Non è affatto facile scovare Montagnola basandosi su una cartina topografica italiana tascabile. Quasi tutti nel Canton Ticino parlano italiano e, se i mezzi di sostentamento sono uno zaino ricolmo, tra tende e sacco a pelo, cibarie e pochi spiccioli, la schiena pur sottosforzo, non impedisce il dilungarsi in magnetiche divagazioni sull’incanalarsi della morfologia alpina poeticamente affastellata di abeti, una tale leggerezza e senso di grandiosità che immediatamente fanno comprendere come Hesse si possa essere radicato su questi colli decidendone la propria casa. In tasca, l’edizione Adelphi di Siddharta difficilmente vi rimane: la profondità rivelativa di questa natura, la siderale fertilità spirituale del paesaggio catartico, denunciano crediti continui con il romanzo.
La storia di un uomo coevo al Buddha, che dall’India ha il suo letterario samsara con lo scrittore Hermann Hesse. Tempi e mondi inconciliabili storiograficamente, dissimili per infiniti distaccamenti: culturali, sociali. Ma due anime, quella del poeta e quella del suo personaggio Siddharta, che hanno in divenire una ricerca della verità sfuggente le prefigurazioni d’identità consuete. Hesse scrive il suo più letto romanzo nel 1922. Un anno dopo l’incontro con la psicanalisi di Jung e, soprattutto, la ricerca della fonte della nevrosi che lo imprigiona nell’inquietudine e nella psicosomatica. Egli concepisce l’opera tra queste morbide parabole di terra e verde, tra lunghissime passeggiate che fedelmente, almeno in una dimensione ideale, ripercorro più di mezzo secolo dopo in un pellegrinaggio deciso all’improvviso e fedele al suo stile ramingo che mi ha ipnotizzato verso questa solitaria avventura, mio malgrado. Ma il tempo non è che abbia lacerato l’elettricità fluida che intarsia questo piccolo paesino inerpicato a picco sul lago di Lugano. Nell’intero libro faccio caso al ricamo consustanziale tra la sensibilità carnale dello scrittore verso una natura forse, in altre mani, banale, e una pacata contemplazione dell’energia immobile delle cose invisibili tra il visibile, le polveri in levitazione tra idea e impressione, tra sostanza ed evidenza, presenti ancora oggi e da me palpate.
Il figlio di un Bramino decide di non condiscendere ancora alle convinzioni impartite dalla tradizione della sua religione. Decide di partire perché trainato inevitabilmente da uno spasmo centrifugo verso la ricerca della conoscenza dell’assoluto, dell’Atman. Quello che gli è stato insegnato non lo ritiene sufficiente. È incompleto e irrilevante. Insieme con il suo affine amico Govinda decide di diventare samana, isolarsi dalla mondanità della società, ritirarsi fra boschi per scavare sotto gli strati di rivelazione. Diviene precocemente maestro delle dottrine eremitiche ma non trova però la pace alla quale anela, e cambia nuovamente rotta. Viene a conoscenza che in tutta la regione si fa strada la sensazionale personalità del Buddha, i suoi dettami riuniscono proseliti da ogni dove e sente che da costui può assurgere nuova coscienza.
L’incontro con il santo è fortemente traumatico ed egli giunge ad un’importante conquista: non è seguendo delle stabili e obiettive leggi che è possibile raggiungere l’illuminazione definitiva, ma con una ricerca soggettiva incentrata sull’esperienza come vivida attuazione del progetto. Qua si ha il definitivo allontanamento dalla cosiddetta religione statica verso la nuova religione dinamica, così come definisce la distinzione Bergson. Una nuova concezione di religione esente da dogmi e superstizioni, ma piuttosto edulcorata da un’apertura al misticismo e dunque all’esperienza del contatto col supremo. In qualche maniera una tipologia di linea di fuga alla Deleuze, dove l’estraniamento da sé medesimi si sfuma in un divenire-diversità. L’ancora giovane Siddharta arriva alla consapevolezza che a nulla serve cercare di univocare qualcosa come l’assoluto: la conoscenza ultima è quella verso sé stessi, la perifrasi del concetto dell’Io: individuale necessariamente. Una certa nota di tipo psicanalitico comincia a profilarsi da queste iniziali svolte della ricerca. È quanto sappiamo di noi stessi che ci induce a riconoscere di vero nell’esterno. L’analisi psicoanalitica lampada di lettura contestualizzata nell’India del quinto secolo prima di Cristo. Azzardata certamente come soluzione parziale del percorso di indagine del protagonista, ma decisamente convincente sul piano della applicabilità vincente; soprattutto, Hesse non si limita a dare ad una scienza appena nata come quella psicoanalitica una funzione marginale nella crescita di Siddharta, ma anzi corre in aiuto alla sua macchina narrativa anche successivamente, al termine del romanzo, materializzandosi nella persona del barcaiolo Vasudeva, sul quale l’asceta riversa i suoi dubbi e tormentosi quesiti successivi, insistendo sulla “capacità d’ascoltare” del barcaiolo, sulla sua intelligenza alla comprensione. Un ideale Jung per Siddharta, parrebbe.
