“Dopo tante pene e tanti lutti, tante lacrime e tante piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che fare?”
(I. Silone, “Fontamara”, p. 208)
“Fontamara”, scritto nel 1933, pubblicato per la prima volta in tedesco, è uno dei più noti romanzi di Ignazio Silone, una delle storie più ironiche e intelligenti raccontate nel secolo scorso.
Il testo ha avuto, alle sue spalle, una lunga gestazione: stampato per la prima volta a Zurigo nel 1933, in Italia, patria di Silone – nato in provincia di L’Aquila – non è preso in considerazione per oltre vent’anni, oscurato e messo da parte da una pseudo-critica italiana che non ne apprezza lo stile e non ne vuole comprendere i contenuti politici.
Finalmente, nel 1949, il romanzo esce anche nel nostro paese, mentre da più di quindici anni è già conosciuto e apprezzato in tutta Europa. L’accoglienza della critica italiana, in ogni caso, a causa di ingombranti pregiudizi politici, è oltremodo arrogante e negativa, e finisce per considerare il libro di Silone distante dai canoni di quel periodo, mentre in tutto il mondo si grida al capolavoro.
E per molto tempo ancora, l’opera tartassata di critiche mentre, in realtà, offre una delle testimonianze più dure e originali della nostra storia appena trascorsa.
In “Fontamara”, infatti, Ignazio Silone, ci presenta la rovina e la sottomissione dei contadini di un paesino sperduto della Marsica abruzzese, Fontamara, per l’appunto, durante gli anni dell’avvento del fascismo, e di tutte le leggi e i soprusi che ne derivano (“Gli strani fatti che sto per raccontare si svolsero nel corso di un’estate a Fontamara”).
Un paesino abruzzese, dunque, ma simile, sotto molti aspetti, a tanti luoghi arretrati e sottosviluppati dell’Italia meridionale (“somiglia a ogni villaggio meridionale il quale sia un po’ fuori mano, tra il piano e la montagna, fuori delle vie del traffico, quindi un po’ più arretrato e misero e abbandonato degli altri”).
Il romanzo racconta la storia di una comunità di “cafoni”, sperduta sulle montagne, che vive chiusa ed esclusa dal mondo, lontana da tutto e da tutti, in un contesto di statica immobilità sociale (“La scala sociale non conosce a Fontamara che due piuoli: la condizione dei cafoni, raso terra, e, un pochino più su, quella dei piccoli proprietari”). Questa comunità, composta soprattutto da braccianti, manovali e artigiani – i cafoni - trascorre le proprie giornate in modo sempre uguale, senza particolari emozioni, subendo continuamente soprusi, fin quando una serie di imprevisti legati all’avvento del fascismo scuotono questa stabilità, sconvolgendo le vite degli abitanti.
Prima il distacco della corrente elettrica, poi la deviazione dell’acqua dell’unica sorgente per irrigare i miseri campi, in favore del ricco sindaco del paese, giunto da poco e impadronitosi di tutto, insieme a ulteriori e reiterate truffe ai loro danni, architettate dai politici, dagli avvocati, complicano ancora di più la vita della povera comunità rendendo impossibile la loro sopravvivenza. Di firme, petizioni, lustri e frazioni matematiche, i fontamaresi non sanno nulla. E questo sarà una delle cause principali della loro rovina.
Contemporaneamente, le loro reazioni, i modi rozzi e burberi, l’incapacità di comprendere leggi, decreti, parole complicate e, soprattutto, la complessità degli eventi di quel periodo, li porta ad essere considerati come una comunità di sovversivi, contraria ai provvedimenti del fascismo.
Numerosi i personaggi che si muovono all’interno del microcosmo di Fontamara: uomini, donne, anziani, “cafoni” capaci soltanto di vivere alla giornata, senza istruzione, ma con tanta dignità.
La dignità, appunto, che spinge Berardo Viola, burbero e schivo abitante del paese, a cercare ad ogni costo un lavoro, per acquistare una nuova terra, per guadagnare soldi e sposare la bella Elvira, sua promessa fidanzata.
La dignità che non gli farà pesare le continue prese in giro degli abitanti di città, gli inganni, i continui raggiri, una dignità che diventerà uno scudo contro le ingiustizie, diventerà una corazza per reagire all’ingiusto arresto e alle continue torture fasciste, in carcere, fino alla estrema decisione di sacrificarsi per una giusta causa, incolpando se stesso dell’opera sovversiva del misterioso Solito Sconosciuto.
Sarà questo gesto ultimo e straordinario, il sacrificio di un sol uomo per il bene di tutti, a dare una nuova coscienza all’intera comunità di Fontamara: da questo atto estremo, infatti, nascerà una nuova coscienza collettiva, che risveglierà gli animi dei fontamaresi spingendoli e redigere il primo “Giornale dei cafoni” dal titolo “Che fare?”, di leniniana memoria.
Ma anche questo tentativo finale di ribellione, questa volta consapevole e voluto, finisce con un fallimento. Ma la sofferenza, l’utopia di rinnovamento, la voglia di cancellare le ingiustizie, la coscienza di dover cambiare lo stato delle cose, è incancellabile, e resterà per sempre nella mente dei sopravvissuti, che, imperterriti, si continuano a chiedere: “Che fare?”
