Gozzi Barbara

La casa della nonna

Autore: 
Gozzi Barbara

Tra le prime prove narrative di Barbara Gozzi, scrittrice modenese classe 1978, c’è questo (difficilmente reperibile) racconto lungo, “La casa della nonna”: probabile viatico a un futuro romanzo famigliare, è caratterizzato da una promettente indagine sui sentimenti, sulla natura dei legami consanguinei e sul significato dei segreti, delle menzogne e degli inganni; infine, evidenzia una sensibile capacità di giostrare la prospettiva della narrazione: quando femminile, quando maschile. Dalla terza persona si passa – in entrambi i casi – alla prima per rappresentare pensieri o brevi monologhi interiori dei due protagonisti: il movimento di camera è sempre piuttosto fluido.
Il retrogusto di questa pubblicazione è già discretamente cinematografico; l’ingresso nella casa, nelle prime battute, rivela adeguate capacità descrittive e una forte visività: assieme, i dialoghi manifestano prudente e puntuale fedeltà a ritmi e cesure del parlato. I tempi sono decisamente interessanti.
  

Strutturato in cinque capitoli (“Ritornare”, “Perdere”, “Capire”, “Scontrarsi”, “Ripartire”), questo raccontone è un ritorno alle origini: origini dimenticate, non perdute né sconosciute. Già questo sembra un primo passo notevole, ragionando in termini di produzioni future; potrebbe figliare, ad esempio, un suggestivo romanzo plurigenerazionale.

La casa della nonna è la casa di campagna, quella delle vacanze d’infanzia. Ma significa, naturalmente, qualcosa di più: “La casa è stata costruita dalle braccia di suo nonno, ogni singolo mattone che adesso sembra sul punto di cadere è stato fissato col sudore e la fatica di chi non ha niente ma non si arrende alla povertà. Erano altri tempi, direbbero in molti, e, in effetti, era davvero così… chi si prenderebbe la briga, oggi, di usare calce e scalpello?” (p. 6).

Significa coscienza delle proprie radici, consapevolezza della propria storia: allegoricamente, pure diroccata, in queste pagine la casa custodisce un documento che rivela l’origine d’un contrasto famigliare; la storia d’un grande atto d’amore famigliare che qualcuno non voleva condividere con l’amato ormai cresciuto, e che una persona e una soltanto aveva deciso di rivelare. Per tempo, e nel momento giusto.   

*

Luisa – la sorella maggiore – sta cercando, tra le ombre del suo passato e le rovine di quella casa, una scatola: sua madre, molto malata, domanda di ritrovarla prima che sia troppo tardi. Pietro – il fratello – intanto non ha più nulla da cercare: conosce da tempo la verità sulla sua adozione, si domanda soltanto perché né la madre né la sorella abbiano voluto parlargliene. Soltanto la nonna aveva saputo comunicare con lui, sempre: con dolcezza, e con amore.
Luisa ha sempre mentito, nascondendo la verità al fratello: Pietro ha dissimulato, nascondendo la sua consapevolezza della verità. Per anni.
Questo equilibrio davvero fragile e precario ha svilito e avvelenato i rapporti tra i due fratelli, compromettendo la trasparenza di quelli tra Pietro e la matrigna; matrigna che morirà prima di potergli parlare, senza riuscire a spiegarsi, senza riscattarsi. Ne deriva un quadro comunque mortificante, doloroso e complesso; riscattato infine da quella che si direbbe una propensione dell'autrice per l’introverso Pietro, che riparte – un nuovo amore, una sua impresa economica – senza nascondere le ferite della vita né il dolore derivato dallo scontro ripetuto e lancinante con le epifanie della menzogna.

L’intreccio si sviluppa con intelligenza, accompagnando progressivamente il lettore in questo piccolo labirinto diroccato, popolato da spettri gentili, tessuto dalla Gozzi; appariranno fantasmi (la vera sorella di Pietro, morta assieme ai suoi genitori in un incidente d’auto) capaci di cortocircuitare la prevedibilità degli eventi narrati, e tanto sentimento a pregiudicare la verità; menzogna per amore o per affetto, menzogna rimane: menzogna sull’origine o sul sangue è di quelle che non possono non ferire, sino alla fine del tempo. 

