“Il libro di Joseph” somiglia ad un pantalone: un unico indumento costituito da due parti distinte, ma parallele. Come le due gambe, come le due vicende che Hoffmann sceglie di raccontarci con una scrittura che sembra ricalcare il ritmo dell'ago: entrando e uscendo dal passato, dalla storia contemporanea, snocciolata attraverso i ricordi. Per brevi accenni in maniera quasi implicita. Pagine come stoffa, come drappi che prendono forma sotto le mani pazienti, che cuciono in un filo continuo Yingele e Katschen. E allora si ha la sensazione che sia stato davvero il sarto Joseph Silvermann a tessere questo libro, suo più di quanto non sia dell'autore, come dice il titolo stesso.
La prima parte – (la prima gamba) – lo vede addirittura protagonista assieme al figlioletto. La moglie Chaya-Lea è stata uccisa dai cosacchi, la Russia ormai è lontana: siamo nella Berlino degli anni Trenta, ad Alexanderplatz e intorno alla sua vita ruotano quelle di personaggi a metà strada tra le stravaganze dello shtetl e la magia della fiaba. Come Sandor e Lajos, in Polonia Shimele e Leybl, in cui i genitori credevano fosse entrato il dybbuk (demone), poiché entrambi vittime di un'ossessione. Entrambi accecati: uno dal comunismo, l'altro dalla passione per le donne. Hoffmann ce lo mostra chiaramente. In questo senso l'interpolazione delle pagine tratte dal diario del giovane rivoluzionario, è un piccolo capolavoro che spezza la narrazione, arricchendola con il ritratto ingenuo e perfetto dell'orrore rosso. Ma senza disquisire sulle ideologie, senza polemizzare, senza nessun intento moralizzante. Poche righe, trasparenti e caustiche in cui il lettore deve saper cogliere distanza. Poi si va oltre, si riprende ad imbastire la storia del piccolo Yingele ed è qui che Sandor diventa Gurnisht (niente): un niente che entra ed esce dal corpo delle donne che possiede, senza legarsi: altra metafora dell'ago, come sottolineano nella bandella. Un niente che però fa nodo col figlio del sarto che vive la sua partenza con la ferocia di uno strappo, perché “se una persona mostra il suo volto a un altro e l'anima di quell'altro si affeziona al suo volto, allora quella persona non ha più il diritto di portarsi via il suo volto. E le fotografie non recano alcun conforto. È meglio andarsene senza lasciare alcun ricordo dietro di sé, di modo che gli altri non cerchino continuamente nei volti altrui il volto che hanno perso”.
Yingele non sa che presto la nostalgia non sarà più la peggiore delle sue sofferenze. Non sa che Siegfried si allena col bastone, non sa che il suo manganello lo colpirà incrinandogli il cranio e che nel vedere il sangue scorrergli dalla testa, il padre morirà col cuore spezzato.
Hoffmann descrive le persecuzioni subite dagli ebrei, con episodi emblematici: uno su tutti quello relativo agli studi del professor Hochstraaten, per la cui ricerca il sarto e suo figlio fanno da cavie, in modo che possa dimostrare le diversità tra la razza giudea e quella ariana. L'ungherese non fa dell'antisemitismo, però, il centro del suo scrivere, tanto che sin dai primi capitoli (introdotti da lettere dell'alfabeto ebraico), riferisce del nazista che ammazzerà il bambino, partendo dalla sua adolescenza brufolosa, fino ad arrivare agli addestramenti militari. Ma il termine nazista non compare mai, nessun riferimento ad Hitler o al Terzo Reich, li chiama “tempi difficili”, come se tutto il resto fosse sottinteso. Rimane estraneo alla volontà di testimonianza e neppure tenta di fare il processo al Novecento, semplicemente racconta. Tuttavia non manca di inchiodare quella Germania “limpida come il cristallo. Dove finalmente dappertutto la gente diceva «grazie» e «prego» con l'accento giusto”, alle sue atroci responsabilità. E lo fa con l'ironia amara che è tratto caratteristico della letteratura ebraica, dando vita ad una scena cinicamente poetica in cui descrive la disperazione dell'ubriaco di Alexanderplatz, l'unico tedesco del libro capace di provare dolore. Un dolore alcolico, ma sincero.
Dopo si entra nell'altra storia, si indossa la seconda gamba del pantalone e ci si sposta in Palestina. La terza persona tratteggia la vita di Katschen, in bilico tra lo zio Arthur e la zia Oppenheim per poi approdare al kibbutz. Anche qui nessun'apologia del sionismo, ma lo sguardo intenso di un bambino che osserva le persone col suo occhio di ciclope, il solo incapace di chiudersi anche difronte a ciò che fa più male. Ed è grazie a questa sensibilità che comprende come “la differenza tra suo padre e lo zio Arthur risiedesse nella capacità di resistere allo schon wieder (di nuovo)”. Oppure come, al pari del tè che rispetto al lampone risulta sbiadito, gli zii “fossero dei bambini che avevano perso il colore”. O ancora, si accorge che “gli esseri umani camminano ciascuno secondo i battiti del suo cuore”.
