Ibsen Henrik

Casa di Bambola

Autore: 
Ibsen Henrik

Al suo apparire sulla scena Nora è un personaggio effervescente e sembra incarnare l’archetipo della brava mogliettina borghese, madre amorosa, devota e fedele al marito, tutta presa dai regali natalizi, ignara dei problemi reali del mondo, occupata com’è nel suo ruolo domestico.

Vezzeggiata e coccolata come una bambina dal consorte (“passerotto sventato”; “lodoletta”; scoiattolino”), pare vivere in una dimensione tutta sua costituita da un piccolo mondo, i cui orizzonti non vanno oltre le pareti di casa o le feste dei vicini.
Nora sta recitando un ruolo, la sua vera essenza si scoprirà nello svolgersi del dramma.
Per salvare la vita al marito Torvald (Helmer), ammalatosi gravemente, Nora ha contratto un debito con un usuraio – tale Krogstad – ed ha falsificato una firma.
Per restituire il denaro ha fatto di nascosto piccoli lavoretti e ha risparmiato sulle spese personali. Ora Krogstad, a conoscenza di tutto e impiegato nella banca presso cui Torvald è appena stato nominato direttore, ricatta Nora, poiché Helmer vuole licenziarlo.
Gli sviluppi della vicenda riveleranno tutta la meschinità di Helmer e porteranno Nora a una scelta drastica e definitiva: contro ogni convenzione borghese abbandonerà il tetto coniugale per ritrovare sé stessa.
Interpretare questo dramma in chiave esclusivamente femminista sarebbe certamente riduttivo e ne sminuirebbe l’importanza.
Insieme a “I pilastri della società”, “Spettri” e “Un nemico del popolo” appartiene ai cosiddetti drammi borghesi o sociali di Ibsen, pubblicati tra 1877 e 1882. Si tratta di testi che pongono in evidenza problemi sociali (qui la famiglia e il ruolo della donna, il suo desiderio d’emancipazione) con una prospettiva critica verso la società del tempo. Inoltre propongono sulla scena personaggi e situazioni di vita quotidiana, nei quali i contemporanei di Ibsen potevano ritrovarsi.
“Casa di bambola” conserva le tre unità di tempo, spazio e azione, ma è il suo contenuto ad essere moderno e il finale è innovativo, nonché scandaloso per l’epoca.
Nora è una donna borghese che svela le sue inquietudini e denuncia, pagandone le pesanti conseguenze, tutta la falsità e il perbenismo dell’ambiente in cui finora è vissuta.
Respinge il ruolo di bambola obbediente che non le appartiene e rivendica altre aspirazioni, una sua autonomia, la possibilità di essere sé stessa.
Nora rifiuta la morte dello spirito in cui il suo legame con Helmer l’avrebbe per sempre relegata per cercare un’altra via. La sua è una scelta di vita.
Passata col matrimonio dall’autorità paterna a quella maritale come un oggetto qualsiasi, nel finale Nora comprende che la sua felicità è stata solo apparente.
“Ma la nostra casa non è mai stata altro che una stanza da gioco. Qui sono stata la tua moglie-bambola, come ero stata la figlia-bambola di mio padre. E i bambini sono stati le bambole mie” (p.85)
Ora:
“Debbo esser sola per rendermi conto di me stessa e delle cose che mi circondano”. (p.85)
All’esterefatto Helmer che la richiama al suo ruolo istituzionale di sposa e madre, Nora risponde così:
“Non lo credo più. Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te…o meglio, voglio tentare di divenirlo. So che il mondo darà ragione a te, Torvald, e anche nei libri sta scritto qualcosa di simile. Ma quel che dice il mondo e quel che è scritto nei libri non può più essermi di norma. Debbo riflettere col mio cervello per rendermi chiaramente conto di tutte le cose”. (p.86)
Nora è un perfetto personaggio ibseniano: una volta compresa la propria vocazione individuale, è pronta a sacrificare tutto per perseguire il suo ideale e riuscire così ad esprimersi. L’influsso di Kierkgaard per quest’aspetto e il rigore con cui viene attuato è evidente, poiché Ibsen fu appassionato studioso del filosofo.
Nora, creatura apparentemente fragile e inesperta, si rivela personalità fortissima e determinata, animata da una passione vitale che si traduce in gesti definitivi, assoluti, senza mediazioni. Non vi sono compromessi a costo di precipitare verso la catastrofe, Nora è eccessiva, estrema e lascerà tutti stupiti con il suo comportamento.
