È fin dalla dedica del libro “Alle madri perchè essere in due comincia da loro” che si snoda la raccolta di racconti “Il contrario di uno” di Erri De Luca.
Diciotto storie legate da una rivelazione, non sacra, non profana, del due che è il contrario di uno, quel due che “in parete è molto più del doppio di uno”, una parete che è scalata di roccia o di vita, poca importanza nella differenza effettiva.
Una roccia oltre cui “il capomastro ha caricato il blu dentro la mescola” con il risultato che “è cosi fitto da spicciare lacrime” in solitario, con animo diverso da quello del branco, da comitive il cui “assolo del respiro […] spaventa. Soffrono di vertigine in bocca” (p.p.46 / 47)
Storie di un uomo che racconta di sé, del passato con lo sguardo appena rivolto oltre la spalla: da una pagina poetica dedicata a Mamm’Emilia (“In te sono stato albume, uovo, pesce,/ le ere sconfinate della terra/ ho attraversato nella tua placenta,/fuori di te sono contato a giorni […]” p.1), la raccolta si divide in un trivio, come stadi di una crescita riavvolta.
Scopre, il lettore, otto racconti della prima sezione, salti dall’esilio di una Napoli, pingue e dormiente, lasciata per inseguire le rivolte di strada, di un bollente 1969, gli scioperi operai, con accenni di un passato recente proiettato sulla Genova di Piazza Alimonda: le notti governate da un ciclostile e i pomeriggi d’aiuto in stamperia di una gonna di un blu come quello “che circonda la lampara nella pesca notturna”, quel blu “che avvolge la luce e l’accompagna mentre affonda in mare”; il soldo di un ricordo a un annuncio mai spedito; le scalate fino alla vetta con una sconosciuta, un bruco-scarabeo di fila “la più piccola fila del mondo, due in tutto”; l’abbandono dell’amore che ami, dopo una notte di resurrezione dalle febbre alla vita, e dalla febbre alla vita di nuovo, lontano, in quell’ Africa che non perdona di Malaria e guarisce per amore; un amore che altrove è assoluzione di confessione senza sollievo, un preludio “in nomine” di quel sole africano che disfa, scoperchiando, uomini non integri.
E si lascia un sentiero già battuto e si insinua un’altra pista presieduta dai Sensi: seconda sezione, “I colpi dei sensi”, cinque racconti e due pagine di premessa a sciogliere “il nodo lasco e il nodo serrato dei racconti di avventura” (p.64).
Gioielli sensoriali, distinti per una rarità scrittoria diversa dalla linearità levigata delle altre storie, asettiche e mature.
E la pagina si lacera in un urlo di distacco, all’imbarco per le Americhe, quel grido che è “da sirena, da cagna, da madre, a sillabe stracciate: Sal va to re e” (p.67) ed è brivido di pelle, propria e altrui, e increspa i ricordi.
La vista di un Vulcano che incendia il tramonto con ceneri di gamma sanguigna nell’inverno del ‘44 e l’odore, fanciullo e virile, di esca e brioches su una barca a motore a largo di Procida, dopo una pesca di “vope” insieme ad uno sconosciuto dal braccio tatuato con dei numeri; il tocco di un anello, “ferro vaioloso di ruggine salato dal grasso delle pene” (p.78) nel muro di una segreta del castello Aragonese; e il gusto di un brodo di pollo fatto ingurgitare con zelo, da una suora in Tanzania, in quella palude di malaria senza sogni e senza forze.
E si torna, nuovamente, indietro per il terzo cammino che abbraccia gli ultimi sei racconti.
Storie di ricordi sottratti all’infanzia, come ne “Il pollice arlecchino”, nel chiasso di smalti olii colori con cui il padre aizzava tele e tubetti in un gesto d’amore “prima che si appannasse l’acqua degli occhi e gli restassero le pupille secche, da acquerello, sul lontano” (p.95); o il tradimento di lasciare diciottenne la sua Napoli, “Vesuvio, terremoto, solfatara, il suolo da ventriloquo […]”, sapendo come esilia quegli assenti, iscrivendoli “nel registro segreto degli espulsi”, decodificando “napoletano” il presente, l’adoratore del vulcano dai ‘bordi indorati nel mattino (“E’ a buona cottura, a mezzogiorno sarà pronto a tavola sul golfo” p.87).
Quella Napoli che ritorna, nostalgica e spavalda, ne “La fabbrica dei voli”, nel desiderio di ritorno dei colleghi operai di rampa all’aeroporto militare di Sigonella, che scioglievano i nodi più amari della gola immaginando come l’Etna fosse imparentata col Vesuvio, parlottando con le Eolie.
