Veit Heinichen, classe 1957, è un giornalista e uno scrittore tedesco, triestino d’adozione. Vive nella città giuliana da diversi anni, e là ha ambientato le indagini del suo ispettore, Proteo Laurenti. Per comprendere il suo rapporto con la città basterà visitare il sito web dell’autore:
http://www.veit-heinichen.de/ la homepage sembra una pagina pubblicitaria, qualcosa di simile al sito dell’AIAT – Agenzia di Informazione e Accoglienza Turistica di Trieste. Date un’occhiata qui: http://www.triestetourism.it/ e poi tornate a leggere. Veit Heinichen è diventato – mi sembra di capire – una sorta di nuovo ambasciatore di Trieste nell’area mitteleuropea di lingua tedesca; dai libri del suo ispettore Laurenti sono derivati dei film tv, non ancora tradotti da queste parti. Senza dubbio, così la bella Triest può tornare a essere guardata con languore e malinconia: del resto, per sei secoli è stata il porto sull’Adriatico dell’Austria. Non pochi.
La ragione della mancata traduzione in italiano dei film tv potrebbe essere semplice: Trieste, grazie al cielo, è una città particolarmente civile e piuttosto estranea alla cronaca nera. Sondate la vostra memoria: ricordate fatti di sangue emersi a livello nazionale, negli ultimi trent’anni? La risposta è no. Addirittura, nel nordest il serial killer s’accontenta – per così dire – di mutilare e spaventare, senza uccidere: Unabomber, peraltro, a Trieste manco arriva. Tra le particolarità della urbs fidelissima degli Absburgo, c’è quello d’aver mantenuto un certo grado di civiltà e vivibilità. Leggere, per un triestino, d’un attentato dinamitardo a Contovello, con tanto di casa esplosa e famiglia cancellata, suona equivalente alla notizia d’una visita dell’anziano Papa di turno con bagno – e tuffo a volo d’angelo – al Molo Audace. Heinichen dovrebbe saperlo, ma i suoi connazionali probabilmente no. L’Italia è patria di commissari letterari, sempre invischiati – quale che sia la Regione, quale che sia la cultura – in atroci fatti di cronaca nera, clamorose indagini, complesse e contorte vicende plurigenerazionali. Heinichen ci gioca, dà una robusta spruzzata di politica (naturalmente, schierata e faziosa) e il gioco è fatto.
Bora nera! Che suono.
Non sono appassionato di noir, sono un letterato e amo la letteratura pura. Non mi interessa la narrativa di genere, non credo nella ripetizione di schemi, cliché, intrecci – unica variante, l’ambientazione. Perché sono arrivato a questo libro di Heinichen? Perché, con buona pace di quanto afferma nel suo libro, la mia è una di quelle famiglie che a Trieste appartiene, e da secoli. Non siamo “immigrati”, siamo piuttosto stati costretti a “emigrare” a Roma nella seconda metà del Novecento. Ma a Trieste torniamo, e guardiamo sempre con amore e preoccupazione, e nostalgia. Sono arrivato a questo libro perché si parlava di casa mia, e qualcuno scriveva di questa città integrandosi quindi in una letteratura caratteristica (a partire almeno da Scipio Slataper e da Weiss) e unica nella Storia della Letteratura Italiana: la città di Saba, Svevo, Magris, Stuparich, Rosso, Karlsen, Nacci, Tomizza (d’adozione), Covacich e via dicendo è una città letteraria per antonomasia, con un proprio ricco e contrastato dna, e diversi interpreti. S’aggiunge Heinichen.
Detto del suo talento di potenziale assessore del turismo, con particolare sensibilità per i germanofoni, ammesso il nullo interesse per l’intreccio della sua storia di bombe a Contovello, popolose foibe e contrabbando, riconosciute quindi e in primis le attitudini editoriali e commerciali e non letterarie dell’opera, passo a quel che m’ha interessato. Ossia, le apparizioni di Trieste, la sua lettura in salsa Heinichen, l’immagine della città e le incursioni nella sua storia.
