Ambiguo è il destino editoriale italiano di Nazım Hikmet Ran. Mentre numerosi blog traboccanti di sentimento sovrappongono i suoi versi più famosi a paesaggi marini, a prati in fiore e a roselline, le pubblicazioni serie che lo riguardano sono ferme, in qualche modo, agli anni Settanta e al lavoro di Joyce Lussu. Il capolavoro del poeta “Paesaggi umani”, dopo essere stato stampato parzialmente dalla Farheneit 451 nel lontano 1992, aspetta ancora di essere pubblicato completamente. La Mondadori (eccettuando la recente pubblicazione di “Gran bella cosa è vivere”) ha sfruttato senza scrupoli i lati più “dolci” del poeta, ristampando in edizioni fotografiche e da regalo le arcinote “Poesie d'amore” o la graziosa raccolta di favole “Il nuvolo innamorato”. Il teatro è pressoché inesistente in italiano e la Newton Compton continua a stampare la stessa raccolta di Poesie, praticamente inalterata dal 1972. Allo stesso tempo rimane quasi imbarazzante il deserto della critica italiana su questo autore, che certo è per indole piuttosto refrattario alla critica letteraria e alla letteratura intesa come analisi accademica, ma che per essere ben compreso avrebbe bisogno almeno di una dettagliata biografia. Il lancio di un S.o.S., per quanto pronunciato da me non può essere altro che un sassolino in uno stagno, mi sembra doveroso.
Le “Poesie” della Newton (ultima ristampa maggio 2010), raccolgono componimenti che vanno dal 1924 al 1960, concentrandosi soprattutto sulla seconda metà degli anni'50, e alcuni stralci splendidi dai poemi dei “Paesaggi umani 1942-1950”. L'apparato delle note è esilissimo, effimero; la scelta dei componimenti non risponde a criteri ordinati, bensì al gusto e all'arbitrio dei traduttori. Certo poteva essere una buona raccolta nei primi anni Settanta, quando con una panoramica si voleva presentare al pubblico italiano un poeta contemporaneo, dando saggio della forza della sua scrittura, ma certo non basta quarant'anni dopo, quando il lettore italiano vorrebbe potersi formare un'idea più completa e filologicamente più esatta. L'auspicio è che qualcosa cominci a muoversi, come peraltro sembra di vedere, nelle cattedre universitarie di Letteratura Turca. Intanto.
Non ascoltare le voci delle sfere dell'aldilà,
né intrecciare nella trama delle righe
«poesie ermetiche»
né cercare
con pazienza di orafo
rime graziose
e fini espressioni,
stasera, grazie al cielo, io sto più su
di tutto ciò.
Stasera io
sono un cantastorie di strada.
Possono forse essere questi versi una delle cifre stilistiche di Hikmet: il rifiuto di una letteratura “ricercata” a favore di una che sia calata nell'inferno del reale, della strada, pur non dimenticando la musica, il ritmo, la magia metrica, come sapientemente Joyce Lussu ha saputo rendere. La Poesia di Hikmet non vuole essere espressione egocentrica di un io lirico; l'io poetante è semplicemente al servizio delle cause “poetiche” che rintracciamo nella vita di tutti i giorni, nelle lotte storiche, nei sentimenti universali. Nelle poesie di Hikmet raramente risuona una voce che dice «Io», più spesso si sente risuonare un «Noi». La poesia è strumento che rinfranca e riscatta “tutto ciò che c'è di più bello: / la libertà, / il sogno / la speranza / e i ragazzi.“Alcuni cattedratici a questo punto alzano il sopracciglio sospettosi e sentenziano che un conto è una retorica filantropica e giovanilista e un altro è la vera poesia. Ecco, costoro non si rendono conto -anche perché la pigrizia della nostra filologia ed editoria non fornisce gli strumenti adatti- di come questo entusiasmo e quest'amore per i destini dell'uomo siano calati consapevolmente in una tradizione secolare che risale fino ai testi cardine dell'Islam mistico e liberale (Jalàl àl Dìn Rùmì, Mathnawì, Bompiani) oppure più in là sino ai vangeli e che percorre in filigrana anche tantissima letteratura europea. E allo stesso tempo i seriosi cultori della poesia accademica non vedono come questa forza poetica va a rivoluzionare una lingua letterariamente neonata, frustandola e suonandola nelle rime di un metro sillabico leggibile da tutti e nel lessico turco quotidiano, reale, proletario. Quello degli accademici è in generale il fastidio che dichiarava Yahya Kemal, sostenitore paterno del talento precoce di Hikmet e poeta che in fogge diverse contribuì alla nascita della moderna poesia turca:
«...Benché T.Fikret, il primo della nostra poesia ad avanzare pretese d'impegno, fosse tra gli accusatori più velenosi, non attaccò poi tanto la poesia pura. Però, dopo di lui, i dogmatici religiosi e il comunista N.Hikmet, quante volte scatenarono assalti contro i cultori di quella....Ma la poesia, al servizio di chi dovrebbe stare? Dei dogmatici? Di N.Hikmet o di un terzo, quarto, quinto, di un centesimo sostenitore della pretensione di un impegno?....Grazie al cielo, gli alfieri della finalità necessaria non condividevano appieno e tutti insieme l'opinione di quei fanatici religiosi e di Hikmet....Altrimenti, la pura poesia, massima consolazione dell'umanità, si sarebbe rovinata nelle mani dei profeti vecchi e nuovi.».” Da Bellingeri, Introduzione a Yahya Kemal, Nostra celeste cupola. p.xxxi.