E intanto quando ancora penso alla generosa opera scrutabile dello scrittore, camminando per queste strade per nulla estranee ormai al mio intimo, faccio il mio ingresso nella casa-museo del paese, dove posso impossessarmi delle immagini vivide dei suoi libri incartapecoriti, della sua pipa levigata, i suoi oggetti e i suoi acquerelli, minimalistici come la manifestazione del suo genio. Un giovane professore comunica in inglese che ora leggerà brani in tedesco dello scrittore. Me ne vado e mi preoccupo di mangiare. Certo la bellezza dei passi montani nasconde una immemore didascalia composta da pensieri totalizzanti e compenetranti, Hesse deve sicuramente moltissimo ai paesaggi scenografia della sua vita, senza di essi non potrei spiegarmi il suo inevitabile accostamento consapevole alla magnificenza spontanea del cosmo. Dormo appena fuori da Montagnola, nascosto dalla vegetazione. L’indomani cammino a fondovalle e mi concedo un bagno nelle acque del lago. Alcuni autoctoni mi guardano sospettosi. Ma probabilmente avranno fatto il callo ai tanti sconclusionati che cercano lucidità come me recandosi verso questa meta non tanto accessibile. Riprendo il mio itinerario per i luoghi di Hesse. Il sentiero dietro la sua abitazione dal quale passava ore a rimirare la valle sottostante. Mi siedo e la seconda parte del libro va da sé.
Immediatamente si costruisce ritmicamente un campo semantico contraddistinto da una preponderanza della vista, immagini della natura semplice e fresca-umile-fraterna. Siddharta questa volta ha tutta l’intenzione di esplorare l’altro lato dell’esperienza, quella della dissipazione e della sensualità. Smette gli abiti da eremita e conosce una bellissima cortigiana cittadina. Vuole diventare suo amante e impossessarsi dell’arte di amare. Trascorre molti anni con lei e si abbandona all’avidità, al piacere del lusso e del superfluo. Traboccante di consapevolezza empirica si abbatte arso dal vuoto che lo ha invaso e scappa da tutto quello per il quale si era perduto e del quale in giovinezza aveva auto repulsione. È in questa fase ormai un adulto avanti con l’età ed è insudiciato da una sazietà desolante d’un piacere che l’ha estenuato e per il quale ha barattato il suo destino dedito alla spiritualità. Fuori di sé decide di farla finita ma si ferma appena in tempo dall’uccidersi. La miseria del suo stato lo predispone ad una nuova ricchezza d’animo, si sente rinato e s’invola in nuovi orizzonti vicini d’illuminazione. Mentre ancora s’allontana dalla città incontra il barcaiolo che l’aveva traghettato quando aveva appena abbandonato i samana. Con costui ha un fervido approfondimento dialogico nel quale si stupisce della pace e serenità che sembra dominare l’umile uomo. Decide di rimanere presso di lui perché intuisce ci sia tanto da imparare da quella vita semplice e scorrevole, come il fiume che la attraversa.
Certamente una fine Hesse la decide per Siddharta, e sarà un termine che accrescerà culminando definitivamente la tensione risolutiva alle domande fondamentalmente eterne e a nessuno estranee, in delle risposte che intere generazioni di persone, soprattutto adolescenti e iniziatori della cosiddetta Beat generation d’oltreoceano prima, d’Europa poi, considereranno personali e definitive, in parte non comprendendo il messaggio ultimo del poeta. Un Siddharta canuto e ormai realizzato nel Nirvana confiderà nelle ultime pagine del libro la formula del suo divenire: la scoperta che il tempo è ininfluente e ogni cosa è il tutto o è stata il tutto in passato, che un sasso prima era stato terra e poi uomo o forse uccello. Che nel tutto si manifesta per chi sa osservare la promessa di ogni cosa e di ogni vita, del bene come del male, del futile con il sostanziale, non ci sono differenze perché l’unico fautore delle distinzioni è il tempo, ma questo è mera buccia della ragione.