Partiamo dagli scorci. Heinichen è molto esperto dei bar e dei caffè della città: questo è un buon segno, perché quel che scrive del Tommaseo, del San Marco e dell’Illy corrisponde al vero. Sono tre punti di riferimento con storie diversissime (l’assessore Heinichen non dimentica che Illy è il miglior caffè del mondo), popolati e frequentati diversamente dai cittadini e salutati comunque come micro-istituzioni cittadine. Heinichen è stato un buon osservatore dello sviluppo della città: le annotazioni sull’invasione cinese sono un subplot interessante, e presto accantonato. L’autore ha appuntato diverse dinamiche notevoli: dalla tecnica d’acquisto dei negozi, con banconote fruscianti e convincenti piazzate sui banconi, al mistero dei funerali (sembra che i cinesi non muoiano), dalla facile circolazione di documenti falsi (alla frontiera, tutti i cinesi sono uguali) sino al mistero sulle reali fonti di reddito degli invasori del Borgo Teresiano, oggi Chinatown. Il suo Laurenti parla di estorsione, lavoro nero, riciclaggio, documenti falsi, bische clandestine.
Heinichen è affascinato dai contrasti in seno alla città. L’ispettore reputa – bontà sua – AN un partito fascista, e giudica l’italianità di Trieste un falso mito, dannoso per l’equilibrio e lo spirito della città. Non di rado ridicolizza e bastona chi s’oppone al bilinguismo, chi saluta a braccio teso la patria e via discorrendo. Qui il discorso si complica molto. Per prima cosa, l’unicità – se preferite, l’atipicità – di Trieste, non solo per la particolare posizione geografica ma per la sua storia, in particolare quella contemporanea, s’esprime in una situazione politica locale che al nostro sguardo suona estrema, grottesca, indecifrabile o poco realistica. Non stupisce che Heinichen veda fascisti ovunque, perché probabilmente qualche fascista c’è. Anche laddove crediamo e sappiamo non ne esistano più da un pezzo, ossia in un partito filo-berlusconiano e quindi filo-socialista, e addirittura filo-angloamericano. Altro che fascista: liberista e capitalista e americano. Heinichen insiste su questi “fascisti” e noi che non viviamo a Trieste non dobbiamo sorridere: probabilmente, a certi livelli, può essere così. Laddove si facciano coincidere – meglio: si vogliano far coincidere – “fascismo” e “rivendicazione dell’italianità”, allora le categorie di Heinichen sono vincenti. Naturalmente sono semplificazioni incresciose, antistoriche; ben altra era la tradizione liberale e patriottica, cfr. Spadaro-Karlsen, proprio tra 1945 e 1953: tutt’altro che fascista. Ma questo il nostro nuovo assessore al turismo in pectore forse non ha voluto raccontarlo. E sia. Tanto parla in primis ai tedeschi… e quando parla agli italiani, può andar certo che parla a un branco di ignoranti. Figuriamoci. Andiamo addirittura ancora a votare…
Curiosamente, non si percepisce distanza eccessiva tra i partiti AN e Forza Nuova, nelle letture di Laurenti. Sembra solo che Forza Nuova sia un po’ più radicale, perché contatta Irving per un convegno che non avverrà mai.
Le foibe sono un dramma che va raccontato per bene – con la scusa dell’intreccio del noir. Heinichen dapprima si premura e si cautela: non solo italiani innocenti, colpevoli solo dell’italianità, sono stati lanciati in quei luoghi. Era una buona abitudine, partigiana, fascista, nazista, titina, della prima guerra mondiale, addirittura degli omicidi tra concittadini, magari per ragioni occasionali. A sentire Heinichen, da quelle parti ci piace infoibare il nemico, da sempre. E chiunque passa da quelle parti approva il costume locale, meglio se in epoca di guerra. Ammetto di non avere chiara memoria, nemmeno genetica, di questo uso generalizzato e secolare, triestino e istriano, civile e militare: ma non escludo che le fonti dell’autore possano illuminarmi in proposito.
