Autore:
Dostoevskij Fëdor Michajlovic
All’affare Karamazov, come venne a palesarsi più tardi, egli guardava con interesse abbastanza caldo, ma unicamente da un punto di vista generale. Lo avvicendava il fenomeno, la classificazione da darne, la visuale da cui considerarlo, come un prodotto delle nostre condizioni sociali, come una caratteristica dell’elemento russo, ecc.
Tre fratelli modellatisi a partire da un pessimo auspicio, formati come un oggetto fatale di rivalsa, come una candela accesa da ambedue gli estremi e attirata alla fine, disegno del destino onnisciente. Tre personaggi tangenti la stessa circonferenza di interesse, vite iconiche finemente distinte e però sempre presenti nella personalità del loro incommensurabile scrittore.
Tre quote d’inalazione dell’opera:
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La vicenda scabrosa, scandalosamente liscia della diegesi di un efferato delitto. Cronaca dell’inabissarsi di una genia posseduta dal peccato e dal disfacimento. Tre, forse quattro, fratelli, un parricidio, lo schiudersi d’occhi d’un nascituro, speranze.
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Bolgia d’un’istantanea di malattia, una società che reca fiori sdrucitati con insolubile conflitto, fin sulla stessa sua lapide. Fiumi di rifiuti che s’accoppiano sin subito dopo la fonte di purezza, ammorbandosi nel progresso delle idee che vi navigano. Un nuovo, un uomo, una teoria per la quale agonia.
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L’isteria freudiana di Dostoevskij, la sua fenomenica materializzazione, l’illustrazione tra le file della sua parola.
Un padre snaturato e ignominiosamente esercitante, procreatore di tre figure che, tra strade complanari, cresceranno e si costruiranno tra stenti e privazioni, ma con risultanze trasversalmente differenti.
Il maggiore Dmitrij Fedorovic, tremendamente passionale e capestro, succube della sua istintività sregolata, incosciente e inadatto alla civile convivenza, seguita a suscitare rancore e disprezzo nelle persone con le quali ha a che fare. In perenne conflitto col padre per il riconoscimento della parte di patrimonio spettatagli, fino alla prerogativa feroce nei confronti di una donna. Egli rovinerà per assuefazione alla carnalità.
Ivan, erudito e composto gentiluomo, il più complesso dei tre, saettatore dell’intelletto e tagliente teoretico. La sua angoscia esistenziale-religiosa sconfinerà nella perdizione nevrotica. Emblematico e rivelativo.
Aleksej, etereo, che affonda le sue radici nella fede. Novizio al monastero. La sua mitezza traspare condiscendente a tutti e per lui non vi sono che considerazioni di apprezzamento. Ha con sé il germe della sincerità spontanea.
Smerdjakov, possibile quarto fratello, mai svelato il mistero delle sue origini, lacchè del padre, Fëdor Pavlovi? Karamazov, e di lui cuoco. Tarato alla stregua di un misconosciuto servitore.
Raggiunta un’età nella quale viene riconosciuto il diritto all’usufruire della eredità della parte di ricchezza del padre, si riuniscono e, essendo stati allevati in luoghi differenti, iniziano a fare conoscenza. Aleksej è il pupillo e adepto del religioso più importante della città, lo Zarec. Si offre ben disposto verso i fratelli e immediatamente si aggrazia loro per merito della sua indiscussa e consolidata sincerità. Egli non mente per nessun pretesto. Ivan ha già in se la struttura dell’adulto, una mente eclettica e traviata da conflitti imperscrutabili. Si distanzia dai fratelli e non s’aspetta niente da un possibile rapporto. Questa sua alterigia viene scambiata da Aleksej come insensibilità al legame familiare. Ma Ivan ha altro che gli trafuga l’interesse. Dmitrij, nella sua schietta grossolanità, non instaura un rapporto sentito con i consanguinei; nuove evenienze sono scaturite tra lui e il padre, e non gli rimane che avvampare di tremebonda gelosia. Si da il caso, infatti, che oltre la faccenda dell’eredità, egli si contenda col padre l’amore di Grušen’ka, una ragazza che gioca con loro. Il temperamento impetuoso di Dmitrij lo porta, esasperato, a usare violenza sul padre e minaccia addirittura che se si frapporrà tra lui e la sua innamorata, lo ucciderà. Gl’altri due fratelli s’adoprano per procrastinare gli esiti della contesa ma la tensione culminerà nell’assassinio del genitore, ad opera di uno dei fratelli.
