Hrabal Bohumil

Una solitudine troppo rumorosa

Autore: 
Hrabal Bohumil

L’ANGELO È APPENA PASSATO

Ogni volta che tento di rabberciare una recensione intorno a Una solitudine troppo rumorosa vengo presa da tremore: riuscirò ad esibirmi in un tuffo che sia per lo meno dignitoso? Il quesito è del tutto ragionevole poiché Il tenero barbaro, alias Benedetto, Bohumil Hrabal, è un tipo dispettoso. Potrebbe, ad esempio, togliere l’acqua dalla piscina un istante prima del tuffo che di conseguenza diverrebbe un tonfo.
Oltre a questa considerazione circa l’eventuale pericolo per la mia integrità fisica ve ne sono altre da non sottovalutare. Tanto per fare un esempio, prendo in mano Una solitudine e, una volta aperte le pagine del libricino, mi accorgo di aver dimenticato tutto quello che Benedetto, l’ineffabile, vi ha scritto. Com’è possibile? Avrò letto questo romanzo o racconto – cosa sia di preciso non so – tre o quattro volte con il risultato che nella mia zucca non rimane altro che un rumoroso silenzio. E di che mi lamento? Hrabal ha avuto la cortesia di annunciare già dal titolo che di questo si sarebbe trattato.
Altra considerazione: che abbia scritto il libro con l’inchiostro simpatico allo scopo di farlo svanire e rinvenire quando più gli sarebbe garbato? Dal dispettoso Pierrot incrudito mi aspetto questo e altro. Ad ogni modo pazientemente torno a leggere con tutto questo silenzio rumoroso che mi gira nelle orecchie e avverto, per percezione materiale ed extrasensoriale, che vi è stato un improvviso spostamento d’aria; come se un angelo fosse appena passato. Fatte queste necessarie premesse dovute a codardia (il tuffo), agli spostamenti d’aria e all’inchiostro simpatico, rinuncio anche solo all’idea di scrivere una recensione e mi limito a mettere in luce alcuni dettagli del libro.
Rinvio per una recensione del testo all’eccellente lavoro del signor dottor Sergio Corduas dal titolo hrabaliana che trovasi in appendice a Una solitudine, per le edizioni Einaudi e al non meno pregevole lavoro di Angela Migliore che ha dato del testo una sintesi precisa e soprattutto concisa.

Tanto per iniziare provo a rappresentare in un pezzo di carta le coordinate di spazio e di tempo, di forma e contenuto che tratteggiano il libro. La forma che ne esce è un cerchio. Su questo non ci sono dubbi. Hrabal stesso insiste sulla natura circolare del testo nel quale il progressus ad originem si fonda con il regressum ad futurum e viceversa.
Per rafforzare questa scoperta mi avvalgo pure della testimonianza del molto venerabile Laozi più volte citato da Hrabal nel corso della narrazione, il quale afferma che nascere è uscire e morire è entrare. Dunque seguirò il consiglio del molto venerabile Laozi e entrerò dalla porta che chiude il libro, vale a dire dall’ultimo e definitivo incontro tra Hanta e Mancinka, due persone che il futuro aveva progettato di mettere insieme senza per altro riuscirvi: regressus ad futurum. L’incontro tra i due che non diverranno mai sposi si situa nel testo appena prima del capitoletto finale. Quali punti del cerchio accomunano Hanta a Mancinka? Alcuni punti precisi e speculari: Mancinka che in vita sua non ha mai letto un libro e Hanta che è divenuto istruito contro la sua volontà. Ciononostante i due si assomigliano, di più, si fondono, sebbene i loro destini abbiano preso strade diverse. In chiusura del libro, quando Hanta decide d’infilarsi dentro la pressa, lui stesso dirà che incominciava a somigliare a Mancinka.
La fine, nella forma del cerchio, s’incontra e si fonde con l’inizio, dunque mi appresto per il momento ad abbandonarla per tornare all’inizio, senza per questo togliermi il gusto di saltellare a piacere lungo i capitoletti circolari del libro.