Fermo restando la questione dell’esodo dei 300mila e delle migliaia di infoibati, che Heinichen comunque non smentisce, l’autore – con intelligenza – ci ricorda che tanta violenza non nasceva per caso. Ricorda l’incendio della casa della cultura slovena, il Narodni Dom, nel 1920; e la pronta emulazione in quel di Pola. Ricorda cosa avvenne quando Mussolini proclamò la provincia di Lubiana: “I fascisti vietarono di parlare in sloveno e in croato, scuole, banche e imprese slovene furono chiuse. Con inflessibile durezza tutti i nomi slavi vennero italianizzati e la messa in sloveno fu proibita, dopo che il Vaticano ebbe sostituito i vescovi slavi con quelli italiani. Ogni uso di queste lingue nella sfera pubblica era passibile di pena, bisognava tenere in italiano perfino le conversazioni private” (p. 91).
Poco oltre, ricorda che sì, in effetti gli italiani erano maggioranza assoluta in città e nelle coste, ma nelle campagne la situazione era diversa. “Il momento giusto per vendicarsi del torto subito si avvicinava” (p. 91). Seguono notizie su delazioni, massacri, stupri, omicidi (anche di sloveni e croati), etc.
Interessante era la tecnica di chi infoibava: “Gli toglievano tutto. Nessuno doveva essere identificato. Faceva parte della tattica. In questo modo si impediva che fosse noto il recapito delle vittime, si impedivano vendette, rivendicazioni, spiegazioni (…). Inoltre avevano bisogno dei vestiti dei morti, era la fine della guerra, e si prendeva quel che si trovava, normalmente anche le mutande, a prescindere da quanto tempo uno le indossasse e quanto sudicie fossero” (p. 123).
È un noir, questo libro, eh? Proprio così. Una bella inchiesta, che sotto la confezione del romanzo di genere parla di ben altro…
Tornando a Trieste, c’è un dottore (della “scientifica”, che in Italia mi sembra abbia un altro nome) anziano che racconta il suo avvento in città. Ecco la lezione di storia: “Arrivai a Trieste con le truppe il 12 giugno del ’45. Al municipio erano appese cinque bandiere: Stars and Stripes, Union Jack, poi quella rossa, la jugoslava e l’italiana, in mezzo alla striscia bianca peraltro era cucita una stella rossa. Che significa poi Trieste: si chiamava ‘Territorio Libero Trieste’ finché nel 1954 gli alleati restituirono la città all’Italia” (p. 175) – vale la pena aggiungere, con un gran sorriso di soddisfazione e di mortificazione per chi sperava il contrario: senza stella rossa. Ricordatene, Heinichen.
Il dottore ricorda che i cittadini temevano di diventare jugoslavi (“c’era mancato poco”), ricorda la confusione delle bandiere sulle finestre (jugo+Urss, tricolore+Union Jack, etc), la presa di Tito (1 maggio), l’arrivo dei neozelandesi (2 maggio), il ritiro slavo (12 giugno). E attenzione a questo passo: “fascisti italiani, che blateravano di ‘italianità eterna e continuità storica’, come fanno ancora oggi. O comunisti italiani, che si sottomettevano alla disciplina di partito fino al sacrificio personale” (p. 175). Tana per il compagnuccio.
Sia chiaro, uno sganassone da letterato a letterato, per questa porcheriola che lei ha scritto, se lo meriterebbe. E bello sonante. Prima di tutto, il suo medico era americano e dubito potesse ciarlare di chi “blaterava”; peraltro era siciliano, e per sua stessa ammissione nemmeno sapeva Trieste esistesse. Ma parla cinquant’anni dopo, e allora d’accordo, s’è fatto delle idee nel frattempo, è diventato triestino anche lui.
