L’avvio della seconda guerra mondiale sorprende Günter Grass a Danzica, sua città natale. Tre anni più tardi egli presenta domanda di arruolamento nella marina militare e precisamente a bordo dei temibili sommergibili U-Boot. Ma solo nel 1944, all’età di appena diciassette anni, come molti altri giovani della sua generazione, indossa come volontario l’uniforme delle Waffen-SS, facile preda dell’abbacinante propaganda hitleriana. Benché inconsapevole delle orrende nefandezze perpetrate dal regime nazista, ed estraneo ad ogni forma di vessazione e ad operazioni di sterminio, egli confessa tuttavia in questo suo resoconto autobiografico di aver preso parte ad alcune operazioni militari sul fronte orientale, dove viene catturato dall’esercito americano ed internato in un campo di prigionia.
In realtà la storia sarebbe solo un’incomprensibile sequenza di fatti in larga parte esecrabili se non ci fossero questi attempati testimoni a ricordarci, sia pure talvolta in modo tardivo, come il peggio della nostra epoca sia passato attraverso di noi legando tragicamente i nostri destini. Basta premere un bottone per far scorrere a fiotti le loro parole ed i loro ricordi e subito essi sembrano cavarsela molto bene.
E’ questo un libro di genere poco diffuso, una tipologia autobiografica parziale, che parte sostanzialmente dello scoppio della seconda guerra mondiale e si conclude a Parigi nel 1959, l’anno della stesura del “Tamburo di latta”, il libro che più di ogni altro ha decretato a Günter Grass un largo consenso di critica ed un ampio riscontro di pubblico. Al raggiungimento della veneranda età di ottant’anni, lo scrittore tedesco contemporaneo più noto, premio Nobel per la Letteratura nel 1999, narra gli episodi della sua gioventù, per lo più facendo affidamento alla cadenza dei ricordi. E lo fa ricorrendo ad una narrazione scritta in modo piano, con candore, non per dimostrare una tesi o difendere se stesso, ma unicamente per portare in luce le condizioni di una generazione drammaticamente segnata dalla malia propagandistica di un regime delirante e spietato. Un racconto pacato, equanime, in cui sfoglia senza alcuna recriminazione una cipolla che insolitamente non provoca lacrime, ma srotola una stagione della vita che una rinvigorita tensione morale intende ora riordinare.
Elevando la pianta a metafora della memoria, l’autore non solo vuole veicolare l’idea di una rappresentazione stratiforme della stessa, ma rendere se possibile ancora più efficace l’immagine di una coscienza, che al di sotto delle tuniche carnose ha conservato nel tempo un nucleo mai sopito di angosciata consapevolezza critica.
Peccato tuttavia che il successo di vendite registrato dal libro risulti inevitabilmente viziato da un dubbio velenoso che assale il lettore, il quale non può fare a meno di chiedersi la ragione per cui, dopo essersi a lungo accreditato come coscienza morale della Germania post-bellica, l’autore abbia attesa tanto tempo per far prendere aria agli scheletri del proprio armadio.
Gian Paolo Grattarola
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE :
Günter Grass – Sbucciando la cipolla - Traduzione di Claudio Groff. - Einaudi, 2007
Nato nel 1927 a Danzica, Günter Grass vive nei pressi di Lubecca. Fra le sue opere “Il tamburo di latta” (1962), “Anni di cane” (1966), “Gatto e topo” (1973) edite da Feltrinelli. Einaudi ha invece pubblicato “Anestesia locale” (1971), “Viaggio elettorale. Discorsi politici di uno scrittore” (1973), “Dal diario di una lumaca” (1974), “Il Rombo” (1979), “L’incontro di Telgte”(1982), “ La Ratta ” (1987), “Mostrare la lingua” (1989), “E’ una lunga storia” (1998), “Il mio secolo. Cento racconti” (1999) ed infine “Il passo del gambero” (2002). Nel 1999 Gunter grass è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura.
Commenti
Il gratt sul grass!
nuovo articolo.
La metafora del titolo francamente non mi piace affatto. Sul testo non mi pronuncio, poiché non l'ho ancora letto. Sono fermo al "Rombo"...
2. Perché non trovi piacevole che una cipolla possa essere assurta a metafora della memoria ? Forse - a mio avviso ovviamente - questa è la parte più azzeccata del libro.
Per il resto puoi fermarti a pag. 58 (se non ricordo male) quando confessa la sua adesione volontaria al nazismo. Da lì in poi il libro non offre ulteriori spunti significativi.
Gian Paolo Grattarola
3, Non so, la trovo una metafora "bassa", nel senso di anti-sublime ecco. Troppo esplicita forse, secondo me. Ma, com'è ovvio, è questione di gusti. Lo leggerò senz'altro, comunque; lo trovo un autore molto complesso e dallo stile stratificato, in passato mi ha regalato piacevoli momenti, anche molto impegnativi - per fortuna. Per quel che riguarda l'adesione al nazismo, ahinoi, quanti letterati ed artisti hanno optato per la parte sbagliata nella storia dell'uomo. Prendiamone il meglio, senza santificarli. Per quanto, mi pare di capire, Grass non sia particolarmente ispirato in questo testo.
A mio modesto avviso è uno dei suoi libri peggiori. Troppo noioso e secondo me viziato anche da un malcelato obiettivo commerciale.
Non occorre criminalizzarlo per avere aderito al Nazismo all'età di sedici anni, ma rimproveragli di essersi eretto a coscienza critica della Germania post-bellica, distribuendo stilettate ovunque, senza prima avere fatto chiarezza sul suo passato lo trovo poco coerente.
Gian Paolo
Ne convengo.
Gian Paolo in quest'ultimo commento ha centrato il punto.
Il comportamento di Grass va stigmatizzato per l'ipocrisia che lo ha contraddistinto dopo, quando ha vestito i panni del fustigatore moralista.
Ricordo a questo proposito la magnifica risposta in forma di autobiografia che gli ha riservato il grande Joachim Fest, massimo biografo tedesco di Hitler, intellettuale liberal-conservatore e molto più sobrio nelle prese di posizione pubbliche nel dopoguerra. Lui, di famiglia cattolica alto borghese, a sedici anni scelse la Wehrmacht per non aderire alle SS.
Proprio mentre i vari Grass, occultando spudoratamente il loro passato, dagli anni Sessanta in poi accusavano la grande borghesia tedesca di aver prodotto il nazismo secondo le mendaci categorie del marxismo (il consenso al regime era, com'è noto, questione che toccava molto più la piccola borghesia e il proletariato).
Il libro di Fest, non per nulla, ha un titolo icastico: "Io no" (trad. it. Garzanti).
Concordo. Il comportamento di Fest fu assolutamente più dignitoso.
Oltretutto pagò per la sua scelta un prezzo altissimo : la condanna paterna, che si prolungò molti anni ancora dopo la fine della guerra. Il genitore riteneva che non si dovesse affatto venire a patti con il dittatore, mentre Fest scelse il male minore.
Ma al di là di tutto Fest ha avuto il merito di aver fatto pubblicamente i conti con la storia molto presto, evitando inoltre di assumere atteggiamenti moralistici.
In "Sbucciando la cipolla" si avverte il desiderio dell'autore di far emergere una verità - troppo a lungo celata - portando in luce una condizione storica che l'avrebbe resa inevitabile. Una tesi su cui sarebbe stato opportuno discutere a tempo debito e in ambito non sospetto.
Gian Paolo