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Sintetizzata in questi termini angusti, l’opera ultima e più matura di Fëdor Dostoevskij è probabile faccia storcere il naso a più di un non abituale lettore della sua produzione. Come ovunque nelle sue carte, ciò che più conta è quel che l’autore infonde nella corporeità dei suoi personaggi e delle sue vicende. Ogni tassello di questo indiscutibile esempio di genio, accede a rimandi insiti nel limite ultimo della comprensibilità e cerebralità umana. Infiniti quesiti vengono incarnati nelle movenze delle sue persone cartacee, enigmi primigeni e rinnovati occasionalmente nel nuovo profilo della storiografia sua contemporanea. Egli aveva ben conosciuto il movimento socialista, nel frangente giovanile. Aveva studiato e conosceva le argomentazioni logico-matematiche che scandivano il progresso dei suoi decenni. Il treno sguainato della scienza irrompeva con impertinenza nelle menti dei suoi contemporanei, dei suoi coetanei.
La scienza come sostituzione della figura immortale di Dio era un problema che sempre aveva riguardato la sua vita specifica, la sua esperienza. Fin dalle prime lettere giovanili, e poi in quelle più tarde, egli confessa che il mistero dell’esistenza possibile dell’immortalità, e quindi del ruolo di Dio, è sempre rappresentato ai suoi occhi come irresoluto costrutto di desolante inappagamento, sempre egli si ritrova ad aver a che fare con questo arduo costone di roccia e non gli riesce di circumnavigarne i margini.
Una delle possibili interpretazioni de I fratelli Karamazov, a mio avviso quella tra le più penetranti, è appunto una controversa riflessione sulla conseguenza di una teoretica sterile della razionalità come analitica su tutti i fronti, persino quelli del mistero della fede e della religiosità, e il concomitare delle conseguenze più desolanti. Egli fa infatti proferire al suo personaggio (nettamente alter-ego di se stesso), Ivan Karamazov, la considerazione, sua solida convinzione e tortura intellettuale, che senza l’idea di Dio il riconoscimento della virtù stessa va a frantumarsi e all’uomo “ogni cosa è permessa”. Quindi, è lecito argomentare, se l’immortalità non esiste, se Dio è una pia illusione, l’individuo non ha alcuna remora a procacciarsi ad ogni costo ed a qualsiasi bassezza ciò che gli occorre dalla società. Privo di regola, stupra la sua disciolta coscienza e commette ogni sorta di abuso e sopruso accaparrandosi la massima felicità. Non esiste né la concezione del sacrificio, né quella dell’organicità verso un progetto che implichi le generazioni future: vige l’anarchia della dissolutezza. È questo che egli imputa temerariamente al socialismo, alla sua fiducia verso la razionalità immanente. Egli ha paura di lasciare a maturare sia la filosofia scientifica positivistica, sia un socialismo delegittimante il dovere verso il prossimo. La domanda intima e che mai l’abbandona è quella se è un Dio possibile o no, se l’uomo può cogliere da solo nei suoi propri rami dei frutti che non gli si ordiscano velenosi e mortali. Chi leggerà il libro saprà e si renderà partecipe che anche la teoria pura e semplice può essere responsabile del più atroce dei delitti, l’ideologia in sé non è mai innocente, perché essa è qualcosa che implica l’attivo, non la mera speculazione dialettica.
Nell’opera non vi si trova, ovviamente, solo questo, moltissimi altri suggellati messaggi e naufragate missive si propongono continuamente. Ma questo aspetto di iniziativa polemica verso un positivismo traboccante, che non conosce ridimensionamenti, avrà l’indiscutibile merito di interrogare pensatori di tutta Europa su questi importanti bivi d’allarme, e nasceranno fondamentali correnti di pensiero come l’esistenzialismo moderno, sia russo che francese, poi italiano. Da queste prorompenti necessità di salvezza si alimenterà un pressante ed efficace anti-positivismo che rimborserà la conoscenza umana di quel che essa stessa non può trascurare, di quella dimensione della spiritualità e della religiosità che ripercorre il tracciato dell’ottimismo possibile.
Tutta l’adoperarsi di Aleksej è il contrasto con quel che raffigura l’alternativa ad un negazione della realtà d’un Dio. Egli è solare e magnanimo, sempre non arretrerà e mai abbandonerà la sua natura innocente. Ivan (esemplare la vicenda dell’incontro con la visione del Demonio), non può liberarsi da questo aspetto che lo divora e lo scarnifica. Egli deve capire se è legittimo sperare e credere in qualcosa d’altro, non gli basta accettare o sottomettersi passivamente alla fede, egli vuole capire. Ed il suo limite maggiore è appunto quello di appoggiarsi ad uno strumento come quello del raziocinio umano in una dimensione che non gli compete, nel tentativo di sfoltire le nebbie, ma questo non gli basterà, portandolo alla febbre cerebrale. Egli è quello che più assembla in sé la personalità di Dostoevskij: il suo talento, la sua ambizione, i suoi conflitti, la sua nevrosi e la tanto demonizzata epilessia, che affiancherà il suo cammino fin dalla giovane età.
