Tolstoj Lev

Guerra e Pace

Autore: 
Tolstoj Lev

Breve descrizione della trama.

L’opera è suddivisa in quattro volumi più un epilogo. Scritta nell’arco di sette anni (1863-69) narra delle vicende di varie famiglie viventi nel periodo delle due guerre russo-napoleoniche e include scene belliche e ambienti della società aristocratica Russa alla vigilia, durante e dopo il succedersi della guerra.

Analisi parziale di alcune tematiche del romanzo.

Esiste un’età specifica per la quale è permesso assaporare alcune percezioni della vita. Forse una tarda adolescenza non è sufficiente per un’opera come Guerra e Pace, per la quale e nella quale è scandita la psiche, la struttura e l’effetto di una particolare società, quella aristocratica, i bracieri emotivi e motivali di un teatro bellico, la filosofia che parte da un ragionamento profondamente meditato dall’autore e confrontato con l’enciclopedico pensiero vivo di un dopo rivoluzione francese e positivismo illuminista.
Guidato da un'incredibilmente continuativa lucidità artistica, dove la penna è domata con tenace metodicità e la forma assolutamente confacente la sua funzione, non cede nulla alla sostanza poetica, con una inesauribile potenza nel spazzar via le facili banalizzazioni di descrizioni di moti quotidiani, giungendo alla causa prima dei pensieri, ad una destrutturazione dei segni dell’anima, definendo la vera voce delle anime che si muovono trascinate ora dalle necessità storiche travolgenti, ora dai personali obiettivi umani, ora nel tentativo di comunare sofisticatezza concettuale e ricchezza d’emozione rapendo l’interesse del lettore con la sua perspicacia empatica con i protagonisti, tra i più sfaccettati sul tavolo del coinvolgimento col lettore.
Appunto l’elemento che dapprincipio decide l’attenzione del lettore, almeno moderno, è l’ineguagliabile cipiglio col quale Tolstoj destreggia il suo fioretto linguistico, raggiungendo la meta di dare forma perfettamente realistica alle sensazioni di ogni eroe ed eroina, connettendo la coscienza del lettore con quella dei suoi personaggi solo inventati, e, riconosciuta la realisticità eloquente della sua descrizione, facendoli apparire non solo sogni d’uomini, ma carne e ossa che vibrano tra loro nel susseguirsi della narrazione, reagendo come nel reale si sarebbe reagito.

Seduce, circonda, conculca l’apposito suo magistero nel trasmutare l’elementarità di un impeto di rabbia, l’estemporaneo indulto nella foga della battaglia, le rimostranze della coscienza, le gioiose frazioni di riso, regalando un’univoca transizione tra ciò che si sarebbe potuto sentire nei frangenti segreti di un’emozione e l’attivazione di quella nicchia cerebrale del lettore, col quale comprende per incantesimo quell’istante d’intensa emotività.
Sono ovunque riconosciute le sue doti di squisito psicologo, e certo egli non ne fa economia, specialmente nella prima fase del racconto. I quadri, se vogliamo, più frenetici, come le grandi battaglie e gli scontri diretti tra gli eserciti, quello russo e napoleonico, assemblano un prontuario sensitivo tangibile, ed egli caratterizza tutte queste descrizioni lasciando intendere l'esattezza ricavata dalle sue personali esperienze di soldato, nella campagna giovanile di Sebastopoli. Stordisce la sua egualmente precipua capacità nello sfoglio esistenziale della coscienza umana, e finché esisterà qualcuno che leggerà la sua opera, non potrà fare a meno di omaggiare la magnifica ricchezza della sua rosa dispiegativa. A primo acchito balza agli occhi un’influenza sottostante del naturalismo francese, per lo meno nel modo di sezionare le esplosioni dell’animo, l’accuratezza scientifica per la quale egli s’impegna a non eccedere mai in una considerazione per pensiero di un protagonista, e senza cascare nella prevedibile trappola di un atteggiamento oltremisura altisonante di uno stato emotivo o di un flusso di pensieri scrittosi.

Egli ama rappresentare la realtà così com’è. Rifugge la pratica di una poeticità altrove a scapito della terreneità, abietta a un facile mondo familiare. Dà adito al convincimento che egli non faccia parte di quel genere d’artista delle lettere che mette la sua potenzialità poetica al di sopra degli accadimenti sulla quale si dispiega, ma tutte le sue armi poetiche sono alla catena di una lavorazione, per quanto libera nell’espressività, non sconfinante con la legittimità di una logica esatta con la storicità della trama, senza licenze liberticide di ambizione artistica.
E proprio nella parte finale del testo, con maggiore frequenza, si intercalano disquisizioni di teoria della storia, del suo invincibile convincimento di un’ineluttabilità degli accadimenti storici, della vacuità del disegno umano, del condottiero, nel definirsi delle geometrie sociali dei popoli. Vorrei appunto soffermare una riflessione soprattutto nelle fruizioni prettamente scientifiche con le quali Tolstoj affronta un suo arduo percorso di ponderazione sulle vere cause della storia, sul modo d’investigazione del passato dei popoli, con lo scopo di migliorare gli approcci a lui contemporanei delle modalità storiografiche, criticate e confrontate con una sua nuova definizione delle leggi della storia, proponendola come migliore strumento per gli studiosi. Anche qui le fonti con il positivismo rendono logiche fondamenta al suo disegno, specificatamente le teorie deterministiche laplassiane e il riconoscimento dell’eguale importanza della somma delle singole volontà degli individui formanti il popolo e l’apparente potere del capo di stato, che sembra essere unico responsabile degli stravolgimenti dei popoli. L’intero epilogo, dopo un chiarimento conclusivo sulle vite dei protagonisti, dilaga in una sua teorizzazione sulla appropriatezza del disegno deterministico applicato col procedimento dell’analogia, a vera causa responsabile dei moti nazionali, limitandone però la completa supremazia, lasciando breve spazio anche al libero arbitrio, ma dubitandone oltremodo. Egli conclude appositamente la massima mole della sua opera,  1425 pagine, definendo appunto linearmente questa sua materialistica conclusione deterministica della storia, non definendone precisamente la misura del confine con il libero arbitrio dell’individuo, ma addentrando il lettore su una consapevolezza, per quanto anti-intuitiva, inderogabile dalle leggi della natura umana, non in questo caso, appariscenti.

