Gozzano Guido

Verso la cuna del mondo. Lettere dall'India

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Gozzano Guido

Le Lettere dall’India di Guido Gozzano, pubblicate postume da Treves nel 1917, sono una delle opere più singolari del decadentismo e in generale della prima metà del Novecento italiano. In un certo senso anche gli stessi disincantati addetti ai lavori si stupiscono nel notare che l’interesse del lettore del XXI secolo non accenna a scemare: dopo una ventina di diverse edizioni nel trascorso millennio (molte delle quali hanno avuto parecchie ristampe), altre ancora, e sempre più corredate di notizie e approfondimenti, appaiono sul mercato.
Emanerà forse da quelle pagine un misterioso segnale, un sibilo particolare che va oltre la normale aspirazione all’altrove esotico soprattutto dei giovani, o di quelle classi medie che oggi sfidano nonostante tutto, le crescenti difficoltà del viaggiare a est, l’epocale imbarbarimento. D’altronde il forte potere d’acquisto che la nuova moneta europea ha acquisito (almeno al di fuori dell’area EU), permette ora agli italiani, fino al 2002 rassegnati a cambiare la liretta in dollari ancor prima di partire, una certa insospettata disinvoltura negli altri continenti. Ma il vero mistero risulta comunque implicito alla cifra gozzaniana, con ogni probabilità destinata a rimanere integra nella sua affascinante imprendibile distanza, e inattaccabile perfino in un’epoca che attraverso i media imperanti vede quotidianamente offrire nuove proposte di informazione e lettura. Il che non vieta di tentare comunque delle “fantasie di avvicinamento”.

Negli anni Ottanta, in occasione del centenario della nascita dell’autore, per quanto riguarda gli studi su quest’opera avviene una piccola rivoluzione e si distinguono almeno tre edizioni quasi contemporanee.

Nel giugno 1983, Giorgio De Rienzo (che nello stesso anno aveva pubblicato da Rizzoli un’importante biografia dell’autore: Vita breve di un rispettabile bugiardo), curando un’agile Oscar Mondadori propone una nuova disposizione dei quindici testi non più secondo il presunto itinerario geografico adottato da Treves, ma secondo l’immediato ordine cronologico della prima pubblicazione
su “La Lettura”, “La Stampa” e “La Donna” (dal gennaio 1914 all’agosto 1916). De Rienzo aveva anche aggiunto due intriganti capitoli, diversi dagli altri almeno per l’uso di una “sana” e irresistibile ironia: Un voto alla dea Tharata-Ku-Wa e Sull’oceano di brace, che per volontà dell’autore erano stati inseriti nell’opera
L’altare del passato, anch’essa postuma. Il materiale viene inoltre suddiviso in due parti: la prima contiene dodici articoli, la seconda gli altri cinque (ritenuti erroneamente postumi).

Pregio ulteriore di questo tascabile: in appendice viene fornita gran parte della corrispondenza spedita da Gozzano durante il suo viaggio, che fornisce anche alcune date certe, una serie di importanti informazioni pratiche, ma anche troppo ottimistiche rassicurazioni sulla sua salute. Né il Nostro si sottrae a poetici metaforici squarci. Si veda ad es. (a pag. 166) la lettera ad Amalia Guglielminetti dell’otto aprile 1912 da Kandy, Anuradhapura Hotel, densa di un vivace concentrato di temi, badando bene a non citare Ketty pur alludendo a una deliziosa impudicizia: “Io pellegrino dall’alba al tramonto in valli che sembrano serre, tra palmizi svelti e felci gigantesche, tra un groviglio di orchidee e di fiori inverosimili, come quelli degli arazzi”.