Il primo a rimanere sconvolto dalla metamorfosi della sottomessa mogliettina è l’avvocato Helmer, tipico borghese benestante, severo (quando lui rientra in casa nulla deve contrariarlo), perbenista. Sicuro della propria superiorità, ritiene la donna un essere frivolo, preposta ad esclusivi ruoli di moglie e madre affettuosa. È geloso fin dei suoi pensieri. Mai e poi mai accetterebbe – e ammetterebbe – di dover qualcosa a sua moglie, creatura destinata  per definizione alla dipendenza. Egli, dall’alto della sua presunta superiorità, è disposto alla fine del dramma, una volta che i fatti si sono risolti, a perdonare Nora per avergli salvato la vita.
“Oh, Nora, tu non conosci il cuore maschile. Per un uomo v’è un’infinita dolcezza, un’indicibile soddisfazione nella coscienza d’aver perdonato alla sua donna… di averle perdonato sinceramente dal profondo del cuore. In tal modo ella diviene per così dire doppiamente sua; come se egli l’avesse ricreata una seconda volta. Ella diventa allora sua sposa e figlia al tempo stesso”. (p.83)
La sua meschinità s’era invece rivelata nelle scene precedenti, quando aveva rovesciato su Nora le peggiori accuse per quel che aveva compiuto e aveva aggiunto: “…la cosa dev’esser soffocata a qualunque prezzo. In quanto a te e a me, in apparenza tutto deve restare immutato. Ma naturalmente solo agli occhi del mondo. Tu dunque resterai qui, s’intende. Ma non sarai tu l’educatrice dei bambini; non oserei affidarteli…”(p.81)(p.81)
Helmer è il tipico rappresentante di quella società borghese e perbenista, legata alle convenienze e all’ordine morale prestabilito, sostenitrice di una doppia etica (una per l’uomo e l’altra per la donna), che Ibsen mette in scena e critica nei suoi drammi.
Nora scoprirà la vera essenza del marito proprio quando vedrà che il suo presunto amore non regge dinnanzi alla violazione delle convenzioni borghesi e degli schemi di comportamento prefissati.
Accanto a Nora si muovono altri due personaggi femminili degni di memoria: la sua amica Kristine Linde e la bambinaia Anne-Marie.
Kristine è una vedova in cerca di lavoro, poiché il marito non le ha lasciato di che vivere, essendo stato poco accorto nelle proprie operazioni finanziarie. È una creatura che ha fatto del sacrificio lo scopo della sua esistenza: sposatasi per senso del dovere verso l’anziana madre malata e i due fratellini più giovani, avverte, ora che è rimasta sola (deceduta la madre e cresciuti i ragazzi) un senso di vuoto profondo:
“….non sento che un vuoto indicibile. Più nessuno a cui consacrare la mia vita.” (p.21)
Kristine è talmente abituata ad annullarsi da non essere più in grado di emanciparsi.
“Io debbo lavorare per poter sopportare l’esistenza. Per tutta la vita, da quando ne ho memoria, ho sempre lavorato, ed è stata la mia migliore ed unica gioia. Ma ora son rimasta sola al mondo, con l’anima orribilmente vuota. Dover lavorare solo per se stessi non dà alcuna gioia”. (p.69)
È il contrario di Nora, non sa fare altro che immolarsi sempre più e sua massima realizzazione è trovare una causa per farlo.
Personaggio appena intravisto, ma non esente da sofferenza è la bambinaia Anne-Marie: ragazza-madre, era stata la balia di Nora, ma per farlo aveva dovuto abbandonare sua figlia. È una figura dolente così come il dottor Rank, amico di famiglia, condannato a un atroce destino per le colpe del padre.
Incarna l’idea ibseniana per cui il nostro passato ci segue, non possiamo ignorarlo e talvolta siamo destinati a scontare gli errori delle generazioni precedenti.
Animato da pochi ma approfonditi personaggi, il dramma procede sicuro verso il colpo di scena finale che, come uno schiaffo, s’abbatte sulle convenzioni sociali e su mentalità ristrette, dure da estirpare.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Henrik Ibsen (Skien 1828- Cristiania, oggi Oslo 1906), drammaturgo e poeta norvegese.
 
