Huxley Aldous

Dopo molte estati muore il cigno

Autore: 
Huxley Aldous

Sessant'anni dopo la prima edizione italiana (Mondadori, 1949) e quarantatre anni dopo la seconda e ultima edizione (Mondadori, Medusa, 1967), torna a disposizione dei lettori, nella nuova traduzione di Catherine McGilvray, per la Cavallo di Ferro di Roma, un misconosciuto, filosofico e densissimo romanzo di Aldous Huxley del 1939, “Dopo molte estati muore il cigno”. L'esperta di AH per eccellenza, Daniela Guardamagna, ricordava a suo tempo che “After Many a Summer, scritto con una certa rapidità nel 1939, è stato definito dall'autore una 'short phantasy', una 'wild extravaganza', 'contemporaneamente comica e ammonitrice, farsesca, agghiacciante e riflessiva', 'macabra' e 'improbabile', ma 'infinitamente meno' di quanto lo sia la vita” (fonte: “La narrativa di Aldous Huxley”, Adriatica, 1989, p. 135). Huxley aveva buona coscienza di sé, ed era onesto giudice dei suoi scritti. “Dopo molte estati muore il cigno” è una stravaganza senza ombra di dubbio, grottesca e liminare com'è, ma è riflessiva sino al parossismo.

Secondo la Guardamagna, l'opera è espressione di “una pessimistica fuga dalla normalità umana” e della “impossibilità di creare il bene nel tempo”. Huxley scelse il titolo per questo suo romanzo, fondato su una meditazione sull'innaturale smania dell'eterna giovinezza, e sull'immortalità, omaggiando Tennyson. Il poeta inglese cantava, in “Tithonus”: “The woods decay, the woods decay and fall / The vapours weep their burthen to the ground, / Man comes and tills the field and lies beneath, / And after many a summer dies the swan”. Vale a dire, “I boschi deperiscono morendo / i fiumi posano piangendo il loro peso / L'uomo viene, coltiva il campo e giace / Sotto la terra. E dopo molte estati il cigno muore”. E questo è quanto. Qualche cenno alla trama. Un vecchio miliardiario statunitense ossessionato dalla morte, Jo Stoyte, è il protagonista principe di questa farsa. Vive in un castello medievale “non per una volgare necessità storica, ma per puro divertimento e arbitrio, per così dire, platonicamente”. Ha abbastanza denaro da poter comprare qualsiasi cosa, e da poter dare lavoro a chiunque. Ingaggia un umanista inglese, Jeremy, e finisce per strapagarlo, perché possa studiare e sistemare a dovere un antico carteggio che nasconde un segreto non estraneo alla sua ossessione: l'immortalità. Stoyte ha qualcosa di sinistro, per noi italiani, per via dell'attualità delle sue manie: proprio come un famoso leader politico, sembra valutare la vitalità del prossimo sulla base della vita sessuale e crede nella democrazia soltanto a parole, perché di fatto è a capo di varie attività che vanno gestite in modo dittatoriale, e come gli dirà qualcuno “le persone a te subordinate sono costrette ad accettare la tua dittatura perché per vivere dipendono da te”.
 
Ha un'amante giovanissima, Virginia Maunciple, e la vizia come può, divertendosi a soddisfare tutti i suoi capricci. Almeno quelli. Nel frattempo, il cinico dottor Obispo lavora, per conto del sultano, per trovare la formula della longevità. È la materia dei suoi studi sin dalla laurea, e mentre s'avvicina alla grande rivelazione Obispo si dà da fare per tenere vispo e giovane il vecio: magari con iniezioni periodiche di ormone sessuale sintetico, tenendogli sotto controllo le arterie e curandogli a dovere i reni. Infine c'è l'illuminato letterato Propter, che vive in un bungalow nei pressi del castello e ha capito un sacco di cose della vita, dell'universo e di tutto quanto e ha una gran voglia di parlarne. E a noi tocca ascoltare.
 