In seconda battuta, non sono i fascisti a blaterare di italianità eterna; è la storia della cultura di questa città, ben amministrata dagli austriaci per molti secoli, ma sempre di lingua e cultura italiana. Mandi a memoria la lezione, legga gli studi recenti di Karlsen e Spadaro, scoprirà che tutti i letterati di questa città, a partire dal penna d’oro, gridavano Italia. Sotto la splendida bandiera austriaca, Trieste era sì patria di tanti immigrati, ma restava di lingua italiana. Meglio: d’un dialetto che appartiene a quella lingua. Come le città dell’Istria costiera, come la costa istriana. La menzogna della responsabilità solo fascista è grave, squallida e offensiva.
E mistificante. Peraltro, il sacrificio dei comunisti pretendeva (cfr. Porzus) il sacrificio della storia, della cultura e della lingua. La disciplina di quel partito era altrettanto omicida, e peraltro antistorica.
Concludo lo sganassone ricordando a chi legge che sogno l’impossibile ritorno dell’Austria; e tuttavia trovo ingiusta e faziosa una lettura come questa. Se il ritorno dell’Austria significasse tanti popoli, tante culture, tante etnie ma un dialetto, quello triestino e romanzo, che si fa lingua… e una lingua, quella letteraria italiana, che esplode nelle opere d’arte… quello sarebbe un sogno.
Lasciamo stare. Mi auguro che chi ha letto Heinichen abbia reagito a queste forzature con l’opportuno sdegno.
Apprezzando invece le osservazioni a-politiche. Come quella sui sei cimiteri (cattolico, British, greco-ortodosso, serbo-ortodosso, ebraico, protestante; non mancano musulmani). Falsa la storia sui “triestini puri”, vera quella sulla nostalgia degli esuli, vera quella di chi altrove ha cambiato quattro volte cittadinanza in un secolo, vera quella di una parte della popolazione slovena della città che s’ostina a non dirsi italiana. Falso che la nostalgia renda difficile la coesistenza. Servirebbe un’Europa “austriaca”. Questo io credo, e non sono il solo (cfr. scritti di Bettiza).
C’è anche la storia dei pacchi-Care spediti, post-guerra, da chi era emigrato in America; non manca la tragedia grottesca delle ceneri dei morti scambiate per vitamine o aromi (p. 177). L’allegoria la decida ognuno di voi.
Peccato, peccato e peccato ancora per passi come questo: “Un ex picchiatore di estrema destra, si diceva, che sedeva in parlamento con Alleanza Nazionale e per la stranezza dei suoi movimenti ricordava la creatura di Frankenstein, per quanto costoso fosse il vestito (…)” (p. 316). Perché è davvero esecrabile colpire a tutto spiano sotto la cintura, ogni tot pagine. Sarà che le corna, a Laurenti, le ha messe un elettore di AN, borghese e col macchinone. Magra consolazione.
***
Heinichen è interessante, nel contesto della storia letteraria di Trieste, proprio per via di queste sue posizioni, di questi suoi errori, di questa sua capacità di ripetere storie raccolte qua e là. Ha compreso contrasti e traumi della città, non ha capito le ragioni. Sa che ci sono etnie e popoli in conflitto da molto: dovrebbe ricordare che non sempre è stato così, dovrebbe domandarsi cosa è cambiato. È un avventore di caffè e bar, mancano le osmizze e le osterie: continui a interrogare tutti, anche l’architettura; confrontandola, ad esempio, con quella di Fiume. Qualcosa capirà, e magari aiuterà non solo il turismo, ma la storia letteraria d’una città di letterati, nel tempo in cui pochi o nessuno leggono. Le trame noir le lascio ai cultori del genere, dico che quelle di questo libro sono equilibrate e ben architettate. Ma m’interessava il dna, lo spirito, il senso: i significati veicolati. Qualcosa va registrato, a partire dalle prossime opere. A partire dalla memoria.