Henrik Ibsen, Casa di bambola, Torino, Einaudi 2006. Titolo originale “Et dukkehjem”. Traduzione di Anita Rho.
 
 
Marina Monego, febbraio 2007
ISBN/EAN: 
9788806068585

Commenti

qualcuno degli esperti mi dica se ho messo tutto, please. I link ci sono ,il riferimento interno pure, solo non sono riuscita a linkarlo, perciò niente di personale, sia chiaro! :-)

http://www.lankelot.eu/?p=965 eccolo qua: Ibsen, "Spettri"

La risposta di Nora a Helmer è una delle cose pià entusiasmanti che abbia sentito a teatro. Echi del discorso di Shylock nel Mercante di Venezia sulla comune dignità degli esseri umani, sulla loro uguaglianza morale a prescindere dalle identità religiose e culturali.

E poi la "doppia etica": pazzesco pensare che se ne parli dall'Ottocento e per tanti aspetti siamo ancora al palo. "So che il mondo darà ragione a te, Torvald, e anche nei libri sta scritto qualcosa di simile"... eh già, povera meravigliosa Nora.

Insieme a ?I pilastri della società?, ?Spettri? e ?Un nemico del popolo? appartiene ai cosiddetti drammi borghesi o sociali di Ibsen, pubblicati tra 1877 e 1882. Si tratta di testi che pongono in evidenza problemi sociali (qui la famiglia e il ruolo della donna, il suo desiderio d?emancipazione) con una prospettiva critica verso la società del tempo. Inoltre propongono sulla scena personaggi e situazioni di vita quotidiana, nei quali i contemporanei di Ibsen potevano ritrovarsi.
?Casa di bambola? conserva le tre unità di tempo, spazio e azione, ma è il suo contenuto ad essere moderno e il finale è innovativo, nonché scandaloso per l?epoca.

Pagina perfetta, Marina, ecco Ibsen!

Ibsen scatenò forti controversie, tanto da essere definito 'autore scandaloso', individualista ed anarchico perché mise sotto accusa colonne portanti della società come il matrimonio ed il cristianesimo (Spettri), facendo riferimento a tabù classici quali l'incesto, malattie particolari e l'eutanasia, temi mai affrontati in passato in modo così esplicito.
Ma, secondo me, Ibsen non fu né individualista né anarchico, perché non ha attaccato mai apertamente le strutture profonde della società borghese così come esse sono, si è limitato soltanto a difendere l?individuo d?eccezione.
In questo caso Nora, da te ritratta perfettamente.
Grazie, Marina

Raffaella

ottimo il riferimento a Shakespeare, Patrick; Ibsen amava quest'autore e lo studiò bene.
*
Certe mentalità sono durissime a morire,considera che mi ci sono scontrata anch'io, che dell'Ottocento non sono!

grazie Raffaella! Ti aspettavo e tenevo al tuo parere! :-)
verissimo quel che dici, Ibsen difende l'individuo eccezionale.
Riguardo alle malattie qui parla di tabe dorsale....
*
Ecco cosa ho letto nella brevissima introduzione al libro: Croce ricorda che sui cartoncini d'invito ai ricevimenti delle buone famiglie scandinave spesso s'aggiungeva la postilla: "Si prega di non discutere di Casa di bambola".

