Gorret Daniele

Venticinque maniere per morire

Autore: 
Gorret Daniele
Premessa: a dispetto della sua ampia e variegata produzione – in narrativa, poesia e saggistica – non conosco e non avevo mai sentito nominare Daniele Gorret, narratore classe 1951. Devo l’incontro con il suo microcosmo alle Edizioni END, che hanno recentemente pubblicato questo “Venticinque maniere per morire”.
Mi stupisco, leggendo la nota bio-bibliografica, perché m’accorgo che questa sua ampia e variegata produzione ha avuto edizioni di tutto rispetto: nomi mainstream, da Garzanti a Mondadori. Eppure, io – lettore non forte, ma violentissimo: diciamo 300 libri l’anno, per difetto – non ricordo di averlo mai, e dico mai, notato sugli scaffali di una qualsiasi libreria. Prima ragione per grattarsi la fronte. E dire che quel cognome non è anonimo.
La seconda ragione è questa: non so quanti tra voi condividano la preoccupazione o la ricerca che sto per esternare, ma da tempo mi chiedo cosa sia la Val d’Aosta. Non ricordo scrittori valdostani: non ricordo musicisti, pittori, scultori, registi valdostani. Scendiamo di livello: non conosco aziende valdostane. Non conosco squadre di calcio valdostane. Non ricordo eventi culturali valdostani. La mia Val d’Aosta è un ricordo da sussidiario, da libro di geografia delle scuole medie, da intervallo della Rai, musichetta e cartolina. Punto e a capo. Ne ho un’immagine falsata dai media, da cartolina: montagne, vallate, tanto verde, la Francia a un passo. Culturalmente, per quanto mi riguarda, potrebbe – e questo è il paradosso – essere più famigliare l’Islanda.
 
Non è un discorso legato alle frontiere di una nazione o di un’area culturale: mi viene in mente, subito, che Sardegna e Sicilia e Puglia (e il Salento che sogna autonomia dalla Puglia! Succede) – per restare in ambito tricolore – o Friuli Venezia Giulia hanno artisti di riferimento, di fama a volte transnazionale; e probabilmente in determinati casi ne circolano troppi (penso alla produzione trinacria e talvolta post-trinariciuta post-Camilleri, ad esempio). Non è nemmeno un discorso legato alle estremità dell’area romanza: piuttosto, questa sarebbe ragione di interesse (e peraltro il discorso è sbagliato perché il confine è lusitano e non valdostano) considerando i fenomeni di conservazione di vario genere classici dell’ex Dacia, ad esempio, o dei dialetti sardi.
È proprio una questione che mi sembra incredibilmente misteriosa, e scusate se ho quest’aria intontita ma mi sembra fin troppo manifesto: ripeto, culturalmente cos’è il Val d’Aosta? Cosa ha prodotto? E in quali ambiti? Voglio risposte e non ne trovo nessuna in memoria. Pazzesco.
 
La prima risposta, sulla soglia dei trent’anni, la trovo sfogliando un libro delle Edizioni Non Deperibili: “Venticinque maniere per morire” dello scrittore valdostano (!) Daniele Gorret. È un libro interessante, giocato su una lingua sicuramente letteraria, senza cadute nel parlato – a dispetto di quanto indicato sul risvoltino – e decisamente cupo e macabro.
Non ho notato nessuna peculiarità riconducibile a una cultura del posto, se è questo che volete sapere. E dire che sognavo di pizzicare un dialogo tra due autoctoni. Niente. Per tutta la vita mi domanderò che lingua parlano in Val d’Aosta, che musica ascoltano e che film guardano e che libri leggono. Gorret ha una buona cultura classica – le citazioni, più o meno trasparenti e facili, sono omeriche, orfiche, etc. – e guarda con dispetto alle vetrine delle librerie odierne (condivisibile, certo, ma niente di nuovo: “Ed ora quel libretto – pensi – giace in mille copie in fondo a un magazzino: non è gradito chi dice Verità. E pensi le vetrine dei librai occupate dai conquistadores! I libri in giallo in nero in rosa che Moda impone a tutti gli obbedienti (e gli obbedienti, ormai, son quasi tutti)” (p. 52). In un passo come questo, registro l’epifania di due maiuscole (Verità e Moda: entrambe grottesche nella mia Weltanschauung e non solo per ragioni razionali e immagino condivisibili; ma transeat) piuttosto demodé (pardon), ma il concetto cardine è lo stesso che ogni letterato serio ripete da decenni: bando alla narrativa di genere, è materia per analfabeti di ritorno quando si tratta di narrativa di genere confezionata dall’industria. Mi viene da pensare a quei fenomeni linguistici – la conservazione dico – e culturali tipici delle frontiere e dei confini dei regni o degli imperi: e così annoto; Gorret sarà un purista. E in effetti la sua lingua è pulita, vecchiotta ma limpida, sgombra da contaminazioni che non siano reminiscenze scolastiche. Che sia questa la lingua d’ogni narratore valdostano? A Trieste il principio è stato lo stesso, nel primo Novecento – ma con molte influenze dalla Mitteleuropa. Per dire.
 
Questo suo ennesimo libro è per me il primo in assoluto. Posso dire che ha una struttura agile da quaderno d’appunti; ed è il quaderno d’appunti d’un suicida di quasi sessant’anni. Il tono è drasticamente chiaro: predominano inevitabilità, male di vivere, disillusione e sconforto. “E sei già vecchio, indicato ad esempio di sconfitta. Esaurite da tempo le riserve, sei dell’angoscia, pagliaccio senza riso. Penso sia bene stare chiuso in casa e – meglio ancora – in questa sola stanza. Giacché una fine ti spetta di diritto (pensi “diritto” e – dopo anni – ridi)” (p. 12).
 
Si va anche a un passo dalla più tenera autocommiserazione, a breve distanza da un richiamo omerico (diretto, a Ettore): “E i fiori, se gli uomini l’innaffiano con cura, è per strapparli appena sono fiori: per venderli o appassirli nelle case. Così, svelandoti gli inganni, sei cresciuto”. (p. 33)
Questo patetismo è incredibile, ma non so se sia un tratto distintivo della produzione dell’autore o della cultura valdostana. Dico, perdonatemi per queste riflessioni ad alta voce, ma mi pongo parecchie domande scoprendo un narratore classe 1951 edito a tutto spiano e del tutto estraneo a noi tutti (sbaglio?), 140 lettori forti e curiosi. Possibile? Possibile.
“Tutto è truccato per fare il mondo ingiusto: per far che il prepotente vinca sempre” (p. 43). Vale per questo passo quanto appena affermato sul pensiero dedicato ai fiori.
 