Nell’ottobre 1984, Piero Cudini, per i tipi di Garzanti (cui si devono almeno quattro precedenti edizioni della medesima opera), cura un’altra edizione che prende il titolo di Un Natale a Ceylon. Vuole fin dalla copertina alludere all’impossibilità (infatti il nostro poeta non è mai stato a Ceylon in dicembre). Cudini ricalca più o meno i criteri già enunciati da De Rienzo; lascia però intendere che il suo lavoro era stato completato più di due anni prima (e firma la sua ben articolata prefazione in data aprile 1982).
Il tascabile di De Rienzo si presenta del tutto privo di note ai testi. Cudini ha invece note abbondanti, e per i tredici capitoli di cui individua le fonti (le stesse indicate da De Rienzo), reca in calce le non poche varianti testuali.
Nel dicembre 1984, a cura di Alida D’Aquino Creazzo, esce a Firenze da Olschki l’edizione più completa delle Lettere dall’India. Il testo torna a considerare come base la prima edizione Treves. Vengono elencati gli emendamenti e in apparato tutte le varianti che riguardano i ben noti quindici
capitoli. In una sezione intitolata Lettere dall’India extravaganti la curatrice pubblica Un voto alla dea Tharata-Ku-Wha e Glorie italiane all’estero.
Quest’ultimo “pezzo” (costellato di varie figure, e che si presta ad analisi approfondite) viene fornito in volume per la prima volta, dopo la pubblicazione sulla (patriottica) rivista “Bianco rosso e verde” del 15 gennaio 1916.
La Gloria è l’illustre scienziato Aldo Castellani, di cui diremo più avanti, scopritore tra l’altro dell’agente specifico della malattia del sonno (G. scrive alla sorella: “si mise a completa nostra disposizione […] un pochino nella speranza d’un articolo su di lui nell’Illustrazione Italiana”, in una lettera priva di data; v. De Rienzo, cit., pag. 162).

Nel 1998 appare una nuova edizione per i tipi di E.D.T. Edizioni di Torino, anch’essa basata sulla princeps di Treves. Mantiene, per espressa dichiarazione dell’editore, le diffuse difformità nella grafia dei nomi indiani, nell’uso delle maiuscole e dei corsivi, nonché talune accentazioni diverse da quelle oggi correnti (ma nella redazione del testo “tiene conto” degli emendamenti contenuti nella citata edizione del 1984 a cura di D’Aquino Creazzo).
Non ci sarebbe gran che da aggiungere su questo lavoro, se non fosse corredato da una postfazione di Alessandro Monti, piuttosto innovante e degna di attenzione, se non altro per l’ottica molto diversa delle sue acute osservazioni e per la profonda conoscenza della cultura indiana. Si può affermare che qui per la prima volta si abbandona almeno provvisoriamente l’ottica dello specifico parametro del decadentismo europeo per affacciarsi davvero sul palcoscenico asiatico. Parecchi titoli citati sono prelevati dall’elenco fornito dalla D’Aquino Creazzo, considerati esuberanti fonti di Gozzano - ma ce ne sono anche altri, a cominciare da Original letters from India (1779-1815) di Eliza Fay, ora ristampate da Hogarth Press, London, 1986 - per sottolineare che il “sapere” del viaggiatore è elaborato a tavolino, che le cose viste sono giudicate su quanto il viaggiatore si aspetta di vedere. Per Monti il viaggio di Gozzano rappresenterebbe dunque “il punto estremo (e forse di non ritorno) raggiunto da una tendenza all’interpretazione ormai affermatasi da tempo”.

Postfazione assai complessa e sottile in particolar modo per quanto riguarda il tema della donna e l’analisi di alcuni lemmi che la riguardano. Già Sanguineti, nel suo vigoroso
Guido Gozzano, indagini e letture (Einaudi, 1966), si era soffermato ad esaminare in alcuni capitoli l’allusiva centralità di certe figure femminili nelle Lettere dall’India: specialmente nel capitolo Madame Argot, e a maggior ragione citeremo profondi rinvii (alla “Virginia pudibonda” di Bernardin de Saint-Pierre, al suo rifiuto di salvarsi denudandosi, mentre il San Germano affonda) provocati più o meno inconsciamente a Gozzano dalla vista, arrivando a Bombay, dei bronzei indiani che dal piroscafo fanno scendere, tenendole strette tra le braccia, bionde e spaurite signore inglesi.
Monti nota parecchie imprecisioni, ma, come si sa, non sarebbe generoso e nemmeno giusto giudicare quest’opera considerando le infinite “inesattezze” che contiene; certo il suo alto valore va cercato altrove, ugualmente possiamo seguire il postfatore in alcune acute osservazioni.

Gozzano ad es. inciampa sul termine bajadera, “pressoché assente nel lessico indico e messo in voga dagli scrittori francesi, che lo modellano sul portoghese bailadera”, mentre nel subcontinente prevale la voce di origine sanscrita nautch, diventata nautch girl nella parlata ibrida coloniale anglofona.
G. confonde questa figura con quella della devadasis (schiava degli dei, analoga alle ierodule degli antichi greci o alle kedeshe menzionate nel Vecchio Testamento), e con la raffinata etera di cultura islamica: la Jan, esperta di poesia e di musica urdu, oltre che sapiente seduttrice.