oh. Casa di bambola. La Duse, la Duse, se non sbaglio, fu lei a voler, non ricordo bene, scusate, tradurre questo dramma di Ibsen. Non ricordo se fu lei la traduttrice, o fu aiutata da altro, o fece tradurre per conto suo. Le piaceva molto Nora. A Firenze ne fu data rappresentazione, con scenografie di Gordon Craig...ops. che cafonata ho scritto. era "Rosmersholm" , sempre di Ibsen, con le scenografie di Craig. mi dispiace. mea culpa mea culpa. la memoria fa brutti scherzi. Per cui, ritratto anche sul precedente "La Duse....etc". Vabbè.
si parlava di Ibsen, dunque. Che strano. quella parola "conserva". le tre unità sono nate...ummm....non certo con la Poetica. eh sì. che strano però. mi fa sempre effetto, 'sta cosa.
grazie per il bel pezzo.
e la domanda è: come possono dei testi riconosciuti da tutti come opere di estremo valore essere sciupate su di un palco? qual è il teatro? quello scritto, o quello visto? (su quest'ultima domanda scusate. è mal posta. basta vedere la parola, teatro.) ah, il teatro. perdonate la prolissità e l'evidente OT. ah il teatro.
Ora esco (di scena).
grazie.
aurevoir!!!

Ricordo quando lo lessi dei profondi fraintendimenti, di certi movimenti politici, sul femminismo di Ibsen. Egli, se non ricordo male, rispose a una domanda in merito dicendo che per lui non era questione di sessi, ma esclusivamente di dignità della persona, di qualsiasi individuo.

Aggiungo: un acuto e trascurato saggio di Roberto Alonge d'analisi dell'opera sconvolge drasticamente la classica interpretezione, la più superficiale, sulla presunta volontà di emancipazione di Nora. E' complessa e non riesco a sintetizzarla. In compenso è integrata nella mia copia, Oscar Mondadori, 1991. Per chi voglia studiare più a fondo la psicologia dell'eroina presunta di numerose generazioni ne consiglio la lettura.

"Nora è un perfetto personaggio ibseniano: una volta compresa la propria vocazione individuale, è pronta a sacrificare tutto per perseguire il suo ideale e riuscire così ad esprimersi. L?influsso di Kierkgaard per quest?aspetto e il rigore con cui viene attuato è evidente, poiché Ibsen fu appassionato studioso del filosofo." + assolutamente vero. Soprattutto su Kierkegaard segnalo la sua maggiore influenza in "Brand", dramma esemplare al riguardo.

"Nora sta recitando un ruolo, la sua vera essenza si scoprirà nello svolgersi del dramma".

Sì, Marina, non potevi presentare meglio di così la protagonista: un'attrice.
Dalla sua prima apparizione Nora sembra ?interpretare? un ruolo che non le è congeniale, e che ? al termine della vicenda, quando ormai ogni cosa sarà svelata nella sua crudeltà più profonda - la porterà a pronunciare la famosa frase "Mi tolgo il costume".

Che piacere leggerti!

Raffaella

vi ringrazio tutti.
Arpa, sarebbe interessante sapere qualcosa di quest'interpretazione differente del testo, peccato sia difficilmente sintetizzabile, personalmente non conosco il saggio che citi.
*
Andrea: scusa, ma il commento è un po' confuso. Ero tentata d'aggiungere nella rec che, essendo questo un testo nato per il teatro appunto, lo si può gustare appieno proprio vedendolo rappresentato. Ppenso questa fosse la volontà dell'autore, comunque anche la lettura è ottima.
Anzi forse l'ideale sarebbe prima leggerlo e poi andarlo a vedere a teatro, in modo da esser già preparati e pronti anche ad eventuale visione critica.

