Amore è dedizione, dedizione totale. Resa incondizionata alla bellezza, e adorazione dell’armonia. Amore è perfezione, perfezione pura. Oblio del passato, dominio immutabile d’un eterno presente. Amore è coscienza dell’irripetibilità. Unicità ed esclusività. Una, ed una sola volta nella vita di ognuno di noi, accade. Da allora, quel momento è per sempre. Nessuna distanza, nessun abbandono, nessun tradimento, nessuna separazione, nessuna legge dell’uomo e nessun comandamento di un dio possono poi avervi potere, o influenzarne la memoria. Se è stato un amore infelice, è dolce illudersi che il futuro sia generoso e possa restituire le stesse sensazioni, o donare emozioni simili. È finita. Inutile domandarsi chi potrà originare lo stesso incanto. Nessuno, mai. Sei perduto. Se appartieni una volta – e appartenere significa comprendere d’essere per sempre di qualcuno – non potrai più donarti. Consegnarti, forse, o abbandonarti.
Incontri, ovviamente, e piacevoli perfino. Compagnia, forse. Complicità. Desiderio. No, non amore.
Werther, archetipo del puer aeternus, radicale idealista estremista: conosce il significato della sacralità, e della purezza. Adora la bellezza, e non conosce ancora l’amore. Dipinge: e dipinge con passione, riconoscendo che poesia e pittura sono sorelle, che l’arte è il cammino elettivo di ricerca.
Ondivago, e tuttavia infiammato di vita d’improvviso può osservare la natura e distinguere la mano di dio nei colori del tramonto, e nella dolcezza del sorriso d’un bambino rinnovare la sua innocenza. Perché la purezza di Werther è fonte di furore e di meraviglia: soffoca nei compromessi, appassisce nella prigionia borghese, sprofonda nella mediocrità di chi sopravvive, e non combatte più.
Werther vuole librarsi in un mare di profumi e trovarvi ogni nutrimento. La sua anima, scrive in una delle prime lettere, è specchio del dio infinito. Il cuore di Werther è giovane e incostante, mutevole: docile alle visioni. “Tutto s’annebbia ai miei sensi, si confonde e io sorrido trasognato guardando il mondo”. L’archetipo del Werther è quello del giovane che intraprende con disperazione e rabbia e amore il cammino dell’esistenza. Archetipo dalle poliedriche e ripetute incarnazioni.
Knut Hamsun racconta di un’incarnazione estrema e febbrile e piacevolmente contemporanea, in Fame. Salinger tratteggia il giovane Holden: altro sistema, identico archetipo. Phoebe è la memoria d’essere stati e la coscienza di essere immutabili, nello spirito. Ritorno all’innocenza attraversando incolumi la pioggia dell’esperienza dell’esistenza. Jeremias Gotthelf priva di lucidità Kurt di Koppigen, decide che viva un irregolare medioevo letterario, pur privo di passioni letterarie: ne deriva un barbaro, dapprima, quindi un visionario. Esiti ed epiloghi differenti: l’aeternus puer può combattere, soffrire gioire e formarsi, finalmente accettando d’essere mortale, e d’avere simili. Nessuno impedirà che la sua purezza rimanga incontaminata. C’è qualcosa – se osservate con cura, c’è sempre qualcosa – nel suo modo di sorridere, o di intervallare un discorso con una pausa, o di infuocarsi sino al delirio in nome d’un sogno, o d’un gioco, a suggerire a chi vuole intendere che niente potrà incidere nel suo spirito, che non sia intensità accecante e sensazione pura. L’arte, forse. L’amore, sempre.
Ecco come appare l’amore agli occhi di chi sta per consacrarsi. Figura ammantata di bianco, avvolta da un’aura di sacralità e sprigionante armonia. Tadzio nella “Morte a Venezia” di Thomas Mann, diafano e puro. Elena ne “Il piacere” di D’Annunzio, simbolo dell’esito della ricerca dell’esteta Sperelli. Beatrice nella “Vita Nova”, sublime apparizione di dea. Lotte nel Werther.
“Attraversai il cortile dirigendomi verso la casa; salii la scalinata e, varcata la soglia, vidi lo spettacolo più incantevole del mondo. Nell’atrio sei bambini, tra gli undici e i sei anni, si stringevano intorno a una graziosa fanciulla che indossava una semplice veste bianca ornata di fiocchi rosa sulle braccia e sul seno”.