Difficile dubitare che questo non sia l’embrione, o almeno un lavoro preliminare, di un romanzo ambientato dall’autrice nelle sue stesse terre; promettente la coscienza del passaggio dal proletariato alla piccola, o piccolo-media borghesia; altrettanto fascinosa la dedizione ai meandri dei sentimenti e dei conflitti famigliari. Ogni migliore auspicio, davvero: e grazie per questo primo, apprezzato assaggio.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Barbara Gozzi (Modena, 1978), scrittrice italiana. Ha esordito pubblicando “Progetto Butterfly” nel 2006.

Barbara Gozzi, “La casa della nonna”, Nicola Pesce Editore (Underground Press), 2006.

Approfondimento in rete: Progetto Butterfly – Blog di Barbara Gozzi / Frammenti di Scrittura – Schegge di storie / Letteratitudine / Books and Other Sorrows / Kult Virtual Press (“Spicchi”) / Bibliografia

In Lankelot: scheda e articoli di Barbara Gozzi

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2007

ISBN/EAN: 
9788888893044

Commenti

Tra le prime prove narrative di Barbara Gozzi, scrittrice modenese classe 1978, c?è questo (difficilmente reperibile) racconto lungo, ?La casa della nonna?: probabile viatico a un futuro romanzo famigliare, è caratterizzato da una promettente indagine sui sentimenti, sulla natura dei legami consanguinei e sul significato dei segreti, delle menzogne e degli inganni; infine, evidenzia una sensibile capacità di giostrare la prospettiva della narrazione: quando femminile, quando maschile. Dalla terza persona si passa ? in entrambi i casi ? alla prima per rappresentare pensieri o brevi monologhi interiori dei due protagonisti: il movimento di camera è sempre piuttosto fluido.

Prima di tutto grazie a Gianfranco per aver letto questo racconto (del quale è possessore di una delle dieci copie stampate suppergiù).
'La casa della nonna' è uno dei miei primi tentativi di raccontare gli affetti famigliari complessi spesso fondati su questioni irrisolte o segreti calcolati. E'stata anche una delle prime volte che una storia mi è arrivata da un'immagine (la stessa casa di campagna raffigurata poi nella copertina e scattata per me da un'amica che si è andata a cercare proprio quella che aveva scatenato la mia fantasia). Ho visto la casa passandoci davanti in macchina e. E. Così sono nati Lucia e Pietro. Unendo la trama costruita con frammenti delle storie che sentivo da bambina (il personaggio della nonna ha radici profonde dentro i miei ricordi dei mesi trascorsi dai nonni materni in provincia di Ferrara).
Detto questo è un testo che, seppur breve, ha svariati difetti.
Ci sono refusi. E stare qui a spiegare il perchè e il per come è decisamente ridicolo. Ci sono e me ne assumo la responsabilità.
Poi il linguaggio.
Il testo risale a più di un anno fa come stesura finale e secondo me si sente moltissimo, ci sono i primi timidi tentativi di forzare la tecnica per trovare un 'mio' modo di narrare. Ma sono proprio tentativi che probabilmente oggi meriterebbero una revisione. Penso comunque che segni un passaggio tra 'Progetto Butterfly' che scrissi a vent'anni e dormì tanto tempo nel disco fisso del pc e i testi che mi arrivano adesso dove sono sicuramente più sperimentale nella ricerca delle parole e delle forme espressive. Ad ogni modo in 'la casa della nonna' il linguaggio è ancora ingenuo. Traballante. A tratti scontato.
Altra questione che adesso mi viene in mente è lo 'scavo' dei sentimenti. Secondo me si sente moltissimo che è un tratteggio. Potevo fare molto di più. Andare in profondità, verso quelle radici che pulsavano di dolori, silenzi, affetti persi e mai ritrovati, tentativi sbagliati ect. Potevo si ma probabilmente non ero pronta io, anzi di certo.