Allora viene da pensare che Katschen sia il bambino che Yingele non ha potuto essere fino in fondo. Viene voglia di illudersi che Hoffmann abbia deciso di dare una diversa conclusione alla storia, pur non discostandosi dai reali accadimenti di quegli anni bui e celebri un ritorno al padre che è bottone a riempire entrambe le asole bambine, con la stessa perfetta simmetria di quelli in copertina.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Yoel Hoffmann è nato nel 1938 in Ungheria da una famiglia austriaca di origini ebraiche trasferitasi in Palestina quando lui aveva appena un anno. Attualmente insegna Filosofia orientale all’Università di Haifa. Fine conoscitore della poesia giapponese, ha trascorso due anni in un monastero buddista e tradotto versi. Acclamato dalla critica, non solo in Israele, è stato insignito tra gli altri del Koret Jewish Book Award e del Bialik Prize. I suoi romanzi sono tradotti in tedesco, francese, inglese. Nel 1993 Feltrinelli ha pubblicato Il Cristo dei pesci.
Yoel Hoffmann, “Il libro di Joseph”, Cargo, Roma-Napoli, 2006
Traduzione di Dalia Padoa
Titolo originale: Sefer Yosef
Progetto grafico: Maurizio Ceccato
Pp. 186
Angela Migliore, gennaio 2010
Commenti
[Hoffmann] Ancora un titolo
[Hoffmann] Ancora un titolo Cargo, sono sempre più ammirata dal catalogo di questa casa editrice.
Dovevo scriverne già da un po', ma ho aspettato di avere tempo e testa. Spero questa pagina non alimenti ulteriori polemiche dopo quelle di qualche giorno fa sul forum.
[Hoffmann] Noto da tempo il
[Hoffmann] Noto da tempo il tuo grande interesse per l'argomento, o quanto meno per la letteratura che ne tratta. Ne ho letto molto anche io ma dal versante storico. Come al solito la parte letteraria mi trova un po' carente. Libro comunque da tenere d'occhio. Sulle polemiche: ormai siamo grandicelli ed è giusto dire quello che si pensa - magari con la necessaria dose di rispetto per il prossimo, o meglio per la reciproca convivenza - senza preoccuparsi troppo.
[Hoffmann] Sì, è un argomento
[Hoffmann] Sì, è un argomento che mi interessa molto. Non riesco ad accettare quello che è successo e leggere per poi scrivene è il mio modo per provare a creare prossimità.
Quanto alle polemiche, mi sa che hai ragione. Meglio non preoccuparsene troppo.
[Hoffmann] mi sembrano
[Hoffmann] mi sembrano splendide cause, Angela. Avanti così;)
[Hoffmann] E' il vantaggio di
[Hoffmann] E' il vantaggio di poter essere medico di me stessa. Scelgo la cura che preferisco :)
Piano piano porterò altri titoli.
[Hoffmann] magnifico;)
[Hoffmann] magnifico;)
[Hoffmann] Ho letto tutto
[Hoffmann] Ho letto tutto (anche il Forum) e questo sembra un testo diverso dai memoriali soliti. Concordo con le tue posizioni sulla Shoah perché se è vero che nessun genocidio va dimenticato (ma non ho visto neppure accennati quelli contemporanei che si sono consumati - o come nel Darfur si stanno consumando i- n Africa: il Rwanda conta quasi un milione di morti di etnia Tutsi...) è anche vero che quello contro gli Ebrei rimane - per numero di persone e modalità di esecuzione - un caso a parte. Perlomeno io la penso così. Grazie di parlarcene ancora e comunque.
[Hoffmann] quoto pieno Ilde.
[Hoffmann] quoto pieno Ilde.
[Hoffmann] Grazie a te, Ilde,
[Hoffmann] Grazie a te, Ilde, per la lettura sempre partecipe.
E a Franco, pure, che ti quota :)
[angela] può
[angela] può interessarti?
http://www.fazieditore.it/scheda_Libro.aspx?l=1271
[Un viaggio] Sì, direi che è
[Un viaggio] Sì, direi che è nelle mie corde. Provo a cercarlo in libreria domani. Grazie per la segnalazione, Franco.
[un viaggio] so già che
[un viaggio] so già che scriverai qualcosa di stupendo.
[Un viaggio] Spero di essere
[Un viaggio] Spero di essere realmente all'altezza delle tue aspettative :)
(Intanto a giorni, poste permettendo, avrai tra le mani un libretto che spero ti sia sconosciuto)
[Un viaggio] Lo sto leggendo
[Un viaggio] Lo sto leggendo ora: è un libro difficilissimo, scritto con uno stile assolutamente altro rispetto alla vasta letteratura sull'argomento.
[un viaggio] ecco perchè
[un viaggio] ecco perchè serviva che a scriverne fosse la Migliore!