Probabilmente Hikmet paga caro, da morto, così come lo aveva pagato da vivo, il prezzo della sua militanza politica dalla parte di un'ideologia poi rivelatasi tragedia, e ai suoi entusiasmi umanistici possono venir rinfacciate le violenze del regime. Ma a ben guardare, nelle poesie del nostro non sembra mai di avvertire l'irrigidirsi di un'ideologia, il determinismo acritico di una qualunque dottrina. Si sente invece la necessità di no scopo, di un'utilità universale, la capacità di compartecipare dei dolori degli uomini, delle ingiustizie, delle speranze, delle rabbie. E in tutto questo la poesia è come un bollettino radio dei sentimenti, come la consegna quotidiana del postino:
Da ragazzo volevo fare il postino,
ma il postino vero, non come i poeti. [..]
Da ragazzo volevo fare il postino
anche se nella mia Turchia
questo è un mestiere duro:
nelle lettere c'è dolore e tristezza,
raramente qualche buona notizia.
La vita non è che danza al ritmo della canzone della speranza, nella cui tonalità è sempre prevista la nota del distacco, della nostalgia, della ferita:
mi stupisce ancora
come cantando la grande canzone della speranza
m'allontano dalle città dalle donne amate
porto la nostalgia di loro come ferita che non rimargina nella carne
ma vado sempre, per avvicinarmi in qualche luogo a qualcosa
Ecco questi ultimi due versi mi pare che diano il senso di una ricerca che continua, che è talmente grande da non poter essere contenuta in un'ideologia, talmente antica da essere una tradizione più che una storia, e talmente lontana nel futuro da essere mistica: concretamente mistica, nello sforzo di essere giovane come i giorni che vengono. Che questo auspicio valga anche per la “giovinezza” delle sue opere in italiano.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
L'edizione delle Poesie è Newton Compton 1972, ristampata numerose volte e da ultimo nel maggio 2010. Introduzione di Joyce Lussu. Traduzione di J.Lussu e Velso Nucci. Pp.237, Euro 6.00.
Per approfondire... HIKMET in Lankelot.
Francesco Marilungo
Commenti
[hikmet] neo Franz! buona
[hikmet] neo Franz! buona lettura.
(ora sistemo un po' l'impaginato, soliti bug del nostro software. Porta pazienza:) )
[hikmet] ora va:). Per
[hikmet] ora va:). Per approfondire: HIKMET in Lanke, http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?H/Hikmet+Naz%C4%B1m
[Hikmet-formato]: Gianfranco
[Hikmet-formato]: Gianfranco grazie come al solito per l'assistenza sull'impaginato!
[hikmet-franz] grazie a te
[hikmet-franz] grazie a te per l'ottima pagina - quella sì che era importante;).
[hikmet] c'è un passo, nel
[hikmet] c'è un passo, nel tuo articolo, che mi ha profondamente colpito, e mi ha catapultato qualche anno indietro nel tempo. Questo:
"Probabilmente Hikmet paga caro, da morto, così come lo aveva pagato da vivo, il prezzo della sua militanza politica dalla parte di un'ideologia poi rivelatasi tragedia, e ai suoi entusiasmi umanistici possono venir rinfacciate le violenze del regime. Ma a ben guardare, nelle poesie del nostro non sembra mai di avvertire l'irrigidirsi di un'ideologia, il determinismo acritico di una qualunque dottrina."