E ancora: tra i molti episodi del “Mutiny” (la grande rivolta militare indiana del 1857), G. sceglie di riferire sull’eccidio delle donne inglesi avvenuto a Cawnepore, alla luce di evidenti valenze pittoriche attinte alla fonte del decadentismo francese, commettendo una serie di inesattezze storiche, e soprattutto un intrigante, centrale equivoco di natura lessicale. Infatti definisce “innominabile” il luogo di prigionia in cui si compì la strage: la Bibi Ghar, da lui intesa come casa di piacere. Con una scrupolosa e circostanziata analisi Monti (attento curatore anche dei due volumi: Racconti dell’India, Mondadori, 1987) conclude che i significati non sono affatto così netti come G. vorrebbe farci credere; il termine Bibi può addirittura significare Signora senza accezione dispregiativa; e in un certo periodo perfino “moglie morganatica indiana di un bianco”. (Viene inoltre citato, in nota a pag. 142, un racconto in cui la Vergine Maria è chiamata Beebee Miriam).

L’incertezza lessicale mostra la difficoltà nel nominare “la cultura dell’altro”, nello stesso contesto in cui Gozzano dichiara la sua nota anglofilia. Molto interessante anche il paragrafo dove si analizza l’estroversione del disinvolto lessico, a volte di stampo addirittura salgariano (“ma chi non ha un albero dei thugs nella memoria”?). I procedimenti di decostruzione ironica della lingua turistica sembrano irridere parodicamente alla bulimia metaforica del viaggiatore. Il Monti sottilmente conclude che le immagini più sardanapaliche e perverse del decadentismo qui divengono reali, in società preindustriali in cui “il trattamento dei cadaveri sembra essere l’unica produzione di massa (v. le Torri del Silenzio di Bombay e i ghat di Benares)”.

Nel 2005 esce nelle edizioni La Finestra, di Trento, un’altra edizione delle Lettere, per alcuni aspetti innovante, a cura di Flaminio Di Biagi, con postfazione di Giorgio Barberi Squarotti; per certi suoi chiarimenti può essere considerata, assieme alla citata Olschki di Alida D’Aquino Creazzo, tra le migliori e da consigliare (nonostante il prezzo di copertina di ambedue non sia proprio economico).

Di Biagi nella sua introduzione intitolata Un viaggiatore impartecipe si dimostra aggiornato, preciso nei molti particolari, ben calibrato e prudente, migliora le informazioni, rettifica alcune inesattezze che finora si avevano sul viaggio del nostro “rispettabile bugiardo”, segnala atteggiamenti di quasi involontaria complicità (ad es. Borgese nella sua - tutto sommato leggera - prefazione della Princeps di Treves, si presta a scoperte ingenuità: il viaggio è stato compiuto nei primi mesi del 1912 e sostiene di aver incontrato il poeta dopo un anno, nel 1913, ancora “abbronzato dal viaggio”).
Leggere queste puntuali osservazioni preliminari significa documentarsi
davvero bene sul volume che si sta per affrontare. Eloquio fluido, che raccoglie e sintetizza molti aspetti, cita diversi autori anche stranianti, laterali. Non si allude tanto a Pascarella, o a Hesse, che nel 1912 era appena tornato, che aveva viaggiato cupamente specie nelle Indie olandesi, afflitto da “latenze omosessuali o edipiche, febbricitante, affetto perennemente da dissenteria o da insonnia”; infatti quei suoi diari che - sappiamo - non voleva pubblicare perché li riteneva mediocri (e vi fu costretto dall’avido editore), non sono certo le sue pagine migliori. Ci riferiamo piuttosto al più recente versante di Jack Kerouac, “un altro grande viaggiatore dimenticato” (assieme a molti del Novecento, l’elenco sarebbe lungo) forse più immediato e simpatico, sebbene sostenga che “viaggiare per il mondo non è così bello come sembra, solo dopo che sei tornato da tutto quel caldo e quell’orrore ti dimentichi dei guai passati e ti ricordi le magiche scene che hai visto” (Lonesome traveller, 1960).