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Ma vi è una traccia centellinata più volte nel romanzo, quella che parte dalla stessa citazione sacra d’apertura:
In verità, in verità vi dico: se il granel di frumento,
cadendo in terra, non morrà, rimarrà esso solo;
ma se morrà, apporterà gran frutto.
(Vangelo secondo Giovanni, XII, 24).
che repentinamente propone il paradosso della morte, invece che terribile esempio di fallimento, al contrario, come spinta centrifuga di rinnovamento della speranza per i vivi, estrinsecazione che Dostoevskij ci tiene a ribadire nelle frasi finali dei fratelli e per il quale si convince che, quanto la mente sia caparbia nell’imporsi dilemmi che le zavorrano con virulenza l’anima, ha essa nel contempo, e l’umanità nella sua unità, la forza e le scintille necessarie alla sua risoluzione:
Signori miei, noi ben presto ci separeremo. […]
Diamoci dunque, qui presso il macigno d’Il’juša, la parola che non ci scorderemo mai, prima di tutto del piccolo Il’juša, e poi gli uni degli altri […]. Sappiate dunque che nulla c’è di più alto, di più potente, di più salutare, di più fruttuoso per la vita che c’è innanzi, d’un qualche buon ricordo, massimo se ce lo rechiam dentro dall’infanzia. […], se molti di codesti ricordi, raccolti insieme, ci faran da viatico nella vita, allora saremo salvi finché vivremo […] quanto gli abbiamo voluto bene i suoi ultimi giorni di vita […]. Tutti voi, o signori, mi siete cari ormai per sempre, tutti quanti vi tengo racchiusi nel mio cuore, e vi prego di tener racchiuso anche me nel cuor vostro! Sì, ma chi è stato a riunirci insieme in questo buono e dolce sentimento, che d’oggi in poi finché avremo vita ci rammenteremo, e che di rammentarci siamo risoluti; chi è stato mai se non Il’juše?ka, questo buon ragazzo che a noi sarà caro in eterno? Non dimentichiamolo dunque: perpetuo e soave sia il suo ricordo nei nostri cuori, d’oggi in poi e in eterno!
E con simile processo i fratelli Karamazov si ricongiungeranno, pressappoco le orme della morte.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Fiodor Michajlovi? Dostoevskij (Mosca 1821 – San Pietroburgo 1881), romanziere russo.
Fiodor Michajlovi? Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”, Einaudi, Torino, 1993.
Traduzione di Agostino Villa. Con un saggio introduttivo di Vladimir Lakšin e il saggio di Sigmund Freud Dostoevskij e il parricidio.
Prima edizione: “Brat’ja Karamàzovy”, Mosca, 1879-80.
Originariamente pubblicato sulla rivista “Il Don Chisciotte”.
Arpaeolia
DOSTOEVSKIJ in LANKELOT:
Commenti
Dostoevskij è uno dei mie autori preferiti e questo libro in particolare mi "folgorò" a sedici anni, quando lo lessi per la prima volta. Ne hai dato un'ottima interpretazione, una delle molte possibili, perché io lo trovo un testo ricchissimo di spunti sempre nuovi. Un aspetto, credo, è anche quello della spiritualità russa, quella del popolo, (ricordo le scene dalla morte dello starets), ad esempio.
Altri si sono sbizzarriti con la psicoanalisi.
Insomma è un grande romanzo e i personaggi li ho sempre trovati vivissimi. Da ragazzina le mie preferenze andavano a Dmitrij, il più matto di tutti!
Me l'hai fatto un po' "ripassare" con questa recensione. Comunque complimenti perché ti cimenti sempre in recensioni di grandi testi e grandi autori. Con calma verrò a visitarti negli altri articoli, un po' per volta, altrimenti non li leggo bene.