Romanzo semplice e sintatticamente elementare, “Fontamara”, di Ignazio Silone, si caratterizza per l’uso di una lingua facile e lineare, grazie alla quale l’autore racconta la storia di persone modeste, a volte ignoranti e maleducate, ma ingenue vittime di orribili soprusi.
Dietro questa semplicità della lingua e del pensiero, in realtà Silone nasconde un complesso universo e un’analisi approfondita della società di quegli anni. Nel romanzo ogni parola comunica sempre l’essenziale, ma raccontando la verità paradossale di quegli anni bui attraverso il punto di vista interno degli abitanti di Fontamara, madre, padre e figlio di una stessa famiglia, che si alternano nella narrazione degli avvenimenti principali.
Attraverso una sottile ironia, osservazioni amare e considerazioni sull’impossibilità dei poveri “cafoni” di modificare la propria condizione sociale, quasi come se si trattasse di un marchio a fuoco sulla pelle, Silone ci racconta la possibile storia di una comunità rurale durante gli anni del fascismo, delineando, celata sotto un linguaggio apparentemente innocuo, la propria posizione di avversione nei confronti delle ingiustizie sociali e delle prepotenze del fascismo, denunciando la condizione misera dei contadini – e dei proletari, in generale - nella speranza del raggiungimento di una coscienza di classe collettiva, che riesca a sovvertire secoli di soprusi e prevaricazioni.
L’autore racconta la vita di queste persone senza istruzione, i cafoni, per l’appunto, che vivono senza comprendere ciò che le istituzioni, le leggi, gli avvocati, decidono ai loro danni. Durante il romanzo, però, la comunità cresce e matura unita, verso la consapevolezza e la presa di coscienza della verità: i fontamaresi, così come i poveri di tutto il mondo, sono condannati a subire le ingiustizie, mentre i fascisti sono gli orribili oppressori, barbari e violenti propagatori d’orrore, e l’unico modo per reagire è ribellarsi, agire in maniera sotterranea, per ottenere la tanto agognata libertà.
E se, in un primo momento, i tentativi di rispondere alle ingiustizie – affidandosi a sedicenti avvocati, parroci doppiogiochisti, azzeccagarbugli sempre pronti ad illudere e ingannare la povera gente – non fanno altro che peggiorare la situazione, alla fine, tutti uniti, gli abitanti di Fontamara decideranno di dare voce ai propri bisogni, manifesteranno un embrionale sentimento di rivolta sociale, attraverso la stampa clandestina, unico modo per farsi sentire, in un mondo che sembra prenderli continuamente in giro, per la mancanza di istruzione e l’ignoranza.
Grazie all’estremo sacrificio di Berardo Viola, uomo desideroso di una vita normale, di un lavoro, di una casa e di una moglie, ma testimone diretto dello sfruttamento delle classi sociali più basse, imbrigliato nelle maglie oscure di una burocrazia ossessiva, che lo porta a sacrificarsi per la causa collettiva, nel tentativo di ribellarsi o soltanto di porsi una semplice domanda: “Che fare?”.
E, in quest’ottica, anche l’ennesimo fallimento, stavolta definitivo e brutale, della comunità di Fontamara, non deve essere visto come una sconfitta, ma come il primo mattone posto alla base del risveglio della coscienza sociale, il primo tassello di un mosaico più ampio di ribellione ai soprusi che, anche se sarà la causa di numerosi morti, avrà almeno insegnato la possibilità, anzi l’inevitabilità della lotta per combattere gli abusi del potere nei confronti dei più deboli.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Ignazio Silone (Pescina dei Marsi, L’Aquila, 1900/ Ginevra, 1978), giornalista e romanziere italiano.
Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, Milano, 1988.
Prima edizione in tedesco: Fontamara, Oprecht, Zurigo, 1933
Prima edizione in italiano: Fontamara, Parigi-Zurigo, 1934
Prima edizione in Italia: Fontamara, Mondadori, Milano, 1949
Antonio Benforte, 2 gennaio 2005. Già su lankelot.com

Commenti
Vado a "trovare" Silone di tanto in tanto. E' sepolto a pochi chilometri da dove vivo, sotto un'antica torre medievale. In un luogo silenzioso e suggestivo. Tra rocce e alberi. Lui è lì. A ricordarlo solo delle lettere dorate che compongono il suo nome d'arte (quello vero era Secondino Tranquilli) e le date di nascita e morte.
Amo molto Silone, credo di aver letto tutto, o quasi. "Fontamara" è il suo libro più rappresentativo ma ho amato molto anche "Il segreto di Luca", "Pane e vino", "Una manciata di more", "Il seme sotto la neve". Ma i miei preferiti restano e saranno "L'avventura di un povero cristiano" e "La scuola dei dittatori": da leggere, assolutamente.
Grazie Antonio per aver scritto di "Fontamara" e del "mio" Silone.
Monnalisa
Di Silone ho apprezzato anche io Il segreto di Luca, credo uno dei primi libri "seri" che ho letto da bambino (chissà perché, poi?).
Fontamara anche è geniale, davvero.