Allende Isabel

Il mio paese inventato

Autore: 
Allende Isabel

Ennesimo temino post-Paula

Ho richiuso il libro, ma non c’era alcun mondo da lasciare. In teoria, gli ingredienti. c’erano tutti per piacermi … è stata l’amalgama a non funzionare. O l’impasto inesistente. O l’anima di carta a non volare. O l’afrore di un prodotto commerciale studiato a tavolino e imposto sul mercato per continuità dì Fama.

Un evento: l’attentato alle torri gemelle del World Trade Center e una certezza che nasce in un istante: nuove radici attecchite in una terra straniera. L’undici settembre ha cambiato, così, la vita della Allende. per sua stessa ammissione, connettendola al tessuto del melting pot americano, stabilizzando i battiti con quelli longitudinali di una nuova Casa; lei apolide di mente, e cuore rivolto a Sud, nel suo Cile affusolato in un abbraccio di neve e fuoco.

Nasce, nell’intento dell’Autrice, un ennesimo diario di Memoria, annodato dal filo di mille nostalgie.

Cenni di storia, la terra degli indios, i “mapuche” (gente della terra) e gli “avamara” (figli del sole), e dei non indios, gli “huincas” (lett. non bianchi, ma ‘ ladri di terra ’): il destino dì Salvador Allende e il regime di Pinochet: l’urlo bianco dei desaparecidos e la femminilità inginocchiata dal maschilismo infettivo: l’anima dei libri passati ritorna in queste pagine come un deja-vu sfocato, sequela di storie riesumate da ricordi spolpati sino al nocciolo. S’infiltra nella narrazione grammi eccessivi di cinismo sconosciuto ai romanzi più felici e dosi di ironia spicciola, stridula, che variega la pagina con risate solipsiste e unidirezionali: sembra si diverta solo l’Autrice intenta nella stesura di quello che si conferma a più riprese come un lungo temino, non come un’opera matura e, appieno, realizzata.

Il tentativo di esorcizzare la nostalgia porta a un continuo rinnegamento di origini e tradizioni, sbadata pennellata di intonaco su un affresco barocco: la scrittura si banalizza in periodi sciatti come pensierini elementari, inficiati da una cornice politicizzante altamente fastidiosa. L’ideologia pietrifica i ricordi, sfaldandoli, poi, in una ricostruzione parziale e asservita, inventando un paese che non è Terra e non è Patria, ma fantasie smitizzate da catena di montaggio dell’American dream.

Dei diciassette capitoli in cui il libro si snoda, solo due raggiungono un equilibrio tra densità d’emozione ed esigenze narrative: “Dove nasce la nostalgia” (cap.11) e “Il fascino discreto della borghesia» (cap.13)

Nessun riscatto di vite, nessun dono di storie, nessun personaggio liberato dalle stanze segrete del cuore: un libro strenna, o da classifica, da regalare sotto la garanzia di una Firma nota e consegnarlo con noia alla patina incolore della polvere di uno scaffale.

Edizione esaminata

Isabel Allende, Il mio paese inventato, traduzione di Tiziana Gibilisco, Milano,

Feltrinelli “Varia”, 2003

Euro 13.00

ISBN/EAN: 
9788807818066

Commenti

"Nessun riscatto di vite, nessun dono di storie, nessun personaggio liberato dalle stanze segrete del cuore: un libro strenna, o da classifica, da regalare sotto la garanzia di una Firma nota e consegnarlo con noia alla patina incolore della polvere di uno scaffale". > probabilmente la tua unica stroncatura. Altro apax:).

ho letto solo Paula, che è un libro terribile per l'argomento che tratta, in questi giorni mio figlio ha letto (per scuola) La casa degli spiriti e ho visto che è sopravvissuto, sembra scorrevole.
Poi ho l'impressione che Allende abbia sfruttato fino all'osso certe sue tematiche ricorrenti.

"Il tentativo di esorcizzare la nostalgia porta a un continuo rinnegamento di origini e tradizioni, sbadata pennellata di intonaco su un affresco barocco: la scrittura si banalizza in periodi sciatti come pensierini elementari, inficiati da una cornice politicizzante altamente fastidiosa. L?ideologia pietrifica i ricordi, sfaldandoli, poi, in una ricostruzione parziale e asservita, inventando un paese che non è Terra e non è Patria, ma fantasie smitizzate da catena di montaggio dell?American dream."

