…narra l'autrice…
Di una cittadina persa nelle campagne americane alla metà del secolo scorso. "Welcome to…" seguito da un nome qualsiasi trattenuto solo per un istante prima di essere dimenticato: la solita cartolina lasciata al sole troppo a lungo, stinta.
Edifici anonimi, strade desolate, insegne luminose: è il sud, con le sue stagioni pigre, le estati torride e gli inverni fugaci. Il sud delle grandi contraddizioni, dove tutto convive e nessuno condivide. Disparità, odio razziale, incomprensione. La rabbia si fa grido, poi canto, ed è spiritual, soul, jazz. Ed è il pianto della bambina che sogna un futuro dorato, ninna nanna della madre che ripone tutto nei suoi figli, fischiettio del contadino, lamento a denti stretti dell'emarginato.
Il sud di chi non vuole ascoltare e di chi, invece, non può farlo.
…narra l'autrice…
Del signor Singer, beneamato cittadino, orefice, cesellatore, giocatore di scacchi.
L'onesto lavoratore con la sua figura slanciata, elegante, al contempo discreta. Le qualità che lo distinguono sono le stesse che gli hanno fatto guadagnare il rispetto e la stima dall'intera popolazione; mani in tasca, cammina assorto, se incrocia un passante ricambia lo sguardo con un cenno di saluto. Solo allora qualcosa traspare, qualcosa che i suoi occhi grigi non possono trattenere oltre.
Nel sud "di chi non vuole ascoltare", qualcuno si fa carico di tutte le parole, dei pensieri, affinando la sottile arte della comprensione. Che si tratti o meno di una scelta consapevole, il paradosso sta nel fatto che tale sacrificio venga compiuto proprio da colui che di fatto non è in grado di sentire.
Il signor Singer è sordomuto dalla nascita, non è un segreto in città.
Lo sa Biff Brannon, proprietario del locale dove Singer consuma i pasti. Biff passa ore ad osservarne i comportamenti e le abitudini, quando la sera si fa notte e l'orefice side composto, sempre allo stesso tavolo, vigile eppure assente…
Lo sa il Mick Wilson, ragazzina insolente vestita da maschiaccio che ama vagare nel buio delle strade e fermarsi, ormai all'alba dal signor Brennon, per un pacchetto di sigarette…
Lo sa Jake Blount, perfino quando è ubriaco, il che accade sempre più spesso, barcolla e chiede un'altra birra, mentre vaneggia l'esile propaganda che forse un tempo è stata fede.
«Teneva lo sguardo fisso sul muto come su di un punto di appoggio. Gli occhi variegati, ora grigi, ora gialli, ora marrone chiaro di Singer erano l'unica cosa nella stanza che non sembrava oscillare. Li guardò così a lungo da sentirsi quasi ipnotizzato e non desiderò più combattere, ma ritrovò la cala. Quegli occhi sembravano aver compreso tutto ciò che Jake voleva dire e custodire un messaggio per lui e dopo un poco la camera ritornò solida».
E lo sa perfino il dottor Copeland, instancabile luminare al servizio del suo popolo, la gente di colore, semplicemente "dottore" nel ghetto; stanco, disilluso, amareggiato, da tempo rifiuta le prepotenti ingerenze dei bianchi. Eppure il signor Singer sembra così diverso, così innocente.
«Vedeva spesso il signor Singer e con lui parlava di chimica e dell'enigma dell'universo, di misteriose fecondazioni, di cellule disgregate, di atomi onnipossenti. E la morte, così difficile. E la nascita, così facile. E l'eterno problema delle razze…[…]».
Singer, prigioniero del silenzio e insieme libero di accedere a mille universi, custode di segreti, ambizioni, sconfitte. Singer: referente, confessore, amico. Con il suo taccuino, la matita, le parole che prendono forma dall'afono movimento delle labbra, dal movimento rapido delle mani,
e attraverso gli occhi grigi, trovano il codice per essere apprese.