In generale, i traumi dell’ingiustizia e della menzogna e della relativa incapacità di difendersi del buon cittadino di fronte a certi vezzi sembrano avere assunto un peso devastante nella decisione del narratore di chiudere i giochi in bellezza – per così dire – nell’ultimo dei 25 “passi” del suo tragitto. L’epilogo è molto suggestivo e non meno scolastico del resto delle riflessioni; tuttavia l’ultima frase è, nella sua linearità, eccezionalmente bella. Non ve la rivelo perché appartiene all’autore e ai suoi lettori (e alla cultura valdostana?).
 
Grazie alle Edizioni End, al web e alla cultura indipendente per avermi regalato un autore mainstream valdostano. Mi sento più completo – lo dico senza ironia – ma non capisco come sia possibile che “valdostano” mi suoni esotico come “kazako” o “turkmeno”. Misteri dell’Unità Nazionale.  Spero questi appunti siano fertili di approfondimento per diversi tra voi. Io sono ormai iniziato a una terra sconosciuta, e italiana.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Daniele Gorret (1951), romanziere, poeta, traduttore e saggista italiano.
Vive in Valle d’Aosta, dove è nato. Ha esordito pubblicando il romanzo “Sopra campagne e acque” (Guanda, 1984).
 
Daniele Gorret, “Venticinque maniere per morire”, End, Firenze-Gignod, 2006.
 
 
ISBN/EAN: 
8890217839

Commenti

In questo caso - più ancora che per gli altri 540, posso ammetterlo - mi è eccezionalmente gradito il vostro responso, su tutta la linea. Confortatemi e datemi notizie di ogni genere sugli argomenti proposti.
Grazie.

beh. non lo conosco. a parte che non sono un lettore forte. avrò forse letto 300 libri in tutta la mia vita. e dato che abbiamo la stessa età. la cosa che mi incuriosisce è come tu faccia a leggere un libro ogni giorno, giorno e mezzo. ma detto questo, gorret non lo conosco. la val d'aosta, dunque, degli ottimi bianchi. vini. ma è facile non conoscere certi autori. anche se sono del posto in cui viviamo. perché sono pubblicati, ma non si trovano in libreria, non vengono recensiti (anche se pubblicano con Einaudi o Mondadori, per dire. o Feltrinelli). E questo vale anche per molti altri personaggi. MA torno a Gorret e alla Valle d'Aosta. 25 maniere per morire. Beh, che non cerchi le masse, è evidente già dal titolo (difatti esiste un libro intitolato "8 milioni di modi per morire", e credo abbia avuto un discreto successo). Mi incuriosisce. Ma prima devo arrivare ad altri libri. Fra un po', conosco meglio la corn belt americana che Pistoia e questo paese in cui vivo. Forse gli sembrerà, a Gorret, di scrivere in inglese. E forse, gf, per capire cosa leggono e ascoltano, si può sempre andare in Val d'Aosta, e guardare. Dalle poche righe che doni, sembra un romanzo da pasteggio.

(a parte la seconda metà del 2005 e tutto il 2006, in cui mi sono praticamente del tutto fermato, è così dal 1996, più o meno. Dall'anno dell'ultimo Liceo Classico. Non è difficile, basta portarti dietro un libro in autobus - se ti sposti coi mezzi - o leggere circa 2 ore al giorno. Con picchi di 4. Che so, negli anni dell'Università era pieno di tempi morti, tra una lezione e l'altra, e possibilmente evitavo di leggere solo testi accademici. E' un ritmo compatibile con il lavoro in ufficio, a meno che non si abbiano pargoli (casistica che credo non mi riguarderà per altri anni;) ). Ho compensato il rifiuto di libri con la lettura di articoli sul web, in siti come questo o in siti di organi di stampa ufficiali. Il cervello si abitua con una certa facilità. Io credo di sentirmi spossato dopo 250 pagine di un romanzo o 180 di un saggio, ogni giorno. Ma posso superare quei ritmi:).

*

Oggi ho meditato a lungo sulla Val d'Aosta. Adesso qui hai trovato un pezzettino. Ti dico solo che rapidamente ho visualizzato la logica di CS Lewis e di Narnia, poi il senso di produzioni prettamente vinicole, quindi la resistenza della pastorizia, etc. Tutte cose che pretenderebbero pagine ma sarebbero noiose. Credo e spero che intanto queste righe siano servite per accendere un po' di ulteriori lampadine a tutti - compreso il discorso sull'american corn belt che mi sembra la risposta alle mie domande, diretta e senza fronzoli;).

daje

(e a ben guardare proprio a questo volevo arrivare. Al fatto che siamo nazione asservita a una cultura egemone, tanto che abbiamo dimenticato la nostra - mi correggo: le nostre molte diverse espressioni del territorio (per i vini vale, guarda un po', proprio il discorso dei libri. Valli a scoprire cantina per cantina, rinunciando alla grande distribuzione, e... e stesso discorso vale per le birre. Tutto molto interessante. Ma quanto alla Val d'Aosta mi sembra proprio che abbiamo pizzicato un caso esemplare di oblio nazionale. Aspetto gli interventi di Raffaella Brusati!

Il Sapegno!

Preso alla fiera del libro in quel di Torino, lo scorso anno.
Gorret presentava prima del "nostro" Marco.
Lo scelsi per il titolo.
Ho trovato belle alcune frasi, o quanto meno affini al mio sentire.
E trovai forse più bella ancora la pagina di Simone sul libro.

http://www.corpo12.it/2006/05/22/recensioni/venticinque-maniere-per-morire/

Gianfranco, che interessante!

Quando 24 anni fa prendemmo la decisione di considerare Champoluc la ns. seconda dimora, Elio ed io ci siamo interessati sulla Valle per conoscerla meglio.
Abbiamo letto libri fino all'esaurimento, senza approfondire molto la ns. conoscenza.
Ma...è arrivato Internet e, molto in sintesi questo sito che ti allego è abbastanza chiarificatore sull'industria valdostana,

http://www.aostavalley.com/PV/induita.htm

Per quanto riguarda la letteratura non ne so molto ma ti allego quest'altro sito

http://www.regione.vda.it/biblioteche/storia_letteratura_i.asp

nel punto in cui parla del Collège Saint-Bénin Claudio Magnabosco, alcuni anni fa, ha scritto un libro Akara-Ogun e la ragazza di Benin City, di cui ancora ti allego

http://www.gfbv.it/3dossier/vda/benin.html

Quello che so è tutto qui.
Adesso continuo la lettura della tua rec.