L’inizio, per gli aspetti che desidero mettere in luce, è costituito da Hanta e Mancinka che ballano ad una festa, in un’osteria. Lei con i nastri tra i capelli, lui elegantissimo,con i suoi pantaloni stirati di fresco.
Scena: i due innamorati stanno ballando sulla pista e i loro piedi sfiorano appena il pavimento senza toccarlo come è giusto che sia quando si tratta di due giovani che si amano. 
Blocco per un attimo l’istantanea del ballo. I due ballerini sono immobili. 
Che ci racconta il futuro a proposito di Hanta e di Mancinka? Dice che vi sono alte probabilità che i due si mutino da fidanzati in sposi. Il futuro però sbaglia: tra Hanta e Mancinka ci si mette di mezzo la cacca.
Eh, sì, eh, già. Senza voler scomodare la metafisica, della quale tuttavia il molto onorevole signor dottor Franz Kafka ha scritto in modo assai argomentato circa la predilezione della stessa per il putridume e la schifezza, mi limito a chiamare in causa la ben più umile alchimia. Sì, perché, dal mio punto di vista, questo libro di Hrabal, ha pure la forma di un vaso alchemico dentro il quale avviene la trasformazione degli elementi: dal nero putridume,la cacca, all’opera compiuta, l’oro. Se si riflette con un po’ d’attenzione sui destini di Hanta e di Mancinka si deve concludere che essi raggiungono la perfezione. Il compimento dell’opera.

Faccio ripartire il ballo. La descrizione di questo ballo è in sé un capolavoro. I due innamorati sono felici e contenti in questa loro dimensione danzante. Accade all’improvviso che Mancinka debba interrompere la danza per l’impellente necessità di andare al gabinetto. Il bagno però è un cesso da contadini e non un bagno da signori. La cacca vi si deposita senza che lo sciacquone intervenga a eliminarne la materia greve. La giovane che s’appresta a fare i propri bisogni s’ inzacchera con la materia fecale che deborda dal cesso sprovvisto di tutto: dalla luce elettrica fino alla più umile candela. Mancinka dunque non s’ accorge che a contatto con il bordo del gabinetto, i suoi nastri, i suoi abiti, si sono tutti inzaccherati.
Allegra e inconsapevole, Mancinka torna verso la sala da ballo e riprende a danzare con il giovane Hanta. Lui, l’ innamorato - cieco per antonomasia - non s’avvede della tragedia che, al pari di una pietra tombale, sta cadendo dritta sulla testa di Mancinka. Intorno ai due fidanzati a poco a poco si crea un vuoto. Perché? Semplice: i nastri di Mancinka, inzaccherati di cacca, mandano schizzi della nauseabonda sostanza addosso agli altri ballerini che se ne fuggono via disgustati. Da quel momento in avanti – vi sarà infatti una seconda e ultima occasione nella quale Mancinka verrà perseguitata dalla cacca – ella verrà bandita dalla società e per giunta marchiata a fuoco con l’irriverente appellativo di Mancinka cacata.
La madre di lei che aveva assistito, tutta sorrisi e svenevolezze, alla prima fase del ballo, crolla sotto i colpi della vergogna dopo che la figlia torna dal gabinetto. La signora però è di tempra robusta e appena riesce a riaversi dalla bastonata che le è stata inflitta strappa la figlia dalle braccia del fidanzato obbligandola a cambiare città, destino e vita.