«[…] Erano mani brune, slanciate e fortissime…[…] Percorrendo in su e in giù la sua stanza, si faceva continuamente scricchiolare le dita finché le giunture gli dolevano. E, talvolta, quando era solo e la nostalgia dell'amico si faceva più dura, le sue mani tracciavano nell'aria lunghi e complicati discorsi, come un uomo che soprappensiero parli ad alta voce con se stesso. Poi la vergogna e la tristezza l'afferravano spietatamente, e congiungeva le mani dietro la schiena. Ma non trovava riposo».
Così affabile, disponibile, così intelligente e pronto al sorriso, capace di fare sua la solitudine altrui, alleggerendo il prossimo del pesante fardello, spontaneamente, senza nulla in cambio.
«Durante le fredde notti lunari di gennaio, Singer continuò a girovagare per le vie e le leggende su di lui si fecero sempre più strane. Una vecchia negra narrò ad un centinaio di persone come il muto possedesse il segreto di richiamare i defunti. Un certo operaio assicurò di aver lavorato con lui in una fabbrica di una provincia lontana e le storie che raccontava erano stranissime. Il ricco lo considerava ricco quanto lui, il povero lo paragonava a se stesso. E, dato che non esisteva la maniera di confutare queste diceria, le voci si accrebbero meravigliose e quasi degne di fede. Ognuno descriveva il muto quale lo voleva».
Quando Carson McCullers scrisse questo romanzo aveva giusto ventitre anni, la mia età precisa.
Le poche immagini ci restituiscono una figura priva di bellezza e ricca di fascino; l'incarnato pallido, l'ovale dai lineamenti sgraziati, i grandi occhi scuri e la frangetta corta, simile a quella che io stessa sfoggio. Diverse eppure simili.
Carson McCullers, figlia del sud, delle campagne americane di inizio secolo, della Grande Depressione, dei conflitti razziali. Della solitudine.
La solitudine. Se dovessi descriverla a parole non saprei cosa aggiungere al silenzio. Per l'autrice sarà stata demone o musa? E dove l'avrà poi trovata? Sul fondo di un bicchiere, tra le pagine di un libro, al buio, nelle pieghe del letto disfatto…
Immaginare il suo universo significa pensare alle fotografie di Walker Evans, Dorothea Lange, Ben Shahn, quei primi piani sconcertanti, volti sui quali si possono leggere storie di estrema povertà, di isolamento, o alle tele Edward Hopper, realiste, asciutte*.
Hopper di certo sarebbe il candidato ideale per scrivere questa pagina, perché non solo il romanzo sembra prendere vita dalle sue immagini, ma le vicende narrate esplicitano il "grido represso" di tutti le figure che popolano il suo universo dipinto.
Le prime pagine del romanzo sembrano infatti restituire al lettore l'opera forse più conosciuta del repertorio dello stesso Hopper, "Nighthawks", i nottambuli, un locale asettico, spoglio; dall'immensa vetrata emergono le quattro anime, il barista e tre avventori al bancone, il primo di spalle, altri due uno accanto all'altra ma non di meno soli, isolati, privi di slancio.
«La sala rimaneva ancora semivuota; era l'ora in cui gli uomini che hanno vegliato durante la notte incontrano per la strada quelli svegli da poco, pronti a iniziare un giorno nuovo. L'assonnato inserviente mesceva agli uni e agli altri birra e caffé, ma il locale seguitava ad essere silenzioso, nessuno parlava, quasi fossero soli. La reciproca sfiducia fra l'uomo appena alzato e quello che pone termine ad una lunga notte, dava a ognuno un senso di distacco […]».