“Nel primo caso, bisognava rinunziare a un’immobilità inesistente nello spazio e ammettere un moto che non sentivamo, nel caso presente è parimenti necessario rinunziare a una libertà che non esiste e riconoscere una dipendenza che non sentiamo”


EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Lev Nikolaevic Tolstòj, (Jasnaja Poljana 1828, Astàpovo 1910), poeta e romanziere russo.

Lev Tolstoj, “Guerra e pace”, Einaudi, Torino, 1990.
Traduzione di Enrichetta Carafa d’Andria. Contributi di Leone Ginzburg, Thomas Mann.

Titolo originale: “Voyna i mir”.

Approfondimento in rete: Leo Tolstoj.com / Antenati / La Frusta / Kirjasto / Mengaldo.

Arpaeolia

ISBN/EAN: 
9788806177539

Commenti

"Dà adito al convincimento che egli non faccia parte di quel genere d?artista delle lettere che mette la sua potenzialità poetica al di sopra degli accadimenti sulla quale si dispiega, ma tutte le sue armi poetiche sono alla catena di una lavorazione, per quanto libera nell?espressività, non sconfinante con la legittimità di una logica esatta con la storicità della trama, senza licenze liberticide di ambizione artistica" - ecco. Ti sei spinto già adesso molto oltre rispetto al tuo vecchio amico, che restava fedelmente prossimo alle sue deliziose colonnine d'ercole.

Ma non voglio sentirti parlare solo di Tolstoj. Voglio sentirti parlare delle "licenze liberticide dell'ambizione artistica". Spiegami.

Quello che osservavo è che Tolstoj non è, proprio per niente, espressionista. Almeno non nel senso comune. E' persona che sapeva moltissimo - fin allo sconvolgente - sull'anima umana. Ma non quella generalizzante e dal grande respiro delle tematiche universali di Dostoevskij, piuttosto delle incrinature e piste più semplici e dirette. Possedeva perfettamente il pensiero delle persone, la sua sagacia nell'affrontare il mistero della codifica dell'altro era il culmine del possibile e della potenzialità di uno scrittore. I suoi romanzi sono vite. Anche a discapito spesso della lirica trascinante nel romantico "irreale". Per lui la poesia è epica dell'azione, dell'agire e della consacrazione dell'eroe in quanto incatenato al sangue e sudore. E' omerico e al contempo, nella descrizione del pensiero di un tale personaggio, strisciante e oscuro e quintessenziale. Senza Musa né Oracolo. La vita e quella vera. Tolstoj è il più grande conoscitore dell'onestà spirituale che io abbia mai incontrato.

Licenze liberticide dell'ambizione artistica, appunto, quando la poesia ed il gusto dell'evocazione estetica corrodono la vicenda assolutamente reale - ma non descrittiva del consapevole superficilale, dell'inconsapevole che trovi per la prima volta Definito, appunto, ma assolutamente terreno e sensibile. Alcuni artisti, construendo opere anche perfette in quanto arte, non hanno campo nel tangente la vita, quella reale e non immaginativa-fantastica-idealizzante (non aderente alla realtà). Una poesia ridotta all'osso per meglio qualificare il midollo, dimenticando auree ed aureole.

"strisciante e oscuro e quintessenziale. Senza Musa né Oracolo. La vita è quella vera. Tolstoj è il più grande conoscitore dell?onestà" - eccellente.
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"Alcuni artisti, construendo opere anche perfette in quanto arte, non hanno campo nel tangente la vita, quella reale e non immaginativa-fantastica-idealizzante (non aderente alla realtà)" - quanta importanza, davvero, ha avere contatto con la "vita reale"? E che senso può avere? Dimmi.

Quello che ho visto in Guerra e Pace è un naturalismo di stampo e quota radicalmente diverso dal francese. Hai certo presente quel guizzo rivelativo che capita nel leggere una sensazione sempre esistita, sempre avvertita e toccata, ma mai focalizzata e determinata e denominata in assoluta pertinenza: ecco, io in quelle pagine ho visto questo fenomeno sistematicamente, senza scampo e con una padronanza del reale appena appena liminale che non avevo mai riconosciuto. Tolstoj era grandissimo osservatore e determinatore di reale, ma con un'acutezza che si fa fatica a quantificare perché non confrontabile con nessun altro scrittore. E' come se l'inventore delle parole avesse dimostrato quanto ancora tentenni il nostro vocabolario, il suo limite continuamente allargato in quelle pagine, senza che io ne venga a capo di tale verità implacabilmente sgusciata al pensiero.

Come riesci a parlare di reale, amice. Quanto vorrei saperlo fare anch'io senza sentirmi in colpa ogni volta che penso, soltanto: "reale".