Muta di conseguenza pure il destino di Hanta. Lo troviamo davanti ad una pressa: una macchina elementare che dispone di due pulsanti: uno verde e uno rosso con i quali l’operaio Hanta, addetto al macero,deve pressarvi dentro materiale cartaceo di ogni genere per distruggerlo. La pressa è tuttavia sprovvista di vera automazione. Il lavoro che Hanta vi compie comporta un continuo combattimento con la stessa, un corpo a corpo defaticante. In questo modo si verifica un vicendevole scambio di umori, odori, gemiti, tra uomo e macchina tanto che alla pressa viene ceduto qualcosa di Hanta e viceversa ad Hanta qualcosa della pressa. Dice Hrabal che l’operaio di una volta era distrutto e imbrattato dal lavoro perché doveva spremere il lavoro dal corpo (p. 59 – Una solitudine troppo rumorosa – Einaudi ed.) La pressa, a sua volta, ha qualcosa a che vedere con il principio circolare sempre richiamato da Hrabal. Egli dice: … tutto va contemporaneamente in avanti e tutto torna contemporaneamente indietro…come al comando dei bottoni verdi e rossi sulla mia pressa,tutto passa scattando nel proprio opposto e unicamente per questo nulla al mondo zoppica…e per questo mio lavoro uno dovrebbe avere non soltanto l’istruzione universitaria o il liceo classico ma anche un seminario di teologia. Così la spirale e il cerchio nel mio impiego si corrispondono e il progressus ad futurum si fonde col regressus ad originem ed io per di più tutto questo lo vivo tattilmente essendo io contro la mia volontà istruito…(pag. 45, op.cit.)

Il luogo ove la pressa è situata è un sottosuolo con un buco sulla volta. Da quel buco gli addetti alle prima fase dell’operazione di distruzione gettano carta indifferentemente, vuoi che si tratti di un testo dell’ineffabile Immanuel Kant, vuoi che si tratti di carta di macelleria tutta sanguinolenta per la quale le mosche carnarie e i topi s’inebriano fino a perdere la testa. Come scrive Angela Migliore nella sua recensione… la pressa fagocita mosche, topi, libri, storia e cultura ed il protagonista salva, salva silenziosamente, privatamente nell’intimo della sua solitudine non tutti i libri, non tutta la storia, non tutta la cultura ma se stesso, il suo desiderio di conoscenza…(recensione apparsa su Lankelot il 2/10/2005).
Come vengono salvati questi testi? Mediante manipolazione, ovvero con l’uso delle mani. Hanta non solo salva ma ricrea. Dalle sue mani escono pacchi che sono creazioni. Le tesi di Hoelderlin, quelle di Kant e di altri pensatori si sposano con la pittura in una manipolazione che ne muta la forma ma non ne distrugge l’identità, semmai l’arricchisce.
Questa operazione di salvazione è possibile solo grazie a un feroce combattimento con la pressa che Hanta affronta con eroismo macchiandosi del sangue che sprizza dalle mosche carnarie e dai topi che non rinunciano a suggere il sangue che imbratta la carta da macellaio a costo di finire a loro volta schiacciati. Così i due bottoni, quello rosso e quello verde, operano secondo il principio circolare di distruzione e creazione grazie ad Hanta istruito contro la sua volontà.
Il luogo della salvazione è un lurido sottosuolo. Perché si compia una creazione occorre evidentemente scendere, scendere molto in profondità. Solo nelle regioni inferiori riesco a respirare, recita Jakob von Gunten in un passo dell’omonimo libro dell’amatissimo Robert Walser.