'Dalla terza persona si passa ? in entrambi i casi ? alla prima per rappresentare pensieri o brevi monologhi interiori dei due protagonisti: il movimento di camera è sempre piuttosto fluido. '

In effetti questa è una delle 'faccende tecniche' che più mi hanno contestato nel tempo editori e addetti ai lavori. Mi piace entrare nei pensieri dei personaggi. E mi piace denudarli, questi pensieri, nel modo più immediato e crudo possibile. Per cui, stilisticamente, ho cercato negli anni di trovare una sorta di equilibrio tra narratore, dialoghi e pensieri diretti. Con tutti i problemi che comporta. Di certo, anche oggi un unico tipo di narratore che rimane fedele al suo ruolo (sia esso uno dei protagonisti o un elemento esterno)non mi è congeniale. Mi piace il dinamismo. I cambi di punti di vista. Il mostrare le diverse facce di una scena, una situazione, una relazione. Scavare appunto. Anche se capisco, oggi più che in passato, che per il lettore può essere di difficile affrontare un testo 'in movimento', poco lineare (anche nei tempi).

'Significa coscienza delle proprie radici, consapevolezza della propria storia: allegoricamente, pure diroccata,'

> In effetti, speravo che questo in parte arrivasse (da qualcuno che l'ha letto in bozza mi è stato detto 'perchè non l'hanno venduta con la morte della nonna? Se nessuno l'ha abitata al punto da renderla diroccata non ha senso, averla tenuta. E'poco realistico'. E, in effetti, il ragionamento non fa una piega (anche perchè nella realtà facciamo i conti anche con questioni economiche non trascurabili.) Solo che questa casa è il custode di un passato non ancora risolto. Di quelle radici ormai fuori dalla visuale delle nuove generazioni (che non hanno tempo né voglia né opportunità di approfondire o addentrarsi nei meandri di frammenti lontani che sembrano- sembrano- morti. Finiti. Invece è tutto ancora lì. Che aspetta di essere ritrovato. Rianalizzato. Di rivedere la luce del sole e lavare via le bugie, i sotterfugi ideati con intenti positivi ma sviluppati in tutt'altro modo. La casa della nonna esce di scena quando ormai ha esaurito il suo compito. Quando c'è la certezza che chi resta non dimenticherà. (o almeno era questo il mio intento)

'uesto equilibrio davvero fragile e precario ha svilito e avvelenato i rapporti tra i due fratelli, compromettendo la trasparenza di quelli tra Pietro e la matrigna; matrigna che morirà prima di potergli parlare, senza riuscire a spiegarsi, senza riscattarsi. Ne deriva un quadro comunque mortificante, doloroso e complesso; riscattato infine da quella che si direbbe una propensione dell?autrice per l?introverso Pietro, che riparte ? un nuovo amore, una sua impresa economica ? senza nascondere le ferite della vita né il dolore derivato dallo scontro ripetuto e lancinante con le epifanie della menzogna.'

Il personaggio di Pietro nasce scorbutico. Collerico. E maleducato perfino con la sorella. Nei primi capitoletti è 'il cattivo' della situazione in un certo senso. Luisa, invece, è l'elemento dolce e sensibile che vede l'amica d'infanzia morta, lotta con la casa per trovare la scatola rossa e corre in ospedale quando le condizioni della madre peggiorano. Tutto, all'inizio, fa pensare che i ruoli siano questi. Poi. Poi ho provato a cambiare prospettiva mostrando cosa c'è dietro a questa prima facciata esterna. Ecco perchè Pietro alla fine 'è più coccolato' (narrativamente parlando) perchè di lui si scopriranno questioni dolorose, segreti svelati ma uggualmente taciuti. Mentre Luisa, così dolce e sensibile, mostra quei lati di sè che si è trascinata negli anni, quel senso di non appartenenza a un bambino che (in effetti) non è il suo vero fratello e questa consapevolezza di adolescente prima e adulta poi l'ha resa meno spontanea e amorevole di quello che poteva essere. Luisa è si tendenzialmente buona nei modi e negli intenti però ha finto, nascosto e inconsapevolmente negato. Pietro è si, tendenzialmente negativo, scontroso, solitario e strafottente però cerca di cammuffare un cuore che sanguina e che non si sente 'a casa' da nessuna parte.