11. Sì, scusa Marina. è che mi erano affiorati ricordi, che poi ho controllato e visto sbagliati, e così. che mi salgono sempre troppe cose, quando si parla di teatro, e spesso confuse. le tre unità, ad esempio. che nascono da un'interpretazione che va al di là di chi ne dà indicazione. ma lascio stare qui. il teatro, si vede, lo dice la parola stessa. leggere i testi a volte è fuorviante, ti porta a vedere lo spettacolo con dei pregiudizi, alle volte. non è facile. soprattutto con i testi considerati classici. c'è questa reverenza, non so come dire altrimenti. che un po' blocca. e vedi, anche la visione critica, uno dovrebbe farsela attraverso più allestimenti di una stessa opera. ma non c'è più tempo, e spesso neppure l'occasione. fai conto che le "prime" non sono mai estremamente indicative della bontà di uno spettacolo. gli attori hanno provato, sì, ma il palco e gli spettatori, non so, ho l'impressione che sia un notevole impatto, alle "prime". poi, di solito, l'abitudine allo spettacolo, etc, migliora le prestazioni. ma non so. è difficile difficile. la tua lettura resta splendida, con questo ;-) grazie.

L'ho riletto da pochissimo (prendendo spunto proprio da una recensione di Ibsen sono andata a recuperarmelo) e quindi apprezzo moltissimo la pagina che ci proponi.

Farei due riflessioni a margine.

"?Casa di bambola? conserva le tre unità di tempo, spazio e azione, ma è il suo contenuto ad essere moderno e il finale è innovativo, nonché scandaloso per l?epoca."

Il contenuto è senza dubbio moderno, e tuttavia pervaso in maniera irriducibile dal punto di vista maschile. Occorre naturalmente avere l'abilità di non guardare con occhi da Duemila alla psicologia femminile di un secolo e mezzo fa: tuttavia la discrepanza tra la Nora finta-scioccherella e quella improvvisamente conscia di un sè profondo che la farà rinunciare perfino ai figli è talmente forte da risultare leggermente artefatta (voglio dire: certi drammi personali non hanno epoca, ma maturano in tempi molto lunghi che forse la rappresentazione teatrale obbligatoriamente - sfalsandoli quindi - accorcia).

Secondo spunto:

"Nora è eccessiva, estrema e lascerà tutti stupiti con il suo comportamento."

Diciamo che per i contemporanei incarnava bene l'idea dell'isterica. Comunque mi viene in mente Checov, le sue donne incatenate ad amori, destini e tragedie, non tanto incapaci di ribellarsi ad essi quanto ineluttabilmente rassegnate alla propria sorte di "anello debole".
Il pensiero va ad alcuni pezzi teatrali famosi, Il gabbiano, Zio Vanja e Il giardino dei ciliegi soprattutto.

Interessante lo spunto di Arpa, approfondirò perché ho anch'io delle impressioni simili (d'altra parte è una mia mania personale leggere con occhio critico gli autori maschi che scrivono dell'animo femminile, in ogni tempo...).

Ilde: io non ho trovato Nora artefatta, è concreta al punto da lasciare i figli pur di dare un senso alla sua vita, che poi certe decisioni abbiano bisogno di tempi lunghi è logico, la rappresentazione teatrale necessariamente tende ad accorciare o meglio, secondo me, evidenzia la cosiddetta "goccia che fa traboccare il vaso". Il comportamento di Helmer fa esplodere in Nora tutto quello che aveva dentro da tempo.

Le donne di Cechov no le conosco per ora, per cui non so dirti.
*
Riguardo al punto di vista maschile sulle donne, io farei alcuni distinguo per autore, per me Ibsen qui scrive bene e sa capire l'animo femminile. Se partiamo dal presupposto che solo le donne possono parlare delle donne finiamo per autoghettizzarci e parlarci addosso, dunque lasciamo che anche gli uomini dicano la loro.
E quando sono le donne a parlare degli uomini? Riescono a capire?
grazie del puntuale commento :-)

Cara Marina, vorrei puntualizzare: non è Nora "artefatta", ma la "discrepanza" tra una rappresentazione e l'altra di Nora. E' ovvio che il teatro ha i suoi tempi, ma qui la sottolineatura è veramente forte, il cambiamento nei pensieri, nell'animo di Nora, è abbastanza brusco e lascia meravigliati: può darsi che come dici tu si debba legare ad Helmer quella che è la presa di coscienza di Nora (sempre che di presa di coscienza si tratti: mi sono appena riletta il saggio di Alonge consigliato da Arpa, che condenserò in questa frase "Perché Nora è, vuole essere e vuole continuare a restare una bambola": Nora cambia d'abito, ma continua a recitare e qui sì c'è una modernità tremenda...).

