Dopo un’introduzione satirica sulla propria esperienza alla Dogana nella città natale, Hawthorne (il cui nome reale era Hathorne, mutato poi in “biancospino”) invita il lettore ad un varco, dentro al quale ci fa da guida, da narratore; talvolta immune ad una storia offuscata e cupa, evitando di porre alcun giudizio, talora lasciandosi sfuggire qualche – perfino discutibile – pregiudizio. Lo spirito manzoniano è ben visibile in questo parodo, nell’arzilla – vagamente maliziosa – euforia che tende a dissacrare i personaggi che dipinge, e, maggiormente, nell’introdurre l’elemento principale, ossia l’agognata lettera infuocata offerta dal destino e dal caso, la cui veridicità è incerta e, francamente, poco interessante.
Dopo una compatta introduzione, eccoci nel romanzo. Da Salem a Boston. Diviso in sequenze che ricordano atti teatrali, ma anche tasselli cinematografici, l’intreccio si svolge cronologicamente lungo sette anni che vedono per protagonisti Hester Prynne – l’Adultera –, sua figlia Pearl, il dottor Chillingworth e il reverendo Dimmesdale. I primi elementi che appaiono già nelle prime pagine non sono affatto rassicuranti: un profetico mazzo di rose nere, la vista di un carcere, la gogna, un pubblico assetato di giustizia divina. E presto la protagonista entra in scena, accolta da malelingue e sguardi gelidi: in braccio ha la figlia ancora in fasce, sul petto porta la lettera della vergogna: una “A” rossa ricamata d’oro, ben visibile anche a notevole distanza. L’antefatto si conclude con l’ingresso dei due volti maschili opposti: da un lato Chillingworth, che si scopre essere marito di Hester, ma creduto scomparso o, peggio, morto; dall’altro è Dimmesdale, il sacerdote, il santo, in realtà il peccatore e padre della bambina.
Passano i sette anni, Pearl è vivace, intelligente, ribelle. La madre porta il marchio scarlatto, è sarta occasionale per personalità d’ogni rango in città; la grave colpa che le pende sul capo è in qualche modo esorcizzata nelle sincere opere di carità verso i più sfortunati, che non evitano di ridicolizzarla e deriderla. In questo lungo periodo non è stato possibile un incontro intimo fra Hester e Dimmesdale, sospettato giorno per giorno dal sempre più perversamente malvagio Chillingworth. Dimmesdale è percorso da insostenibili sensi di colpa, tanto che la vita stessa sembra corrodersi col continuo martellare di pensieri. Pearl d’altro canto ha momenti di vivacità alternati a vere e proprie manifestazioni di sottile malignità, tanto da guadagnarsi l’accostamento ad un Elfo da parte della madre, che la vede come la degenerazione di un’innocenza mai acquisita. Ma un giorno avviene l’incontro tra la donna e il prete, nella foresta, fuori dalla “civiltà”: i due decidono di evadere da quel covo di rigore assoluto che sta annientando le loro esistenze. Ma l’esodo non avverrà, il peccato deve essere purificato e solo la morte di uno dei due potrà compiere il miracolo.
Appartenente alla corrente trascendentalista, la corrispettiva americana del romanticismo europeo, “La lettera scarlatta” possiede varie tematiche care alla giovane cultura statunitense. Romanzo gotico e fantastico si alternano a caratteri sociali, con elementi di inequivocabile romanzo storico, contemporaneo a quello manzoniano.
Hawthorne ha una colpa da cui scagionarsi: i suoi antenati – Hathorne, appunto – erano colpevoli di caccia alle streghe. Così come Hester, lo scrittore, che va celando la propria identità alla Dogana di Salem, ha l’anima marchiata da un delitto non commesso. E l’alienazione della colpa che attraversa tutta la storia ha degli echi di insopportabile bigottismo; ma la critica al puritanesimo è discontinua e incerta. Il romanzo è ricco di sfumature poco chiare, costellato di elementi fantastici legati sì al peccato ma spesso anche al vero e proprio Inferno, con personaggi faustiani, visi infantili che si tramutano in volti distorti dai tratti luciferini.
