Ibsen Henrik

Spettri

Autore: 
Ibsen Henrik

C’è forse salvezza, ed è incoscienza o innocenza.

Una pioggia battente sembra non lasciare tregua alla campagna che circonda la casa di Elena, vedova da quasi dieci anni del ciambellano Alving: ed è una pioggia che non conoscerà interruzione fino alla conclusione del dramma, fino all’apparizione simbolica di un sole appena invocato dal giovane Osvaldo. Una pioggia che rappresenterà il progressivo disvelamento delle vite dei protagonisti di questo raggelante dramma di Henrik Ibsen.

Dramma della decadenza borghese, e della rovina delle antiche istituzioni; dell’inevitabile ricaduta delle colpe dei padri sui figli, e della prigionia della donna in un ruolo soffocante e angosciante: coscienza d’esser noi stessi spettri, “ideali distrutti, vecchie credenze morte”, e d’esser venuti alla luce in una vita che non abbiamo chiesto mai di vivere.

Nello scenario di una villa di campagna, nei pressi di un fiordo della Norvegia settentrionale, si consuma la dissoluzione della lucidità di un giovane artista, il pittore Osvaldo, prima vittima delle menzogne che scopre rappresentino la storia della sua origine e della sua vita. La madre, Elena Alving, vive un’esistenza di faticosa rimozione d’un matrimonio fallimentare con un uomo dissoluto e vizioso: per tener fede alla propria “missione” di moglie e madre, ha rinunciato alla grande passione della sua vita: l’uomo divenuto il reverendo Manders. Elena è stata costretta dall’ipocrisia della società a non denunciare le debolezze e i vizi del marito, altrove riconosciuto come un pilastro della comunità: e ha custodito in un pietoso silenzio le sue angosce, sublimato nell’adempimento della sua “missione” di donna i suoi tradimenti e rinunciato, essenzialmente, a se stessa.

Piove sulla sua casa, adesso.

Piove, e sembra annunciarsi l’epilogo di decenni di menzogne e alterazioni della verità. Verità dal volto di Medusa, verità che annichilisce e frantuma; fragorosamente, come per implosione, o per fatale paradossale autocombustione.

La pioggia libera un vaso di Pandora di peccati e colpe, rimosse o custodite nel silenzio: aleggia l’ombra – lo spettro – di una figura d’uomo idealizzata dalla comunità e dall’unico figlio, figura dipinta di un’onestà inesistente dalla carità della moglie. Questo spettro sembra assumere infiniti volti e infiniti aspetti per infestare l’esistenza dell’unico erede, fino all’esito prevedibile e previsto: la pazzia.

“Mamma, dammi il sole!” – griderà Osvaldo, sfinito dalla sofferenza e svuotato dalla brutalità della coscienza e della consapevolezza, immobile e prossimo alla catatonia.

Rovina dell’ideale e dissoluzione d’un microcosmo: un amore incompiuto, un amore proibito, paternità sospette e atti di nascita falsificati – gli eventi descritti in questo dramma suonano sinistramente reali. Sospettiamo in tutto l’artificio e inganno: aspettiamo in tutto l’artificio e l’inganno. La realtà rivela gli artifici e gli inganni.

Non possiamo altro che domandare il sole. Nessuna madre ascolta più.

 

Elena Alving rinuncia all’amore per il pastore Manders per restare fedele non al suo sposo, ma all’istituzione sacra del matrimonio: accetta d’essere moglie d’un uomo vizioso e dissoluto, come già in passato aveva accettato l’imposizione familiare del matrimonio, in onore, si direbbe, di una “dignità” d’una istituzione che va sfaldandosi- e in onore di un ruolo che sembra quasi vada assunto e difeso a dispetto di qualsiasi contrarietà.

Completamente diversa la decisione di Nora, in Casa di Bambola: decisione pure originata, come sappiamo, da ben differenti cause. Nora acquista, nel corso dell’opera, una lucidità sorprendente e una visione perfino spietata della vanità e della precarietà della sua esistenza di plastica: il suo sacrificio, consistente nella rinuncia al marito e ai figli, nasce nella consapevolezza che quanto è stato vissuto con Thorwald è stato semplice convivenza, e non  matrimonio.

Il marito cerca di trattenerla; Nora ha appena annunciato d’essere decisa ad andarsene. Dapprima Thorwald s’appella alla sua inesperienza, tentando di far valere la sua antica dipendenza da lui; quindi, s’aggrappa al giudizio della comunità; infine, ed ecco il passo interessante, all’etica. Vediamo come.

 

T. – E  il tuo dovere? Hai un dovere sacro, Nora.

N. – Che intendi per dovere sacro?

T. – Sei moglie e madre.

N. – Ho un dovere non meno sacro: me stessa.

T. – Ripeto che sei moglie e madre: e questo conta.

N. – Non credo. Io credo di essere, prima di tutto, una creatura umana come te: o meglio: io voglio tentare di diventare una creatura umana. Quasi tutti gli uomini ti daranno ragione, Thorwald; anche nei libri deve esserci scritto che hai ragione. Ma io non posso più ascoltare gli uomini, badare ai libri. Ho bisogno di idee mie.

T. – La tua idea deve essere la tua famiglia. Hai una guida infallibile: la religione.

N. – Thorwald, che significa: religione? Io non so nulla. Cioè: so le parole del pastore, nella mia infanzia. Ma non basta(…) Diceva la verità, il pastore? È quella, per me, la verità?