“Proteo”, come spiega l’autore in un’intervista su Stradanove, non è un nome casuale. Spero che questa grossa lucertola riesca, un giorno, ad aprire gli occhi, là, nei sotterranei del Carso.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Veit Heinichen (Germania, 1957), giornalista, redattore e scrittore tedesco. Vive a Trieste.
Veit Heinichen, “I morti del Carso”, Edizioni e/o, Roma 2003.
Traduzione Anita Raja.
Prima edizione: “Die Toten vom Karst”, Wien, 2002.
Niente cinema: l’unica traduzione è un (sembra pessimo) film tv: “Commissario Laurenti – Die Toten vom Karst” (2006).
Approfondimento in rete: Intervista su Stradanove / Sito ufficiale dell’autore / Recensione (Stradanove) / Thriller Magazine /
Gianfranco Franchi, Luglio 2007
Commenti
a patrick.
Letture suggerite:
Jan Morris: http://www.lankelot.eu/?p=729
soprattutto, il tag Trieste in Lankelot:
http://www.lankelot.eu/index.php?archivione=1&k[]=Trieste
"scoprirà che tutti i letterati di questa città, a partire dal penna d?oro, gridavano Italia. Sotto la splendida bandiera austriaca, Trieste era sì patria di tanti immigrati, ma restava di lingua italiana." > Sì Buccia, vero per i letterati italiani e vero che restava di lingua italiana, ma non completamente come spiega bene il Kosuta di "Slovenica" qui recensito. Gli sloveni erano una robusta minoranza urbana, non solo maggioranza nei circondari. Per dire, il grande Boris Pahor de "Il rogo nel porto" abitava da bambino nella centralissima via San Nicolò. Studi approfonditi hanno mostrato come alla vigilia della grande guerra Trieste si avviasse sul serio a diventare una città compiutamente binazionale.
"vera quella di una parte della popolazione slovena della città che s?ostina a non dirsi italiana" > aggiungerei giustamente. Direi che giustamente non vogliono rinunciare alla loro identità slovena.
In generale, è vero che parlare di "italianità eterna" -- cosa che in effetti i nazionalisti italiani facevano a spron battuto -- è aderire a una mitologia, ma per Trieste come per Milano o Bari. Oppure, è come dire che Londra era "inglese" nel 200 d.C. Sono espressioni che rientrano nei discorsi di legittimazione delle identità statali-nazionali emersi nel corso dell'Ottocento. Vanno razionalizzati e neutralizzati tutti quanti. I nazionalisti sloveni utilizzano lo schema speculare: affermano che tutto il Litorale (quello che per loro è la Venezia Giulia) è stato "da sempre" sloveno, e che solo la creazione artificiale di città nel corso dell'età moderna ha alterato la compattezza slovena della regione. Insomma: tutte fole, da una parte e dell'altra: mitologie.
Questo forse intendeva dire il personaggio del libro.
Sul radicalismo della An locale (ciò che larende davvero sui genersi rispetto al resto del quadro nazionale) mi sento di sottoscrivere purtroppo l'analisi di Heinichen. Esemplificazioni a iosa fornite su richiesta.
"Laddove si facciano coincidere ? meglio: si vogliano far coincidere ? ?fascismo? e ?rivendicazione dell?italianità?, allora le categorie di Heinichen sono vincenti. Naturalmente sono semplificazioni incresciose, antistoriche; ben altra era la tradizione liberale e patriottica" > Grande. E un grazie fraterno per la citazione.
Con questa frase apri una breccia e mi stimoli a una rilettura più accorta del testo. All'epoca, molto giovane e inesperto, mi era sfuggita questa insistenza sulla identificazione tra italianità e fascismo. Ti saprò dire.
Qualcosa su Pahor, finalmente, vorrei scriverla prima dell'Autunno, tornando a proporre scritti dedicati alla città dei letterati.
E' ora di condividerlo con tutti, l'abbiamo nominato tante volte...
grazie per il passaggio, le condivisioni e i chiarimenti (ma sulla questione An sai come la penso, e nell'articolo lo ribadisco; si tratta di un fenomeno assolutamente locale, incomprensibile credo già da venezia in giù - sbaglio?).
