Questa non è proprio una recensione su quanto sia bello e intrigante il libro, non c’è la trama e non ci trovate il sistema dei personaggi. È un insieme di riflessioni fatte sui contenuti del libro e sulle implicazioni etiche che esso comprende, specie per quanto riguarda l’ambito della medicina, che è quello che conosco meglio. Buona lettura.
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“Oh mirabile mondo nuovo…” esclama John il selvaggio, uno dei protagonisti, quando dalla riserva in cui abita si ritrova catapultato in una città incredibile quanto impensabile, per lui abituato a vivere a contatto con persone e non con scheletri robotici rivestiti di carne...
È lo scenario che ci troviamo di fronte leggendo “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, che fin dalle prime pagine ci immerge in una realtà non molto dissimile dalla società in cui viviamo. Questo romanzo è stato scritto nel 1931 ma potrebbe anche essere stato ideato pochi mesi fa, perché possiamo facilmente individuare attualissimi spunti di riflessione alla luce degli avvenimenti recenti, delle ultime scoperte scientifiche e delle ultime decisioni legislative.
Un mondo in cui va tutto bene, tutti sono felici, eternamente giovani, un mondo in cui non si soffre né a causa delle persone né tantomeno per colpa di malattie più o meno gravi, in cui il lavoro è garantito - a dirla così sembrerebbe di descrivere una specie di Eden – ma la felicità e la giovinezza sono date dalle pillole di soma, il lavoro è strettamente correlato alla classe sociale a cui si appartiene, perfino il divertimento è pilotato; non credo che mi piacerebbe trovarmi in un posto simile.
A ben pensarci però ci vivo, perché nei feti che ancora prima di nascere sono condizionati – sono così felice di essere un Beta - ritrovo la pubblicità che mi dice quanto è importante per me essere bella, magra e fare tanta dlin dlin, ritrovo l’educazione che mi hanno dato i miei genitori, ritrovo il confronto diretto con tutte le persone che ho conosciuto sinora e che bene o male hanno condizionato la mia vita. Condizionamento, è proprio questo uno dei fili conduttori di questo romanzo: un lavaggio del cervello continuo che ha come scopo una società in cui tutti gli Alfa pensano in un certo modo perché sono degli Alfa, se fossero dei Gamma penserebbero in un modo diverso proprio perché sono dei Gamma, se fossero degli Epsilon non penserebbero neppure perché “sono troppo stupidi per imparare a leggere e a scrivere”.
Nessuno si preoccupa di immaginare che ci potrebbe essere qualcosa di diverso perché ad inibire queste fantasie ci sono le pillole di soma, una sostanza non chiaramente descritta nel romanzo, che ha la funzione - oltre che di garantire uno stato di beatitudine - di preservare il corpo dall’invecchiamento. A me ricorda molto tutte le droghe, lecite o meno, che scegliamo di assumere ogni giorno per vedere la nostra vita migliore di quella che è: che siano il cibo piuttosto che l’alcool piuttosto che una sostanza stupefacente, il fine resta lo stesso.
Anche la morte e la malattia sono rifiutate perché portano disordine e mettono le persone di fronte alla propria fragilità; i bimbi vengono condizionati a far visita ai moribondi per prendere familiarità con la morte e vedono corpi giovani che si addormentano, incoscienti di quelle che sono le conseguenze fisiche. In questo contesto le manifestazioni di dolore di John, che assiste la madre invecchiata (una ex-operaia Beta che vivendo lontana dalla città aveva smesso molto tempo prima di prendere le pillole di soma) sono fuori luogo, le infermiere sono sbalordite e non sanno come comportarsi perché l’impotenza e la frustrazione del ragazzo non rientrano nel comportamento tipico che hanno coloro che vanno a visitare i moribondi. L’infermiera non sa come rispondere alla domanda fatta dal ragazzo, quel “si riprenderà” è incomprensibile perché è logico che chi va in un ospedale per moribondi è impossibile che si riprenda.
Un comportamento che abbiamo anche noi nei confronti della malattia cronicizzata e della morte, altrimenti non capisco come mai gli anziani dovrebbero essere portati nelle case di riposo (in cui solitamente rimangono fino alla fine della loro vita), o come mai, di un malato di cancro, si dice che “ha una brutta malattia”. Anche l’influenza è una brutta malattia: perché, allora, a volte si cerca di prolungare un’esistenza che soltanto sopravvivenza e niente ha a che fare con quella che chiamiamo vita, è solamente sofferenza? Se non avessimo così paura e se non avessimo coscienza della nostra mortalità non ci preoccuperemmo tanto di evitare il contatto con la morte.
