Hart Josephine

Ricostruzioni

Autore: 
Hart Josephine

Cuciture imbastite di stupore e angoli bui. Di nascondigli in cui avvolgere l’io bambino in contemplazione del mito. E rapimento e incanto. E occhi sgranati davanti a perché senza risposte, a gesti incomprensibili e alla magia di quei silenzi ballati in un abbraccio nudo di pensieri e d’abiti.
Madre e padre: due figure che si rinnovano e diventano corpi inspiegabilmente presi e persi in sé stessi e distanti dal resto del mondo. Dalla quotidianità e dai legami altri. Dai mutismi e dai segreti condivisi. Dalla presenza assente e dalla complicità.


Kate e Jack guardano i loro genitori senza riconoscerli. Senza capire. Guardano senza essere guardati. Assistono al tradimento del proprio eroe che, in loro assenza, predilige quella mamma triste, monca, anonima e capace, invece, di completarsi e rinascere tra quelle braccia che la cingono e la vincono e la rimettono al mondo nell’estasi di quell’amore fonte di un’ossessione che è al contempo unica sua ragione di vita.
Kate e Jack condividono l’incredulità e lo smarrimento, facendone vincolo ulteriore di fratellanza.
Poi qualcosa si spezza.
Poi l’abiura dell’ombra.
Josephine Hart dà vita ad un romanzo in cui il titolo si pone come chiave di lettura dell’intera vicenda narrata: “Ricostruzioni”.
La sua è scrittura in prima persona (maschile) che ricompone l’infranto, secondo la geometria perfetta di un cerchio. Si comincia dalla fine, si descrive il presente per arrivare a recuperare il passato e svelarlo e prenderne pienamente coscienza e smettere di eluderlo o lottarci contro, chiudendo poi l’anello intorno ai ricordi obliati. Quel magma di verità rimosse forzatamente, per premura, per sopravvivenza. Quel nodo che stringe Jack indissolubilmente a sua sorella, perché quattordici anni sono pochi per capire e troppi per dimenticare.
E la psicanalisi, lo scavare infaticabile nella vita altrui, diventa via privilegiata per la fuga, “antidoto alla seduzione potenzialmente fatale della propria memoria”. Perché Jack sa bene quanto “il dolore guasti gli strumenti di navigazione intellettuali dello spirito cosciente, col risultato della perdita, a volte fatale, della speranza direzionale”. Ha imparato sulla propria pelle come l’unica cosa realmente necessaria sia “un metodo per distanziarsi dalla sofferenza, tale da consentire di ottenere una forma di prospettiva che almeno permetta alla vita di continuare in una maniera ragionevole”. Ma non può scappare per sempre,“il passato non ti dimentica. È il tuo sangue, e il sangue non si lava via”. (G. Franchi, Disorder, pag. 37). Ciononostante ricordare non è guarire. Ricordare è sostituire e ricomporre faticosamente la propria identità.
La scrittrice irlandese racconta la tragedia di due fratelli in esilio dai ricordi, aggrappati l’una all’altro in una danza che è ritorno all’origine e tentativo di riconciliazione con sé stessi e col fardello del proprio segreto. Le sue pagine offrono il ritratto di due anime fragili e del loro demone: quella memoria tradita che spesso è arma e incubo. E il dolore riaffiora dalle radici, dalla vecchia dimora che li ha visti strappati all’infanzia. Perché la casa è il punto da cui tutti noi partiamo e a cui dobbiamo fare nuovamente ritorno per conoscere noi stessi”.
Malamore diventa, quindi, anche il pretesto narrativo adoperato dall’autrice per far quadrare l’intera architettura del proprio romanzo, che si sviluppa attraverso una prosa lontana dai toni del melodramma e, proprio in virtù di questo, capace di farsi strumento privilegiato per lo scandaglio psicologico dei personaggi, senza tuttavia diventare ridondante. Servendosi, invece, di uno stile che fa dell’introspezione il proprio segno distintivo, con i dialoghi a costituire il punto di forza di uno scrivere minimalista che nella sua elegante semplicità, riesce a riprodurre il rimestio inquieto dei pensieri dei protagonisti e insieme di tutta la variegata gamma di prototipi umani che popolano il testo. I pazienti di Jack, infatti, offrono alla Hart l’occasione di arricchire il proprio libro mediante numerose variazioni sul tema che le consentono di allontanarsi dalla storia principale per spostare la focalizzazione verso più direzioni parallele, dove ogni personalità costituisce un microcosmo da indagare nell’intento, scrivendone, di rappresentare la complessità dell’uomo e del suo sentire.
“Ricostruzioni”, quindi, costituisce lettura magmatica, prisma in grado di riflettere nitidamente almeno alcune delle infinite luci ed ombre alla base degli intricati meccanismi che regolano i nostri comportamenti, con l’autrice brava a porre l’accento sui disagi delle sue creature di carta, nei cui confronti è facile trovare rispondenza. Perché i loro, sono pure “i nostri sforzi. Quelli che facciamo per dare la prova migliore di noi stessi, mentre ce la mettiamo tutta per evitare il dolore che questo comporta”.   