Queste sono parole da istantaneo mutismo e da ovazione compressa ma intensa. Complimenti davvero.

Io tremo al solo sentire l'imbarazzante ossimoro "America Dream"... Ma dire American Nightmare è troppo banale, quindi...

Una delusione immensa,non misurabile. Continuo a leggere i suoi libri per cercare di ritrovare la scrittrice de La casa degli spiriti,D'amore e d'ombra,Paula.E nulla,nulla,nulla.Lei non c'è più.Tutto quello che era è finito con Paula. Poi il vendersi al mercato,il trasferimento in America con annesso marito americano e della sua scrittura è restata solo crosta.

esiste poesia, sensibilità e concretezza anche nello stroncare a fondo un libro:
"è stata l?amalgama a non funzionare.

O l?impasto inesistente. O l?anima di carta a non volare. O l?afrore di un prodotto commerciale studiato a tavolino e imposto sul mercato per continuità dì Fama."
***
Io? sono fermo a "La casa degli spiriti" e da lì non mi muovo

Rimpiango le donne de La casa degli spiriti, forti di un'energia silenziosa, ma non meno travolgente. E la magia, l?amore, il mistero, la violenza, i sogni, la guerra, il dolore tutto molto ben legato.
In confronto alla letteratura scarnita delle europee, il romanzo di Isabel Allende era un altro universo.
I successivi libri mi hanno veramente delusa. Non ha mai più scritto così.
Ma c?è la tua rec, Laura, veramente bella.

Raffaella

La casa degli spiriti e D'amore e d'ombra. Paula fu di una retorica e di una banalità dolorosa. Non riuscii a finirlo. Uno dei due o tre casi per me.

dopo La casa degli spiriti non sono riuscita a finire La figlia della fortuna, anni fa, ed ho mollato la allende, ho preferito conservare la magia del suo primo romanzo.
ricordo con piacere anche il film sarà che adoro sia meryl streep che winona ryder?
però, però? devo ammettere che state stuzzicando la mia curiosità con D?amore e d?ombra e Paula? è che mi piace assaggiare anche per poi dire che schifo! che importa... ; ) vedremo?

8. Guarda, Sga, Paula, che personalmente non ho trovato retorico, è un libro che fa male, perché parla della lunghissima agonia di sua figlia. Sul piano umano (ed è da quel lato che mi ha presa) è allucinante. La morte di un figlio è un evento contronatura, quel che, se sei genitore, non riesci neanche a immaginare, anzi ti rifiuti di pensare.

Sono d'accordo Marina, il tema e il sentimento era forte e onesto, non mi permetto di dubitarne, vista la verifica biografica. La mia profonda delusione era sulla forma, davvero poco adeguata all'ambizione dell'intensità della sofferenza. Forse doveva rimanere diario, perché come romanzo l'ho letto ripetitivo, piatto, bolso. In tutta sicurezza c'è la svaluta che non sono genitore, però lucidamente il libro, a mio personale parere, era in sé un'opera letteraria scadente. Con tutto il rispetto per chi sa cosa significhi la morte di una figlia, legittimamente.

guarda Arpa, a ripensarci adesso, a distanza di anni dalla lettura, è vero che certe scene, certe espressioni non sono di alto livello artistico, sono sfoghi, non tutto però (penso al finale, quando vede Paula diventare sempre più pallida e fredda, d'opale lei dice). In ogni caso non riesco personalmente più a scindere i due aspetti, ormai l'impressione (e l'nda emotiva) sono rimaste quelle.

L'arte è sicuramente sempre un fatto che ha a che fare con la grandezza, e magari succede che metta le distanze con il sentimento non solo fuggevole emozione. Quando invece è il sentimento - anche del proprio privato - a fare da innesto, lì l'opera diventa un'amica - sì, il rapporto si trasforma in amicizia. E non c'è legame più gratificante con l'arte, lo sappiamo entrambi ;)