Grazie Marina. Sento il bisogno di recensire quasi sempre grandi classici, è vero. Penso dipenda che, nonostante non siano le uniche letture che mi capitano, rappresentino per me le - forse uniche - chiavi per capire la letteratura. Mi piace andare a segno con le pretese, precludendo molto, ma non tradendo la passione ancora bambina per il capolavoro.
la spiritualità russa. Credo che tutti i grandi scrittori suoi figli non abbiano mai potuto - saputo? - prescindere dal grande mistero abbagliante ed epico di quella Russia ottocentesca. Puskin, Turgenev, Tolstoj, Gogol, Dostoevskij hanno contrattato con questo aspetto fascinosissimo della peculiarità russa. Introspettiva, non indulgente, combattuta tra il mondo occidentale del progresso e il focolare fatiscente di glorie ormai assenti se non nel retaggio di un medievalismo dei rapporti fra popolo e filosofia sul popolo. La Russia del conflitto a margine dell'Europa ha creato l'analisi e l'inesplicabilità letteraria del margine dell'esistere, oscuro ma anche tenace di sopravvivenza dalle lusinghe del nuovo.
Ho letto molto di Dostoevskij. Mi piace parecchio, lo preferisco di gran lunga a Tolstoj. I fratelli Karamazov, poi, è il mio preferito: ricordo ancora tutti i nomi a memoria, nonostante siano passati dieci anni da questa lettura. Insieme a "I demoni", il testo in questione mi è stato utilissimo per scrivere brevi saggi sul nichilismo. Ma ci sono altri capolavori: Delitto e castigo e L'idiota, in particolare. Non so se si è capito, ma è un autore che amo molto, al contrario di Tolstoj che trovo tediosissimo.
Tolstoj è solo per certe predisposizioni emotive insostituibili. Intrattiene di rado e non al meglio. Per quanto ami tutti i russi che ho letto (forse Gogol è ancora troppo settecentesco), Tostoj è il preferito. Prova con i racconti, sono meno divaganti e conservano i tratti forti dello scrittore di Guerra e Pace.
Nichilismo, su tutti Turgenev. Si credette per molti anni che fosse stato lui ad inventare il termine stesso (vedi Padri e figli), ma egli lo rese solo di pubblica diffusione. Formidabile e spietato, meraviglioso.
Lo so, lo so "Padri e figli" è il primo che ho letto (e mi è piaciuto). Di Gogol ho apprezzato "Le anime morte". "Guerra e pace", invece, non l'ho digerito, quasi quanto "L'Ulisse" di Joyce. Proverò coi racconti, prima o poi.
Io credo che Dostoevksij abbia scritto a un livello tollerabile sin quando è stato giovane e grezzo. Probabilmente non faccio testo, ma ribadisco il giudizio di anni fa - questo libro è di una pesantezza intollerabile. Rinnovo il vecchio Kagakazov.
Leggo tuttavia con ammirazione e con nessuno stupore che lo chiamate maestro. Russi che sanno scrivere ne annoverero altri, Lermontov, Erofeev, Bulgakov, Zamjatin, qualcosa di Puskin. Ma non argomenterò;)
Di relativamente giovanile ho letto "Umiliati e offesi" e mi ha deluso in alcuni aspetti, uno l'eccessiva retorica dei sentimenti. Anche se non posso fare a meno di pregiarlo del maestro.
Ma lasciamo stare maestro o non maestro. Per me è il più grande narratore russo che abbia mai letto. E ne ho letti molti, intorno ai ventidue ventitrè anni leggevo solo Hesse e letteratura russa. "Umiliati e offesi" ha convinto poco anche me, ma è una goccia nell'oceano. Non t'è piaciuto Karamazov (uno dei romanzi più conivolgenti e completi mai scritti, a mio avviso)? Ok, può succedere. Ma hai letto "I demoni"? e "Delitto e catigo"? e "L'idiota"? o "L'adolescente"? Non possono averti fatto tutti l'effetto kagakazov...
Non so, russi vorrei poterli leggere nella loro lingua. Ho sempre l'impressione che le traduzioni siano riscritture. Per questo limito il discorso ad aspetti strutturarli e contenutistici, cancellando totalmente l'aspetto dello stile e della scrittura. D. mi ha interessato ne"Il sosia", interessante romanzo breve.
(corrige: seconda riga: strutturali per strutturarli)
Sempre sulle stesse basi - ossia: negando qualunque analisi linguistica o qualunque esame della scrittura - "Le notti bianche". Ma mi fermo là e non sfoglierò più niente di suo sino alla vecchiaia.
"Il sosia" è carino, ma non tra i suoi migliori, per me. Comunque sul problema della traduzione puoi aver ragione, su tutti i russi, naturalmente.
(concludo - il discorso sulle traduzioni si aggrava man mano che si esce fuori dall'area romanza, ovviamente. )
copertina+archivio FD
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