La lettera che dà origine al titolo è fonte inesauribile di interpretazioni: nasce come “A” di “adulterio”, ma è anche la stessa di “Abele” che ha più a che fare col Paradiso piuttosto che l’Inferno; “A” come “Angelo”, come “Abramo” ma soprattutto come “America”. Hester ha in sé una natura selvaggia, wilderness, la Nuova Inghilterra, ma la sua origine è inglese, così come il marito Chillingworth, del mondo corrotto “civilizzato”, retto da una sana etica religiosa. Pearl è l’incarnazione del peccato, il frutto dell’adulterio, che stuzzica la madre sull’origine e sul senso del marchio che porta sul petto; il medico e stregone Chillingworth è anch’esso incarnazione del Male: la sua smania di scoprire il colpevole, che ha sottomano, lo tramuta gradualmente nella personificazione del Demonio, della Menzogna e della Meschinità che una volta perduta l’occasione della vendetta, deperirà. Il simbolismo è molto legato alla figura del confine tra rigore e la Natura, intesi come progresso e inciviltà, come certezza divina e perdizione. La sequenza della foresta è la più significativa, è l’unico incontro dei due amanti e segna un, falso, momento di quiete e speranza, presto spezzato dal comportamento incomprensibile di Pearl; le nubi e l’atmosfera rigida vengono sostituite dai raggi del sole, dal calore umano fra i due peccatori: Hester strappa la lettera scarlatta dalla veste, scioglie i capelli, progetta una via di fuga. La bambina però, appena accorta del cambiamento e della mancanza del marchio, si rifiuta di attraversare il fiume che la separa dai due. Solo quando Hester ripone la sua condanna sul petto la piccola riconoscerà la sua procreatrice. Pearl identifica la madre nel simbolo, Hester incarna la tavola della legge: la colpa sarà lavata con un’esistenza di misericordia e lacrime. Ma l’ignominiosa targa apparirà anche nel petto del prete che, in un finale dipinto con pennellate confuse, si apre alla città, sulla gogna, lasciandosi morire in un discorso che in pochi riescono a comprendere fino in fondo. Mostrando una non definita stigmata si annuncia colpevole dinanzi a Dio, ma l’affetto che il popolo ripone in lui non rende giustizia alle sue parole: la sua discolpa avviene solo in parte. Hester e Pearl riescono a tornare in Inghilterra, ma la madre ritornerà a Boston, per espiare la colpa sino alla morte. Perché Hester deve stare in America, perché Hester stessa è l’America, figlia di un mondo corrotto e vittima del proprio bigottismo.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Nathaniel Hawthorne (Salem, Massachusetts, 1804 – Plymouth, New Hampshire, 1864), romanziere americano.
Nathaniel Hawthorne, “La lettera scarlatta”, Garzanti, Milano, 1992. Introduzione di Carlo Pagetti. Traduzione di Gianna Lonza.
Prima edizione: “The Scarlet Letter”, 1850.
Commenti
"Pearl identifica la madre nel simbolo, Hester incarna la tavola della legge: la colpa sarà lavata con un'esistenza di misericordia e lacrime" - quanto soffro quando m'accorgo dell'influenza delle religioni sulle arti. Soprattutto quando si va avanzando per binari prevedibili e estranei alle deviazioni. In compenso, mi diverto quando la scrittura sublima il cemento armato dell'etica e della religiosità - avviene soprattutto nelle parentesi e nelle incidentali. Non so in Hawt. Altrove, spesso. Sì.
Arpa, come si intitola il romanzo dove quel birbaccione di Hawthorne insulta Roma e i romani?
Oh, Arpa!
"Il fauno di marmo". Bellissimo e farraginoso. Ma dell'Italia e dei romani sputa nel piatto.
Perché non ce lo racconti?
E te pareva... ;) L'ho letto molto tempo fa, non penso per ora di riprenderlo.
va bene. Vorrà dire che ci penserà Elia.
Questo romanzo di H., letto parecchi anni fa, mi ha aperto gli occhi su una realtà che ho poi imparato a vedere in molta narrativa americana, meglio, statunitense. Giuste le tue osservazioni e aggiungerei questa ossessione - tipica forse più del protestantesimo di sapore settario - per l'assimilazione, la con-fusione (!) con il demoniaco di ciò che non si conosce (e qui il discorso dalle piccole comunità di "pionieri" si allarga al rapporto fra essi e i nativi, ad esempio). Mai letto "Il viaggio della strega bambina" di Celia Rees, o, ancora meglio, "Il settimo figlio" di Orson S. Card? Ingiustamente relegati fra i romanzi per ragazzi, forniscono chiavi di lettura interessantissime del fenomeno "caccia alle streghe" nel mondo protestante d'Oltreoceano, e fra fantasia e realtà ricostruiscono il mondo delle paure di chi per adattarsi al nuovo sconosciuto resta aggrappato con tutte le forze a un vecchio esistente solo ormai nella memoria. Belle suggestioni...
Parlacene, uno per volta, appena hai voglia, tempo e ispirazione. Personalmente mi suonano tutti totalmente estranei. Ti sarei grato se approfondissi urbi et orbi;)
?Il viaggio della strega bambina? di Celia Rees, o, ancora meglio, ?Il settimo figlio? di Orson S. Card
> Rinnovo la segnalazione di quasi tre anni fa!
Ilde ce ne parlò ma nessuno raccolse...
(notizie sulla reperibilità?)
[Hawthorne] eliminato doppio
[Hawthorne] eliminato doppio incipit