Raffaella

per dimenticare qualcosa, dobbiamo prima conoscerla. invece non la conosciamo. anche se la intuiamo. penso sempre di più che le persone dipendano dai luoghi. tu dici siamo asserviti. ma no. o meglio, dipende. perché un romanzo USA, qui, dove lo leggo io, è diverso che in USA. mettiamola così, per la storia, si dice, per poterla meglio studiare, occorre una certa distanza...è difficile leggere i fatti e le loro implicazioni mentre questi avvengono, anche perché se ne ha sempre una visione molto parziale, dovuta a molteplici fattori. anzi, altro esempio. se mi metto un dito davanti al naso e me l'avvicino, ad un certo punto vedo tutto sfocato. non lo vedo più bene. ecco, questa è la nostra cultura. ci è troppo vicina. quella straniera, o anche solo di un'altra regione, la vediamo meglio. per non dire di quella lontana, con i telescopi che abbiamo!! ecco, siamo poco dotati di microscopi. o ci siamo poco abituati.
Poi, per quanto mi riguarda, ho dei pregiudizi nei confronti di autori italiani. un po' come per i film. (a proposito, su Specchio di oggi una cosa interessante su Muccino...)
e bella la pagina di simone, concordo!

che dirti? Mi hai messo in crisi, io della Val d'Aosta so quanto apppreso dai libri o da qualche depliant turistico: le montagne (che mi piacerebbe moltissimo vedere ovviamente, per confrontarle con le Dolomiti), i prodotti tipici, la fonduta, il fatto che sia regione di confine con la Francia e quindi bilingue se non sbaglio. So però che vi si parla anche una lingua franco-provenzale.
Per capire di più bisognerebbe andarci, parlare con gli abitanti, vedere, per me questo è il modo per cogliere l'atmosfera dei luoghi, non solo attraverso i libri.

In secundis vedo con piacere che stai tornando a qualche recensione e con stile differente, non so, è come se la pausa ti avesse permesso di decantare tutto il sapere acquisito e di spaziare ora attraverso di esso con naturalezza assoluta.
Infine, i tuoi ritmi di lettura sono decisamente più elevati della media, ammettiamolo.
*
Ultimo: il libro sembra interessante, pur se angoscioso. ben vengano le edizioni End se contribuiscono a far conoscere questa piccola regione e i suoi scrittori.

dimenticavo: mi spiegate cos'è l'american corn belt?

da wikipedia: >.
corn= grano; belt= cintura, fascia geografica...

(il cinema italiano è in crisi nera da un pezzo. Ma magari vale il principio della letteratura, Andrea; del buono c'è ma non va in sala; e appunto in sala e con un po' di fortuna altrove può andare chi era già ben inserito per nascita, come il signore che nomini tu...) (sta di fatto che non ho le competenze per dirtelo. Forse Ian Degrassi potrebbe confermarcelo, è a un passo da "entrare" del tutto. Luca e Federico seguono molto, non so).

(grazie Marina!;). e Grazie a Raffaella per i preziosi link. Tutti da studiare. E grazie ad Angela per il link al pezzo di Simone, oggi Corpo12 mi funziona male e i link che avevo pubblicato nel pezzo non funzionano)

"La "corn belt", la cintura del granturco, che comprende quegli Stati che godono di un clima mite durante tutto l'anno, Indiana, Illinois, Iowa e Nebraska"

prima avevo messo questo, da wikipedia. ah, e vedi, non avevo fatto caso anche ad un'altra cosa: corn=granturco!!! che scemo!

beh, gf, pure Verdone, di nascita non era messo male...

Assolutamente sì. E Nanni Moretti...

"Mi viene da pensare a quei fenomeni linguistici ? la conservazione dico ? e culturali tipici delle frontiere e dei confini dei regni o degli imperi: e così annoto; Gorret sarà un purista. E in effetti la sua lingua è pulita, vecchiotta ma limpida, sgombra da contaminazioni che non siano reminiscenze scolastiche." + Mi ha particolarmente colpito l'esattezza di questa osservazione che non mi pare aver mai studiato in linguistica o glottologia. E penso a Satta e Deledda e l'equazione non è inesatta. Tra l'altro, in un piano diverso, il sardo è la lingua più ancorata al passato - per analogie e struttura - che si conosca in Italia; il mio docente di latino si è spinto fino a definirla "latino odierno vivente", una specie di ultima destinazione della lingua classica. Isolazionismo con qualche senso una volta in più.

Ave Arpa! Dovrei averne trovato traccia, a suo tempo, nel Tagliavini, "Le origini delle lingue neolatine"; e nel sempre ottimo Dardano, "Manualetto di Linguistica italiana". Due libri basilari. A questo punto te li segnalo almeno per la consultazione in biblioteca... Ma a condizione che siano spunto e riflessione per nuovi scritti sulla cultura e sulla lingua sarda:).

Intendendo quindi: quale dialetto in primis? E così via...

Gianfranco, sento il dovere di presentarti la Valle che da quasi un quarto di secolo mi ospita d?estate:

Una regione in verticale, si potrebbe dire. E non solo in senso fisico, per le tante, alte vette che la delimitano (fra tutte il Monte Bianco, la montagna più alta d'Europa, con i suoi 4807 metri), ma per la sorprendente concentrazione, in una regione di così ridotte dimensioni, di tanti splendori naturali e di tanti monumenti e beni storico-artistici di grande pregio. Una densità che evoca, in quanto a verticalità, la ricchezza di grattacieli in una metropoli dove lo spazio urbano orizzontale è bene raro. Aosta, capoluogo e unica provincia della Valle, è città ricca di storia. Ben visibili sono le testimonianze dell'antica Augusta Pretoria (nome latino di Aosta), come il grande Arco di Augusto (25 a.C.) e i resti del Teatro Romano. Il Medioevo fu per Aosta tutt'altro che un periodo buio: importante snodo di traffici commerciali con la Francia e la Svizzera, la città conobbe un lungo periodo di prosperità. Non a caso risalgono al Medioevo la Cattedrale e la Collegiata di S. Orso, due chiese di grande bellezza. Altri monumenti medievali sono a valle della città: il castello di Fénis e, nei pressi di Saint-Vincent il castello di Issogne, che con la sua insolita ricchezza di affreschi e architetture conferma la prosperità di quel tempo. Grandiosi gli scenari naturali della Valle: dalle imponenti cime del Monte Bianco all'asprezza affascinate del Cervino (4478 metri), dallo spettacolare Monte Rosa (così chiamato dal colore assunto in particolari momenti dai suoi grandi ghiacciai) al Gran Paradiso, l'alta montagna al centro dell'omonimo, grande Parco Naturale (oltre 200.000 ettari). Di antica tradizione e solida fama i centri di villeggiatura e le stazioni sciistiche della Valle: Chamonix, Champoluc, Courmayeur e Breuil-Cervinia i più noti. Il collegamento con la Francia avviene attraverso il Colle del Piccolo San Bernardo, o attraverso il traforo del Monte Bianco. Il tunnel del Monte Bianco, inaugurato il 19 luglio 1965, ha una lunghezza di 11,6 km. Per circa metà percorso ci sono oltre 2 km di roccia sopra la galleria.