> Sai cos'è sconcertante? Che naturalmente è così: è proprio come dici tu. Perché tutte le volte - e cioè quasi sempre - che la politica ha inquinato la letteratura, determinandone o orientandone la percezione, la comprensione e le appartenenze (almeno nel secolo successivo alla pubblicazione del libro, o nei due secoli successivi: col tempo tutto diventa incredibilmente neutro e libero, tutto), le vicende editoriali di certi libri, nati da rossi o neri o blu, o da bianchi radicalissimi, sono state inquietanti. Brutte edizioni, sciatte, trasandate, pubblicate da editori scarabocchi, introvabili, mal tradotte, sconnesse, senza cura filologica... certe storie sono tutte uguali. Soltanto, ecco, per il mondo in cui siamo nati e cresciuti, questo tipo di guasti erano classici per gli autori all'epoca considerati laterali o minori perché ribelli o, come si diceva, "scorretti", o non allineati all'ideologia principe della cultura del tempo. Erano i guasti dei libri di Drieu, di Mishima, magari addirittura del vecchio Hamsun (con poche eccezioni). Adesso sono diventati i guasti di Hikmet. Era una cosa molto triste prima, è molto triste adesso. Strano come siano cambiati gli equilibri, però. E come le difese siano sempre le stesse. "E' letteratura, non ideologia". Già.
[Hikmet-ideologia]: Eh già,
[Hikmet-ideologia]: Eh già, sono daccordo con te! L'ideologia spesso si infila nella letteratura sotto forma di trascuratezza. E secondo me a battere questa strada sono sia coloro che dello scrittore vogliono fare una bandiera ideologica, sia coloro che lo avversano per appartenenza a ideologia opposta. Quando uno degli insegnamenti più forti della letteratura in generale, a mio vedere, è che la vita non è riducibile a ideologia, a dottrina, a schema, ma è sempre contraddizione, sfumatura, eccezione. L'anti-ideologia sarebbe appunto la cura e l'esatta contestualizzazione dello scrittore, che per Hikmet, nel regno lacunoso dell'editoria italiana, sono di là da venire. Egli è morto da comunista convinto, pur prendendo le distanze dalla deriva burocratica e repressiva dell'Unione Sovietica. Ma la sua poesia a mio modesto parere sarà in grado di risuonare anche quando il "comunismo" non sarà che una delle tante correnti storiche citate nei libri di storia. Perchè parlava all'uomo. E così tanti, da destra, da sinistra, da nessun dove.
[Hikmet- Poesie]" ma vado
[Hikmet- Poesie]" ma vado sempre, per avvicinarmi in qualche luogo a qualcosa" Homo viator...... sempre sentite nominare le sue poesie, non sapevo però delle vicende editoriali e di come non gli sia stata resa giustizia. Davvero tutto molto interessante.
[Nazım Hikmet]: 3 giugno
[Nazım Hikmet]: 3 giugno 2011, ricorre il 48esimo anniversario della morte. Le celebrazioni si sono svolte a Mosca dove il poeta e' morto ed e' sepolto in esilio. Qualche link relativo:
-uno in italiano, l'unico che sia riuscito a trovare: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o27689:e1
- e un paio per chi voglia cimentarsi col turco: http://www.radikal.com.tr/Radikal.aspx?aType=RadikalDetayV3&ArticleID=1051620&Date=03.06.2011&CategoryID=82
http://firatnews.com/index.php?rupel=nuce&nuceID=44195
[N. Hikmet]: Aggiungo link
[N. Hikmet]: Aggiungo link all'articolo di Grattarola che mi era sfuggito e che fa riferimento alla pubblicazione recensita qui sopra: http://www.lankelot.eu/letteratura/d-angelo-giacomo-cantastorie-della-rivoluzione-nazim-hikmet-joyce-lussu-velso-mucci.html
[Nazim Hikmet]: N. Hikmet e
[Nazim Hikmet]: N. Hikmet e il feticismo e il "trasloco" del suo corpo: http://www.hurriyetdailynews.com/campaign-launched-to-bring-poets-grave....