NOTE al TESTO:
Frammenti e paragrafi tratti da "Il Cuore è un Cacciatore Solitario" di Carson McCullers
Nella pagina si fa riferimento a nomi quali Walker Evans, Dorothea Lange, Ben Shahn. Nel 1937, in America, il Presidente F.D.Roosevelt, nel tentativo di comprendere la situazione del paese a seguito della Grande Depressione - datata ufficialmente 1929, con il crollo della Borsa di Wall Street - istituisce la "Farm Security Administration", una sorta di associazione legata al governo e composta da fotografi professionisti, i quali documentano scatto dopo scatto la povertà delle campagne, contribuendo a creare una nuova corrente, un nuovo linguaggio. Si parla per la prima volta di "fotoreporter". Ritratti crudi, diretti, senza filtri e senza posa, vecchie automobili appesantite da famiglie numerosissime, pellegrinaggi disperati, cascine scalcinate... Le fotografie della Farm hanno contribuito ad una presa di coscienza e sono state fonte di ispirazione per il piano d'azione del "New Deal"; ancora oggi vengono organizzate mostre sul tema - l'anno scorso Walker Evans si faceva ammirare presso la Galleria Sozzani, 10 C.so Como, Milano - mentre tecnica e stile del periodo non sono mai stati abbandonati dai grandi maestri della fotografia contemporanea.
Recensione precedentemente pubblicata su sito www.ciao.it con il titolo “The Sound of Silence”
Carson McCullers, Il Cuore è un Cacciatore Solitario (1940), Corbaccio Editore, Milano, 1993. Traduzione a cura di Irene Brin. Oggi: Einaudi, 2008
Commenti
Ave, Clarissa, ben ritrovata! Ho inserito i tags (nome opera, nome traduttrice, genere, cognome autore) in calce al testo. Adesso vado a godermelo.
"Il sud di chi non vuole ascoltare e di chi, invece, non può farlo". > questa frase annuncia molto. Strategicamente l'hai inserita in maniera tale che qualcuno possa non accorgersene, è un chiaro annuncio:). Ben fatto.
"Carson McCullers, figlia del sud, delle campagne americane di inizio secolo, della Grande Depressione, dei conflitti razziali. Della solitudine". > figlia del Sud - ma del Sud degli Stati Uniti d'America. E' bene cristallizzare in testa questo concetto, come successivamente fai. La categoria "sud", soprattutto qui in Italia, assume significati particolari (per non tacere delle Americhe).
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Il Nord degli USA non è meno estraneo ai conflitti razziali. In generale, là dove sono Wasp a governare è difficile non ci siano conflitti etnici (culturali, in generale).
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La solitudine invece temo non dipenda da governi, nazioni o società.
"Immaginare il suo universo significa pensare alle fotografie di Walker Evans, Dorothea Lange, Ben Shahn"
HALT! > Urgono note su tutti e tre, personalmente dichiaro subito subito la tabula rasa.
"o alle tele Edward Hopper, realiste, asciutte"
Le tele di Hopper le conosco via web. Non trovo realismo ma le trovo "asciutte". Il realismo è una menzogna, perché è sempre una scelta dell'osservatore - figuriamoci se l'osservatore è un artista. Ma il concetto egualmente arriva:)
Bene, grazie per la segnalazione di questo Carson McCullers, che mi era del tutto estraneo. Sarò entusiasta quando mi proporrai - ci proporrai - italiani o europei laterali o minori. Americani minori servono solo al mito dell'invasore: culturale, non solo via basi. E noi li leggiamo in traduzione, da italiani, da europei, da cittadini di comuni italiani a ben guardare.
I Am Not American. Si tengano i loro minori, se non sono rivoluzionari o "evoluzionari". Ciò detto, danke. Ottima scrittura.
Anzitutto grazie dei numerosi/dettagliati commenti e spiacente di non poter essere più costante nella frequentazione della pagina web...il tempo è vigliacco, temo. Cercherò di aggiungere le note sui fotografi della Grande Depressione, argomento che oltre tutto mi appassiona non poco. Per il resto tengo a preciare che Carson McCullers è da considerarsi al pari dei maggiori scrittori americani del secolo scorso, spesso paragonata a Truman Capote o a Tennessee William - suoi intimi amici -. Non esagero dicendo che "The Heart is a lonely hunter" sia uno dei più siginificativi libri che mi siano mai capitati tra le mani...Certo non vanto un esperienza tale da permettermi di affermare ciò,tuttavia sono convinta che la spontaneità e la verità del messaggio che l'aurice vuole trasmettere sia attuale e necessario, soprattutto per la mia generazione, o per come io vivo la mia generazione. Grazie ancora, Clarissa
l'autrice mi è del tutto ignota, idem per i fotografi che citi, in ogni caso la rec è assai originale ed evoca un mondo particolare, il Sud dell'America, che sinceramente ho sempre guardato con una certa diffidenza specie per i conflitti razziali.
