Gozzano Guido

Poesie

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Gozzano Guido

IL MINIMO SENSO LIRICO IN UN DANNUNZIANO RIENTRATO

«Guido Gozzano, prima di essere eleggibile al parlamento letterario, era asceso al laticlavio. La maggior ditta editrice l’accolse subito dopo La via del rifugio per questi Colloqui che la ripetono; la grinzosa “Nuova Antologia” gli ha richiesto Felicita; “La Lettura”, ed il salotto d’onore del “Corriere della Sera”, fece illustrare le sue pagine sul testo di Cocotte...»

Così il Lucini, in una recensione sulla “Ragione” del 14 luglio 1911 ai Colloqui da poco apparsi per Treves (“ la maggior ditta editrice”), ci informa sul successo letterario del torinese Guido Gustavo Gozzano, fatto abbastanza raro nelle lettere del tempo per i neofiti. È un dato esterno che va però tenuto in considerazione, perché non possono essere solo ragioni superficiali a spiegarlo e la fortuna, di pubblico e di critica, è un segno in più della multiforme e ambigua “attrattiva” di una poesia che sa giocare sull’equivoco con profondo trasporto, con magistrale artificio. Quando pubblicava I Colloqui Gozzano aveva ventotto anni: da vivere non gliene restavano che cinque.

Era nato a Torino il 19 dicembre del 1883 da un’agiata famiglia della buona borghesia, che possedeva ville nella zona di Agliè, nel Canavese, dove egli soggiornò a più riprese e che in seguito considerò un vero “rifugio” poetico.

Compiuti gli studi liceali, seguiti in modo piuttosto irregolare, nel 1903 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, ma non giunse mai a laurearsi e preferì interessarsi di letteratura, seguendo all’Università di Torino i corsi di Arturo Graf, insieme ad alcuni giovani, che costituirono con lui il gruppo dei crepuscolari torinesi. Frequentava la “Società di cultura”, ricca in particolare delle opere dei decadenti e simbolisti francesi, disegnando a poco a poco di sé il ritratto di un letterato mondano e un po’ provinciale, che nascondeva però un serio fervore e una volontà e un bisogno di ampi rapporti, di confronti impegnativi.

Scrisse quella che è, forse, la sua prima poesia, Primavere romantiche nel 1901 e due anni dopo La preraffaellita. Nel 1904 si rivelarono i primi sintomi della malattia polmonare, che lo avrebbe portato precocemente alla morte, il 9 agosto del 1916. Nel 1907 uscì a Torino per l’editore Streglio la sua prima raccolta di versi, La via del rifugio, e sempre in quegli anni iniziò la composizione dei Colloqui, che videro la luce pochi anni dopo nel 1911, e del poemetto Le farfalle, rimasto incompiuto; non è poi da dimenticare la collaborazione a differenti giornali e riviste letterarie. Sempre del 1907 è l’avvio di un’intensa relazione sentimentale con la poetessa Amalia Guglielminetti, documentata dalle Lettere d’amore, pubblicate postume, nel 1951.

Nel 1912, per scopo curativo, si imbarcò con un amico per l’India in un viaggio di qualche mese, toccando l’isola di Ceylon e spingendosi fino a Bombay: corrispondenze da questo viaggio furono pubblicate sul quotidiano torinese “La Stampa”, poi raccolte postume nel volume Verso la cuna del mondo.

Gozzano lasciò anche due volumi di fiabe e due di novelle: I tre talismani (1914) e i postumi La principessa si sposa (1917), L’altare del passato e L’ultima traccia.

Interessante, di certo, è il giudizio che il Serra ha del nostro autore: “Il nostro bel Guido Gozzano è rimasto nei Colloqui” scriveva verso la fine del ’13 “Aveva annunziato dal 1912 un poema sulle farfalle, di cui si ebbe qualche primizia che era una reminiscenza pascoliana. Poi non si è avuto altro. Il poeta si riposa. E noi non sappiamo se tornerà, o se ci lascerà solo la sua immagine sempre ventenne”.

Senza saperlo, e senza volerlo, il Serra, mentre Gozzano era ancora vivo e operante, fissava in anticipo l’immagine del poeta unius libelli: alla poesia dei Colloqui approdava e in essa si esauriva la sua intera esperienza; e tutto il resto, La via del rifugio, come Le farfalle, come le novelle e le fiabe e le prose, avrebbero finito per valere come corollari, come approcci, conferme, illuminazioni di quel ritratto del poeta “sempre ventenne” da incorniciare nel “desiderio” e nel “rimpianto” come una parabola conclusa, come “un’illusione che il tempo già comincia a correggere naturalmente”, nonostante sarebbe stato sempre “un piacere ricordare quella cara poesia di un giorno, che tutti abbiamo amato un poco”.