T. – Mi sbalordisci. Una donna che parla così: una donna. E il senso morale? Lo hai, almeno, il senso morale?

N. – Io non posso risponderti(…)” (Casa di Bambola, III° Atto) 

 

Sappiamo, all’opposto, negli “Spettri”, d’una passata fuga di Elena, dopo un anno di matrimonio, soffocata proprio da una conversazione con l’amato Manders: Elena torna a vivere nell’ordine ipocrita e inaccettabile d’una istituzione mendace e caduca, Nora si ribella e torna nei luoghi della sua infanzia per ricostruirsi e ricominciare.

Elena è una Nora mancata.

 

Ad Elena sono rimasti gli “spettri”: al vanamente amato Manders, invece, il compito di guidare la comunità, nel tentativo disperato di illuminare le zone d’ombra delle menzogne di ciascun individuo, e di custodire nel silenzio le segrete memorie d’ogni famiglia. Topos ibseniano, questo della riflessione sul matrimonio: sarà forse superfluo ricordare come, già nella “Commedia dell’amore”, Falk, integralista della “lotta contro tutto” (affermerà infatti, nel corso del II°atto: “O io, o la menzogna”) rifiuti la “menzogna del matrimonio”.

 

Per concludere brevemente questa lettura dell’opera ibseniana e per sottolineare definitivamente l’importanza di questo dramma, varrà la pena ricordare che il Teatro Nazionale di Cristiania scelse “Spettri” perché fosse rappresentato alla vigilia dei funerali dell’artista. Nel nostro Paese, traduzione e diffusione dell’opera di Ibsen fu in larga parte merito dello sfortunato letterato triestino Scipio Slataper: che il destino restituisca al talentuoso artista mitteleuropeo perduto quel che la morte gli ha rubato.

La gloria.

 


 

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.

Henrik Ibsen (Skien, 1828 - Cristiania, 1906), drammaturgo norvegese.

 

Henrik I. Ibsen, “Teatro”, Società Editrice Torinese, 1945.

 

Approfondire in rete: http://lafrusta.homestead.com/pro_ibsen.html

 


 

Lankelot, G.F., Ottobre del 2002.

ISBN/EAN: 
9788811361619

Commenti

ottima lettura, che rende merito al grande Ibsen (di cui ahimè conosco poco più di ciò che hai qui ricordato - ho amato Casa di bambola, mi è talmente familiare Nora...). Grande Franco come sempre!

"Elena torna a vivere nell?ordine ipocrita e inaccettabile d?una istituzione mendace e caduca, Nora si ribella e torna nei luoghi della sua infanzia per ricostruirsi e ricominciare.
Elena è una Nora mancata."
Quante donne sono (state) tali? Un'infinità. Ibsen aveva colto con spirito di una modernità incredibile il dramma di generazioni di donne "programmate geneticamente" a sostenere ruoli che non sempre e non comunque appartenevano loro. Solo uno scrittore poteva raggiungere questa sensibilità...

Scrivi di Ibsen, Ilde. Per favore.

Hai posto l'accento sul tema della menzogna a te caro, io direi che questo testo sembra essere spunto anche per riflessioni sul ruolo della donna, sulla doverizzazione, sui ruoli spesso imposti o comunque alla fine accettati dalle donne, che però le imprigionavano spesso in gabbie dorate, ma comunque gabbie.
Ibsen non l'ho letto, se Ilde ne scirverà ne sarò contenta, certamente è un autore molto acuto e profondo da quel che posso cogliere qui.

Per questo sarebbe fondamentale che foste voi donne a scriverne, nei mesi a venire.

Quest'opera mi ha lasciato vaghezza e insoddisfazione. Un po' troppo semplicistica, lascia troppo alla linearità delle psicologie. Poi c'è l'elemento del "maleficium" da padre in figlio che con me ha stonato. Ho letto poco altro di Ibsen, ma altrove mi aveva lasciato a mente sazia. Sarà che magari il periodo in cui lo lessi era dei miei più distratti.

Dramma della decadenza borghese, e della rovina delle antiche istituzioni; dell?inevitabile ricaduta delle colpe dei padri sui figli, e della prigionia della donna in un ruolo soffocante e angosciante: coscienza d?esser noi stessi spettri, ?ideali distrutti, vecchie credenze morte?, e d?esser venuti alla luce in una vita che non abbiamo chiesto mai di vivere.

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Piove, e sembra annunciarsi l?epilogo di decenni di menzogne e alterazioni della verità. Verità dal volto di Medusa, verità che annichilisce e frantuma; fragorosamente, come per implosione, o per fatale paradossale autocombustione.

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La pioggia libera un vaso di Pandora di peccati e colpe, rimosse o custodite nel silenzio: aleggia l?ombra ? lo spettro ? di una figura d?uomo idealizzata dalla comunità e dall?unico figlio, figura dipinta di un?onestà inesistente dalla carità della moglie. Questo spettro sembra assumere infiniti volti e infiniti aspetti per infestare l?esistenza dell?unico erede, fino all?esito prevedibile e previsto: la pazzia.

Elena è una Nora mancata.
Ad Elena sono rimasti gli ?spettri?:

Brani di pura bellezza. Grazie, Gianfranco.

Ibsen combatte le menzogne convenzionali della società ed auspica il sorgere di una nuova personalità umana, liberata dai vincoli millenari. Più tardi lo scrittore, comprendendo come il male nel mondo è un fatale castigo contro cui è vana ogni recriminazione, s?accosta agli uomini con profonda pietà. Egli sente che l?uomo non può vivere senza mentire, non può affermarsi senza venire in conflitto con la generazione che precede o segue, non può realizzare i suoi sogni d?arte e di potenza se non col sacrificio della propria felicità.

Raffaella