Allora, cominciamo da qui:

"E?stata anche una delle prime volte che una storia mi è arrivata da un?immagine (la stessa casa di campagna raffigurata poi nella copertina e scattata per me da un?amica che si è andata a cercare proprio quella che aveva scatenato la mia fantasia). Ho visto la casa passandoci davanti in macchina e. E. Così sono nati Lucia e Pietro. Unendo la trama costruita con frammenti delle storie che sentivo da bambina (il personaggio della nonna ha radici profonde dentro i miei ricordi dei mesi trascorsi dai nonni materni in provincia di Ferrara)."

> Grazie, intanto, per il racconto della genesi dell'opera, e della sua ispirazione. Condivisione preziosa.

Quindi:
"Detto questo è un testo che, seppur breve, ha svariati difetti.
Ci sono refusi. E stare qui a spiegare il perchè e il per come è decisamente ridicolo. Ci sono e me ne assumo la responsabilità.
Poi il linguaggio."

> Tendenzialmente, di fronte a pubblicazioni curate da piccoli o piccolissimi editori, si tende a chiudere un occhio. I refusi sono un dramma se l'editore è piccolo ma di qualità, o di catalogo; se è poco più che giovanissimo editore, è umano non evidenziarli:). Qui il problema era quello degli apostrofi, e della direzione delle virgolette in apice, qualche volta. Niente di dipendente da te, piuttosto da chi ha impaginato e revisionato le bozze.

"Ad ogni modo in ?la casa della nonna? il linguaggio è ancora ingenuo. Traballante. A tratti scontato."

> Sei ferocemente autocritica. Ti darà soddisfazioni, questo spirito. Ma non devi essere spietata. Il linguaggio è piano, equilibrato, uniforme e lineare; estraneo alla complessità. E' piacevolmente calibrato. Essere scolastici non è uno stimma: significa essere controllati, misurati, efficaci. Chiari, limpidi.
Questo:)

"Mi piace entrare nei pensieri dei personaggi. E mi piace denudarli, questi pensieri, nel modo più immediato e crudo possibile. Per cui, stilisticamente, ho cercato negli anni di trovare una sorta di equilibrio tra narratore, dialoghi e pensieri diretti."

> E allora questa è la strada da battere. Il secolo appena concluso è stato caratterizzato, nelle migliori sperimentazioni, proprio da dinamiche di ricerca di questo genere. Non so chi ti abbia scoraggiato, ma io direi proprio il contrario. Cerca un sentiero tuo, personale, di rappresentazione del pensiero; e di integrazione dei pensieri nelle trame. E' una bella traccia.

"questa casa è il custode di un passato non ancora risolto. Di quelle radici ormai fuori dalla visuale delle nuove generazioni (che non hanno tempo né voglia né opportunità di approfondire o addentrarsi nei meandri di frammenti lontani che sembrano- sembrano- morti. Finiti. Invece è tutto ancora lì. Che aspetta di essere ritrovato. Rianalizzato. Di rivedere la luce del sole e lavare via le bugie"

> Ecco perché ti scrivevo che è un libro prodromico, quasi un lavoro preliminare...

". Luisa è si tendenzialmente buona nei modi e negli intenti però ha finto, nascosto e inconsapevolmente negato. Pietro è si, tendenzialmente negativo, scontroso, solitario e strafottente però cerca di cammuffare un cuore che sanguina e che non si sente ?a casa? da nessuna parte."