Il Serra, forse, ha colto, prima di altri, le caratteristiche di fondo della poesia di Gozzano, la sua qualità di artificio: “Perché la sua è soprattutto l’opera di un virtuoso, abile e sottile negli effetti verbali è un artista, ma di quelli per cui le parole esistono, prima di ogni altra cosa”. Anche in seguito la critica non ha aggiunto molto a un ritratto così penetrante nella sua apparente scioltezza di nota giornalistica, se non nel senso di un maggior approfondimento di ideologia letteraria, per non indirizzare verso un ritratto eccessivamente stereotipato la lettura di Gozzano: “Quanti bei discorsi facemmo sul mondo poetico di Guido, piccolo mondo, mondo grigio, di provincia non molto lontana e di passato non ancora antico, con le buone cose di pessimo gusto, [...] le stampe del milleottocentoquaranta, le cose di soffitta e di cucina, le erbe e gli odori modesti, [...], l’aspirazione al realismo umile e al sentimentalismo e alla mediocrità di un cuore stanco di esser troppo raffinato, troppo artista, troppo moderno”.

È, pertanto, necessaria un’assoluta rivalutazione di un poeta, come Gozzano, che resta fortemente ambiguo, nonostante diversi cliché nostalgici tendano a sminuirne la portata. “…Egli fu il primo dei poeti del Novecento che riuscisse (com’era necessario e come probabilmente lo tu anche dopo) ad attraversare D’Annunzio per approdare a un territorio suo.[...] E fondò la sua poesia sull’urto, o choc, di una materia psicologicamente povera, frusta, apparentemente adatta ai soli toni minori, con una sostanza verbale ricca, gioiosa, estremamente compiaciuta di sé” scriveva Eugenio Montale nell’introduzione alle poesie di Guido Gozzano. Un attraversamento di D’Annunzio comprovato nella poesia “L’altro” che è, a tutti gli effetti, abbozzo della “Preghiera al buon Gesù perché non mi faccia essere dannunziano” e la prima dichiarazione di scelta del proprio stile come quello “d’uno scolare corretto un po’ da una serva” che non cederebbe “per tutte Le Laudi”. Uno stile, quindi, privo di accensioni paniche, senza immersioni sconvolgenti nel mistero, che persegue un suo piccolo smarrimento, un puro bisogno di consapevolezza e di ancoraggi borghesissimi.

La poesia “L’altro” è del 1907, ma quella “A Massimo Bontempelli” è di tre anni dopo e il “veleno dell’altro evangelista” è già denunciato come un peccato di deviazione infantile:

 

Mia puerizia, illusa dal ridevole
Artificio dei suoni e degli affanni
Di un sogno esasperante e miserevole,
Apprestò la cicuta ai miei vent’anni:
Amai stolidamente, come il Fabro,
Le musiche composite e gli inganni
Di donne belle solo di cinabro”.

D’Annunzio è così già “attraversato” e Gozzano può, anche sul piano dei comportamenti, assumere i tratti del dandy senza più correre i rischi di essere illuso dal “sogno di Sperelli”.

A differenza di quanto accade, poi, a pressoché tutti i poeti decadenti, nel crepuscolare Gozzano è del tutto assente il gusto della contaminazione mistica di immagini che attingono al sacro con sensualità o traviata simbologia. In lui c’è assoluta schiettezza, nella sua gnoseologia negativa: “Buon Dio nel quale non credo, buon dio che non esisti!” (Nell’abbazia di San Giuliano)

O constatazione della perdita della serena fanciullezza: “Ma tu sei morto e non c’è più Gesù” (I sonetti del ritorno, IV)

Al sublime ideale superumano si oppone la prosaica ideologia di una vita da piccolo borghese: e la realtà quotidiana varca per la prima volta la soglia della poesia. Nessun ideale per il nostro Gozzano, nessuna occasione di riscatto sociale: “La Patria? Dio? L’Umanità? Parole che i retori t’han fatto nausose!...” (Pioggia d’agosto)

L’operazione si compie con un’ostentata fedeltà alla metrica tradizionale, che, nell’urto col discorso prosaicizzante, assume un sapore nettamente ironico.Ma all’ironia si congiunge la malinconia delle cose perdute, l’incantesimo del tempo, che trascorre e dissolve ogni certezza, il desiderio di arresto e di rifugio in un passato recente, buono e scipito, e, come in Nemesi, lo stupore della propria esistenza:

“Chi sono? È tanto strano / Fra tante cose strambe / Un coso con due gambe / Detto guidogozzano!”.