Ma Kerouac non è certo il primo scrittore a pensarla così.
Di Biagi alterna pertinenti citazioni ad aforismi, per quanto sapientemente messi lì in tono minore (ad es.: “non è quel che si vede, ma come lo si vede, che conta”). È importante sottolineare come a volte non eviti di prendere polemiche posizioni assai nette: “G. non è un sociologo o uno scienziato, e nemmeno un osservatore patinato di marxismo come lo saranno altri scrittori italiani realistici, che pagheranno il pedaggio indiano dopo di lui, come i piediper-terra Moravia e Pasolini” (pag. XI). E ancora, ma qualcuno, a causa di una sinossi per necessità di spazio un tantino estrapolante, potrebbe non essere completamente d’accordo: “G. allestisce in queste prose un catalogo indiano che pare l’equivalente esotico delle nostrane buone cose di pessimo gusto, che il poeta aveva descritto nel salotto borghese di Nonna Speranza”.

Ma è anche vero che in India c’è il lussureggiante rigoglio del verde per quanto disordinato, della vita (nonostante tutto), mentre il salotto è un vacuo inerte deposito.
Dunque per G. l’India fu una delusione: non vi guarì e non vi riconobbe quella “cuna del mondo” che cercava. La contemplazione della morte (le straordinarie metafore, e specialmente quelle celebri floreali, inconsciamente allusive alla propria malattia), le molte ossessioni funebri, le carneficine descritte, ne fanno piuttosto “la tomba del mondo”.
Di Biagi, oltre a una precisa “nota di edizione”, ci fornisce il completo elenco delle opere del Nostro, delle edizioni delle Prose Indiane, e su di esse un’aggiornatissima “bibliografia critica”. Illustra puntualmente i quattro periodici che furono prima sede delle Lettere, su di essi fornisce preziosi dati.
Accompagna con equilibrio e garbo il lettore (che gli sarà grato).
Chiude in modo alto il suo aforistico discorso: “L’unica cura che giovi poco più a lungo di qualsiasi altra è la finzione dello scrivere. E infatti queste sue
Lettere sono ancora qui a far giocare il gioco fittizio dell’immaginazione”.

Nella postfazione Giorgio Barberi Squarotti, in linea con la miglior tradizione italiana del Novecento, esamina attentamente i due componimenti  Ketty e Risveglio sul picco d’Adamo, gli unici superstiti dei non castigati poemetti indiani colmi di allusioni e ironie; trova che “l’India delle lettere dall’India finisce per assomigliare moltissimo all’isola Mauritius di Paolo e Virginia”, che udire sul Picco d’Adamo il gallo banckywa (quello originario malese da cui discendono - si badi bene - tutte le nostre galline), significa “comprendere che c’è un altro mondo da scoprire”, un’altra dimensione rispetto al tanto vagheggiato Canavese (e, ovviamente, ai suoi galli canterini).
Barberi Squarotti sottopone a particolare esame L’olocausto di Cawnepore, uno dei capitoli più improbabili, più oscuri e intriganti nell’apparente pretesto, e che permette a Gozzano soprattutto di celebrare “l’infinita debolezza spirituale, politica, morale degli Indù a confronto del dominio e della suprema superiorità degli Inglesi”. Con acutezza ci ricorda che la rivolta del 1857 in India ha una testimonianza opposta rispetto alla lettera di Cawnepore di G., ed è uno dei romanzi del Borneo di Salgari, con Sandokan, Yanez, Tremal-Naik, Kammamuri; dove la prospettiva è rovesciata, la condanna contro gli Inglesi è radicale, per la loro ferocia, per i massacri che compiono sui ribelli. Proprio a un europeo, al portoghese Yanez, spetta il compito di esprimere pietà per gli Indù e accuse per quanto ha commesso e continua a perpetrare l’Inghilterra.
Sembra quasi che Gozzano voglia rispondere con esecrazione e in modo clamoroso (una questione fra torinesi?) alla posizione di Salgari. E ancora: considerando il senso di superiorità e ironia nel commento sulla figura della Devadasis, Barberi Squarotti sottilmente trova “curioso il fatto che il Nostro si dedichi a tali confronti proprio in un periodo di trionfante paganesimo letterario, giunto in Italia alla suprema celebrazione dannunziana della Laus vitae e di Alcyone”.