Una danza di putti, dunque, la celebrazione d’una Venere pudica e splendida. Una semplice veste bianca. Le braccia, bianchissime. Questo pallore archetipico delle braccia dell’apparizione dell’amore. Luminosità, sino alla solarità. La reazione di chi contempla l’epifania della dea prevede, di norma, che dalla meraviglia si passi allo sgomento. D’un tratto, sgomento.
“E come spesso, immerso nello splendido fluire della sua voce, non sentivo le parole con le quali si esprimeva! (…) scesi trasognato, così smarrito in un mondo crepuscolare di sogni che quasi non mi accorsi della musica(…)”.
Si dissolvono le parole. Si ascolta una musica interiore. Irripetibile, forse: dovremmo domandare a Chopin, o a Francesco De Gregori, o ai Leprechaun che dicono di essere gli U2 quale sia il segreto per regalare questa musica a chi non può sentirla, o non ha coraggio di ascoltarla.
Adesso, Lotte e Werther danzano. La danza d’una musa:
“Vi si abbandona con tutta l’anima, il suo corpo è pura armonia(…) in quei momenti certo davanti a lei tutto scompare”. Stanno scomparendo le parole. Stanno scomparendo le immagini. Werther si trova nell’utopia, nel regno perfetto dell’immaginazione. Infatti, intuisce, danzando con l’apparizione della Bellezza: “Non ero più un essere umano”.
Assistiamo alla sua apoteosi. Stiamo contemplando l’assunzione d’un uomo nei cieli segreti dei sentimenti originari. L’innocenza, l’amore. L’adorazione della bellezza. Werther desidera cancellarsi. Dimenticare di esistere. Perché non è più un essere umano.
Precipizio improvviso. Lei è promessa ad un altro uomo. Confusione, disorientamento adesso: ottenebrata ogni percezione della realtà. Impossibile che lei possa appartenere ad un altro.
Werther, adesso, sospira : “La luna, le stelle e il sole possono attendere con tranquillità al loro corso: non so più se sia giorno o notte, tutto il mondo si dissolve attorno a me”.
Il ritmo delle lettere spedite all’amico e alla madre conosce brusche e improvvise accelerazioni, rallentamenti improvvisi, è un’onda irriverente e inarrestabile lo stile del giovane innamorato perché la sua anima crepita e instancabile pronuncia il nome della musa: e tuttavia, come poter costringere il tempo a cristallizzarsi, prima che le tenebre della separazione velino l’incanto?
A Werther si addice il presente. Il presente del desiderio, della conquista, della speranza. Il sogno. Vive la felicità che dio riserva ai fortunati, e l’euforia è incandescente: poter respirare al fianco di lei, poterla osservare, poterle sfiorare le mani. Ogni frammento del suo spirito è poesia.
E come sa maledire la possibilità che tutto finisca, e come è consapevole dell’abisso dell’indolenza e dell’inerzia della lontana vecchiaia: mai potrà accontentarsi di briciole di energia, ricordando d’esser stato un torrente impetuoso e inarrestabile. Sturm und Drang, tempesta e assalto. Dissoluzione delle consuetudini. Disgregamento delle norme. Tempo nuovo, logica nuova, arte perfetta. Werther adesso si adora. Se s’inganna e s’illude che Lotte lo ami, acquista ai suoi stessi occhi un valore immenso. Allora vacilla, sgomento, alla sola idea di perderla. Ed ecco, sprofonda.
“Per me lei è cosa sacra. (…) un essere angelico (…) ritorno a respirare liberamente”.
Lentamente. Assumere un respiro nuovo. Lentamente. Provvisoriamente. Impercettibilmente.
Non sa dipingere il volto della dea. Solo disegnare la sua silhouette. Per la prima volta, l’arte lo tradisce. Ma quale arte consente ad un uomo di ritrarre una divinità? Come nel “Capolavoro Sconosciuto” di Balzac, la tela d’un’immagine perfetta può lasciar intravedere, tra colori stupefacenti, solo l’ombra d’un corpo. Nel “Capolavoro Sconosciuto”, una caviglia. In Werther, la silhouette. Profanare la perfezione e osare dipingerla significare impazzire. Antico eroico peccato umano, hybris. Accompagneremo Werther consolando la sua disperata dedizione, e rallegrandoci delle frequenti nuove illusioni. Ascolteremo la voce di chi conosceva la natura dell’amore, e in nome della straordinarietà di quel sentimento ha rinunciato a se stesso.
Assieme a Werther, si dissolve un momento affascinante della nostra giovinezza. Un tempo, sogno e realtà potevano coesistere, e avremmo difeso quella splendida coesistenza con ogni forza. L’incendio nel nostro spirito non aveva bisogno d’esser sostentato: ardeva, e illuminava a distanza, come un faro.