Raffaella

mostre e manifestazioni

La Fiera di Sant'Orso è probabilmente la più importante fiera dell'artigianato di tutte le Alpi. Ha origini antichissime e tradizionalmente si fa risalire all'inizio del secondo millennio. Quattro volte l?anno, nelle vie del centro storico di Aosta, oltre 1000 espositori, sotto gazebo di tela bianca (bellissimi ed eleganti a vedersi) presentano i diversi prodotti dell'artigianato tradizionale: strumenti di lavoro in legno (rastrelli, scale, botti, posate, taglieri, sabots, etc.), sculture in legno e pietra ollare, bassorilievi, opere in ferro battuto, pannelli ed altri oggetti intagliati, mobili in legno massiccio, gerle, ceste e cestini in salice o nocciolo intrecciato, drap di Valgrisenche (coperte di lana tessute a mano su telai di legno), pizzi di Cogne, tessuti di canapa di Champorcher. Il livello tecnico degli artigiani è in costante aumento e sui banchi si possono trovare, a fianco di oggetti tradizionali, spontanei e naïfs, autentiche opere d'arte.

Artigianato

Grolla e coppa dell'amicizia
La grolla è probabilmente il prodotto artigianale più noto della Valle d'Aosta (se non altro per le Grolle d'oro, l'importante premio giornalistico indetto dall'Amministrazione regionale). Fondamentalmente è un calice da vino, con coperchio, ricavato da un pezzo di legno pregiato. Viene realizzata al tornio e successivamente decorata a mano. Il termine grolla deriva da ?graal? che in lingua d?oil significa recipiente, coppa. In origine la grolla era una semplice coppa per bevute conviviali e si è evoluto fino a diventare l'oggetto odierno, utilizzato ormai come soprammobile e portagioie piuttosto che come calice per bere.
Non bisogna confondere la grolla con la coppa dell'amicizia. Anche questa è un'elaborazione della tradizionale ciotola in legno, una semplice scodella munita di due manici. Più bassa e panciuta della grolla, è munita di beccucci ed ha il coperchio abitualmente scolpito. Viene impiegata essenzialmente per il "caffè alla valdostana?, caffè misto a grappa (a volte con l'aggiunta di génépy), zuccherato e speziato, che viene servito fiammeggiante. E' simbolo di amicizia e convivialità e si beve rigorosamente ?à la ronde? (attenti a non scottarvi!).
Entrambi questi oggetti si possono trovare sia in produzioni in serie, rifinite a mano, sia come pezzi unici, frutto di raffinate elaborazioni artistiche.
Se il legno era e rimane la materia prima più utilizzata, la produzione artigianale tipica comprendeva anche la lavorazione del ferro battuto e del cuoio.
In Valle d?Aosta, già in epoca pre-romana erano sfruttate delle miniere di ferro. In passato esistevano numerose forge, sparse in tutta la regione. Gli oggetti in ferro andavano dai chiodi agli attrezzi agricoli, passando per chiavi, maniglie e serrature. Oggi sono ricercati attizzatoi ed altri strumenti per i caminetti.

Prodotti tradizionali della Valle d'Aosta
Vino, Fontina, Miele, Lardo di Arnad, Motzetta (mocetta)
La motzetta è fatta con carne bovina, equina o di camoscio, essiccata. I tagli vengono aromatizzati con spezie e erbe di montagna per circa tre settimane, quindi essiccati per 30-90 giorni secondo le dimensioni del pezzo. Ricorda la bresaola e non può mancare in un buon tagliere valdostano

LE TERME DI SAINT-VINCENT
La salutare sorgente delle acque di Saint-Vincent, denominata Fons Salutis, venne scoperta da un sacerdote originario del paese ..."qui s'occupait beaucoup de chimie et de minéralogie": l'abate Jean-Baptiste Perret. Era l'estate del 1770 e l?abate aveva notato che con insistenza le mucche al pascolo erano interessate all'acqua sorgiva sgorgante da rocce micacee tinte di rosso. L'acqua, raccolta e analizzata, risultò ricca di bicarbonato, acido carbonico, solfato sodico e cloruri. Il Perret fece fare ulteriori e più approfondite analisi e da queste risultò che l'acqua di Saint-Vincent poteva essere autorevolmente patentata come diuretica, purgante e molto più mineralizzata di altre.
La fama dell'acqua si diffuse rapidamente e nel contempo le analisi si moltiplicarono; documenti alla mano si constatò che l'acqua, in numerose sue componenti, superava altre acque famose come quella di Vichy e di Sangemini. Verso la fine del secolo XVIII° si potrà leggere: ..."l'esperienza ci ha largamente dimostrato che l'acqua minerale di Saint-Vincent trova la sua migliore indicazione nelle malattie del fegato, dello stomaco, dell'intestino e nelle congestioni viscerali, nonché per la gotta, il diabete e l'obesità".

IL CASINÒ DI SAINT VINCENT
Accanto alle Terme, nel 1842 il comune fa erigere un "Casino" che apre nella stagione estiva.
il "Casino de la Vallée", una delle più importanti strutture di gioco in Europa, trova dunque le sue origini nell'importanza della stazione termale, unendo "plaisie et santé" in un vincolo che caratterizzerà la cittadina nell'ultimo cinquantennio. Quasi senza rendersi conto una modesta ma preziosa sorgente ha di fatto modificato totalmente gli indirizzi di sviluppo economico e sociale di un piccolo paese serrato tra i monti. ampio è il flusso turistico derivante dall'attività congressuale del moderno ed attrezzato centro congressi dove, alla fine di ottobre, si svolge la rassegna cinematografica "Grolle d'Oro" e dove viene anche organizzato il "Premio Saint-Vincent" per il giornalismo, che raduna i nomi più conosciuti
Grazie alla Casa da gioco la Regione Autonoma Valle d?Aosta si è proposta, negli anni, come promotrice instancabile di iniziative culturali e di eventi congressuali di alto livello confermandosi come sede ideale in cui hanno avuto, e hanno ancora oggi, libero spazio correnti di pensiero e dibattiti su temi storici, scientifici, politici e religiosi. Non a caso la Regione, per la sua collocazione geografica e per la sua tradizionale apertura culturale viene definita ?Carrefour d?Europe?, anticipando, e di molto, quel sentimento di unificazione del vecchio continente che oggi, seppure con qualche difficoltà, va affermandosi

