Berberova Nina

Il giunco mormorante

Autore: 
Berberova Nina

"Di dove, come è nata la discordia? / Perché nel coro universale l’anima / non canta come il mare, e il giunco / pensante mormora, protesta?” (Fëdor Tjutcev, 1865)

La letteratura russa del secolo appena trascorso ha tra i suoi protagonisti una voce femminile di intensità straordinaria, che nei pochi tratti dei suoi lunghi racconti riesce a esprimere una modernità e una profondità di sentire non seconda a tanta narrativa del Novecento. Nina Berberova (1901-1993) racchiude nella propria storia e nel proprio modo di scrivere tutte le voci di quella generazione “spezzata” che scelse di fuggire alla Rivoluzione bolscevica attraverso l’esilio nelle città europee, soprattutto Parigi, dove una folta comunità di esuli russi cominciò a sciamare dal Paese natale dopo il 1917.

Lontanissima, è vero, dai toni accesi, enfatici e vibranti di Marguerite Duras, tuttavia richiama l’autrice francese (anche lei proveniente da un mondo affatto diverso, l’Indocina ) non solo per affinità anagrafica. Ma mentre la Duras torna in una terra sconosciuta che tuttavia è patria da fare propria, per la Berberova (così come sarà più avanti per Sandor Marai e per tanti scrittori di un’Europa dell’Est non più libera, che - incapaci di resistere al nuovo regime totalitario – invano cercheranno una seconda terra, le radici ormai sono divelte per sempre), l’inadeguatezza al nuovo mondo, i ricordi della vita “di prima”, una sostanziale estraneità a usi e costumi e la ricerca spasmodica dei propri simili diventano tratti salienti della propria narrativa, specchio non deformato della stessa esistenza, tesa a ricostruire almeno un territorio umano conosciuto.

Il giunco mormorante, pubblicato nel 1958 in russo (quando la Berberova viveva già negli Stati Uniti), racconta di un amore che non la guerra né le difficoltà spezzano, ma l’assenza di libertà, sia imposta che accettata. In una Parigi ove gli esuli russi si mescolano a gente di ogni provenienza, la vigilia della guerra non sembra mutare le abitudini esteriori delle persone, ma la preoccupazione di ciò che potrebbe accadere spinge un giovane svedese alla fuga repentina in patria, presso la propria famiglia. La ragazza russa cui è legato lo lascia partire, nella debole speranza di un nuovo incontro. Passano gli anni, intervallati appena da quattro visite (una parente, due soldati in cerca di armi, un amico medico dello zio presso cui la giovane vive, e le guardie che portano via l’anziano), la guerra finisce e le due lettere che gli ha scritto sono tornate indietro, il mondo ha un aspetto nuovo e molti cominciano a interessarsi all’opera dello zio studioso. Dalla Svezia arriva l’invito di un editore per la pubblicazione di una biografia del famoso parente: la curiosità di sapere che ne è stato di quel suo amore mai dimenticato spinge la protagonista alla ricerca di una verità che si rivela fin troppo semplice nella sua chiara spiegazione.

L’amore è stato vano fin dall’inizio, perché ci sono due categorie di persone: coloro che plasmano il proprio destino, lottando e faticando, e in fin dei conti vivendo; e coloro che passivamente lo accettano, incapaci di opporsi alle scelte altrui, ai permessi graziosamente concessi, e, quindi, immeritevoli di felicità.

Consapevole del proprio valore, la giovane russa non cede alle trappole di chi vorrebbe usarla per i propri giochi di potere e torna, dalla cornice di una Venezia evanescente, alla propria vita, libera finalmente dai fantasmi di un sentimento nato in quella “terra di nessuno” che rappresenta la spazio intimo e più vero di ciascuno, ma arreso poi alla vita comune, alla quotidiana comodità di un mondo senza affanni né pene estreme, incapace di cercare la vera fonte della propria piena realizzazione.

Nina Berberova coglie con intuito sottile i confini labili del cuore umano, e ne dipana, in una narrazione intensa e acuta pur nella brevità del suo scritto (una settantina di pagine), gli intrecci imprevisti tra l’amore e il corredo necessario alla sua sopravvivenza, la libertà.