Comunque ottima presentazione, senza alcun dubbio.
Un americano maggiore è, logicamente, un europeo minore. Con l'eccezione del reportage "A sangue freddo" di Capote e del primo Spoon River di Masters, il loro dominio culturale è del tutto ingiustificato e incomprensibile se non per via dell'eccezionale circolazione delle loro opere. Figlia - appunto - del mercato che gli anglosassoni hanno creato - e vanno dominando. Non solo in Letteratura, come ben sappiamo.
Se ne andranno e torneranno a essere quel che erano, una volta frammentati. Colonia. E non solo culturale.
Non trovo uno Svevo, un Pirandello, un Morselli nella loro narrativa. Non vedo Del Giudice, non vedo Magris. Vedo un branco di mestieranti. Che hanno il vantaggio di vedere il loro mestiere spacciato per arte in tutto il mondo. Non sarà il caso della tua autrice, naturalmente. E' il caso del 95 percento del resto. E non ci stancheremo di pestarli dialetticamente. Vanno gonfiati.
Benvenuta, Clarissa!
Questo libro non l'ho letto, ma della stessa autrice parecchi anni fa ho letto 'riflessi in un occhio d'oro' una torbida vicenda che mi ha leggermente infastidita, tradotta poi sullo schermo in una pellicola di dubbio valore, nonostante la presenza di grandi attori.
?Nel sud "di chi non vuole ascoltare", qualcuno si fa carico di tutte le parole, dei pensieri, affinando la sottile arte della comprensione. Che si tratti o meno di una scelta consapevole, il paradosso sta nel fatto che tale sacrificio venga compiuto proprio da colui che di fatto non è in grado di sentire.
Il signor Singer è sordomuto dalla nascita, non è un segreto in città.? scrivi e ed è un frammento bellissimo.
?La solitudine. Se dovessi descriverla a parole non saprei cosa aggiungere al silenzio. Per l?autrice sarà stata demone o musa? E dove l?avrà poi trovata? Sul fondo di un bicchiere, tra le pagine di un libro, al buio, nelle pieghe del letto disfatto?? bello e molto concreto.
Mi piace molto la tua rec, Clarissa, ma non cambio idea sull?autrice.
Ti ringrazio
Raffaella
Grazie mille Raffaella, mi sento un po' in soggezione tra tanti autori di così alta qualità, pertanto sono felice di incontrare la tua approvazione. Sono anche felice che tu conosca l'autrice, sono certa che avrai trovato qualcosa di noto nella mia pagina, di conosciuto, magari semplicemente - e non è poco - la chiave di lettura. Detto ciò nella pagina che ho scritto non c'è nulla più di una manciata di parole, nessun significato nascosto. Mi piacerebbe trovare una copia di "Riflessi in un occhio d'oro" o de "La ballata del caffé triste" ma al momento pare che le opere della McCullers siano tutte fuori catalogo in Italia...Me ne farò una ragione, infondo i libri non mancano;) Grazie e a presto
Non conosco l'autrice, ma ho apprezzato tanto questa tua pagina, scritta con garbo ed un'intensità.
«[?] Erano mani brune, slanciate e fortissime?[?] Percorrendo in su e in giù la sua stanza, si faceva continuamente scricchiolare le dita finché le giunture gli dolevano. E, talvolta, quando era solo e la nostalgia dell?amico si faceva più dura, le sue mani tracciavano nell?aria lunghi e complicati discorsi, come un uomo che soprappensiero parli ad alta voce con se stesso. Poi la vergogna e la tristezza l?afferravano spietatamente, e congiungeva le mani dietro la schiena. Ma non trovava riposo».
