PER INERZIA.
“ma io ho scoperto la truffa
della moderna e attuale modernità
che ha l’età che precede il carbone
e fattezze esteticamente monetarie”.
(Andrea Ianni, 22/01/00)
Andrea Ianni, poeta romano trentenne, esordisce con l’interessante raccolta “Tre anni”: 44 testi, disposti cronologicamente, sprovvisti di titolo, composti in un arco di tempo che va dal ventitre giugno del 1999 al tre febbraio del 2003. Questa precisione, apparentemente diaristica, può esser cortocircuitata dai versi del 15 dicembre 1999: “tutto ciò che non si saprà mai di me/ è però parte di ciò che sono/ ogni pensiero, e sentimento/ in trappola nei miei/ pensieri, e sentimenti/(…)ogni mancata telefonata/ ed il mondo intero/ (…) di passeggiate che non ho fatto/ quanta fatica/ mio povero futuro biografo”. Non s’illuda il lettore di avere tra le mani il segreto accesso alla vita d’un uomo: questi sono versi scritti per intervalli d’esistenza, per inerzia, per stanchezza, per rabbia e disillusione.
Ianni manifesta una splendida sensibilità nei confronti del rock: non tradisce, infatti, il richiamo in apertura alla ballata dei R.E.M. “I Believe”, ospitata in quel segreto diamante che è “Lifes Rich Pageant” (Berry, Buck, Mills e Stipe, 1986): tra i versi, emergono, in maniera piacevolmente irregolare, i Clash, Bobby Gaylor, Bob Marley, Carmen Consoli, P.J. Harvey. Assume maggior rilievo l’omaggio ai R.E.M., nel panorama letterario italiota contemporaneo, proprio per via della degradante apparizione di un disco della band nell’ultimo romanzo di Covacich, “A perdifiato”: ne approfittiamo, con disinvoltura, per invitare il romanziere ad ascoltare i R.E.M. delle origini per accantonare definitivamente le sue discutibilissime ironie.
La poesia di Ianni è figlia della tendenza, tutta contemporanea, alla prosaicizzazione del dettato lirico: se il pioniere e il primo riferimento dell’arte del giovane romano, Charles Bukowski, ha frantumato struttura, deviato canoni e deformato e contaminato la lingua, non è difficile avventurarsi nel suo sentiero e sperimentare una versificazione che, mediante una progressiva rinuncia al lirismo e al finora irrefutabile narcisismo di certo Novecento, si mostra felicemente scostante e irregolare, precipitando a volte nella prosa in versi e altrimenti danzando sulle ceneri del proprio passato.
Non manca, tuttavia, qualche momento di embrionale compiacimento: “scrivo le poesie della verità/ non certo di granelli di sabbia/ la devastante sincerità / dei momenti di resa/ è più forte del mare/ ma la stanchezza non dura in eterno” (28/08/00). L’imperdonabile tracotanza dell’esordio è subito mitigata dall’affermazione della ricerca del poeta: scavare nell’animo, e scandagliarlo per scoprire una lucidità autentica e una sincerità sfrontata e disperata.
Nei primi testi, si registra una rottura dell’equilibrio sentimentale dell’artista: ha perduto un amore d’una donna “dal sorriso negato”, e ancora contraddistinta, altrove, dal “sorriso tremante” delle sue mani: poco a poco, la frattura dell’armonia pretende la frattura d’un equilibrio formale e stilistico e una poderosa, come si diceva, prosaicizzazione della lirica.
L’empatia smarrita è sangue e sconforto: il disordine è rifugio e sintesi.
Ianni sprofonda nella realtà: dai primissimi versi di carattere amoroso, si passa a nominare “pendolarismo”, “televisione”, “il modo di produzione capitalistico” “automobili, asfalto, lavoro”, confermando, profeticamente, quel che aveva intuito poco prima: “a volte io sento/ profumo d’asfalto”. Questo profumo d’asfalto ha imprigionato la realtà del poeta: il contrasto è soffocante e lacerante, e l’esito è, da un punto di vista letterario, piuttosto interessante.
Nello sporadico sproloquio politicheggiante “a sentire galli della loggia/ quasi rifonderei le BR/ ma la violenza senza rivoluzione/ è soltanto fascista”, è decisamente notevole l’influenza dei media sulla scrittura di Ianni (che qui si fa addirittura slogan: ma lo slogan non era “fascista per natura”, per dirla con Daniele Silvestri?), e un gusto per il paradosso non immune da un promettente cinismo.
L’esito più apprezzabile è nel racconto della lontananza da una Roma improvvisamente perduta e distante: versi intrisi di una quotidianità che appartiene a un’intera generazione, senza condizionamenti d’alcun genere, espressi (apparentemente) senza filtri: sintesi di quanto finora scritto in questa pagina, a proposito della prosaicità e della linearità della scrittura di Ianni.
“solo io costeggio l’acqua, le onde
come i turisti a Roma
mi chiedono cosa mi manca
Feltrinelli, Mel Bookstore,
Disfunzioni musicali, Radio Rock
Onda Rossa, Città Aperta, Città Futura
i ristoranti cinesi, messicani
indiani, africani, romani
i marxisti, i fumetti usati, la Roma e la Lazio
le ragazze giovani e meno giovani
divorziate sposate disinibite emancipate
di destra di sinistra all’università
sul treno sull’autobus in metropolitana
in strada per strada nei pub
nelle discoteche serie”. (Andrea Ianni, 23/04/02)
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Andrea Ianni (Roma, 1973), poeta italiano.
“Tre anni” è un’opera prima.
Andrea Ianni, “Tre anni”, Roma, 2003.
Prefazione di Giulio Perrone.
L’edizione esaminata presenta una grave pecca da rimediare appena possibile nelle successive ristampe: misteriosamente, non è stato pubblicato l’indice dei testi. Fiducioso che si tratti di un’occasionale dimenticanza, o addirittura di una peculiare scelta estetica dell’artista, mi limito a segnalare la lacuna.
Lankelot Franchi, ottobre 2003. Prima pubb: Lankelot.com
Commenti
A distanza di tre anni, questo si può aggiungere: che Ianni, dal vivo, mi lasciò una discreta impressione; senza dubbio era ed è un caro ragazzo. E si dovrebbe rimarcare che fu la mia ultima recensione dell'allora sostanzialmente quasi limpido "il filo", tramutatosi poi in tipografia a pagamento o giù di lì: mi venne criticato il paragrafo "edizione esaminata e brevi note". Ribadisco: a buon rendere. L'andazzo s'era capito già allora.