"Fin dai primi anni della mia giovinezza pensavo che ognuno di noi ha la propria no man's land, in cui è totale padrone di se stesso. C'è una vita a tutti visibile, e ce n'è un'altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell'etica, una sia morale e l'altra immorale, o dal punto di vista della polizia, l'una lecita e l'altra illecita. Semplicemente, l'uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un'ora al giorno, o una sera alla settimana, un giorno al mese ... Queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell'uomo oppure avere un loro significato del tutto autonomo; possono essere felicità, necessità, abitudine ma sono comunque sempre indispensabili per raddrizzare la "linea generale" dell'esistenza. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto o ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non si è mai incontrato con se stesso." (p. 36-37)


EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Nina Berberova (Pietroburgo 1901-Philadelphia 1993), nel 1922 pubblica la prima raccolta di poesie e nello stesso anno lascia l’Unione Sovietica e si trasferisce a Parigi dove rimane fino al 1950, quando parte per l’America: qui insegna letteratura russa, continuando l’attività di scrittrice e critica.

Scrisse sempre e solo in russo, poiché, diceva “la lingua russa è tutto”. La fama internazionale arrivò con la scoperta di un piccolo editore francese della traduzione del romanzo “L’accompagnatrice”.

In Italia Adelphi ha pubblicato: Dove non si parla d’amore; Il corsivo è mio; Il lacché e la puttana; Il quaderno nero; La sovrana; Le feste di Billancourt; Storia della Baronessa Budberg. Per i tipi di Feltrinelli è uscito, in molte successive edizioni, “L’accompagnatrice”.

Berberova Nina, "Il giunco mormorante", Adelphi, Milano 2006. (Piccola biblioteca Adelphi).
Traduzione di Donatella Sant’Elia.
 
Tit. orig.: “Mysljaš?ij trostnik” (1958)

ILDE MENIS, luglio 2006

ISBN/EAN: 
9788845907609

Commenti

Adelphi. E Ilde. Combinazione micidiale. Scopro oggi l'esistenza della Berberova. Rileggerò queste tue pagine per memorizzare per bene tutto quanto. Merci!

Molto interessante, neppure io la conoscevo. Già il titolo è molto evocativo.
Notevolissima è la citazione finale, mi piacciono le ore indispensabili a raddrizzare la linea generale dell'esistenza.
Come hai scoperto questa scrittrice?
Noto poi che Adelphi non si smentisce, riesce a trovare sempre talentuosi.

mi hanno regalato "L'accompagnatrice" (Feltrinelli, ma va bene lo stesso e a lei va poi il merito in realtà della scoperta...) di cui avevo sentito parlare. Romanzo breve molto intenso che mi ha però incuriosito sull'autrice. Ho scelto un po' a intuito e credo di non aver sbagliato. Grazie Marina, quella citazione dice cose che ho sempre pensato...

Ringraziandoti per la preziosa segnalazione, Ilde, non posso non pensare al ritardo e alla fatica con cui in Italia si è potuto apprezzare appieno, senza fraintendimenti dettati da alcuna ideologia, queste grandi voci della cultura europea (Berberova, Marai che giustamente richiami, Herling, Koestler) - il che davvero dà la misura del nostro essere "provincia". Ti mando un caro saluto.

(a proposito: Herling e Koestler anocra mai proposti, da queste parti. Volontari?)

Che piacere re-incontrare la Berberova; lessi questo testo per la prima volta nel Febbraio del '94 ed. Adelphi e da allora mi è capitato varie volte di sentire la necessità di rileggerlo. Oggi è una di queste volte. Ritrovo, nella citazione delle pagine 36 e 37 le mie sottolineature e ne sono contenta e commossa, vorrei ricordare la pagina iniziale n. 11:
 "Nella vita di ognuno esistono momenti - quando la porta sbattuta all'improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco "no" che sembrava irrevocabile si muta in -, momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci rempiamo di speranza come di nuovo sangue. E' stata concessa una proroga a qualcosa di ineluttabile, definitivo; il verdetto di un giudice, del dottore, del console, è stato rinviato. Una voce ci avverte che non tutto è perduto. E con gambe tremanti e lacrime di gratitudine passiamo nel locale adiacente, dove ci pregano di prima di spingerci nel baratro".

Ho dimenticato di scrivere il mio nome: Simona Rinaldi

Eh, un vero amore la Berberova... Grazie per aver rispolverato questa recensione :)

benvenuta, Simona.