 

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Nata e cresciuta in Irlanda, Josephine Hart arriva a Londra negli anni Sessanta. Lavora per un certo periodo in campo editoriale, per poi dedicarsi alla produzione di spettacoli teatrali. Dal suo romanzo, Il danno (1991), Louis Malle ha tratto l’omonimo film. Nel 1993 scrive Il peccato, cui fanno seguito L’oblio nel 1995 e Ricostruzioni nel 2002, quest’ultimo trasposto in versione cinematografica da Roberto Andò, col titolo di “Viaggio segreto”.


Josephine Hart, “Ricostruzioni”, Feltrinelli, Milano, 2002.

Traduzione di Vincenzo Mantovani

 

Angela Migliore, gennaio 2007
ISBN/EAN: 
9788807818097

Commenti

Leggendo mi è tornata in mente la pagina su "La casa di sabbia e nebbia", nel passaggio in cui Franco scriveva “La proprietà privata come fondamento dell’identità: la casa come insostituibile pilastro per la creazione d’un’idea di sé”. Perfetto anche per il libro della Hart.

"La sua è scrittura in prima persona (maschile) che ricompone l?infranto, secondo la geometria perfetta di un cerchio. Si comincia dalla fine, si descrive il presente per arrivare a recuperare il passato e svelarlo e prenderne pienamente coscienza e smettere di eluderlo o lottarci contro, chiudendo poi l?anello intorno ai ricordi obliati."

> Strategia stupenda. Peccato possa essere solo letteraria (qual è la "fine" nelle nostre esistenze? Quando davvero qualcosa s'è concluso definitivamente? Quando diventa "immutabile"?
Quand'è, in altre parole, che possiamo riconoscere che un periodo è terminato? E' una decisione dell'io oppure... mmm.

"Ricordare è sostituire e ricomporre faticosamente la propria identità" > super.
Corretto.

"dove ogni personalità costituisce un microcosmo da indagare nell?intento, scrivendone, di rappresentare la complessità dell?uomo e del suo sentire".

> intento assolutamente letterario e umano, quindi giusto.

Non sapevo fosse l'autrice de "Il Danno". Altra irlandese di grande interesse (è un'isola di artisti, incredibile. In proporzione, nel Novecento, quanti scrittori irlandesi esistevano per cittadino? E quanti sono diventati popolari nel mondo? Parecchi sul serio. Irlanda e Islanda. Isole di artisti. Mmmm. mmm. Mmm. Sto capendo qualcosa)

Grazie Angela! Ora conosciamo le coordinate di Josephine Hart. Danke!

Mah, Angela. La tua recensione come al solito è affascinante, invece il libro l'ho letto e l'ho rimosso, e da ciò deduco che non ha incontrato i miei gusti. Ricordo solo una delusione, ma dartene i particolari non sarei capace.
Invito tutti a fidarsi della tua lettura, più che della mia cattiva memoria. :)

Franco
2> Peccato la struttura ad anello possa applicarsi solo in letteratura, sì. Farebbe più comodo nella vita, ma lì non c'è nulla di così netto che assomigli ad un cerchio ed è difficilissimo acquisire la percezione di inizio e fine, se non quando si arriva a considerare gli eventi col famoso senno di poi.
3> Ricordare è sostituire e ricomporre faticosamente la propria identità, sì. Mi è stato insegnato non molto tempo fa, però ancora fatico a mettere in pratica.
5> Dopo la pagina su Gorret, anche qui ti vedo parecchio interessato ad un nuovo ambito che potrei arbitrariamente chiamare "geografia della letteratura". Quanto a "Il Danno", poi, non conosco nè il libro nè il film che ne hanno tratto. Raccontami...

Ilde
tra qualche mese, avrò dimenticato anch'io. Ma per il momento sono contenta che la pagina ti sia piaciuta.

molto interessante questa scrittrice di cui non conoscevo neppure il nome, tocca due temi che mi sono sempre piaciuti: la memoria e la casa, che spesso è poi il luogo delle memorie.
"Ciononostante ricordare non è guarire. Ricordare è sostituire e ricomporre faticosamente la propria identità"
"?la casa è il punto da cui tutti noi partiamo e a cui dobbiamo fare nuovamente ritorno per conoscere noi stessi?.
*
Molto interessante anche il punto 2. Non so se ci siano segnali certi per la fine di un periodo, forse si naviga ad intuizioni e in ogni caso dipende dal tipo di periodo (fine di una fase della vita, fine di una relazione amorosa o amicale...)

Poi qualcosa si spezza.
Poi l?abiura dell?ombra.

Che espressioni intense, Angela!
Scrivi davvero bene, con forza e musicalità, te l'ho già detto, ma te lo ripeterò all'infinito.

Raffaella

La musicalità è un mio obiettivo, nello scrivere. Mi rileggo durante la stesura, perchè voglio che la pagina abbia ritmo, suoni. La punteggiatura, però, è pessima: apnea costante :)
Questa tua osservazione, testimonia che qualche volta riesco a raggiungere il mio scopo, ergo son contentissima. Grazie di cuore.

In effetti Angela sei in piena fase molto armoniosa! :-)

al di là del libro, di cui conoscevo vagamente l'autrice per sentito dire, il punto 11. è un'ottima dichiarazione di poetica che quoto senza riserve :-)

Beh i miei propositi son sempre ottimi. Gli esiti, meno.
Grazie sempre.

sono serio, eh, prima o poi ti convincerò :-)