Questo passo, poi, mi ha fatto pensare all'immagine delle mani di Escher scelta come mio avatar sul forum e sulla quale ragionavo anche qualche giorno fa.
"Carson McCullers, figlia del sud, delle campagne americane di inizio secolo, della Grande Depressione, dei conflitti razziali. Della solitudine."
sono abbastanza affascinato da quella generazione di narratori americani, anche se conosco solo qualche "grande" nome, non certo i minori. Bella pagina Clarissa, d'altronde io personalmente ti conoscevo già. Qualche nota in più, per informare chi come me su certe cose ne sa poco, e non cerca solo didascalie, credimi, ma qualche punto di riferimento specie su qeusto sito. Onesto e animato da passione, oltre che conoscenza e mezzi. Poi.
6 .10 > GF su molte cose non posso che baciarti le mano :-). Solo che qui mi smebri troppo duro. Il raccordo industriale e la tangenziale che non hanno civiltà hai il mio pieno consenso. Eppure, in quel nulla, qualche voce di rilievo si è alzata. E guarda che non parlo di Lansdale, ovvio, che magari ora come ora è solo un meteora nel mio cammino di lettore. Io In Fitzgerald (maestro del "nostro" De Carlo, don't forget)in Faulkner, in Dos Passos, e qualche altro limitrofo caso ho trovato verve linfa anima nararzione. Alcuni difetti congeniti di non tenere conto del fatto che non sono una nazione...beh, concordo.
Dos Passos è un altro autore del tutto assente, da queste parti:).
Sulla Letteratura Americana avremo modo di discutere più avanti, e volta per volta. C'è qualcosa di buono anche nel primo Steinbeck, per esempio. O in Heller di Comma 22. O in Vonnegut (non troppo american). Sicuramente in Sturgeon. Questo solo per aggiungere qualche altro nome - mantenendo tutte le cautele e le perplessità sin qui esposte, naturalmente. Ma se ne riparla più che volentieri, amice.
Ho aggiornato la pagina con le note relative ai fotografi americani della Grande Depressione. Perdonate la precedente omissione, in futuro sarò più accorta;)
16. sei accorta e diligente. Sono fiero di te :-)
15. dos passos dovrei rileggerlo. Ne ho un entusiasmante ricordo di quindici anni fa, rischierei qualche fantasiosa fantasia dettata dalla ruggine del tempo :-)
( attirandomi strali e imprecazioni potrei però tirar fuori qualche piccola bocciatura di un certo hemingway...ci penserò )
Superbo lavoro sulle note! Grande Clarissa. Grazie.
Non ne sapevo assolutamente niente.
*
Hemingway: dai, ti sto dietro. E' una bella croce rossa su cui sparare...
mmm...facciamo che non lo dici a nessuno ma detesto un tantino mr hemingway...è come guardare un film di steven segal che non manca mai di farci sapere che LUI E' UN EROE...Baolo, prometti di non odiarmi per questa caduta di stile;)
oh no, adesso piglierò su anche da Gianfranco!:D
http://www.photographers.it/articoli/carlasozzani.htm
posso aggiungere per la dolce Clarissa?
Raffaella
Grazie mille!Prezioso contributo...Tra l'altro la Galleria Sozzani è davvero un punto di riferimento per le esposizioni fotografiche. Non mi ha mai delusa in tanti anni...Per non parlare dei locali suggestivi.
20. era esattamente il enso della stroncatura Clarissa, mi hai già anticipato :-)
**
19. Gianfra', ok, fatto. Tempo di finire quel che sto finendo comprese le "sorprese" e anche questo sarà online
grazie mille per le note!
Letteratura americana: non sono certo un'esperta, però,dai, non facciamo un unico falò, ad esempio a me piace Scott Fitzgerald, anche Steinbeck, Hemingway di solito no (ma non ho letto tutto), Poe era una magister secondo me, pure Lovecraft, ho qualche ricordo buono di Whitman, James mi piace.