> E la cosa curiosa è che entrambi hanno mentito, in tempi e modi diversi, e per ragioni differenti. L'indagine è molto suggestiva.
Grazie ancora per la preziosa condivisione.

" E allora questa è la strada da battere. Il secolo appena concluso è stato caratterizzato, nelle migliori sperimentazioni, proprio da dinamiche di ricerca di questo genere. Non so chi ti abbia scoraggiato, ma io direi proprio il contrario. Cerca un sentiero tuo, personale, di rappresentazione del pensiero; e di integrazione dei pensieri nelle trame. E? una bella traccia."

>Si sono abbastanza d'accordo sai, lo stile che cerco di cucirmi sulla pelle mi fa sentire più intensamente quello che scrivo, lascio una traccia (la mia appunto) che vuole essere un piccolo segnale che ho elaborato anch'io, ci ho messo del mio pur tentando di non fossilizzarmi. Il punto è che sull'argomento i pareri sono contrastanti sia dagli addetti ai lavori (in toto come gruppo eterogeneo) che dai lettori. Uno stile personale può essere ruvido, ostico per il lettore in primis che può non avere la pazienza e la voglia di entrarci e capirlo. Per questo molti 'addetti ai lavori' scoraggiano talune sperimentazioni o comunque usi personali e forzati del linguaggio. E per forzati non intendo chissà che intendiamoci. Però la linearità nella narrativa a cui ci abituano taluni autori (o traduttori) è una sorta di confine. Faccio un breve esempio, (questo è un pezzetto di una cosa che ho scritto l'altro giorno):
Il cuore non era nero.
Solo pieno di chiodi. Pesanti. Appuntiti. E la carne si tagliava in fretta, come rosbif molle sotto una lama incandescente. Che poi. Poi(corsivo- nda). Quella lama là era vera. Concreta. Alimentata dalle parole false. Dalla sopraffazione.
Sta di fatto che alla fine il cuore chiodato è scoppiato.

Ecco. Qui un editor mi segnerebbe in rosso un sacco di cose, per intenderci. Eppure l'intento (in frammenti brevi come questo) di sputare emozioni, staccare carne per mostrare le ossa nude (secondo me) ha bisogno anche di una modalità espressiva (io ho usato questa ma è chiaro che si poteva fare di tutto).

Comunque il senso è che forse è una questione di equilibrio tra le esigenze espressive-stilistiche dell'autore e il rispetto del lettore.

Il problema, allora, è nella definizione "addetti ai lavori". Io sarei abbastanza drastico; ci sono letterati di formazione, oggi insegnanti o accademici o altrove impiegati, con chiara e determinata idea sulla scrittura, sulla sperimentazione, sulla tutela dello stile; ci sono letterati non sempre di formazione, più spesso provenienti da Scienze della Comunicazione che da Lettere, o magari da altro ambito, che lavorano pensando non alla Letteratura, ma all'Editoria; non all'arte, ma all'industria; non al dna della scrittura, ma alla sua modernità e accessibilità.

A un certo punto bisogna scegliere da che parte stare. Oltretutto c'è chi lavora nell'editoria senza averne titolo, tanto per dirne una. C'è chi insegna nelle università senza averne titolo, per dirne un'altra. Non considerare gli addetti ai lavori come un monolite.
Ci sono schieramenti abbastanza precisi, e molti infiltrati:)

Impari più dai libri degli autori morti o sconosciuti che da questi maestri di plastica. Sotto la veste (editoriale) niente.
Solo pettegolezzi;)