Ottimo il parallelo sulle mitologie. Sai bene da che parte sto, quella del territorio e basta:). Quando il territorio è plurimo, riconosco il pluralismo e la maggioranza. Senza nominarla schiacciante, né rivendicando una storia che non c'è (oi italoi, "i buoi").
Tornaci su, accantona del tutto il discorso-noir, la confezione e l'intreccio, e disossandolo troverai il dna mal nascosto. Mi dirai;)
"si tratta di un fenomeno assolutamente locale, incomprensibile credo già da venezia in giù - sbaglio?"
No. Anzi sì: da Monfalcone in giù :)
Comunque acuto e provocatore come sempre. Bravo (e divertente) a prescindere.
Aspettiamo il buon Pahor, allora.
Vedrai che non sarà solo, quel tag Trieste volerà.
letto. ummm. interessante. a febbraio ho letto Le 4 ragazze Wieselberger, che parla della situazione triestina tra otto e novecento (perlopiù, novecento. quasi solo, ecco) dal punto di vista particolare di questa famiglia. Di una scrittrice, Fausta Cialente, autobiografico, vinse il premio strega a metà anni '70 (un altro premio strega in quegli anni andò a guglielmo petroni per La morte del fiume, ancora ricordi sugli anni del fascismo, ma non solo) e l'ho trovato molto interessante, soprattutto la prima parte, in cui lei racconta la storia della sua famiglia prima della sua nascita, fino a quando lei è bambina. Dopo diventa più soggettiva, e perde qualcosa, pur rimanendo interessante. E niente. Magari se riesco ne scriverò, eh. ciao;-)
Mah, ho letto con attenzione il tuo pezzo, e questo Heiniken mi lascia assai perplesso. Sia per le semplificazioni politiche, sia per le considerazioni di carattere storico. Ad ogni modo, mi sembra dica molte cavolate, che in parte stigmatizzi anche tu, Franco.
Un discorso che mi premerebbe affrontare, a margine del testo, è quello dell'italianità cosi rivendicata dal Fascismo. Non vorrei entrare in polemica né con te né con Patrick, ma dico solo che non si può dare alla questione una chiave di lettura univoca. In realtà il problema era ( e resta, nell'interpretazione odierna)molto complesso, e quelle rivendicazioni vanno contestualizzate se non giustificate. Io non voglio giustificar alcunché, ma è evidente come per il Fascismo fosse importante rivendicare l'italianità di Trieste, conseguentemente usando rigidità sul fattore linguistico (l'accanirsi sui nomi e non solo). Dico contestualizziamo, perché la storia va letta spesso, soprattutto a distanza, senza troppo pathos, al contrario sforzandosi di comprendere le motivazioni delle scelte fatte durante una contingenza di cui noi possiamo solo avere sensazione, non avendola vissuta. E mi fermo qui, magari rimandando al forum eventuali discissioni sull'argomento.
Andrea! Ave, aspettiamo la Cialente. Non tirarti indietro e approfondiamo.
Leon: sono d'accordo sulla necessità di contestualizzare, e credo anch'io che ci siano molte domande da porsi, molte informazioni da studiare e magari da restituire alla luce, molte convinzioni da confutare. Non so se i commenti in calce ad Heinichen siano la sede adatta, ma presto qualcuno proporrà altro in tema.
Peraltro vorrei poter dare testimonianze almeno di seconda mano su uno di questi responsabili delle scuole italiane in territorio ex yugoslavo, mio bisnonno paterno, che non è tramandato come un bruto né come un assassino, ma come un leale servitore della patria, a dispetto della carriera, estraneo alle prevaricazioni e alle violenze. Credo basterebbe recuperare certi documenti... qui in casa, purtroppo, non ne ho ereditati. Avrei voluto.
Il libro non saprei, ma la tua pagina è al solito ricchissima di spunti rilevanti (soprattutto per chi abita vicino a Trieste e con Trieste nel bene e nel male si confronta assai spesso!)