?è come se la pausa ti avesse permesso di decantare tutto il sapere acquisito e di spaziare ora attraverso di esso con naturalezza assoluta? ti scrive Marina.
E? vero. Anch?io ho colto nella tua rec una distensione nuova, una scrittura morbida, rotonda, pittorica: ?Questo suo ennesimo libro è per me il primo in assoluto. Posso dire che ha una struttura agile da quaderno d?appunti; ed è il quaderno d?appunti d?un suicida di quasi sessant?anni. Il tono è drasticamente chiaro: predominano inevitabilità, male di vivere, disillusione e sconforto?.
Il tuo è uno sguardo che cerca di scrutare in profondità dentro l?universo di questo scrittore sconosciuto, ma lo fa con delicatezza.
Bello!

Raffaella

Hai ragione, mai sentito prima. Ammetto che la cultura valdostana mi è del tutto estranea, non sono nemmeno mai stato in visita da quelle parti. Cosi, su due piedi, il primo valdostano che mi viene in mente è Pellissier, centravanti del Chievo Verona. I tuoi interrogativi, Franco, sono condivisibili ma questa, la nostra, è una strana nazione, in cui tutto è possibile, anche marginalizzare fin quasi a nascondere una cultura regionale (chi l'ha visitata mi dice che si mangia benissimo da quelle parti...). Le annotazioni sull'autore un po' mi confondono: da un lato dici che è letterario, con rimandi alla letteratura classica, dall'altro lo citi in pensieri molto infantili e - come dici - scolastici: "Tutto è truccato per fare il mondo ingiusto: per far che il prepotente vinca sempre". Questo è un concetto, che cosi espresso, me lo aspetto da un bambino di 8-10 anni, nemmmeno da un adolescente. Poi ci dici che chiude in modo suggestivo. Che dobbiamo pensare? Dillo, ammettilo, vuoi farci venire la curiosità di andare a verificare di persona?

Beh... io credo che tutto vada letto almeno una volta, soprattutto se intendiamo per "tutto" almeno un libro di un autore che ne ha pubblicati quindici. Per dire. Avrei voluto avere maggiori notizie a proposito di Gorret per segnalare il romanzo x o il saggio y, ma ad esempio ho notato che è nominato come curatore di opere di artisti francesi (Céline!) senza che venga citata l'edizione. Quindi mi sono limitato a condividere questi appunti, questa scheda, per far riflettere sull'editoria, sulla cultura della val d'Aosta e sulla visibilità di un autore x già mainstream.
Il libro non mi ha affatto entusiasmato, va da sé. Onestamente dico che l'ho letto e che mi rimarrà impressa la clausola. Sul suicidio ho letto Drieu, Dagerman, Weininger, Morselli. Ho già toccato l'apice:).

Raffaella, grazie per le preziose integrazioni. Proviamo a fare un bilancio: al di là di Sapegno e di Gorret, non riusciamo a individuare letterati valdostani contemporanei viventi; nella musica e nel cinema nemmeno l'ombra d'un nome popolare; nella pittura si deve risalire agli affreschi medievali.

Partim credo dipenda dal fatto che scrivessero in altra lingua fino al secolo scorso. Partim nescio. :).

E' un bel discorso da tenere aperto, da oggi mi impegno a dare priorità alle creazioni figlie di culture minori ma di lingua italiana. E' giusto.

Per queste culture vale il discorso di sempre su autori "minori" o "laterali", e degni di riscoperta.

Grazie Andrea per il chiarimento!
Raffaella! Che dovizia! Accidenti, bastava che mi guardassi un po'attorno in salotto ieri sera e vedevo la coppa dell'amicizia: ce l'ho, me la regalò anni fa una mia amica che abita a Torino.
Infine i castelli della Valle D'Aosta: ho visto certe foto molti invitanti!!!!

naturalmente grazie! :-)

http://it.wikipedia.org/wiki/Matteo_Giulio_Bartoli

qui, sulle aree laterali. giusto per avere un'idea.

Ecco, questa faccenda della Val d'aosta è iqnuietante e geniale, per come l'hai posta..sul libro di per sé mi pare di capire ci siano comunque delle riserve, giusto?

Non eccessive; nel senso che è onestamente un buon libro e che molto probabilmente andrò in cerca di altri testi di Gorret: non grido al capolavoro ma segnalo un'opera interessante per diverse ragioni...

31. criptica risposta. O meglio devo leggerlo, ho capito :-)

Sono costretto a essere criptico. Da buon lettore il mio dovere era parlarne solo dopo aver letto o l'opera prima, o almeno 3-4 testi in assoluto. Ho fatto quel che potevo con l'ultimo di xx libri editi: diciamo che filologicamente non sono stato magistrale, ma ho ammesso tutto e subito:).

ok,sai che ti seguo :-)

Il discorso è che io non ricordo da quanto un libro non mi fa gridare al capolavoro. Leggo libri più o meno buoni; talvolta mi capitano sottomano opere buone di editori medi o grandi, talvolta no; e stesso discorso vale per quanto deriva dagli editori piccoli. E' un pezzo che devo scrivere buono, molto buono, interessante, trascurabile, etc. Ma è questione di onestà e di abitudine alla lettura, tutto qui. Un gran libro che ho letto da poco - per esempio: gran libro ma non capolavoro - è "europeana" del ceko Ourednik, edito bene in tutto il mondo ma poco (un solo libro: e di piccolo editore) in Italia. Ne parlavo in calce al pezzo di Karlsen su Satta. Gran libro ma non capolavoro. Eh.

Ecco, ci siamo capiti meglio, credo.

Io ormai mi sto invecchiando e altrove mi dicono che sono troppo esigente, nei confronti di quello che vedo e leggo. Ormai prima di gridare al capolavoro (seriamente) mi ci vuole molto. Anche nei confronti di cose "passate". Solo che apprezzo molto le tue capacità di analisi, non comuni, Gianfranco.

Danke amice. Io cerco di fare il possibile per dimostrarmi e dimostrarci che un approccio diverso alla cultura e alle arti è possibile: sposando onestà e passione, competenza e idealismo, nel sogno di tracciare un bel solco con quest'aratro virtuale sul futuro reale.
So che lo stesso vale per voi. Diamoci da fare.