Nel testo gli embrioni subiscono condizionamenti ancora prima di nascere, anche se questo non è proprio il verbo giusto: nascono i feti che si sviluppano nel grembo delle loro madri, in questa società non ci sono feti, ci sono embrioni originati dall’incontro di determinati ovuli con determinati spermatozoi e che vengono travasati da una provetta all’altra finché sono abbastanza maturi da poter stare in una incubatrice.
Una fabbrica di esseri umani che ci viene presentata come un modernissimo “Centro di incubazione”: un problema che richiama subito quello della procreazione assistita, una pratica medica il cui senso è stato – credo - un po’ travisato. Sono pienamente d’accordo sul fatto che tutte le coppie sterili hanno il diritto di poter aver dei figli, ma si tratta di un diritto e non di un dovere e non è una scusa valida per tentare esperimenti: dal mio punto di vista il voler avere un figlio con gli occhi chiari e i capelli biondi piuttosto che scuri è una forzatura, così come voler avere dei gemelli con la data di scadenza; sono invece favorevole alla selezione degli embrioni se uno dei due futuri genitori è portatore di malattie genetiche. Per questo motivo non mi piace molto la legge che è stata approvata qualche tempo fa dal Senato a proposito della fecondazione assistita: mi vanno bene il veto alla fecondazione eterologa, alle mamme-nonne e alla fecondazione postmortem ma non sono d’accordo sul non congelare gli embrioni residui. Forse sono un po’ cinica, ma trovo che gli embrioni non utilizzati dovrebbero essere distrutti perché se non fosse avvenuta la fecondazione sarebbero stati dei gameti destinati a morte: delle migliaia di spermatozoi eiaculati solo uno raggiunge l’ovulo, delle migliaia di cellule uovo nell’ovaia solo una matura nel corso del ciclo, mi sembra abbastanza logico; ma questa è, ovviamente, solo la mia opinione e non pretendo che debba essere considerata giusta.
Nel romanzo tutti gli embrioni arrivano a maturazione, ma non ci sono madri o padri o nonni che li accolgono alla nascita, potremmo paradossalmente dire che sono “figli dello stato” perché sono accuditi e programmati in modo diverso a seconda della posizione che sono destinati ad occupare: per cui vedo una sorta di “eugenetica” nella modalità di allevamento; gli operatori della Sala di Fecondazione fanno in modo che solo gli ovuli migliori possano essere fecondati e nella Sala di Incubazione sono usate tecniche di crescita diverse a seconda della classe a cui appartengono gli embrioni: gli Alfa restano in incubatrice fino alla nascita, i Delta e gli Epsilon ci rimangono per poche ore e ricevono una dose minore di nutrienti e di ossigeno.
Nella nostra società l’eugenetica è un problema abbastanza difficile da affrontare perché se ne parla poco e rispecchia tutte le nostre paure: io la trovo inquietante, perché pensare di allevare in batteria degli esseri umani con caratteristiche già selezionate, senza lasciare spazio alla diversità che ci contraddistingue tutti, è una cosa contro natura. Ognuno di noi è unico ed è il prodotto di un insieme di fattori che hanno influito sulla sua crescita.
Huxley fa dire più volte ai personaggi del suo libro che “ognuno appartiene agli altri”, che “non bisogna rimandare a domani il piacere che si può provare oggi”, “la storia è tutta una sciocchezza” e così via. L’autonomia non esiste più e tutti pensano per frasi fatte, per cui quando Bernardo riflette su quanto sia arida la sua vita e quando John si rifiuta di rispettare le regole, la giustificazione agli occhi delle altre persone è che qualcosa è andato storto durante il condizionamento per il primo e che proviene dalla riserva dei selvaggi per il secondo. Tutti sono felici della condizione in cui si trovano, condizione che è mantenuta dal governo perché quando l’individuo sente la comunità è in pericolo, ed è necessario soddisfare gli eventuali bisogni della popolazione prima che essa li manifesti.