Certo un gran sospiro non fa tanto eco, indirizzato fra le frange di questi monti. Il libro è oltre l’ultima pagina. Lo zaino è sempre pesante ma stavolta la strada è in discesa. L’opuscolo preso al museo mi dice che sono giusto in direzione della tomba di Hesse. Il cimitero è molto grande, mi perdo ma trovo il suo nome. Una sobria lapide, spoglia di celebrazioni, come specifico desiderio dell’insigne. Pare, a quanto risulta dalla carta che sto leggendo, che egli abbia voluto come compagno del suo nuovo definitivo errare oltre la vita la piantina di un albero, che crescesse sopra il suo luogo di sepoltura. Ora ho davanti un grande pino veemente. Un ultimo messaggio, chissà, possibilmente per chi sa cercare.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Hermann Hesse (Calw, Wuerttemberg, Germania 1877 – Montagnola, Svizzera, 1962), romanziere e poeta svizzero. Premio Nobel per la Letteratura nel 1946.
Hermann Hesse, “Siddharta”, Adelphi, Milano 2003. Traduzione e introduzione a cura di Massimo Mila.
Prima edizione: “Siddharta”, 1922.
Approfondimento in rete: Herman Hesse Home Page / Herman Hesse.com / Luigi De Bellis.
Originariamente pubblicato sulla rivista “Il don Chisciotte”.
Arpaeolia
Commenti
"Una nuova concezione di religione esente da dogmi e superstizioni, ma piuttosto edulcorata da un?apertura al misticismo e dunque all?esperienza del contatto col supremo. In qualche maniera una tipologia di linea di fuga alla Deleuze, dove l?estraniamento da sé medesimi si sfuma in un divenire-diversità"
- è quel che stai cercando anche tu?
Ora come ora non sto cercando che l'immediato. Sono nauseato da troppe fiolosofie che mi recidono dal felice quotidiano, naturalizzato. Andai a Montagnola per quello - soprattutto - ed altri motivi. Adolescenza è minimizzare?
Minimizzare il misticismo è mistica pura. Quindi occhio.
*
(la ricerca dell'immediato è fondamentale).
Capire a volte permette di non minimizzare? Il misticismo spero non minimizzabile perché non comprensibile. O spiegabile solo come rimando a qualcosa di grande e complesso e nel profondo, in ultima causa, non spiegabile. La psicanalisi demistifica e minimizza. Oppure ci dà la dimensione della nostra presunzione e avidità di fondamentalità?
Nessuna avidità di fondamentalità. L'essenza ci appartiene di diritto.
E se l'essenza è solo una sensazione. Sporadica, fine a se stessa, irriducibile, priva di senso? Più rara e più inebriante; ma basta perché è impronunciabile a sostituire - superare - una definizione?
Quali sono le differenze di qualità tra una definizione e un qualcosa non definibile? Basta la non comprensione per convincerci che davvero ne valga la pena della consacrazione?
No, subentrano l'istinto, la fede, la convinzione.
Con gli anni diventano più potenti.
Ehehehe. E' lì che tentenno. Io dell'istinto mica mi fido. Mica ci giurerei. E vale per fede e convinzione. E se con il tempo diventiamo meno oggettivi su noi stessi perché sempre più invischiati nei nostri bug?
Perché siamo bug. Andiamo patchati.
é stato il mio primo Hesse e da li mi innamorai dell'autore. "Demian" è la sua opera a cui sono più legato.
A me questo libro ha insegnato un certo modo di pensare: la causa prima, ed altro.
é un libro notevole, davvero. L'ho regalato a parecchie persone negli ultimi quindici anni (la prima volta che lo lessi fu una quindicina d'anni fa). Non tutte l'hanno apprezzato, purtroppo.
Arpa: e altro. Ossia?
La semplicità che prima osteggiavo come pochi accordi completi. Il concetto di natura come maestra (che prima, davvero, ignoto sussisteva), il valore di non seguire le strade dei maestri, ma le motiviazioni sole che possono essere comuni - seguendo direzione sola più congeniale soggettivamente. La ricerca come valore da sovrapporre alla vita - prima del lasciarsi attraversare.
l'ho appena iniziato, ha una prosa assai lirica, vedremo...certo io non ho mai fatto un reale pellegrinaggio sulle tracce di Hesse.
Complimenti per i vari riferimenti letterari. Per il momento m'ispira questa dimensione della ricerca e del provare le diverse esperienze da parte di Siddharta.
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archivio HESSE + copertina!
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