E ritorna la scalata ne “Il pilastro di Rozes”, l’umiltà con cui t’inchini alla roccia, indomesticata, indomesticabile, dove, in due, si è “il contrario di uno e della sua solitudine sufficiente” o come il controcanto, ne “La congiunzione e” , “che di due gole ne faceva una”.
Quel due che, contrario di uno, all’uno ritorna nell’abbandono che vuoto regala anche a chi “sceglie di stare con la moltitudine” (p.113) ed è perdita pareggiata appena dal Chianti, sverginando una bocca d’astemio in “Vino”, che suggella, in finale, la raccolta con un sorriso, forse il primo, forse il solo, riservato al lettore:
“Per uno che beve di sera i sorsi sono baci a tutte le donne assenti, e gli occhi che si chiudono, un inchino” (p.115).
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Erri De Luca (Napoli, 1950), giornalista e scrittore. Ex attivista di Lotta Continua, ex operaio edile. Già collaboratore de “L’Avvenire”, oggi è opinionista de “Il Manifesto” e de “Il Corriere della Sera”. Traduttore dall’ebraico (da autodidatta). Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui” è stato pubblicato da Feltrinelli nel 1989.
Erri De Luca, Il contrario di uno, Milano, Feltrinelli “I narratori”, 2003
Laura Caroniti.
DE LUCA in LANKELOT
Commenti
Mi fermo, in questa lettura in diversa sede, all'incipit: "E? fin dalla dedica del libro ?Alle madri
perchè essere in due comincia da loro? che si snoda la raccolta di racconti ?Il contrario di uno? di Erri De Luca."
> proprio in considerazione dell'ultimo De Luca in nome della madre, già annunciato in queste battute.
scrivi rec appassionatissime. Mi piacciono.
"?Alle madri
perchè essere in due comincia da loro? l'incipit ha colpito anhce me.
"quel due che ?in parete è molto più del doppio di uno?, una parete che è scalata di roccia o di vita, poca importanza nella differenza effettiva." E "l?umiltà con cui t?inchini alla roccia, indomesticata, indomesticabile, dove, in due, si è ?il contrario di uno e della sua solitudine sufficiente? : penso effettivamente alla magnificenza della Tofana di Rozes.
E' un regalo di Angela. Di libro in libro,quest'autore mi ha sempre parlato e ricondotto a lei. Volevo rendere in parole quella sensazione chè è bene,che è stima, che è nodo.
in effetti quando ho visto l'autore, ho pensato ad Angela, che ci ha regalato sempre bellissime pagine su di lui :-)
Ci sono libri che non riusciamo a incontrare. Con Erri de Luca mi è capitato questo: per caso, non per volontà. Ho letto anch'io le sempre belle pagine di Angela e mi dicevo "devi leggere, devi conoscere" e poi le mie strade sono altre. Chissà, forse c'è un destino anche nelle letture :))
Villa Giulia e il nostro primo nodo, ricordo bene :)
IL CONTRARIO DI UNO: non il più bello tra i libri di De Luca, ma quello a me più caro.
Mantiene il legame con le storie precedenti. Penso a "Tu, mio" quando scrive della barca a motore e del braccio marcato a fuoco, a "In alto a sinistra" e ad "Aceto, arcobaleno" quando dice del padre.
Racchiude gli embrioni delle pagine venute in seguito. Penso a "In nome della madre" sin dalla dedica, a "Sulla traccia di Nives" quando racconta la roccia e le scalate, a "Solo andata" che riprende il tema del due come contrario di uno, in una splendida poesia. E' un libro ponte, un libro-nodo.
DUE
[...] Quando saremo due non avremo metà
saremo un due che non si può dividere con niente.
Quando saremo due, nessuno sarà uno,
uno sarà l'uguale di nessuno
e l'unità consisterà nel due.
Quando saremo due
cambierà nome pure l'universo
diventerà diverso.
5 > Credo di sì, Ilde. C?è un destino anche nelle letture. La magia sta nell?incontrare certi libri casualmente e scoprire che non sarebbe potuto succedere in un momento più propizio. Per disposizione d?animo, percorso di vita compiuto, affinità. Spero incrocerai presto De Luca.
"E ritorna la scalata ne ?Il pilastro di Rozes?, l?umiltà con cui t?inchini alla roccia, indomesticata, indomesticabile, dove, in due, si è ?il contrario di uno e della sua solitudine sufficiente? o come il controcanto, ne ?La congiunzione e?, ?che di due gole ne faceva una?.
Splendido. Adoro De Luca.
In modo molto asciutto, ma con vivida malinconia, De Luca ci porge una passionale testimonianza, l'eco di una vita che si confessa in un dolcissimo distico.
Grazie, Laura
Raffaella
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