Ora però devo chiudere il cerchio che ho tentato di disegnare, dunque è necessario che torni a Mancinka e ad Hanta che non sono mai divenuti sposi. Ho detto all’inizio della mia piccola dissertazione che Hanta e Mancinka finiscono per avere comunque un destino comune. Un’asse si era spezzata per Mancinka, l’asse delle relazioni col mondo. Il suo destino è quello di esserne tagliata fuori. Le sue traversie con la cacca sono lo strumento di questa espulsione. Mancinka ne prende atto e nel vuoto che le si fa intorno decide di andare oltre ogni relazione, oltre le comuni aspettative. La sua solitudine diviene un’opera compiuta della quale Hanta sarà l’unico testimone esterno. A sua volta Hanta è costretto ad affrontare la sorte dell’espulsione rappresentata in questo caso dall’asse del tempo che si spezza in un punto definito.
Ne “L’intervista con un Pierrot incrudito” Hrabal dice: …Non ho tentato di descrivere null’altro se non che da noi un’epoca finiva e un’altra cominciava. Hanta è la sintesi di un sogno e di un vero operaio Hanta, il quale era abituato a lavorare alla vecchia maniera e non riusciva a comprendere ed accettare i nuovi macchinari, era abituato a lavorare con le mani. Si era spezzata un’asse di un’epoca che era durata secoli, e il mio eroe Hanta si è trovato nel luogo della rottura ed è stato investito dalle schegge…” p. 117 Intervista con un Pierrot incrudito, op.cit..

Questa rottura è espressa da due segnali inequivocabili: l’automazione delle macchine e il modo di alimentarsi delle nuove generazioni. La robotica ha come conseguenza il non uso del corpo nel lavoro alla macchina, dunque la cancellazione di ogni scambio di umori e di identità tra uomo e macchina.
“Tu devi essere freddo come un boia coreano”, diceva ad Hanta il suo sconsolato datore di lavoro il quale aveva ragionevolmente di che lamentarsi circa i tempi di produzione dell’operaio Hanta. I freddi boia coreani appaiono all’orizzonte esattamente nel punto dove l’asse di un’epoca si spezza. Sono i giovani delle brigate socialiste chiamati ad accelerare il lavoro di Hanta e sono per giunta volontari. Vestono con sportiva eleganza, maneggiano macchine automatiche, bevono succo di pomodoro e latte.
Le schegge della deflagrazione di un’epoca colpiscono Hanta in modo assai serio. La direzione del macero non sa più che farsene di lui, dunque è invitato a mettersi a disposizione per andare a imballare carta vecchia da qualche altra parte. E dove diavolo mai potrebbe andare? L’asse del tempo si è spezzata. Il regressum ad futurum ha fatto il suo corso.
Hanta dunque si rivolge all’unico punto di riferimento che ancora possiede: Mancinka.
Lei gli aveva già scritto molte volte. Ora abitava a Klanovice e lo invitava ad andare a trovarla. Al crepuscolo Hanta raggiunge la cittadina di Klanovice e poi la villetta dove abita l’innamorata di un tempo. Spinge l’uscio di casa, si guarda intorno, esplora le diverse stanze ma non trova nessuno.
Esce in giardino e lì, contro la luce del tramonto che illumina come un’aureola il profilo del bosco, vede qualcosa che quasi gli fa venire un colpo:una grande statua d’ angelo dalle ali spiegate. Una scala da lavoro è appoggiata alla statua. Sopra la scala, tutto compreso nel proprio compito, vi è un artista, un uomo vecchio, con indosso una mantella azzurra e pantaloni bianchi. Con un martelletto sta modellando il volto dell’angelo. Quel volto è una bella testa di donna, ormai non più né di donna né di uomo bensì il volto di un angelo androgino sceso dal cielo nel quale non vi sono ormai sessi né quindi nozze …p. 67, op.cit.
Il vecchio artista sulla scala guarda in basso: Mancinka sta seduta su una poltrona e tranquillamente si lascia ritrarre da lui. Ha ormai tutti i capelli grigi e tagliati corti, una pettinatura da ragazzo, come una qualche sportiva, un’atleta che si fosse spiritualizzata. Nella sera che avanza Hanta deve avvicinarsi di più a Mancinka per coglierne lo sguardo.
Dice Hanta :… un occhio l’aveva più basso e questo le dava un’aria nobile, anzi sembrava che fosse un poco strabica da un occhio, ma io vedevo che non era un difetto dell’occhio, ma soltanto un occhio spostato, il quale ha ormai davvero veduto e ora guarda stabilmente attraverso la soglia dell’infinito il centro stesso di un triangolo equilatero,il cuore dell’essere stesso,vedevo che quel suo occhio strabico era il messaggio dell’eterna pecca del diamante….e io ora vidi che Mancinka la quale aveva orrore della lettura, che non aveva letto un solo libro decente, ora aveva raggiunto alla fine del suo cammino vitale la santità…” pag. 67, op. cit.
L’angelo che l’artista scolpisce ornerà il giardino di Mancinka e costituirà una gioia per il suo sguardo fino a quando rimarrà in vita e dopo la sua morte quell’angelo starà sulla tomba di lei, come un peso sulla sua bara.