Compagno, è finita. Un fiammifero.
S’allontana come uno spettro, è il furore dell’ideale, fino all’estremo limite. E oltre. Werther rifiuta di diventare normale. Rifiuta di sopravvivere. Rifiuta di amare altre che non siano la Bellezza. Nessun’ombra. Nessun doppelgaenger. Nessun compromesso. Amare, e non avere. Essere, dapprincipio: infine, morire.
EDIZIONE ESAMINATA:
Johann Wolfgang Goethe, “I dolori del giovane Werther”, Demetra, Verona, 1996. Traduzione di Gemma De Sanctis.
J.W.G., Die Leiden des jungen Werthers, 1774.
Lankelot, G.F., luglio del 2002.
Commenti
"Amore è dedizione, dedizione totale. Resa incondizionata alla bellezza, e adorazione dell?armonia.
Amore è perfezione, perfezione pura. Oblio del passato, dominio immutabile d?un eterno presente.
Amore è coscienza dell?irripetibilità. Unicità ed esclusività".
Be', l'incipit non fa una piga.
una piega, ovviamente
"Werther, archetipo del puer aeternus, radicale idealista estremista: conosce il significato della sacralità, e della purezza. Adora la bellezza, e non conosce ancora l?amore. Dipinge: e dipinge con passione, riconoscendo che poesia e pittura sono sorelle, che l?arte è il cammino elettivo di ricerca".
Anche questo passo non fa una piega.
"Una danza di putti, dunque, la celebrazione d?una Venere pudica e splendida. Una semplice veste bianca. Le braccia, bianchissime. Questo pallore archetipico delle braccia dell?apparizione dell?amore. Luminosità, sino alla solarità. La reazione di chi contempla l?epifania della dea prevede, di norma, che dalla meraviglia si passi allo sgomento. D?un tratto, sgomento".
Che bella prosa, la tua. Adatta ad introdurre un'opera come questa.
"Accompagneremo Werther consolando la sua disperata dedizione, e rallegrandoci delle frequenti nuove illusioni. Ascolteremo la voce di chi conosceva la natura dell?amore, e in nome della straordinarietà di quel sentimento ha rinunciato a se stesso. Assieme a Werther, si dissolve un momento affascinante della nostra giovinezza. Un tempo, sogno e realtà potevano coesistere, e avremmo difeso quella splendida coesistenza con ogni forza. L?incendio nel nostro spirito non aveva bisogno d?esser sostentato: ardeva, e illuminava a distanza, come un faro.
Compagno, è finita. Un fiammifero.
S?allontana come uno spettro, è il furore dell?ideale, fino all?estremo limite. E oltre. Werther rifiuta di diventare normale. Rifiuta di sopravvivere. Rifiuta di amare altre che non siano la Bellezza. Nessun?ombra. Nessun doppelgaenger. Nessun compromesso. Amare, e non avere. Essere, dapprincipio: infine, morire".
Splendida anche la tua conclusione. Questo è un pezzo da incorniciare! Per un romanzo che racconta l'amore come pochi altri nella storia dell'uomo.
Giù il cappello, per Goethe e per il nostro Franco!
La tua rec, Gianfranco, è splendida.
La chiusura imperiale.
Quel riferimento a Salinger mi piace moltissimo, adoro quel libro, vorrei averlo scritto io.
Non credi che se Foscolo avesse scritto oggi Le ultime lettere di Jacopo Ortis si sarebbe gridato al plagio? L?unica diversità fra i due è che quest?ultimo rafforza il motivo del gesto di suicidio con la perdita delle speranze politiche, mentre Goethe concentra le sue intenzioni sull?impossibile amore di Werther per Carlotta.
Credo.
Raffaella
la mia lettura del Werther, seguita da quella dell'Ortis (molto inferiore secondo me, concordo con Raffaella sul discorso del plagio) risale ai tempi del liceo, quindi ne conservo un ricordo vago. Di Goethe ho amato poi Le affinità elettive e ammirato la complessità e la grandezza del Faust.
Devo dire che la tua rec è magistrale: l'incipit è appassionato e tutto l'insieme trascinante.
*
"Se appartieni una volta ? e appartenere significa comprendere d?essere per sempre di qualcuno ? non potrai più donarti. Consegnarti, forse, o abbandonarti.
Incontri, ovviamente, e piacevoli perfino. Compagnia, forse. Complicità. Desiderio. No, non amore."
Fantastico.
Beh, Ortis è un omaggio a Werther, con poche alterazioni significative - quelle che ricordava Raffaella.
