Oggi sappiamo praticamente tutto sui campi di sterminio nazisti. Abbiamo visto immagini e fotografie, abbiamo ascoltato o letto le testimonianze dei sopravvissuti, dei testimoni e dei colpevoli, eppure leggere “L’inferno di Treblinka” di Vasilij Grossman riesce a scuotere anche chi su quell’abominio ha visto e letto molto. Un reportage vero e proprio che venne pubblicato per la prima volta nel novembre del 1944 sulla rivista russa “Znamia” (“Bandiera”). L’anno successivo “L’inferno di Treblinka” venne tradotto in tedesco e fu consegnato anche ai membri del collegio d’accusa del Processo di Norimberga su suggerimento del Procuratore militare sovietico.
Possiamo solo immaginare l’impatto che, al tempo, può aver avuto una cronaca così dettagliata e puntuale, e quindi anche cruda e spietata, come quella di Grossman, uno dei primi a raccontare al mondo cosa avvenisse davvero all’interno di un lager nazista.
Il campo di sterminio di Treblinka era sorto poco distante dalla stazione dell’omonimo villaggio, “lungo la linea per Siedlce, nelle vicinanze di Malkinia, nodo ferroviario delle linee provenienti da Varsavia, da Bialystok , da Siedlce e da Lomza”, a ottanta chilometri ad est dalla capitale polacca. Una terra povera, inospitale, dove “si estendono sabbie e paludi, intricate foreste di pini e latifoglie. Su questa terra povera, i villaggi sono rari: l’uomo evita gli stretti sentieri dove il piede affonda nel fango e la ruota sprofonda nella sabbia fino al mozzo”. Era il 1941 quando i nazisti decisero di costruire proprio qui, in un luogo dimenticato da Dio ma facilmente raggiungibile in treno da mezza Europa, una delle fabbriche della morte più vaste e perfette della storia. “Il lager di Treblinka era diviso in due campi: il n. 1, dove lavoravano prigionieri di varie nazionalità, in special modo polacchi, e il n. 2, per gli ebrei”.
Vasilij Grossman giunge a Treblinka nel 1944, poco tempo dopo la liberazione, avvenuta proprio in quell’anno, del campo n. 1 e la distruzione del campo n. 2, avvenuta il 2 agosto 1943, per mano degli stessi nazisti ormai consapevoli della prossima venuta dell’Armata Rossa. Nonostante le SS abbiano fatto di tutto per cancellare con il fuoco e con altra morte i segni della macchina di sterminio che avevano allestito a Treblinka, non poterono rimuovere definitivamente le tracce di tanti e tali crimini. Alcuni sopravvissuti, oltre a tanti abitanti del luogo, parlarono, con Grossman e non solo, di quanto era avvenuto a Treblinka nei mesi in cui il campo aveva funzionato a ritmi impressionanti. Questo piccolo libro raccoglie tali testimonianze, descrive episodi di una ferocia spaventosa e gratuita e restituisce voce a chi ha dovuto tacere per tanto tempo.
“Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale alla pulizia sono caratteristiche tutt’altro che negative e tipiche di molti tedeschi. Se applicate all’agricoltura o all’industria danno il giusto frutto. L’hiltlerismo le applicò ai crimini contro l’umanità: le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori”. Treblinka, secondo le intenzioni di Himmler, doveva rimanere una base sconosciuta, nessuno doveva sapere cosa avveniva in quel lager in cui gli ebrei, giunti in treno e con l’inganno, venivano subito spogliati di tutto, rasati a zero e condotti immediatamente verso la morte. A Treblinka, a differenza di quanto accadeva in altri campi del genere, non erano stati costruiti forni crematori per bruciare i cadaveri gasati, ma delle enormi griglie su cui venivano ammassati ed inceneriti i corpi delle vittime. Tale sistema venne messo a punto dopo aver constatato che le fosse comuni, utilizzate per diverso tempo, non erano più sufficienti e, probabilmente, lasciavano tracce facilmente individuabili. Fu Himmler in persona, dopo una visita a Treblinka, ad optare per la cremazione, anche dei tantissimi cadaveri già sepolti nelle fosse che furono faticosamente dissepolti e bruciati. “All’incenerimento dei cadaveri lavoravano ottocento detenuti, più di tutti gli addetti agli altiforni di qualunque complesso metallurgico. Quella fabbrica mostruosa funzionò giorno e notte per otto mesi senza interruzione, ma senza riuscire a smaltire le centinaia di migliaia di corpi umani sepolti. Anche perché nel frattempo il flusso delle nuove tradotte da gasare – ulteriore incombenza per i forni [a Treblinka non c’erano forni, n.d.r.] – non si interrompeva”.