La recensione di Gianfranco mi era sfuggita e un po' mi dispiace, forse avrei potuto interrompere sul nascere le ricerche di geografia... Sono tornata a vivere in Valle d'Aosta dopo esserci nata e la prima cosa che mi viene da dire è che si chiama Valle d'Aosta e non Val d'Aosta. E' un po' come la faccenda del trattino tra Emilia e Romagna o sai che c'è e che ci deve essere o ti sbagli di brutto e ignori la fatica di due regioni che hanno deciso di essere una. La seconda cosa che mi viene da dire è che la ricerca di "santini" locali non è utile a niente, ma effettivamente Sapegno nacque ad Aosta e ad Aosta è tornata la sua biblioteca (c'è una bella fondazione intitolata a lui che fa mille cose oltre a conservare le sudate carte dello studioso). Valdostano è anche Federico Chabod, storico evidentemente meno insigne di quanto mi sarei aspettata, e ad Aosta è nato per sbaglio Chiambretti... Venendo a Gorret sarà immagino una questione di età, ma esserselo lasciato sfuggire non è poi così scontato. Esordì in Narratori delle riserve curato da Cerami (primo tentativo anni '80 di vedere se qualcosa nelle patrie lettere bolliva in pentola)e il suo quasi recente Ballata dei tredici mesi è stato recensito, tra gli altri, da Massimo Raffaeli su Alias. Le Venticinque maniere sono passate al vaglio del talvolta fumoso (ma spesso acuto)Bruno Quaranta che ne ha scritto su TuttoLibri, il supplemento de La Stampa, arrivando a paragonare il buon Daniele alpigiano a Thomas Hardy... Insomma, non so francamente quanto c'entri la voldostanità ignota ai più con il lavoro di Gorret e non sono particolarmente propensa alle letture in chiave regionalista (o dovrei ammettere di ignorare tutto del peso antropologico esercitato dal Friuli-regione, dal Molise o dalla Basilicata, tanto per fare alcuni nomi, sugli scrittori autoctoni). Mi rimane, del resto, il fastidio per la romanità dei romani, la bolognesità dei bolognesi e la toscanità dei toscani, vera o spesso simulata, tanto per parlare di città e regioni in cui sono vissuta abbastanza a lungo per distinguere la verità cultural sociologica dalle patacche folkloristiche. Detto questo (che sono certa solleverà disaccordi) ho pubblicato Gorret (ebbene sì, sono valdostana e pure editrice) perché è un moralista fuori tempo massimo e perché merita attenzione. Scrive non capolavori senza guardare in faccia nessuno. E' testardo come un montanaro, innamorato di Alfieri che nessuno vuole più vedere dopo esserselo subito al liceo, ancronistico al punto di scrivere "prosa poetica" cioè endecasillabi mascherati da chiacchiere, insomma è grande e antipatico e silenzioso come il cliché della Val d'Aosta vuole quando si affianca nella mente la coppa dell'amicizia, la grolla, i vini che sanno di tannino e le bianche cime alla presenza "umana" in un contesto che di umano non ha niente (o niente che merita di essere conosciuto), ma vanta la montagna più alta d'Europa e altre cazzate faunistico ambientaliste che mandano in brodo di giuggiole i turisti.

Buongiorno, Viviana, ben ritrovata. Grazie per il prezioso intervento; è un assist per domandarti notizie di vostre pubblicazioni dedicate alla Valle d'Aosta, sono pronto ad annotare e ordinare. La curiosità è montata facilmente. Ricordo di averne letto in un vostro recente cs. Gorret: leggo con piacere notizie sulla recente o meno rassegna stampa, ma ti segnalo che purtroppo il problema che mi e vi ponevo era legato alla presenza dei suoi testi sugli scaffali delle librerie. D'altra parte non ti nascondo di non essere affatto avido lettore di Alias e di Tuttolibri, per ragioni piuttosto prevedibili; potrebbe essere apparso su entrambe una dozzina di volte, me ne sarei accorto una sola. Quanto alle letture in chiave regionalista, il discorso è un po' più complesso, in primis per il Friuli (non includo la Venezia-Giulia): qualche esempio, Sgorlon, Fignon sono i primi due nomi che mi vengono in mente; giusto in questi giorni sto leggendo "La casa a Nord Est" di Maldini. Diciamo che in generale invecchiando - come lettore, dico - m'accorgo che ci sono tratti insostituibili, non solo nella lingua e nell'ambientazione, che sono incontrovertibilmente espressione del territorio. E mi sembra fonte di ricchezza, di intelligenza e di estraneità all'appiattimento figlio delle logiche industriali di produzione seriale; proprio perché c'è una bella differenza tra chi simula e chi non pensa nemmeno al significato di simulazione. Chi simula romanità - penso ai riferimenti alla città di Roma proprio di questo ultimo Maldini di Marsilio - si sgama, come diremmo da queste parti, dopo 3 battute. E io non sono pura espressione del territorio, pensa, eppure me ne accorgo subito.
Bene, concludo salutandoti e ringraziandoti ancora per l'edizione e per il primo commento; attendo indicazioni bibliografiche con piacere.

In altre parole, la regionalità significa resistenza attiva alla menzogna dell'italianità. Magari se ne parla altrove.

Ave

"è grande e antipatico e silenzioso come il cliché della Val d?Aosta vuole quando si affianca nella mente la coppa dell?amicizia, la grolla, i vini che sanno di tannino e le bianche cime alla presenza ?umana? in un contesto che di umano non ha niente"

> queste definizioni sono decisamente affascinanti. Ti prego di considerarmi un allievo che vi sta ascoltando e leggendo e vuole imparare. La produzione di Gorret - e di Viviana Rosi - mi interessa molto. Non dimenticare che in buona parte vengo da terra di frontiera anch'io. Sarà quindi sensibilità "liminale", mettiamola così. A presto.

