Un simposio salvifico nel quale pensatori, studiosi, minatori di verità, hanno facoltà di interagire. Una oasi creativa nella quale dare ampia fluenza a differenti modi di approccio, di analisi, di credo.
È piano ed edificazione olistica quella che John Brockman organizza e coordina nel suo progetto della terza cultura. La terza cultura respira e non prospetta fragili opposizioni alla sua evoluzione torrenziale. La terza cultura è una reale occasione inestimabile, spetta a chi ha le necessarie farmacopee non ritrarsi, negarne la formidabile odiernità.
La terza cultura è una concezione scaturita dalla divisione in prima e seconda cultura segnalata da C.P. Snow. La prima cultura è quella classica, quella dell’intellettuale letterato, la seconda è quella dello scienziato.
Va da sola la facile condivisione immediata di tale schematismo, se non fosse che esponenti di successo di tale dicotomia, negli ultimi decenni, hanno posto una terza scelta di eversione, quella di ampliare la planimetria del campo di esplorazione ad ogni punto cardinale, tentare il difficile ed ambiguo percorso di un’amalgamazione dei diversi campi e delle diverse scuole, evitando al minimo le perdite di professionalità e profondità di conoscenze. La terza cultura rinfocola una concezione del sapere che ha radice negli antichi greci e, con luce più eclatante, nel rinascimento italiano, un panorama nel quale l’artista era singolarità poliedrica al massimo esponente, senza rettifiche postulate da limitazioni sociali e organizzative, in una multi-dimensione fibrillante e calcificata nella complessità ecumenica. Il rinascimento era fertile habitat per genialità che non anticipavano limitazioni alla loro possente curiosità. Un pittore del rinascimento, un grande artista di questo periodo, era anche letterato, fisico, dotto in anatomia, geologo, scultore e poeta. Non avrebbe avuto senso conoscere Dante senza essere a contatto delle scoperte e dei progressi dell’astronomia o delle altre scienze. Se poi è il caso di andare a scorgere le motivazioni del cambiamento nei nostri ultimi secoli, il primo elemento che emerge potrebbe essere quello della diversa mole delle informazioni, della conseguente differenziazione e specializzazione lungo divergenti rami ecc. Nessuno potrebbe ottenere, ai nostri giorni, realmente un approfondito bagaglio culturale in ogni direzione. Sarebbe oltre l’abilità umana sia per ordine di tempo, sia per maggiore o meno inclinazione soggettiva. Ma non è altresì tollerabile la situazione nella quale è riversa l’intelligenza attiva che nel nostro tempo si è moltiplicata e ottimizzata: a fianco a sapienti autoreverenziali nella letteratura e delle arti figurative, scienziati morbosamente sostituti in ruoli pseudo-religiosi e filosofici, con accurate preparazioni li dove nessun altro mortale potrebbe mai impelagarsi.
E la stragrande massa delle anime che, sincopatiche, balbettano concetti e falsi manifesti di ideali compresi a metà.
Il post-modernismo ci ha fornito degli strumenti per una chiave di congiunzione delle due diverse culture e l’autore di questo saggio, con successo alterno nel divenire degli argomenti, vuole offrire a noi che leggiamo una possibilità di interpretazione delle frontiere di luoghi della scienza nei quali non è prescindibile una polisemia di attribuzioni. Si passa dalla ipotesi del cervello umano come meccanismo informatico cellulare, alle ultime disamine dell’astrofisica e le interpretazioni filosofiche dell’osservazione. La rete di argomenti è vasta e sembra non dover patire una miseria di fascino. A chi non stuzzicherebbe il presagio futurifico che nell’anno duemila e trenta, secondo le stime di crescita, computer saranno in grado di eguagliare il potenziale di calcolo del cervello umano, magari ponendo in una nuovo colore di dibattito il ruolo dell’anima e della diversità nell’uomo? Oppure quale indifferenza potrebbe appropriarsi della considerazione che l’universo non sarebbe infinito, che l’infinità è qualcosa di diverso da quello che ci è stato insegnato ad immaginare, che la materia e l’energia hanno avuto un inizio e magari è possibile scoprirlo? O, prendendo in esame un capitolo sulla sociologia, le recenti teorie sulle origini storiche della varietà delle diverse culture, venendo così a conoscenza del perché il continente africano non è la massima potenza mondiale, perché sono stati gli europei a sbarcare e appropriarsi dell’america, e non viceversa; e rendersi conto che alla base di tali dinamiche non vi sono solo casualità o, ancora peggio, deficienze genetiche, ma procedimenti evolutivi legati alla geologia e alla morfologia del pianeta.
Gli argomenti del libro sono molti e quasi tutti profondamente attuali. Purtroppo, intoppo forse non di poco conto, alcuni capitoli sono impregnati di sufficiente tecnicismo da intimorire i lettori meno audaci, ma sarà sufficiente anche un’approssimativa base di infarinatura scientifica per apprezzare la quasi totalità dei passaggi. L’intento dell’autore sarà, fin dall’introduzione, quello di invogliare il lettore medio ad imparare come i nuovi umanisti siano anche scienziati che partono da una preparazione totalmente estranea, approdando con il loro lavoro verso spiagge contorniate da pluralità di stanze del sapere, affatto soggiogate dalla misantropia.
I nuovi umanisti sono là fuori, e non potranno essere semplicemente poeti o letterati o scienziati: saranno costretti, trascinati dal vettore degli eventi e dalla tendenza delle scoperte, a costruire un nuovo linguaggio comprensivo dei vari contributi, appellandosi alla memoria olistica che fu, nel debito conto della possibilità assegnataci.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
John Brockman (1941), agente letterario statunitense, fondatore del Reality Club.
John Brockman, “I nuovi umanisti”, Garzanti, Milano, 2005
Prima edizione: “The New Humanist. Science at the Edge”, 2003.
Approfondimento in rete: http://www.edge.org
Arpaeolia
Commenti
Mi viene da pensare ai canguri, chissà come mai. Eh, misteri della psiche.
La costruzione di un nuovo linguaggio. Wunderbar.
...
Che articolo, Arpa. Complimenti anche a distanza di anni.
Canguri.
"Si passa dalla ipotesi del cervello umano come meccanismo informatico cellulare, alle ultime disamine dell?astrofisica e le interpretazioni filosofiche dell?osservazione. La rete di argomenti è vasta e sembra non dover patire una miseria di fascino. A chi non stuzzicherebbe il presagio futurifico che nell?anno duemila e trenta, secondo le stime di crescita, computer saranno in grado di eguagliare il potenziale di calcolo del cervello umano?"
> No, non di tutti i cervelli umani.
DAJE ARPA!
E' ora.
ualà la copertina!
ualà la copertina!