Grossman, come tutti, si chiede perché sia potuto accadere. Perché “il bouquet da quattro soldi della superiorità fasulla e tronfia del popolo tedesco sugli altri popoli della terra che giornalisti e scrittori umoristici mettevano bonariamente alla berlina, d’un tratto, nel giro di qualche anno, è cresciuto da balbettio infantile a pericolo mortale per il genere umano, per la sua vita e la sua libertà, è diventato fonte di sofferenze, sangue, crimini inauditi e incredibili”? La responsabilità è di tutti i popoli che, dopo Treblinka e dopo i lager della morte, hanno il dovere di capire quanto sia stato facile uno sterminio di massa.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Vasilij Semënovič Grossman nasce da una famiglia ebraica il 12 dicembre 1905 a Berdičev, una città dell’Ucraina dove si trova una delle più importanti comunità ebraiche dell'Europa dell'Est. Studia a Kiev prima e a Mosca poi, frequentando la facoltà di Chimica. Nel 1933 si trasferisce stabilmente a Mosca dove pubblica i suoi primi lavori. Nel giugno del 1941 viene inviato al fronte come corrispondente di guerra per il giornale ufficiale dell’Armata Rossa: “Stella Rossa”. Segue l’esercito russo fino all’arrivo a Berlino ed è uno dei primi a dare conto degli stermini nazisti. In questi anni Grossman prende coscienza della sua appartenenza al popolo ebraico e, di fronte all’antisemitismo favorito da Stalin, inizia a prendere le distanze dagli ideali rivoluzionari a cui aveva profondamente creduto fino a quel momento. Diviene, in breve, un personaggio scomodo per il regime sovietico. Il suo “Vita e destino” gli procura problemi tanto che il KGB distrugge ogni traccia del romanzo. Negli ultimi anni della sua vita lavora a “Tutto scorre”, che non riesce a pubblicare. Si reca spesso negli Stati Uniti e muore di cancro, a Mosca, il 14 settembre 1964.
Pagine Internet su Vasilij Grossman: Wikipedia – Grossman Web - Lankelot
Vasilij Grossman, “L’inferno di Treblinka”, Adelphi, Milano, 2010. Traduzione di Claudia Zonghetti.
(monnalisa, agosto 2010)
Commenti
[grossman] monnalisa
[grossman] monnalisa scrive: questo è "un reportage vero e proprio che venne pubblicato per la prima volta nel novembre del 1944 sulla rivista russa “Znamia” (“Bandiera”). L’anno successivo “L’inferno di Treblinka” venne tradotto in tedesco e fu consegnato anche ai membri del collegio d’accusa del Processo di Norimberga su suggerimento del Procuratore militare sovietico.
[v. grossman] sin qua, questo
[v. grossman] sin qua, questo il nostro archivio: http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?G/Grossman+Vasilij
[inferno di treblinka]
[inferno di treblinka] qualche settimana fa, sono andato in silenzioso pellegrinaggio alla Risiera di San Sabba, a Trieste. Leggendo questo tuo articolo, adesso, si torna a camminare in quel luogo di morte assurda e ingiusta e violenta, e di dolore e di segregazione. Pensare che i campi di concentramento come Treblinka dovevano "rimanere sconosciuti", per volontà degli assassini, è tremendo. Poterli visitare a distanza di mezzo secolo, provando a ricostruire una giornata tipo, è agghiacciante. Soprattutto meditando sul senso che aveva, per i nazisti, la distruzione delle "prove", dai forni in avanti, lasciando i campi. Non ci sono parole adatte.
Qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Risiera_di_San_Sabba notizie sulla Risiera. Se non hai avuto ancora modo di visitarla, approfittane.
[Treblinka] No, Franchi, non
[Treblinka] No, Franchi, non sono mai stata a San Sabba. Ho sempre pensato che un giorno o l'altro è giusto recarsi in uno di questi luoghi. Dovremmo farlo tutti.
[treblinka] io non so se avrò
[treblinka] io non so se avrò la forza di tornare, in uno di questi luoghi atroci, ma so che mi sembrerà giusto, un giorno, portarci i figli - quando ne avrò - perché guardino, memorizzino, capiscano, per quanto possibile, e ricordino. E' - come dire - un modo per fare loro del male: ma è un male utile. Detto ciò, grazie per ogni singola parola scritta in questo articolo. Non ho trovato niente di retorico, ciò è salutare (ma da te mi aspetto solo e sempre grandi cose: così mi hai abituato).
[treblinka] pagina segnalata
[treblinka] pagina segnalata qui: http://www.politicaresponsabile.it/temi/46/la-memoria-fragile.html
[Grossman] Di Grossman ho
[Grossman] Di Grossman ho letto Vita e destino ed è stata una lettura impressionante.
http://www.lankelot.eu/letteratura/grossman-vasilij-vita-e-destino-intervista-con-claudia-zonghetti-traduttrice-dell-edizione-italiana.html
(Io sono stato in due campi di concentramento e non so quanti pacchetti di sigarette avrò fatto fuori in quei giorni)