"Intanto, poco per volta, lentamente, stavo cambiando pelle, e gradualmente diventai un giovanotto in tutto e per tutto. Una fotografia scattata a quel tempo mostra un ossuto, alto contadinotto in scadenti abiti di scolaretto, dagli occhi smorti e dalle rustiche membra immature. Solamente la testa mostrava un po' di sicurezza e di precocità. Con una specie di stupore mi vedevo smettere le maniere proprie dell'adolescenza e attendevo, con oscuro presentimento di gioia, il tempo dell'Università[...]" (Hesse, "Peter Camenzind", cap. II)
Ritratto dell'artista da giovane – a partire dalla descrizione di questa foto, e non solo. Primo romanzo di Hermann Hesse, "Peter Camenzind" (1904) fu anche il suo primo grande successo, quello che, come riportano le cronache, permise allo scrittore di vivere da scrittore. E oggi, centosei anni più tardi, cosa significa ritornare a "Peter Camenzind"? Significa ritrovare la purezza. Significa riabbracciare un romanzo di formazione neoclassico. Significa emozionarsi pensando che questi erano i primi vagiti di un grande autore, dell'autore del "Lupo della steppa", dell'autore di "Siddharta". Non è un esordio straordinario, intendiamoci: straordinario è nel sentimento, nella tracimante umanità, nella capacità di umanizzare – sin da questo livello! – il vento, o gli alberi, o la natura. Straordinario è nella capacità di concentrarsi sulle dinamiche psichiche d'un uomo sin dalla sua adolescenza, mostrandoci tutti i contrasti e tutte le incertezze poi determinanti nell'assestare un'identità, con tutti i contrappesi e le cicatrici e le convinzioni fondanti, e forgianti.
"Peter Camenzind" è la storia, perfettamente circolare, di un giovane che si sente diverso da tutti, nel suo paese, e che dopo tutta una serie di grandi e tristi esperienze europee, ramingo come da piena tradizione hamsuniana, decide di tornare nel suo paese, a vivere tra chi gli è sempre somigliato. Raccontato così è perfettamente semplice – e nonostante questa sua semplicità, o forse proprio per via di questa sua semplicità, sa essere avvincente e sa essere avvolgente. Al giovane Peter, che veniva da un paesotto in cui tanti si chiamavano col suo stesso cognome, quasi tutti parenti tra di loro, si schiudono le porte della vita adulta: prima da studente, a Zurigo, e poi da autore apprezzato dalla critica e dal pubblico. È una vita adulta anticonformista, ribelle: in cui l'innocenza originaria sembra essere quando l'arma vincente, quando il più clamoroso punto debole, come razionalmente si può immaginare.
Com'è Peter? È uno che crescendo e vivendo in mezzo agli altri, in un contesto tanto diverso da quello originario, si sente "afferrato dalla sensazione di non essere nato per una vita sedentaria in mezzo ai miei simili, in una città, rinchiuso in una casa, bensì per errare vagabondo in paesi stranieri, e peregrinare per i mari. Per un oscuro impulso crebbe dentro di me l'antico e doloroso desiderio di gettarmi tra le braccia di Dio e affratellare la mia povera esistenza all'infinito e all'eterno": uno che, a Firenze, s'accorge di quanto sia distante dalla civiltà moderna, e ha il chiaro presentimento che "sarei stato sempre un estraneo nella nostra società", e lì s'accorge che vuole vivere al di fuori e al di là della vita degli altri, magari nell'Europa mediterranea, godendo appieno della "schietta naturalezza" d'un'esistenza innestata sulle nobili tradizioni classiche.
Peter è uno che impara a soffrire per la morte perdendo prima la madre e poi il migliore (unico) amico, quel Richard, musicista che aveva saputo non soltanto mostrargli la vita di città, ma aveva avuto l'umanità e la gentilezza di presentargli opere e artisti di tutte le arti che lui non conosceva ancora, e la tecnica mestierante di sapergli procurare i primi ingaggi e i primi contratti editoriali. Peter è uno che sa di essere come il vento, perché sentite qui come lo descrive... prima ci racconta d'averlo odiato e temuto, il favonio. Ma poi, "con lo svegliarsi della fierezza dell'adolescenza, presi ad amarlo, il ribelle, l'eternamente giovane, lo sfacciato litigante, l'annunziatore della primavera. Era così magnifico vedere come iniziava la sua lotta selvaggia, pieno di vita, d'esaltazione e di speranza, impetuoso, sorridente e gemente, come si infilava urlando attraverso le gole, divorava la neve dai monti e piegava con mani rosse i vecchi pini tenaci, facendoli sospirare [...]"