Mi spiace aver tirato fuori un polverone, non era mia intenzione. Facevo un ragionamento partendo dal mio percorso di cambiamento stilistico espressivo e sul suo impatto col lettore. C'è un episodio che mi ha fatto riflettere di recente. Mia madre è più o meno una lettrice media. Fa un lavoro manuale-creativo e legge abbastanza spesso. Un pò di tempo fa, commento un testo pubblicato in un'antologia cartacea mi ha detto una cosa del genere 'l'ho finito però non credo di aver capito tutto, anzi sono sicura di no'. Ecco. Quella volta mi è dispiaciuto perchè ci tenevo e mi sembrava immediato (come tipo di testo) invece mi sbagliavo. Non lo era del tutto. Tutto qui.
Sperimentare fa parte del processo creativo, per me, volevo solo dire che a un certo punto bisognerebbe trovare un equilibro che permetta anche agli altri di 'entrare' nel testo e capirlo (se lo si vuole divulgare).
Ora.
'La casa della nonna' è acerbo, all'epoca avevo sperimentato poco, in effetti. E adesso sono ancora in movimento. Poi.

molto interessante per il tema delle radici, della menzogna, della casa, quest'ultima mi ha sempre ispirato e ci ho riflettuto pure io in sede narrativa, sulla casa del nonno, però.
Davvero ogni migliore auspicio. Adesso passo a legggere anche i commenti, questa è la prima impressione.

Ave Barbara!
Nessun polverone, figurati:). Sapessi che polveroni che si sono sollevati in quest'ultimo mese...:)))).
Noi stiamo parlando civilmente e tranquillamente.

Allora: "Sperimentare fa parte del processo creativo, per me, volevo solo dire che a un certo punto bisognerebbe trovare un equilibro che permetta anche agli altri di ?entrare? nel testo e capirlo (se lo si vuole divulgare).
Ora."

E' vero. Sottoscrivo. Ma bada agli editor, come ti scrivevo:).
Cura ut valeas.

17. Marina, sì, avete qualcosa in comune. Dovreste scambiarvi i libri. Entrate in contatto...

;)

17. Del resto: dovranno pure giustificare lo stipendio in qualche modo ... loro che "fanno" i libri:).
A volte devono parlare, devono correggere. Altrimenti che lavoro fanno? Scelgono? Fico scegliere e basta:)

I titoli dei cinque capitoli sono molto forti. I verbi nudi, non accompagnati da nient'altro che dal bianco che li incornicia al di sopra della pagina , sono in genere di grande impatto. Difficile scrivere di radici e sentimenti. Complimenti a Barbara se è riuscita così bene nell'impresa.

Letta la recensione ho alcune domande per Babara.
Ma davvero è così introvabile?
Puoi raccontarci le vicende editoriali che hanno accompagnato la pubblicazione? Ho letto che hai scritto qualcosa sul tuo blog, mi puoi segnalare i link dove racconti i problemi editoriali?
Sai ho un debole per le vicende editoriali...

Dunque Francesco, si è praticamente introvabile. So per certo che ne hanno stampate dieci copie (wow!) perchè le ho comprate io a prezzo pieno (pagate in aprile e ricevute in luglio) per il resto non credo abbiano ricevuto altre richieste anche perchè io per prima ho dissuaso chiunque avesse in mente di comprarlo. Il rispetto prima di tutto. E in questa vicenda ce n'è stato veramente poco. Per cui, ciò che mi resta è l'onestà verso il lettore.
Ci sono state tutta una serie di tribolazini, Francesco, che se dovessi scriverle qui o altrove ho bisogno di una settimana intera... riassumendo: zero informazioni, zero rilettura pre stampa, zero rispetto delle tempistiche, zero pubblicità anche sul sito stesso della collana, zero (che più zerò non si può) reperibilità perfino on line... cosa manca? Prezzo di copertina sproporzionato rispetto al numero delle pagine (secondo il mio modesto parere, è chiaro).

Ed io che pensavo di essere stato "maltrattato" dal punto di vista editoriale.
Ma Nicola Pesce è un editore abbastanza conosciuto, come mai ha fatto una cosa così?

(apro e chiudo parentesi: Barbara, se preferisci puoi rispondere a Francesco anche in privato. Non è un dovere raccontare i retroscena di qualsiasi pubblicazione: primum literatura, deinde editoria, infine gossip. Solo per suggerire: discrezione e riservatezza, Francesco...)

archivio BG+copertina

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