"Per prima cosa, l?unicità ? se preferite, l?atipicità ? di Trieste, non solo per la particolare posizione geografica ma per la sua storia, in particolare quella contemporanea, s?esprime in una situazione politica locale che al nostro sguardo suona estrema, grottesca, indecifrabile o poco realistica. "
Credo che questo sia vero, Franco, soprattutto per chi non conosce questo lembo d'Italia e le zone confinanti limitrofe.
Sai i casi della vita... mio padre era nato a Trieste ed era stato allevato da una famiglia slovena, di quelle che come dici tu ci teneva a ricordarselo bene, tant'è che quando mia nonna andò a riprenderselo, si ritrovò con un bambino bilingue (... oddio, bilingue: dialetto triestino e sloveno) e politicamente orientato (!!!) a sinistra.
Che smacco per il padre cultore e storico e difensore strenuo della friulanità e sicuramente non comunista...
Negli anni mio padre dimenticò lo sloveno, il dialetto triestino e si orientò decisamente a destra.
Gli restò immutato l'amore per Trieste, che vide sempre come una lontanissima patria felice dell'infanzia (e ti assicuro che ci aveva fatto la fame: una foto del 1943 ritrae lui e la ragazza che se ne prendeva cura magrissimi, patiti).
Così nonostante un amore più forte ancora per il Friuli, di Trieste in casa si parlava sempre con grande rispetto e dei Triestini con un po' di quell'ironia che ci sa inferiori... :))
Scusa l'OT ma quando scrivi di Trieste mi fai sempre ricordare queste cose :)))
Il discorso è che, paradossalmente, da lontano riesco a decifrare tante cose che pure vedo, ormai, dieci, quindici giorni ogni anno. In parte è per via della nostra dialettica, sono sempre aggiornato e andiamo sempre più in profondità. Tanto che qualche volta siamo arrivati tranquillamente all'avanguardia:).
*
(ho ritrovato il libro di Venir sui Cosacchi. Ne scriverò).
*
Grazie per la condivisione dell'importante - emblematico... - ricordo famigliare. Te ne aggiungo un altro che mi ha sempre colpito. Una parente stretta, esule, riusciva a maledire gli italiani parlando con gli yugoslavi (con loro tornava a rivendicare il sangue slavo), gli yugoslavi parlando coi triestini (e parlava delle foibe, delle terre perdute, degli italiani che hanno fatto l'autostrada laggiù, etc), gli italiani tutti parlando coi triestini e con gli esuli (perché Roma era una città di magnoni e di ladri, e i meridionali poi etc etc). Da bambino ho solo registrato tutto questo, senza capire. Mi sembrava colore o nevrosi. Adesso ho le idee più chiare. Chissà se avremo mai pace...
Andrea, a proposito:
"Le 4 ragazze Wieselberger, che parla della situazione triestina tra otto e novecento (perlopiù, novecento. quasi solo, ecco) dal punto di vista particolare di questa famiglia."
> qualche rapida suggestione. Se è una storia simile a quella che conosco bene, saranno austriaci e italiani, borghesi con qualche goccia di sangue blu e molte attitudini cosmopolite; loro testimoniano il passaggio da AUT a ITA - magari perdendo il cognome - quindi vivono l'incubo della Seconda Guerra, infine... fammi indovinare. Se ne vanno.
sono italiani, che si considerano italiani prima di. e se ne va, la mamma di lei, perché si sposa, prima. e la bimba, che poi è la scrittrice...la storia è un po' diversa. non è così lontana da come la dici tu, però è una famiglia, mi è sembrata, abbastanza particolare. Le 4 ragazze hanno destini diversi, forse simili, distanti...ma la disgregazione della famiglia comincia prima della Seconda guerra, per quella la scrittrice è già un'adulta sposata. cercherò di riprenderlo a giorni, dai. non ti dico che le cose ti suoneranno nuove, non credo proprio. per me è però stato interessante. tutto qua.