Tre sono i livelli della narrazione: il primo è quello dei torrenziali discorsi di Propter, il secondo è quello della narrazione pura delle stralunate vicende del clan di Stoyte, il terzo è quello dedicato al prezioso manoscritto che Jeremy sta lavorando e restituendo alla luce. Secondo la Guardamagna, “i discorsi di Propter sono senza dubbio il grave limite stilistico del romanzo: condotti abilmente nel contrappunto con gli ascoltatori, variati con competenza dalla paradossalità delle soluzioni del personaggio (…) sono però quasi intollerabilmente estesi rispetto alla narrazione: costituiscono infatti quasi un quarto del romanzo” (p. 143). E in più d'un frangente finiscono per addormentare il romanzo, zavorrandolo. Peccato, perché l'intuizione originaria e la scelta dell'argomento potevano essere prodromiche a un libro memorabile, e non soltanto a un dignitoso esercizio di stile, con qualche ridondanza e troppi pleonasmi. Superbo invece il tempismo dell'editore capitolino Cavallo di Ferro: con un romanzo del genere, più d'uno dalle parti della ridente cittadina di Arcore riderà dell'uomo che vorrebbe vivere per sempre e per sempre restare giovane, amando ragazzine ed esercitando con disinvoltura il suo potere dispotico. Come personaggio, diciamo così, non s'è inventato proprio niente.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Aldous Huxley (Godalming, Surrey, 26 luglio 1894 / Hollywood, California, 22 novembre 1963), poeta, saggista e romanziere inglese.
 
AldousHuxley, “Dopo molte estati muore il cigno”, Cavallo di Ferro, Roma 2010. Traduzione di Catherine McGilvray.
 
Prima edizione: “After Many a Summer Dies the Swan”, 1939.
 
Prima edizione IT, Mondadori 1949 col titolo “Dopo molte estati”. Ristampata nel 1967. Traduzione di Giacomo Prampolini.
 
Approfondimento in rete: Aldous Huxley – somaweb.org / Huxley.net
In Lankelot: articoli su ALDOUS HUXLEY

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Novembre 2010
 
Prima pubblicazione in cartaceo: Secolo d'Italia, 20 novembre, pagine 8 e 9. Tutti i diritti appartengono al Secolo. L'articolo appare su Lankelot in versione leggermente più estesa.
ISBN/EAN: 
9788879070812

Commenti

[huxley] Sessant'anni dopo la

[huxley] Sessant'anni dopo la prima edizione italiana (Mondadori, 1949) e quarantatre anni dopo la seconda e ultima edizione (Mondadori, Medusa, 1967), torna a disposizione dei lettori, nella nuova traduzione di Catherine McGilvray, per la Cavallo di Ferro di Roma, un misconosciuto, filosofico e densissimo romanzo di Aldous Huxley del 1939, “Dopo molte estati muore il cigno”. L'esperta di AH per eccellenza, Daniela Guardamagna, ricordava a suo tempo che “After Many a Summer, scritto con una certa rapidità nel 1939, è stato definito dall'autore una 'short phantasy', una 'wild extravaganza', 'contemporaneamente comica e ammonitrice, farsesca, agghiacciante e riflessiva', 'macabra' e 'improbabile', ma 'infinitamente meno' di quanto lo sia la vita” (fonte: “La narrativa di Aldous Huxley”, Adriatica, 1989, p. 135). Huxley aveva buona coscienza di sé, ed era onesto giudice dei suoi scritti. “Dopo molte estati muore il cigno” è una stravaganza senza ombra di dubbio, grottesca e liminare com'è, ma è riflessiva sino al parossismo.

[Huxley] Però, quante

[Huxley] Però, quante affinità!! Vista la somiglianza col premier, sembra che Huxely abbia avuto doti da veggente... O forse è semplicemente che certi omuncoli con manie da superuomini sono una vecchia piaga di sempre.

[huxley] mi piace pensare che

[huxley] mi piace pensare che huxley sia stato un veggente, ma credo sia come dici tu. Ossia che la piaga è antica molto più di quel che potremmo credere...