni, che non leggono e se lo fanno non arrivano al nucleo di complessità della poesia, ma solo alla superficie, credono che sia semplice comporre, creare, perché della poesia afferrano solo la semplicità. Non si capisce che esiste un livello di intelligenza e complessità (nascosta, sotterranea, di pensiero e di teoria e di decantazione di conoscenze) minimo per creare qualcosa che valga, che sopravviva e che non si perda nella banalità. Ciò conduce al disorientamento e diseducazione del lettore, espropriato, con il cattivo esempio di letture, dalla comprensione e riconoscibilità dell'arte. E di conseguenza, di rimando, a una progressiva sfiducia e delusione sull'utilità e ricchezza della poesia. Che produrrà altra carta straccia, a seguire e per derivazione.

"Pagine interessanti ma, a lungo andare, noiose, poiché molti di questi poeti cercano di stupire e dare risposte particolari e originali anche alle domande più semplici, finendo per diventare soporiferi e troppo complessi."

Questo passo lo capisco poco. Bisognerebbe leggerle queste risposte dei poeti. Il Sapere spesso è noioso, ma direi che questo è dovuto ad affinità, perciò soggettivo. Cosa significa "troppo complessi"? Può essere un giudizio di valore? Una recriminazione da parte di lettori impreparati e senza strumenti nei confronti di professionisti e conoscitori della poesia? Ma perché, in questi casi, si accusa sempre l'intelligenza di non essere attraente e intrattenitrice? Se uno non ama certa intelligenza, la lasci perdere, perché insistere che non debba esistere, che debba cambiare e compiacere anche i più pigri, ignoranti, disinteressati?

Esiste il momento e luogo per divulgare e quello per essere specifici e corretti ed esaurienti. Non sempre è possibile o preferibile un compromesso. Perché è così difficile giudicarlo realistico?

"Ma cosa resta, in definitiva, del libro? Ad essere sinceri, quest?antologia di poeti non entusiasma. Non ci emoziona la complessità con cui parlano alcuni di essi, così come la estrema leggerezza e linearità di altri, la forzata voglia di stupire, la ricerca che compiono con la parola."

Chi si entusiasma davanti a Pollock, senza paratesto? Vecchio dibattito. Aggiungerei che senza istruzioni siamo nella non-dialettica, soggettività. Decisiva è la necessità di approfondimento, molta e a volte ostica, imprescindibile. Questo è, se si vuole ottenere qualcosa in termini di emozioni. Altrimenti solo delusione e irritazione, in moltissimi casi di quel periodo.

"Anche se il panorama della poesia italiana appare, secondo il nostro parere, in crisi da quasi cinquant?anni, una frase, in chiusura, di Cordelli, ci sembra chiarire efficacemente la situazione attuale della poesia, lasciando comunque uno spiraglio di luce, pur ammettendo l?evidente cambiamento dei tempi.
?In quanto alla crisi della poesia, è una bufala retorica. Che non abbia più voce in capitolo, è evidente. Ma prima l?aveva? Piuttosto c?è da dire che chi veramente non ha voce sono i poeti. Per due ragioni: perché sono mutati i tempi (non c?è più lo scrittore?intellettuale) e perché i poeti sono meno intellettuali di una volta. I poeti sono esseri flessibili, si adeguano?."

La poesia, l'arte, è crisi.

Comm. 9 - Assolutamente d'accordo. Discorso che può essere esteso a tutta l'Arte, senz'ombra di dubbio o presunzione.

Chiedo venia, sono al lavoro. Leggo stanotte la marea di commenti, spero di poter rispondere punto su punto e sono davvero entusiasta che la mia riflessione su questo libro abbia interessato così tanto il caro Arpa.
A stanotte, A.