Hanta ha veduto il paradiso terrestre di Mancinka e ne ha tratto la dovuta ispirazione.
Ad ognuno il proprio paradiso. Qual è il paradiso di Hanta? Lui stesso ne stabilisce il luogo grazie all’aiuto di una frase di Novalis da lui molto amata e che lo condurrà per mano, lungo il percorso del suo viaggio:…Ogni oggetto amato è il centro del paradiso terrestre.
Ed io, aggiunge Hanta, piuttosto che imballare carta linda sotto la Melantrich, allora io come Seneca, come Socrate,io scelgo nella mia pressa, nel mio magazzino, la mia caduta, che è ascesa…
Hanta si accuccia in posizione fetale nel ventre della pressa, schiaccia il bottone verde, il dito saldamente fermo sulla frase di Novalis e fa il suo ingresso in paradiso.


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Bohumil Hrabal (Brno, 1914 - Praga, 1997), poeta e romanziere ceko.

Bohumil Hrabal, “Una solitudine troppo rumorosa”, Einaudi, Torino, 1991. Traduzione e cura di Sergio Corduas. Contiene “Dopo Hrabal, una rumorosa solitudine”, di Giorgio Pressburger.

Approfondimento in rete: Antenati

Renata Adamo. Ottobre 2005

HRABAL in LANKELOT

ISBN/EAN: 
9788806181512

Commenti

Altro pezzo che avevamo amato molto.
Tra stanotte e domani torno a commentarti.
Ave Renata!

eccone un altro con la mia stessa data di nascita, eh (a parte l'anno, ecco)

(Andrea, quello di cui parli è Salvatore, tornato anche lui quest'oggi a pubblicare su Lankelot! Lo trovi nel pezzo su Troisi.
Renata è qui:
http://www.lankelot.eu/?biografia=226 )

Carissima Renata, intanto piacere. Poi, mi metteresti a posto questo articolo dal punto di vista grafico??? L'effetto ottico è un po' da mal di mare :))))) Poi passo a commentare, Ciao!

colpa mia! rimedio subito

"Ad ognuno il proprio paradiso. Qual è il paradiso di Hanta? Lui stesso ne stabilisce il luogo grazie all?aiuto di una frase di Novalis da lui molto amata e che lo condurrà per mano, lungo il percorso del suo viaggio:?Ogni oggetto amato è il centro del paradiso terrestre.
Ed io, aggiunge Hanta, piuttosto che imballare carta linda sotto la Melantrich, allora io come Seneca, come Socrate,io scelgo nella mia pressa, nel mio magazzino, la mia caduta, che è ascesa?
Hanta si accuccia in posizione fetale nel ventre della pressa, schiaccia il bottone verde, il dito saldamente fermo sulla frase di Novalis e fa il suo ingresso in paradiso."

> ricordavo bene questa clausola. E triste è pensare che quel centro del paradiso di Novalis se ne andò troppo presto, deviando per sempre la sua scrittura altrove.

eh, ma io parlavo di hrabal. è nato 64 anni prima di me;-) appartequesto, questa lettura è davvero intrigante.
ciauz.
ndr

Scopro solo ora questo pezzo. Mi era sfuggito anche sul vecchio Lankelot.com.
Arrivo, quindi, con colpevole ritardo a ringraziare e della bella pagina e dell'immeritata citazione.