HORNBY ISTITUZIONALIZZATO.
“O,come, terrible anonymity
gently (very whiteness:absolute peace
never imaginable mistery)
descend”.
Cummings orna con i suoi versi queste mie povere righe su Nick Hornby. Sono parte di quel popolo di lettori che aveva apprezzato e gioito dello stile e del talento dell’Hornby di “Febbre a 90°”, della maniacalità e dell'ossessività del romanzo “Alta Fedeltà”, dello strano ibrido intitolato “Un Ragazzo”, primo tentativo (fallito) di liberarsi dalla trasfigurazione autobiografica; mi attendevo, come tutti voi, da questa nuova creazione narrativa la definitiva consacrazione di questo autore che tanto da vicino mi ha ricordato Dickens – se non per le trame, affermarlo parrebbe (angosciante) eresia, per lo stile accattivante e per il curatissimo celatissimo accademismo di fondo. Veniamo finalmente alle ragioni del mio rammarico e della scelta dell’incipit cummingsiano in ouverture.
Hornby deve aver compreso che per una totale e indiscutibile consacrazione (accademica) era necessario distaccarsi dall'unico personaggio degli altri suoi romanzi: se stesso. Un ego, ammettiamolo, adorabile: anticonformista sino all’eccesso, coraggioso, artigliato ai suoi vizi, ai suoi tic, alle sue manie, tutto teso a presentarle eccessive e a giocarci sino a sfrondarle da qualsiasi parvenza di “normalità”.
E allora cosa combina il nostro? Ma è ovvio: stavolta lascia che sia un personaggio femminile a parlare in prima persona; è la compagna di un critico letterario e dello spettacolo fallito feroce, estremista e perfettamente coerente, sino alla caricatura di se stesso.
Caricatura che puntualmente viene disegnata: subentra nella sua vita un personaggio assai fantasioso e immaginifico, una sorta di creatura frankensteiniana patchwork, post-hippy e pre-new age, dotata di poteri miracolosi(inebetisce i suoi “pazienti” ma cancella loro la memoria della nostalgia o del senso di colpa); costui lo convince della necessità di fare del bene a tutti i costi, a chiunque, privandolo della sua personalità e della sua capacità critica sino ad assorbirle; rimane la larva di questo accattivante personaggio, ormai rapito dal suo nuovo amico, BuoneNuove(nomen omen: triste presagio).
Il testo è fiacco, farsesco, ripetitivo; uno scrittore imbolsito e indebolito dalla fama e dal successo pigramente scribacchia un romanzetto ottimo per le letture in pausa pranzo o in attesa del barbiere; un giornaletto leggibile in poche ore con scarso impegno e poche suggestioni memorabili.
Un fumettaccio, ecco, affermiamolo pure; e della più bassa lega, perché pretenzioso e presuntuoso. L’esito della vicenda potete immaginarlo sin da quei pochi cenni di trama che vi ho dato; una situazione del genere è malata, sghemba, androide.
Personalità risucchiate da un servilismo gentile e da una superficialità ributtante; l’eroica voce femminile tenta di riportare alla ragione l’ambiente afflitto dall’imbecillità in cui vive.
Se Hornby desiderava invitarci a riflettere sull’abbandonismo, o peggio sul pietismo o sulla pacifica aderenza alla realtà malfrancescana della comprensione di chiunque a qualsiasi prezzo, è riuscito nell'intento: questo libro è stucchevole e irritante, e prima di scatenare ondate di buonismo solleva nubi di fastidio e di lucida convinzione che la strada per l’equilibrio e l’armonia della società e delle comunità è altra.
Dimentichiamoci mestamente di quel personaggio virile e nevrotico dei primi romanzi di Hornby; quei suoi tic, quei vezzi gradevolissimi, scompaiono, o si riducono a ombra; il nostro ha annusato il mercato e ha annacquato lo stile, la trama, i personaggi. Finalmente allora un libro per tutti: bando agli amanti del rock, agli ossessi del calcio e delle b-sides; a loro si strizza l’occhio ogni quaranta pagine. Hornby vuole fare letteratura, e cade nel melenso, nel grossier, nella noia più densa: adesso è alla portata del famoso grande pubblico.
Un cenno infine alla grafica della copertina; meditate sulle riflessioni espresse poco fa sul fumettone e sappiatemi dire. Caratteri enormi, lingua fluida come il miele, storia commestibilissima e commerciabilissima: quanto basta per sdoganare un ex autore di culto e smerciarlo senza pietà al pubblico delle gigantesche luminose librerie del centro.
Restituitemi Hornby. Stracciategli il contratto, rapitegli la moglie, levategli lo stipendio: che muoia di fame, che soffra, ma che torni a scrivere.
Incontrare un autore dal talento così trasparente e dalla così immediata capacità narrativa e vederlo diluito e corretto per leggi editoriali è immorale e irritante. Da chi è in grado di creare arte il lettore pretende arte, e non artifici.
Al macero.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Nick Hornby (Maidenhead, England, 17 aprile 1957), ex insegnante di Letteratura. Narratore, sceneggiatore, giornalista e critico letterario inglese.
Nick Hornby, “Come diventare buoni”, Guanda, Parma, 2001.
Traduzione di Stefano Viviani.
Titolo originale: “How to be good”.
BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA:
Nick Hornby, “Febbre a 90°”, Guanda.(prima ed.: Fever Pitch, 1992).
Nick Hornby, “Alta fedeltà”, Guanda, Parma, 1996(prima ed.: High Fidelity, 1995).
Info in rete: http://www.penguin.co.uk/static/packages/uk/articles/hornby/
Lankelot, G.F., febbraio 2002.
Commenti
"?O,come, terrible anonymity
gently (very whiteness:absolute peace
never imaginable mistery)
descend?.
(Cummings)
"Restituitemi Hornby. Stracciategli il contratto, rapitegli la moglie, levategli lo stipendio: che muoia di fame, che soffra, ma che torni a scrivere." > non mi venire a dire che non c'è un po' di Tondelli, in te. Ho letto solo Alta fedeltà e non mi dispiacque. Poi ho letto Coe - Casa del sonno. Altra storia, anche se al secondo romanzo pure lui m'ha deluso (Banda dei brocchi). Forse li recupererò entrambi con altre letture in un'altra vita .-)
"Come diventare buoni" è l'unico libro di Hornby che ho letto.
Leggero, ma non cattivo.
Non trovo sia un libro commerciale. È sarcasmo, anche graffiante, per una volta una pedata al troppo buonismo new age. Grande letteratura è altro, ma questa resta discreta lettura.
Forse non è commerciale. Ma non sembra quell'Hornby che avevamo imparato ad amare o a idolatrare. La dimostrazione che dall'Inghilterra, in altre parole, non viene solo grande musica, negli ultimi 40 anni, sta da quelle parti e da Sir Coe e da una delle anime di McEwan, amices.