E' sempre un piacere leggere i tuoi scritti, Antonio, lo sai. Poi questa volta hai centrato nervo sensibile, molto recente, quindi è d'obbligo un sano scambio di opinioni. Grazie sempre, sii più presente che sentiamo la mancanza :))

Finalmente un po' di libertà, eccomi.
Allora, io sono un novizio, mi sono avvicinato alla poesia da poco e sto andando in ordine sparso, senza criterio, per sensazioni, innamoramenti momentanei, consigli di amici. Nell'ultimo mese ho letto Alda Merini, PAvese, Calabrò, e le Antologie einaudi sulla poesia del Novecento.
Questo testo lo lessi per un esame all'università, non avevo idea di cosa fosse la poesia nel Novecento, l'avanguardia o la sperimentazione linguistica. Ma sarà che molte di queste poesie sembravano slegate l'una dall'altra, le trovai poco comunicative, mi pare che tu dici esercizi di stile aridi. Eccom, molte mi parevano questo. Poi non ho approfondito, ma quella sensazione resta anche quando le rileggo ora.

"L?unica ?critica? che ha peso nella comunità dei lettori è quella della pubblicità e della marchette".
Verissimo, come uscirne?

Esistono eccezioni non previste e vitali: il web. Qui c?è indipendenza, polemica, confronto sui contenuti. Altrove la critica del nuovo non ha nessun ruolo oltre il marketing. E? una speranza che sta crescendo vistosamente da pochi anni e che darà molto da pensare agli analisti dell?ambito.

La speranza è questa, il web. Il trend sembra quello, ma ricordiamoci che la rete è ancora un luogo per pochi, almeno qui in Italia, a parte quelli che giocano online, scaricano musica o altro.

"L?autoreferenzialità mi sembra difficile scostarla da tutta la poesia in generale, anche nella tradizione".
Questo è vero, sono poco informato e leggere il resto del tuo commento mi ha insegnato tantissimo.

La complessità è disagevole per vari motivi: perché è faticosa, perché per essere apprezzata va prima studiata con dispendio di tempo, voglia, investimento che nessuno ha voglia di intraprendere. E l?intelligenza è sempre complessità. Non significa però che debba essere difficile, la complessità.

La mia sensazione era che quei poeti, o le poesie messe in antologia, ostentassero troppo questa complessità. Un male? non so, fatto sta che le trovavo spesso irritanti.

"I poetucoli odierni, che non leggono e se lo fanno non arrivano al nucleo di complessità della poesia, ma solo alla superficie, credono che sia semplice comporre, creare, perché della poesia afferrano solo la semplicità. Non si capisce che esiste un livello di intelligenza e complessità (nascosta, sotterranea, di pensiero e di teoria e di decantazione di conoscenze) minimo per creare qualcosa che valga, che sopravviva e che non si perda nella banalità".

Questo però l'ho notato spesso anche io, quando ho sfogliato antologie di poetucoli odierni.

17. Sì, sembrano sterili ma quello che sto approfondendo, con molta lentezza, acquisisce senso ed estetica - sto leggendo Zanzotto e critica correlata. Anche se Zanzotto caso a parte. Sanguineti mi dò tempo. Da repulsione pura adesso sincera curiosità e fascino per la rigorosa e arzigogolata costruzione. Ai molti altri ho l'allettante idea di avvicinarmi quest'estate. Bisogna cercare di capire senza pregiudizi, poi si giudicherà.

18. Forse non bisogna uscirne. Come sempre nella sua storia, è il lettore che deve cercare e coniugare affinità con la poesia e non viceversa. Può essere un rischio sostenibile, o forse non c'è semplicemente scelta. Occuparsi di chi la ama, nel web, e lasciare che chi ha altro di cui occuparsi sviluppi una sensibilità che il mondo fatica a predisporre. L'alternativa è degenerare o denaturare la poesia, demolendola e rendendola facile consumo, oppure un compromesso. La prima tendenza (per niente assente) va combattuta. Sul compromesso, io personalmente sono abbastanza scettico. Ma c'è stato chi mi ha smentito e chi lo farà.

20. Non lo so se si tratti di ostentazione, o di valore aggiunto caratteristico, la dura complessità. Aveva una cifra estetica programmata e definita, che rispecchiava la complessità del mondo tutto, come veniva vissuto. Insomma, si voleva parlare del mondo, della sua caoticità attraverso la strutturazione del linguaggio, invece che solo per temi.

Irritante è sempre, o quasi, quello che si presenta inutile o paraculo. Superato, almeno nel dominio del dubbio, questo primo intendimento - che è vero e comune a tutti quelli che hanno letto quei testi, penso - si è meno sicuri del proprio rifiuto. Con me è successo così.