Poi, non dico assolutamente che autori maschi non sappiano descrivere l'animo femminile, ma che IO ho una lettura critica, e anzi, dirò che spero sempre di trovare quelli che lo sanno fare per meravigliarmi piacevolmente. Facciamo dei nomi? Schnitzler, Dostoevskij, il buon Checov, ovviamente parlo di contemporanei o quasi a Ibsen,e chissà quanti altri. Non tutti e naturalmente è più facile quanto più ci avviciniamo ai nostri tempi, a volte perfino troppo ingobri di studi di psicologia. La donna del XIX secolo è diversa da quella di oggi. Così come ci sono delle signore totalmente incapaci a mio avviso di cogliere l'essenza dell'animo femminile, ci sono però quelle che senza parlarsi addosso riescono a percepire sfumature e pieghe nelle quali ci si ritrova senza fatica.

Le donne che parlano di uomini? Dovrebbero dirlo loro, gli uomini, se ci sono autrici tanto in gamba. Il fatto è che spessissimo le donne scelgono di rappresentare se stesse.

Donne che parlano di uomini? La Nothomb è il contrario, ad esempio: il suo picco è parlare della bellezza femminile (mai della bellezza in assoluto...). E nemmeno la Krystof mi sembra all'altezza. Ho appena nominato le uniche due autrici di narrativa del Novecento che mi sembrano degne di memoria.

Brave, avete appena evidenziato un vuoto totale.:)

Nora vive nella sua palla di cristallo, sotto la ben nota campana di vetro, ed è forse l'apparente trasparenza del confine a darle l'illusione di non essere prigioniera. La presa di coscienza è un trauma inaspettato e necessario, un aprire gli occhi doloroso.

questa è una pagina in chui i commenti incarnano veramente lo spirito attivo e francamente rigenerante di lankelot.

Due brevi notazioni prima che la febbre mi rapisca di nuovo:
-- Per quel che me ne ricordo io (lo lessi venti anni fa circa) Nora è molto "attuale" e molto meno maschile, ottocentesca di altri ritratti coevi di donna. Coevi o quasi. Dico le donne di Flaubert, per esempio.

--quello che dice Arpa in commento 9. è molto interessante, chissà che non esistano anche indicazioni bibliografiche in merito

La recensione è scritta molto bene da persona competente.

Lascio un mio appunto sul concetto di femminismo. Non è quello di Ibsen che va difeso e assunto oggi come modello. Quel femminismo ha cercato l'uguaglianza e la libertà. Ciò che le donne devono cercare oggi è invece la fraternità. Fra loro prima di tutto. Solo facendo pace col nostro essere diverse dall'uomo e uguali fra noi potremo diventare uguali e libere nel mondo.
Odio le donne che disprezzano e litigano con le donne.

sono perfettamente d'accordo.Grazie del commento :-)

E' cosi' difficile parlare con voi. Sembra che scappiate... O, peggio, che mi assecondiate! Grazie comunque per essere tornata su questo tuo articolo.

"Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te?"

siamo tenuti in osservazione, eh! Meno male che ogni tanto c'é un riscontro, che io mi sento spesso la vox clamantis in deserto.

siamo straletti, ti assicuro. Ne ho prove tutti i giorni, in tanti contesti diversi.

copertina+archivio HI

copertina+archivio HI

[ibsen, "casa di bambola"]

[ibsen, "casa di bambola"] ripreso sul bellissimo "via delle belle donne" http://viadellebelledonne.wordpress.com/2009/09/18/casa-di-bambola/#more...

[Ibsen] :)

[Ibsen] :)