L’edizione infine si raccomanda per aver riprodotto in anastatica, con il corredo di dodici immagini anche di interessante soggetto medico, Glorie italiane all’esteroGli orrori del Paradiso, dedicata al (già citato e) baffuto Prof. Aldo Castellani, che ebbe tra l’altro l’onore singolare, unico per un cittadino non britannico, di dirigere un ospedale nell’Impero. E ancora: nell’ultima parte del volume è fornito per la prima volta l’intero patrimonio iconografico delle fotografie che corredavano, nelle edizioni originarie su periodico, le Lettere dall’India. (Le Lettere pubblicate su “La Stampa” non avevano nessun corredo visivo). La D’Aquino Creazzo nell’84 ci aveva trascritto le didascalie di 78 immagini (riferite a otto capitoli); in questa edizione le immagini e le didascalie (oltre alle dodici relative a Castellani) sono 93. Alcune sono le originali scattate durante il viaggio dallo stesso Gozzano o da suoi accompagnatori. È assai probabile che alcune foto del poeta (perfino dei suoi celebri bagagli, delle farfalle catturate), varie interessanti cartoline, un paio di disinvolti “collages a tema indiano” (di Eugenio Guglielminetti) siano stati meritoriamente aggiunti, con le relative didascalie, dai curatori. L’editore, con un piccolo ulteriore sforzo, avrebbe potuto usare una carta meno opaca.
Infatti le riproduzioni (di foto di piccolo formato, già mediocri nonché pretestuose in originale, tanto che a volte non si riesce ad individuare con certezza se il giovane ritratto sia Gozzano o l’amico Giacomo Garrone, sofferente e ghiotto compagno di viaggio peraltro mai nominato dal Nostro)
non sempre risultano “qualitativamente irreprensibili”.

La foto n° 85 a pag. CII è corredata dalla seguente didascalia: “In India davanti a un tempio. La foto comparve su “Oggi” nel 1958 in occasione del viaggio che il fratello minore Renato Gozzano compì mezzo secolo dopo sulle orme di Guido, e portava l’indicazione: Gozzano fotografato davanti a uno dei grandi templi della città santa di Benares” non altrimenti confermata. Ma Renato poteva ricordare informazioni dirette dal fratello.”
“Oggi” stava al gioco, ma si dimostrava certo più serio e cauto di Borgese. Comunque è improbabile che il luogo sia quello: come sappiamo Benares non c’entra. Suggeriremmo trattarsi della parte inferiore dell’edificio ottagonale, più volte ripreso da Guido a Kandy (forse con l’apparecchio prestatogli da Ketty), della prestigiosa Biblioteca del Tempio del Dente.

Sulle Lettere dall’India l’analisi potrebbe essere ancora molto estesa e articolata essendo le pagine disseminate di astuti infiniti segnali. E così tutto quanto riguarda le cremazioni, il pellegrinaggio a Goa la Dourada, il color gridellino (una moda perduta che potrebbe illustrarci soprattutto un crepuscolare-decadente-effimero, quasi certamente prelievo dannunziano dal francese gris de lin), l’intenso aroma del “creosoto” che ossessivamente pervade l’ospedale di Castellani (e guarda caso risulta essere un coevo medicinale per malattie polmonari), i fiori stupendi sconosciuti che, appena colti, invece di spargere profumo risultano come sappiamo nauseabondi, potrebbero proficuamente interessare qualche agguerrito giovane studioso postlacaniano in odore di concorso.

Un’ultima osservazione: gli illustri curatori hanno sempre argomentato, acribicamente sostenuto nelle loro proposte, i perché delle esclusioni/inclusioni di alcune Lettere dall’India.