Le tue recensioni, Gianfrà, continuano a unire meravigliosamente completezza, analisi sottile e, incredibile, autentico divertimento nella lettura. Prima o poi ci svelerai almeno uno di questi segreti...
Un libro che non comprerò prossimamente, per il momento ho anch'io i miei arretrati. Però quando deciderò finalmente di approfondire la storia e le storie recenti d'Italia questo sarà testimone ricordato.
:).
Troverete anche un bel noir, assieme agli spunti su Trieste.
(il mio segreto? i mal di testa periodici. Quando passano la vita sembra sempre nuova e tutta da ricominciare...)
Segnalo a te e a Patrick tre opere edite da Settimo Sigillo che abbracciano le questioni che tanto vi stanno a cuore (che in realtà, pur da altre latitudini di provenzienza, stanno a cuore anche a me).
- Foibe (l'unico dei tre che ho letto)
- Venezia Giulia 1943
- La memoria non condivisa (appena uscito)
Tutte e tre sono state scritte da Vincenzo Maria De Luca, che non è uno storico ma un medico, comunque molto ferrato sul tema.
Non so se Patrick abbia possibilità di reperirle a Trieste, qualora cosi non fosse al prossimo incontro una almeno una gliela regalo io.
Annoto.
Ora stavo leggendo "Profughi" di Oliva... molto molto interessante. Ad oggi, direi che 3 sono i saggi fondamentali: la Morris su Trieste, Ara e Magris su Trieste, Spadaro-Karlsen sul 1945-1953. Io mi fondo bene su questi tre...
Ho letto solo Spadaro-Karlsen e di Oliva il testo sulle Foibe. Anche se, devo dire, grazie alle tante presentazioni a tema che avete fatto su Lankelot, qualcosa in più l'ho comunque interiorizzata.
E' una questione talmente delicata. Oliva, per esempio, in questo "Profughi" accenna e spiega le ragioni delle repressioni; timore dell'ondata espansionista dell'allora nascente borghesia slovena e croata, attentati plurimi composti da diverse organizzazioni già negli anni Venti... l'impressione ormai è che basta prendere l'altra campana e farla suonare per sentirsi affranti, torti e ragioni stanno da entrambe le parti.
Appunto imploro l'Austria di risorgere, sperando che sappia reincarnarsi con eguale tolleranza, e minori nazionalismi. L'unica soluzione - se non quella comunale - è quella della confederazione transnazionale di comuni. Ma ne scriverò per tempo:)
Cavolo, una discussione fiume e mi era sfuggita.
Con Karlsen hai comunque un interlocutore molto credibile ed equilibrato e devo dire che mi ci trovo spessissimo in sintonia.
La recensione è ottima, ovviamente.
Notavo semmai, e queste ne è l'ennesima conferma, che questi giornalisti stranieri spesso tendono ad eccessive semplificazioni.
Ad esempio è indubbio che ad oggi tra AN e Forza Nuova c'è una notevole distanza. Che poi questa possa sfumare in certa base nostalgica e al di là dei programmi politici espressi è altro discorso.
E poi Oliva: è, come saprai, uomo di sinistra ma gli va dato atto di aver scritto di argomenti e fatti ben poco lusinghieri per i suoi antenati politici.
L'importante - la storia - è raccontarla per intero, tentando di spogliarsi della propria cultura politica almeno quando si devono raccontare i fatti in quanto tali.
(sacrosanto:) ).
*
(anche per questo apprezzo sempre molto i tuoi articoli, Lupus. Per via di questo tuo approccio moderato ma appassionato. E sempre competente).
[trieste, heinichen, "la
[trieste, heinichen, "la città dei venti"] più divertente, più accessibile, più leggibile e finalmente meno politico, questo libro della e/o:
http://www.edizionieo.it/recensioni_visualizza.php?Id=874
... consigliato soprattutto a chi vuole "mangiare e bere" trieste.