Nel terzo dei Sonetti del ritorno, il Nonno – riconosce il poeta – non gli perdonerebbe gli “ozi vani di sillabe sublimi” e non soltanto gli propone la “scienza dei concimi delle api delle viti e degli innesti”, ma i suoi “libri onesti” di autori quali Manzoni, Prati, Metastasio; e ammette il poeta, nel ricordo di quelle letture, del tedio, del sonno “… in me cadeva forse il primo germe! Di questo male che non ha rimedio”.

Il critico Sanguineti interpreta questa sorta di “male” come l’aridità del cuore, l’incapacità di amare, coerentemente a ciò che si legge nella poesia “Il responso”:

“Ah! Se potessi amare! -Vi giuro, non ho amato. Ancora”.

Comunque, ciò che conta è richiamare l’attenzione sulla coscienza della natura ingannevole della parola poetica, per cui le cose sono “belle più del vero” e non vi può essere scambio con la realtà. Ne parleremo spiegando innanzi tutto il motivo per cui il Serra delineò, suo malgrado, l’immagine del poeta unius libelli. Del resto, Gozzano ha voluto con “I colloqui” costruire un vero libro, non un gioco di specchi o una galleria di poesie incoerenti.

Lo dichiara una lettera da lui inviata il 22 ottobre 1910 al direttore de “Il Momento”, che conduceva un’indagine sui progetti di alcuni scrittori;

“[…] le poesie – benché indipendenti – saranno unite da un sottile filo ciclico e divise in tre parti: 1) Il giovenile errore: episodi di vagabondaggio sentimentale; 2) Alle soglie: [...] qualche colloquio con la morte; 3) Il reduce: reduce dal l’Amore e dalla Morte, gli hanno mentito le due cose belle... e rifletterà l’animo di chi superato ogni guaio fisico e morale, si rassegna alla vita sorridendo”.

In qualche modo, dunque, si può ipotizzare una prima sezione contrassegnata dall’Amore, una seconda dalla Morte e la terza dalla rassegnazione a vivere, dopo la delusione dell’uno e dell’altra.

Notando, quindi, la struttura programmatica dei “Colloqui” si potrà davvero dire -come, del resto, è stato già detto – che Gozzano sia autore di un solo libro.

Minuti esempi del “vagabondaggio sentimentale” sono l’occasionalità dell’approccio amoroso, offerte in diverse poesie che hanno una comune matrice, anche se molto labile: quella della fugacità, dell’assenza di profondità.

Le esili vicende d’amore gozzaniane appaiono come un divertimento quasi goliardico che opacizza un serio bisogno di un rapporto duraturo:

“Amore no! Amore no! Non seppi il vero Amor per cui si ride o piange” (Il convito)

Ma i suoi romantici sogni iniziali sono destinati a trasformarsi in passione per tutto ciò che si perde e si cancella, e agli amori per donne fatali (Invernale) oppone i suoi “amori ancillari”; o, come accade in “La signorina Felicita”, un poemetto della seconda sezione, per una donna non proprio attraente: “Sei quasi brutta, priva di lusinga...”

Nonostante, però, la sua poesia più autentica nasca da un chiaro “dannunzianesimo rientrato”, come scriveva il Sanguineti; è opportuno continuare a sottolineare come questo “rovesciamento” sia carico di ambiguità: nessuna scelta, in effetti, risulta confortante per il poeta, dal momento che egli non si identifica fino in fondo nemmeno con quell’universo umbratile in cui sembra poter trovare un rifugio.

Nasce così un sottile senso di perdita, di inappartenenza, estraneità, che non si convertirà mai, però, in una vitale ribellione.

La seconda sezione, “Alle soglie”, raduna i poemetti più celebri ed estesi, tra cui ricordiamo: La signorina Felicita ovvero La Felicità, L’amica di Nonna Speranza e Cocotte.

E qui che s’intona il discorso di morte:

“Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto, Mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo, Mio cuore dubito forte […] Che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte” (Alle soglie)

O: “Virginia! Amore che ritorni e sei La Morte! Amore... Morte...” (Paolo e Virginia)

Ma la morte, in fondo, non è che l’impossibilità di vivere nella perenne finzione romantica. Non resta, allora, che immettere la propria richiesta di vita e d’amore in un mondo di maniera, di memoria, di “stampe”, ormai morto e resuscitato dopo aver fatto rinuncia effettiva all’una e all’altro (L’amica di Nonna Speranza).

E l’ “esteta gelido” riconoscendo la sua condizione di “sofista” si sente sempre più altrove, nel vano tentativo di non essere più se stesso: “Ed io non voglio più essere io!” (La signorina Felicita).

Ancora un confronto con il passato, nel ricordo di una “cattiva Signorina” incontrata durante l’infanzia, si ha in “Cocotte”, una dichiarazione d’amore per le rose non colte, per “le cose / che potevano essere e non sono / state”; e sorprendentemente questo poemetto offre un’ inattesa speranza di vita: “Ti rifarò bella” dirà il nostro poeta a questa donna disfatta, sfiorita, ma “vestita di tempo” e, pertanto, carica di vita, di storia.