Quando John butta le riserve di soma dalla finestra, gli individui che si trovano nella stanza con lui si disperano e cercano di recuperare le pillole prima che vengano tutte distrutte, perché non prendere le pillole significa pensare ed essere infelici. Il soma del nostro tempo, ciò che ci toglie l’infelicità, è la televisione, che ci mostra solo parzialmente la realtà che ci circonda e ci fa vedere solo quello che chi ha il potere vuole che noi vediamo (io la penso così, non mi piace l’informazione di parte), altrimenti non si spiegherebbe l’enorme quantità di programmi scacciapensieri che sono trasmessi. Anche noi abbiamo perso la nostra autonomia perché non siamo più in grado di compiere delle scelte senza considerarne tutti i pro e i contro, oggi tendiamo a scegliere il massimo beneficio col minimo danno; soprattutto nel campo della medicina molte decisioni sono prese più che per il bene del paziente per salvaguardare il maggior numero di interessi e mi riferisco all’accanimento terapeutico, all’impossibilità del paziente di scegliere in modo autonomo in che modo curarsi e se curarsi, alle decisioni delegate ai parenti che troppo spesso decidono in base ai loro sentimenti e non secondo ciò che è più giusto per il bene del malato.
Nel testo c’è una evidente violazione del principio di autonomia in un brano in cui John si trova all’ospedale ad assistere la madre morente e ai medici che vorrebbero somministrare alla donna una dose elevata di soma in un primo tempo dice di no, poi si lascia convincere e alla madre vengono date le pillole che la fanno vivere in una specie di “vacanza continua”, le stampano un sorriso ebete sulla faccia e “accorciano la quantità della vita ma ne migliorano la qualità, ed è questo quello che conta”.
John non ha potuto decidere in modo autonomo perché la sua volontà è stata condizionata da ciò che i medici ritenevano meglio per sua madre, non da ciò che lui riteneva meglio per lei, dato che la donna non sembra avere coscienza di ciò che la circonda. Questo discorso si riallaccia al problema dei malati terminali e di come non siano liberi di decidere di poter morire quando vogliono perché i parenti vogliono prolungare il più possibile la loro permanenza su questa terra. Sono contro l’accanimento terapeutico e favorevole all’eutanasia, se per un malato grave non c’è più speranza di guarigione e la vita che gli si prospetta è soltanto una esistenza travagliata non mi sembra giusto continuare a farlo soffrire considerato che morirà comunque: mi sembra che, in questo caso, la dignità del malato venga messa sotto i piedi e che non gli venga offerta alcuna possibilità di decidere in modo autonomo, considerato anche il fatto che molto spesso al malato non vengono date informazioni sufficienti sulla gravità delle sue condizioni.
In conclusione, mi sembra che questo “mondo nuovo” sia il mondo in cui viviamo ora; non ci chiamiamo Alfa o Beta, ma agli occhi degli altri siamo giudicati in base a quello che facciamo e rappresentiamo. Decidiamo spesso di scegliere quello che ci conviene di più piuttosto che quello che è più giusto e ciò entra in conflitto con la nostra libertà.
Ma siamo veramente liberi? Io non mi sento per niente libera, o meglio autonoma, né ora come studente, né penso che lo sarò in futuro come medico, perché so che ogni decisione che dovrò prendere in ambito terapeutico dovrà essere ponderata e spesso si scontrerà con il parere del paziente o dei suoi familiari.
Pensare in modo etico a volte porta a rivedere le proprie posizioni su certi argomenti e in un mondo in cui si cerca di dare linee guida su tutto chiedersi se ciò che si sta facendo è etico oppure no genera molta confusione.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Aldous Huxley (Godalming, Surrey, 26 luglio 1894 / Hollywood, California, 22 novembre 1963), poeta, saggista e romanziere inglese
Aldous Huxley, “Il mondo nuovo – Ritorno al mondo nuovo”, Mondadori, Milano, 1971. Traduzione di Lorenzo Gigli e Luciano Bianciardi. Introduzione di Giuseppe Gadda Conti.
Prima edizione: “Brave New World”, 1932.
Il libro, vuole la leggenda, fu composto in quattro mesi nel 1931.
Brave New World: il libro online.
Approfondimento in rete: Aldous Huxley – somaweb.org / Huxley.net / Clarence / Distopia.
Commenti
"Nel romanzo tutti gli embrioni arrivano a maturazione, ma non ci sono madri o padri o nonni che li accolgono alla nascita, potremmo paradossalmente dire che sono ?figli dello stato? perché sono accuditi e programmati in modo diverso a seconda della posizione che sono destinati ad occupare: per cui vedo una sorta di ?eugenetica? nella modalità di allevamento; gli operatori della Sala di Fecondazione fanno in modo che solo gli ovuli migliori possano essere fecondati e nella Sala di Incubazione sono usate tecniche di crescita diverse a seconda della classe a cui appartengono gli embrioni: gli Alfa restano in incubatrice fino alla nascita, i Delta e gli Epsilon ci rimangono per poche ore e ricevono una dose minore di nutrienti e di ossigeno".
Platone ne sarebbe stato entusiasta.