In libreria non trovi un sacco di cose, specie se per libreria si intendono le varie catene supermercato che ti schiaffano in prima linea pile di Einaudi o Feltrinelli o Mondadori a seconda del loro assetto proprietario. Detto questo, Gianfranco, non so quali siano i "prevedibili" motivi per cui non leggi Alias o Tuttolibri e forse non ha nemmeno così importanza. Spesso però mi sono chiesta come mai i lettori forti tendono all'autoreferenzialità del tipo "raccontiamocela tra di noi che ci capiamo" o comunque alla costruzione zelante di parrocchie con adorato parroco a guida di tutto. Penso, ad esempio, a Vibrisse nel web, a Fahrenait alla radio, ma anche a riviste (credo più lette a nord che altrove) come Pulp Libri o l'Indice dei libri del mese.
Tornando a Gorret e al rapporto letteratura e territorio ovvio che il sostrato geografico culturale agisce sempre, è solo che spesso non risulta facile misurarne l'importanza. Per Gorret, ad esempio, conta di più, a mio parere, il modello alfieriano della fontina. Se poi, però, è della fontina che vogliamo parlare, facciamolo. E' seguendone l'olezzo territoriale che come End abbiamo pubblicato, ad esempio, alcuni scritti inediti di Saverio Tutino, milanese di nascita, romano di adozione, toscano per via dell'archivio diaristico di Pieve di Santo Stefano, cubano per anni e anni e valdostano solo un po'per via della Resistenza combattuta a Cogne (l'ameno paesello della villetta...)e di una figla pittrice lasciata sulle Alpi. E a proposito di Tutino, temo che l'averlo pubblicato mi alieni le simpatie del tuo editore anticastrista. Non facciamoglielo sapere...

Viviana Rosi dice:

"come mai i lettori forti tendono all?autoreferenzialità del tipo ?raccontiamocela tra di noi che ci capiamo? costruzione zelante di parrocchie con adorato parroco a guida di tutto"

Gentile Signora, da lettrice forte e bibliotecaria Le esporrò il mio personalissimo punto di vista. Per molto tempo ho frequentato ambienti virtuali molto diversi, forum dove si parlava "anche" di letteratura e di libri. L'impressione generale era di squallore, devo essere sincera. Per mesi gli unici nomi erano quei tre o quattro della top ten libraria del momento, con eccezioni solitamente ben "recintate" (penso a Ciao, dove qualche recensione di buon livello non mancava, sotterrata tuttavia dalla componentistica più beceramente commerciale del sito). Mi scusi, probabilmente è vero che Lankelot dà - dal di fuori - l'impressione di una specie di acquario. O come dice Lei di parrocchia. Eppure alle volte io qui respiro un'aria "di casa" che non sono riuscita a trovare altrove (e pur continuando a frequntare anche l'altrove, nella speranza di veder cambiare un certo panorama). Ho imparato molto, ho condiviso, mi sono incuriosita e ho fatto qualche litigata intelligente. Se i lettori forti tendono a preferire questa forma di confronto, un motivo non banale ci deve essere. Forse, azzardo, un po' di estraneità con quel mondo che si accontenta dei primi in classifica o - come giustamente Lei dice in aprtura - degli scaffali del supermercato...

come quando si dice un vino fruttato. quali frutti. voglio dire, viene da uva. si intende altro. altri frutti. ma la terra. non è che ne sai la composizione. ma è la sua composizione a far sì che ci nascano piante piuttosto di altre. cose così. per me per chi scrive, e legge, e fa l'operaio o il manager. è lo stesso. che poi consciamente uno si rifaccia più ad alfieri che alla fontina, senza dubbio. ma se quello che l'ha cresciuto è la fontina, o il capocollo, beh, possiamo non saperlo, ma c'è anche quello nel suo lavoro. secondo me.
sui lettori forti. ma per dire. leggo qui. e leggo vibrisse (e per poco non ci finivo dentro con scarpe e tutto quanto), e leggo pure Tuttolibri il sabato. a volte addirittura l'inserto domenicale del Sole24ore. e mi è capitato Alias tra le mani. ma non la farei questione di lettura forte. piuttosto, di interessi. per cui un fumettista tenderà a parlare di certe cose più con fumettisti che con altri. un calciatore con i calciatori. un cacciatore con cacciatori. questo non vuol dire che un calciatore e un cacciatore non possano parlarsi, ma quando lo fanno, sarà riguardo ad altre cose. ad una festa, ci saranno tensioni che spingeranno a formare piccoli gruppi. insomma. purtroppo non c'è verso, il mondo è vario.
comunque, non devo essere un lettore forte, leggo tuttolibri e vibrisse e lankelot. però mi autorefe...ehm, sono in difficoltà. Secondo me, i lettori forti tendono alla razza pura.

42. Io prego ogni notte che vengano nuovi e più forti lettori a consigliare (bada: consigliare con argomenti frutto d'intelligenza più o meno condivisibile o spiccata) nuove rotte per chi ha viaggiato di meno. Preferisco raccontarmela con persone che reputo abbiano un gusto, se non critico in assoluto, più vicino al mio, e penso sia ovvio anche per gli altri che amano discutere e seguire consigli da queste parti. Crediamo nell'esperienza di maggior lettura come possibilità di maggior crescita. E' pacifico che esistano altri luoghi, per chi si sente lontano da certa tendenza accomunante, esplicito mi sembra. Una fede praticata c'è eccome: la ricerca del bello letterario (e non solo). Però non esistono né dogmi né sacerdoti; l'arte è un capriccio tanto divertente, dio così presuntuoso e noioso - perché non autocritico o autoironico (ma anche su questo che scrivo non la pensiamo tutti nello stesso modo, è un luogo vasto, credi).

Cara Viviana, i prevedibili motivi della distanza da Tuttolibri si possono sintetizzare così: non credo nei virtuosi restyling - nelle intelligenti riscritture - dei comunicati stampa selezionati degli uffici stampa amici. Preferisco, e non credo sia snobismo, rivolgermi con sicurezza ai siti ufficiali delle case editrici: sono già predisposto a setacciare i loro messaggi, a scandagliarli in attesa dell'epifania della "realtà" del testo.

Quanto ad Alias, evito di ribadire discorsi fastidiosi sui rapporti tra giornali e uffici stampa, limitandomi a segnalare che danno il meglio quando pubblicano articoli altrove impubblicabili. Penso, ad esempio, a un articolo su Lem di qualche tempo fa.

Quanto all'autoreferenzialità... è un discorso un po' più complesso. Io adotto altre fonti nelle mie ricerche. In prima battuta mi interessano le letterature e non le case editrici: non sono vittima della novità a ogni costo e non faccio l'imprenditore. Quindi non sono un consumatore attento, ma un lettore in ricerca. In seconda battuta esamino il dna delle collane dei vari editori possibilmente in loco - nel loro sito, nel loro catalogo. In terza battuta non ho abbandonato i miei manuali di Storia della Letteratura, mi piace consultare il Flora. In quarta battuta credo in una diversa forma di comunicazione e critica letteraria, volutamente ESTRANEA ALL'INDUSTRIA DEL LIBRO a qualsiasi livello. Mi interessano i Lettori Forti, in veste di consiglieri, e non le recensioni di Tuttolibri. In quinta battuta guardo gli scaffali della mia piccola libreria di quartiere: peraltro esoterica. Mi regolo bene sulle ultime novità. Potendo nemmeno metto piede da diverso tempo in un "Feltrinelli's Store".