La terza e ultima sezione, “Il reduce”, si apre con quello che è stato considerato l’autoritratto di Gozzano, “Totò Merùmeni”, il rassegnato alla vita”, la cui possibilità di essere si è ristretta inesorabilmente alla dimensione quotidiana: “Un giorno è nato, un giorno morirà”. Pur riconoscendo che egli “non è cattivo”, appare che “non può sentire” , dopo la scelta di vivere in silenzio nell’inettitudine e nella sconfitta “con una madre inferma, / una prozia canuta ed uno zio demente”.

L’amore è qui ridotto ad una dimensione sensuale genuina e fresca che potrebbe far pensare ad una condizione “quasi felice”, ma che in realtà è solo consolatoria, perché il senso di inappartenenza è sempre presente, con un’ironia corrosiva ed inesauribile. Anche le altre liriche contenute nella terza sezione ripetono le contraddizioni e le ambigue “recitazioni” per l’accettazione di una “vita piccola e borghese”, cui il poeta guarda con un senso di totale estraneità, camuffata dalla decisione di lasciare i versi per essere, finalmente, “il ragazzo serio, che vagheggiano i parenti”.

“I colloqui”, quindi, non appaiono come una semplice raccolta di poesie, ma come un’esperienza unitaria, pur costruita tra livelli diversi. Anche per quanto riguarda la lingua, egli crea sì un discorso prosaico, ma, come ha notato Montale, raggiunge grandi risultati proprio “facendo cozzare l’aulico col prosaico”, piegando il linguaggio della tradizione più alta a toni di conversazione quotidiana, servendosi spesso di citazioni classiche per improvvise cadute verso il basso, per rime singolarissime, come nel celebre caso: camicie - Nietzsche.

Nella primavera del 1912, come si è detto, Gozzano compì un viaggio in India, limitato con ogni probabilità a Ceylon e Bombay, nonostante l’itinerario letterario, di cui è rimasto il resoconto nelle “Lettere dall’India” risulti molto più vasto per alcuni fantasiosi appunti su alcune città, che assumono le caratteristiche dell’India favolosa, dei templi, dei riti trascritti con uno stile dal gusto esotico, (e, a tratti, anche con una certa, misurata, ascendenza decadente), sebbene il tono complessivo sia compiaciuto del proprio “cervello profondo occidentale”.

Ma la sua India, l’India più vera, non è neanche in quelle pagine piene di fascino, è solo un sogno letterario che tale deve rimanere, esorcizzando, così, l’inevitabile delusione per il presente reale: “Ancora una volta tocco l’ultimo limite della delusione, sconto la curiosità morbosa di voler vedere troppo vicina la realtà delle pietre morte, di voler constatare che le cose magnificate dalla storia dall’arte, cantate dai poeti, non sono più, non saranno mai più, sono come se non siano state mai!”.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE:

Guido Gozzano (Torino, 1883 – Torino, 1916), poeta e favolista italiano.  

Guido Gozzano, “Poesie”, Rizzoli, Milano 1995
A cura di Giorgio Barberi Squarotti.

 

FONTI CRITICHE:

Marziano Guglielminetti, “Guido Gozzano”, in “Letteratura Italiana. Novecento. I contemporanei”, Marzorati, Milano.
G. Savoca, “La letteratura italiana. Il Novecento”, Latenza, Bari.
Baldi – Giusso – Rametti – Zaccaria “Dal testo alla storia, dalla storia al testo”, Paravia, Torino.
G. Ferroni, “Storia della letteratura italiana”, Einaudi, Torino.
Luigi Baldacci, “I crepuscolarì”, Roma, Eri.

 

ISBN/EAN: 
9788817121323

Commenti

Fantastico ritrovare anche qui questo pezzo.
Grazie per questa cavalcata tra passato e futuro, Laura.

Felice io di essere qui e sentirmi a casa.Finalmente.

Questa è sempre casa tua. E di tutti quei pochi che sapranno parlarci con amore e competenza di autori e opere apparentemente minori, perché dimenticate o mai valorizzate o censurate o mai emerse.

per un attimo sono tornato all'esame di Letteratura moderna e contemporanea, dove c'era il corso monografico. E l'ho fatto con gioia, data la notevole accuratezza della recensione. Bei tempi. Personaggio troppo presto francobollato e messo in soffitta, per quel che mi ricordo, Gozzano. E credo che una essenziale chiave di lettura sia quel suo "sottile senso di perdita, di inappartenenza, estraneità, che non si convertirà mai, però, in una vitale ribellione"

?Sei quasi brutta, priva di lusinga??,
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga.
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...