Di cosa ci accorgiamo, leggendo un passo come questo? Della sua assoluta giovinezza. Dell'eccessiva ricchezza dell'aggettivazione, segno d'una ricerca, sino a quel momento fallita, d'una parola più giusta, più adeguata, più degna. D'una singolare vivacità, d'una singolare vitalità, d'una vera incandescenza. E questo romanzo è quasi sempre, quasi tutto così. È Hermann Hesse nemmeno trentenne, che va meditando sulla sua formazione scolastica, sui suoi insuccessi di allora, sulla natura e sul segreto della sua inquietudine, e della sua diversità. Ed è già l'artista che cerca, in sé, la verità: e nella natura, il senso di tutto, il segreto codice di Dio, la conferma dei colori e dei movimenti delle anime degli uomini. È già il naufrago che cerca correnti nuove e più giuste per ritrovare armonia nell'esistenza: e sa che primo complice è un buon vino, e secondo il sentimento, e terzo la fedeltà a sè stessi, a qualunque prezzo.
Se davvero si può parlare di purezza, per un artista, allora se ne può e se ne deve parlare per chi scriveva un libro come questo. Sinceramente autoreferenziale, se non nella tortuosa scorciatoia che talvolta consente al personale di farsi universale, ma anche sinceramente schietto e genuino, nei parossismi, nei leziosismi, nelle esasperazioni. Forse non è grande letteratura, ma è vera letteratura sentimentale. Ed è un credibile ritratto da giovane d'un artista magistrale. Quanto basta per sorridere più d'una volta, e per sentirsi risvegliare qualcosa dentro in più d'un frangente. A questo qualcosa ognuno darà un nome diverso. Hesse avrebbe voluto fosse: amore.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Herman Hesse (Calw, Wuerttemberg, Germania 1877 – Montagnola, Svizzera, 1962), romanziere e poeta svizzero. Premio Nobel per la Letteratura nel 1946.
Hermann Hesse, "Peter Camenzind", in "Romanzi e Racconti", Reverdito, 1995.
Prima edizione GER: 1904. Oggi in Mondadori, 1998.
Commenti
Primo romanzo di Hermann
Primo romanzo di Hermann Hesse, "Peter Camenzind" (1904) fu anche il suo primo grande successo, quello che, come riportano le cronache, permise allo scrittore di vivere da scrittore. E oggi, centosei anni più tardi, cosa significa ritornare a "Peter Camenzind"? Significa ritrovare la purezza.
[hesse] speciale in
[hesse] speciale in corso! Ripartiamo dagli esordi...
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"E oggi, centosei anni più
"E oggi, centosei anni più tardi, cosa significa ritornare a "Peter Camenzind"? Significa ritrovare la purezza. Significa riabbracciare un romanzo di formazione neoclassico. Significa emozionarsi pensando che questi erano i primi vagiti di un grande autore, dell'autore del "Lupo della steppa", dell'autore di "Siddharta". Non è un esordio straordinario, intendiamoci: straordinario è nel sentimento, nella tracimante umanità, nella capacità di umanizzare – sin da questo livello! – il vento, o gli alberi, o la natura. Straordinario è nella capacità di concentrarsi sulle dinamiche psichiche d'un uomo sin dalla sua adolescenza, mostrandoci tutti i contrasti e tutte le incertezze poi determinanti nell'assestare un'identità, con tutti i contrappesi e le cicatrici e le convinzioni fondanti, e forgianti".
Bellissimo passo. Eh quanti ricordi questo libro. Ricordi della mia giovinezza piena di passioni e ideali radicali. Insieme A Demian è il mio Hesse preferito (e li lessi tutti, ma dico tutti, avidamente, i libri di Hesse, tra i 18 e i 23-24 anni). Di Demian devo assolutamente scrivere, perché è un grande romanzo di formazione, pieno di interrogativi esistenziali e aperto a suggestioni metafisiche. Era ancora la grande letteratura tedesca che respirava forti echi romantici (e in cui il concetto di anima-spirito aveva ancora una grande importanza), ma che aveva saputo reielaborarli per il tempo incalzante che la Germania (ma la Mitteleuropa in genere) viveva.
(Hesse) "Forse non è grande
(Hesse) "Forse non è grande letteratura, ma è vera letteratura sentimentale".
Su questo sono molto meno d'accordo, ma so che tu non vai pazzo per Hesse, anzi;) Per me è grande letteratura, proprio per i motivi che vai indicando al principio del pezzo. Certo Peter Camenzind non è La voce delle onde, per fare un parallelo per certi versi calzante (purezza e giovinezza) con Mishima, perché la prosa di Hesse è più costruita di quella limpida e dirompente di Mishima, ma il valore estetico è molto simile, e di conseguenza anche quello letterario, a mio avviso;)
[hesse] parti dal presupposto
[hesse] parti dal presupposto che l'Hesse che avevo amato era quello del "Lupo della steppa", e in subordine di "Narciso e Boccadoro". Non certo Hesse poeta, non sempre l'Hesse misticheggiante. Come romanzo di formazione, "Narciso" è sicuramente superiore al "Camenzind". Che d'altra parte, dai, è pienamente leggibile, molto emozionante, molto giovanile a livello di scelte aggettivali - enfatiche, pleonastiche, però sincere e sentite e per questo apprezzabili - e insomma degno di essere parte dei romanzi per gli adolescenti, o per i giovanissimi in cerca di buone letture per decidere che strada prendere:).