In sostanza, sto cercando da anni ALTRO dalle logiche editoriali: come editore, per quel poco che ho potuto fare, mi sono battuto per DEVASTARLE DEFINITIVAMENTE. Ma il DEVASTATO sono stato io. Pensa: un editore che non fa corsi, non fa antologie, non prende stagisti, non pubblica a pagamento. Volevo fare Letteratura in Editoria. L'Italia ha risposto compatta: indifferenza o apprezzamento di minoranza. Me ne ricorderò.

Quanto alla fontina, per quanto mi riguarda ha un profumo più apprezzabile di un veterocomunista o di un castrista: peraltro posso nutrirmene. Il comunista mi rimane indigesto.   

Viviana Rosi dice: "i lettori forti tendono all?autoreferenzialità del tipo ?raccontiamocela tra di noi che ci capiamo? o comunque alla costruzione zelante di parrocchie con adorato parroco a guida di tutto"
Io la mia spiegazione ce l'ho. Da tempo. I lettori forti (ed in questo sito ne conosco diversi) navigano nel web, leggono, frequentano siti, blog, forum. Trovano Lankelot.eu, ci stanno bene, aderiscono. E' scelta consapevole e libera (io per esempio scrivo di frequente sul ciao.it che tutto è tranne che un bivacco di letterati o pseudo tali).
Io non mi sento affatto un animale esotico in cerca della riserva, lontano da tutto e da tutti. Il razzismo culturale (perché di questo si tratta) che pervade la logica editoriale e il palinsesto massmediatico ha di fatto escluso, per una bizzarra e sconclusionata idea della cultura di massa, tutti coloro i quali cercano, vogliono qualcosa in più. Il ghetto ce l' hanno costruito attorno, non ci siamo scappati noi. Non è possibile che in paese civile, democratico dicono, nel 2007, non si trovi una trasmissione sui libri fatta con intelligenza in sette canali nazionali, a nessuna ora. Non è possibile che solo raramente, per caso ed a tardissima ora vadano in onda film d'autore, spesso più "facili" e fruibili di boiate pseudo intellettuali che vincono magari l'oscar (mi riferisco alla cinquina di quest'anno).
Però noi lettori forti, amanti dei messaggi che veicolano contenuti anche se talvolta stranianti e straniati, ci siamo, siamo vivi e vogliamo vievre e leggere in questo mondo. Fateci spazio, dateci aria da respirare. Io reclamo solo di esserci, nonostante tendano a cancellarmi o ad isolarmi.

In ogni caso, della stupidità del concetto di cosmopolitismo e della sua adozione immotivata post-lumi potremmo discutere per decenni. Sarebbe da scriverci su un libello satirico. Figuriamoci sulle nazioni formate da popoli estranei, quando va bene.

Buffa cosa davvero leggere tutti questi interventi che hanno non so perché il tono della replica. Non ho scritto "Lankelot agisce come un gruppo parrocchiale", ho detto "NOI lettori forti siamo autoreferenziali", ci piace, insomma, parlare con chi ha (o crediamo abbia)i nostri gusti, coltiviamo spesso orticelli in cui viviamo tanto più beati quanto più possiamo contare su qualche Tartaro di passaggio pronto (si fa per dire) a minacciarci. Che i nostri orticelli, poi, si chiamino Vibrisse, Nazione Indiana, Lankelot o Corpo12 (tanto per citare il blog letterario che animo con alcuni amici comuni e che alcuni di voi conoscono), poco importa. Alla fine, spesso diciamo le stesse cose ("Basta con l'industria culturale! Basta con le classifiche!Basta con le manovre degli uffici stampa dei grandi editori!Basta ecc. ecc.")ma continuiamo a non sopportarci un granché. O almeno questa è la mia impressione. E, credetemi, volevo fare un po' di autocritica e anche dire che spesso sfuggono informazioni e consigli di altri "lettori in ricerca", come li chiama Gianfranco, per troppa attenzione nei confronti delle proprie "zucche" e troppa poca disponibilità nei confronti degli "zucchini" altrui.
Tornando a Gorret e alle recensioni dei suoi libri, mi pare difficile sostenere che, almeno nel caso delle Venticinque maniere, Tuttolibri abbia fatto "un'intelligente riscrittura" di un comunicato stampa di un editore amico, visto che l'editore in questione è End, è piccolissimo, non vanta conoscenti a La Stampa e nemmeno possiede un sito proprio e tanto meno un ufficio stampa degno di questo nome. Si vede che a volte i miracoli succedono e non sono nemmeno veri miracoli, direi piuttosto segnali che possono e devono essere letti. Come editrice ovvio che non posso non dirmi contenta, come sono contenta -da lettrice- ogni qual volta mi imbatto in recensioni di libri nati e cresciuti fuori dal coro su Lankelot, su Corpo12, sul domenicale del Sole, su Alias ecc. ecc.
Personalmente quando si tratta di segnalazioni, schede, recensioni non riesco proprio a farne una questione di resistenza alle "logiche editoriali", ma leggerle è per me un fatto di pura e semplice curiosità. Una delle mie riviste preferite, del resto, è Il Libraio, pubblicazione periodica, com'è noto, palesemente pubblicitaria.
In ultimo, concordo con tutto o quasi ciò che è stato detto, ma continuo a stupirmi dei toni usati, di una certa aria paranoica che si respira, di conoscenze mancate, del tutto lecitamente (e ci mancherebbe che tutti debbano sapere obbligatoriamente molto o poco sulla Valle d'Aosta e i suoi scrittori!), ma tradotte quasi in difetti altrui. Povero Gorret, non abbastanza valdostano da soddisfare curiosità a sfondo etnografico e nemmeno così "puro" da vantare solo e soltanto pubblicazioni (e recensioni) lontane dai Moloch dell'editoria nostrana!
(E poveri NOI comunisti che non ci vergogniamo di ciò che siamo e che ci tocca pure in sorte di essere paragonati a un formaggio delizioso ma inequivocabilmente puzzolente!).

Mah, tu ti ponevi una domanda e noi abbiamo provato a risolverla pensando a noi stessi, tutto qui.
Personalmente Il Libraio mi annoia alla lettura. Preferisco Corpo12 (già ti conosco) e Lankelot. E questa strana diffidenza verso gli orticelli estranei io non la percepisco. A me l'intelligenza in versione sopresa mi piace in particolar modo, e anche ad altri frequentatori, spero e ne sono convinto.