Nessuna delle svariate edizioni apparse dal 1917 a tutt’oggi raccoglie tutti i diciotto capitoli “indiani”. Oltre ai quindici su cui non vi è mai stata discussione, ce ne sono altri tre, ignorati, negletti o definiti “extravaganti”. Di Glorie italiane all’estero. Gli orrori del paradiso si erano perse le tracce fino a quando, per la pazienza e il merito di Alida D’Aquino Creazzo, non è riaffiorato dal mare dell’oblio nel 1984. I succitati altri due spesso vengono esclusi invocando la volontà dell’autore stesso (che, come si è detto, li voleva inclusi in L’altare del passato). Ma, in qualunque sede, uno studioso appena attento non li può certo in nessun caso ignorare nella sua analisi complessiva, sebbene balzi all’occhio che la celebre ironia gozzaniana (unica nozione arcinota, riferita alla nausea anche dai peggiori esaminandi), li pervade in modo più evidente e assai diverso rispetto agli altri sedici, dove raramente tracima, agendo in modo più subdolo. Ecco una sfiziosa tesi triennale da proporre a un bravo laureando, magari partendo dalla raffinata, sublime prima scena (quella della lunga vestizione a 40 gradi) dell’esilarante Sull’oceano di brace.
In ogni caso sarebbe auspicabile che una prossima edizioncina (anche solo economica tascabile senza pretese, in barba all’estenuata filologia à la fin de la décadence e agli alti prezzi di copertina) finalmente ovviasse a questa lacuna, per quanto minima.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Guido Gozzano (Torino, 1883 – Torino, 1916), poeta e favolista italiano.

La vita di Guido Gozzano sarà minata e condannata, per una tragica coincidenza, dal male sottile che rapì il tenue poeta romano, suo contemporaneo, Sergio Corazzini.

Poeta piemontese di estrazione medio-alto borghese, allievo di Graf, rifiuterà, da prassi biografica dei letterati, di laurearsi in Giurisprudenza preferendo frequentare da esterno la facoltà di Lettere. Come avvenne per Keats, i medici tentarono di guarirlo dal terribile male invitandolo a viaggiare in una zona dal clima propizio alla guarigione: se il poeta della Belle Dame Sans Merci, tuttavia, viaggiò alla volta del clima mediterraneo, trasferendosi in Roma, il poeta della Via del Rifugio navigò alla volta dell’India. La maggior parte dei testi scritti durante il viaggio vennero bruciati dall’autore; quanto ne rimane esprime l’influenza esercitata dal fascino e dalla suggestione esotica della cultura orientale.

Gozzano incontrò fortuna editoriale, nel corso della breve vita: la prima raccolta, “La via del Rifugio”, apparve nel 1907, mentre l’autore era appena ventiquattrenne; la seconda, intitolata “I Colloqui”, fu pubblicata dalla prestigiosa Treves di Milano nel 1911. La maggior parte delle liriche dedicate alle farfalle appartengono all’ultima parte della sua carriera.

Luciano Troisio

Articolo già apparso su “Sinestesie”

ISBN/EAN: 
9788870633450

Commenti

Le Lettere dall?India di Guido Gozzano, pubblicate postume da Treves nel 1917, sono una delle opere più singolari del decadentismo e in generale della prima metà del Novecento italiano. In un certo senso anche gli stessi disincantati addetti ai lavori si stupiscono nel notare che l?interesse del lettore del XXI secolo non accenna a scemare: dopo una ventina di diverse edizioni
nel trascorso millennio (molte delle quali hanno avuto parecchie ristampe), altre ancora, e sempre più corredate di notizie e approfondimenti, appaiono sul mercato.

Amices, segnalo il nuovo (splendido) contributo del Professor Troisio.
Mi metto all'opera per sistemare corsivi etc, perduti da wordpress.
Intanto, in questi minuti, potrete leggere questa prima versione:)

fatto:).
Buona lettura.

sono senza parole di fronte a questo studio così preciso e attento....sai, penso che mi sarebbe piaciuto molto seguire le tue lezioni

Ma che bello: una splendida ricostruzione bio-bibliografica degna di studi di storia del libro moderno. Accidenti (si può dire?), è uno spettacolo. Hai ricostruito anche le linee editoriali.(attualmente immersa fino al collo nello studio del catalogo dei Giolito e quindi delle Belle Lettere - pesantucce eh - del nostro Rinascimento posso comprendere molto bene il valore di tutto questo!).

Leggo stupefatta, anche perché conoscevo un Gozzano diverso.
Ecco, sì, occorre cognizione di causa nel recensire cose del genere, che appunto a te non manca (e c'è modo e modo di dire le cose: che bel modo questo).

Per cui quando leggo
"In ogni caso sarebbe auspicabile che una prossima edizioncina (anche solo economica tascabile senza pretese, in barba all?estenuata filologia à la fin de la décadence e agli alti prezzi di copertina) finalmente ovviasse a questa lacuna, per quanto minima."

mi dico: perché non ci pensi tu?

Un saluto.

(questo era davvero un grande

(questo era davvero un grande articolo, professor, grazie ancora). tags+copertina