[hesse] allora
[hesse] allora aspettiamo Demian! D'altra parte è in programma, sei prenotato da tempo. Con l'occasione io lo leggerò nel Meridiano che mi attende post volumone sui romanzi d'esordio. Sono sicuro che ne deriverà un grande pezzo. E sono altrettanto certo che si tratta di un romanzo decisamente più maturo e asciutto rispetto a questo.
(Hesse-Demian-Camenzind) Si,
(Hesse-Demian-Camenzind) Si, Demian è più maturo, e non potrebbe essere diversamente. Anche Narciso e Boccadoro è un bellissimo romanzo di formazione, ma a Peter Camenzind rimango legato per quella purezza quasi ingenua che Hesse modellerà poi nei suoi romanzi più compiuti. Sai, io valuto Camenzind come un esordio letterario, e come tale, visto il tempo in cui è stato partorito, mi sembra un esordio da ricordare. Ad ogni modo, ammetto che il mio legame con Camenzind è molto affettivo. Il Lupo della steppa, ad esempio, è un grandissimo romanzo, forse il più considerato di Hesse (perchè Siddharta, diciamolo, è il più modaiolo, suo malgrado: nel senso che Hesse non avrebbe mai pensato diventasse uno dei romanzi simbolo tanto dei figli dei fiori che di spiritualisti d'altro segno), ma tematicamente ha avuto meno impatto sul me 20enne. Forse oggi sarebbe diverso, non so. Demian invece l'ho riletto a diverse età, e l'impatto è stato il medesimo (tra l'altro le suggestioni dentro contenute sono state riprese in diversi romanzi, e se non sbaglio persino Dylan Dog lo cita indirettamente, o comunque lo omaggia).
[hesse, lupo steppa] guarda,
[hesse, lupo steppa] guarda, mi sbilancio. Letto oggi, nel momento giusto, potrebbe avere un impatto sbalestrante. Io ho provato a leggerlo a distanza di vari anni, è uno dei pochi libri che ho voluto leggere due volte. La seconda è stata più in là dell'adolescenza, ed è stata impressionante. Parti da Demian, ma ripassa per il Lupo...
(Demian in Dyd? Numero 8, lì c'era un Demian, "Il ritorno del mostro". Non so se era lo stesso demian...)
(Hesse-Dylang Dog) No parlo
(Hesse-Dylang Dog) No parlo di Abraxas, un'entità metafisica, usata anche da Jung peraltro, che Dyland Dog anagramma in Xabaras.
[hesse-dyd] ah! non so:).
[hesse-dyd] ah! non so:). Scrivi di "Demian" e saprò dirti:)
(Hesse-Dylan Dog) Ne scriverò
(Hesse-Dylan Dog) Ne scriverò sicuro;) Comunque può essere che l'omaggio a Demian sia anche ne "Il ritorno del mostro", del resto Dylan Dog era zeppo di riferimenti letterari, e cinematografici anche. Dicevo Xabaras (Abraxas) perchè nei primi 20-30 numeri di Dylan Dog era un personaggio ricorrente, se non ricordo male.
[dyd] è tornato spesso,
[dyd] è tornato spesso, Xabaras: è il padre di Dylan:)
(Hesse-D.Dog) Giusto, è il
(Hesse-D.Dog) Giusto, è il padre! Sono anni che non lo leggo, e ahimé ho venduto tutta la collezione originale dei primi 100 numer e passa numerii (io ho smesso di leggerlo dopo 115-120 numeri, se non ricordo male). Comunque era per dire che il nome Xabaras non è preso a caso, ma è un anagramma di questo personaggio metafisico che si è mosso a cavallo tra letteratura e psicanalisi.
[hesse-dyd] sclavi diceva
[hesse-dyd] sclavi diceva sempre che Xabaras veniva da Abraxas: era un anagramma. La ragione era che Abraxas era uno dei nomi del diavolo. Dovrei tornare a studiare le vecchie fonti dylaniate, ma giurerei che si trattava di questo, di un nome del demonio anagrammato:)
(Hesse - Dylan Dog) Si,
(Hesse - Dylan Dog) Si, ricordo, uno dei nomi del diavolo. Ma credo che fosse una semplificazione o una deduzione quella di Sclavi, in realtà è un personaggio molto meno definito, secondo Carl Gustav Jung. Comunque in Demian di Hesse ha una natura ambivalente, se la memoria non mi inganna, certo più subdola (e quindi mefistofelica) che positiva, peraltro.
[hesse-dyd-abraxas] ammazza,
[hesse-dyd-abraxas] ammazza, sto leggendo Demian, ora capisco. Mi aspetto fuochi d'artificio dal tuo pezzo. E' un libro gnostico, magnetico. Demian è una figura potentissima.