Quanto al resto, vi sorrido e vi ringrazio per le varie condivisioni empatiche. Merito totale dell'anima e della scrittura di Goethe, che vanno solcando il tempo.
"plagio". Intanto mi sono veramente rilassato a una lettura amena e meno impegnativa di un trattato di diritto. "Plagio": parola forte. Foscolo si rivolterebbe nella tomba se potesse leggerla. No: forse è meglio dire "influenza", "influsso" e "fascino" che portarono il Foscolo all'IMITAZIONE. Ricordo che l'imitazione era un CARDINE della POETICA NEOCLASSICA. Foscolo è a mezza strada tra Neoclassismo e Preromanticismo; e comunque "rifarsi" a un modello ritenuto pressoché PERFETTO, per un neoclassico era un vanto; per i lettori UN PASSAGGIO OBBLIGATORIO per quanti si dedicavano al mestiere ingrato della letteratura, mestiere "guastato", diceva Manzoni...
Sì, imitazione.
Dai...
T'accontento caro dott. Franchi. Allora: Per ogni "classicismo" e quindi anche per il "Neo"classicismo gioca un ruolo fondamentale il "modello". Per i Neoclassici l'arte nel mondo antico ( e quando dico "arte" intendo TUTTE LE ARTI) aveva raggiunto la PERFEZIONE. E' ovvio che ai "moderni" restavano poche chances, anzi, ne restava una sola: l'IMITAZIONE degli antichi. Di qui, in lingua un uso persino ossessivo di latinismi e grecismi, nonché, un uso parossistico dei riferimenti mitologici. Tutto ciò, questa "totale" imitazione dell'antico non precludeva al poeta neoclassico la "via" della modernità e della contemporaneità: il che significa che il poeta neoclassico poteva scrivere anche di cose assolutamente a lui contemporanee. Come si diceva allora "Cose NUOVE, ma...CON LINGUA ANTICA". Basta che tu pensi, per esempio, al MONTI e alla sua ODE al "Aignor di MONTGOLFIER": egli esaltò la nuova invenzione e le sue indubbie "essenze" progressiste, ma... quanta mitologia!
D'accordo, e grazie per il sempre gradito ripasso. Ma imitare un contemporaneo non è imitare un antico. Saccheggiare e rubare un'idea non è avere un'idea interessante, è averla rubata.
La questione antica dell'imitatio cum variatione sancisce la dipendenza di una letteratura periferica da una centrale.
Satura tota nostra est, sed Ortis manco per niente.
E' come se oggi riscrivessero, che so?, "Il giovane Holden".
Oops, da 50 anni qualcuno ci marcia su... capisci?
(Il Monti era un cortigiano bolso. Per la sua Ode a Montgolfier s'è inasprita la discussione con il professore di Italiano, esterno, nella mia maturità classica del 1996. Monti andava fatto a pezzi e scorticato - come poeta dico - per ritrovare un pizzico di personalità e di verità)
"D?accordo, e grazie per il sempre gradito ripasso". Lo sai che io mi faccio in quattro per gli amici!
"Saccheggiare e rubare un?idea non è avere un?idea interessante, è averla rubata".Allora, vecchio mio, tu sei un "romantico", che ti porti dietro un'dea fondante del nostro Grande Eomabticismo: L'ORIGINALITA'. Un poeta "classico" non ha di questi problemi. L'imitazione poteva spingersi sino ai limiti dell'assurdo e persino del cattivo gusto. Ti ricordo un fenomeno che ebbe un rilievo europeo: IL PETRARCHISMO. C'era gente che componeva nuovi sonetti con gli stessi versi del Petrarca: eppure... la cosa, allora!, non faceva poi tanto ridere. Il poeta "classico" si perde e quasi si "confonde" con il suo modello, "oceano" in cui annegare totalmente.
So, so. Ma per garantirci il primo scatto in avanti, dopo 5 secoli di epigoni, abbiamo dovuto aspettare Leopardi, e poi Ungaretti e Caproni. Il petrarchismo è stato un modello magnifico ma immobilizzante.
15. Eppure Ungaretti mette se stesso e Leopardi nella linea "petrarchesca". I modelli sono immobilizzanti solo per chi non si saprebbe muovere comunque.
Ah sì. Ma studiando Letteratura Italiana ci accorgiamo di quanti danni abbia fatto il petrarchismo, quand'è stato inteso - ripeto, molti secoli - come pedissequa e puntuale imitazione del modello.
Risultato? Secoli di poeti spariti nel nulla.
17. Sì, ma quello che volevo dire è che se un poeta ripete pedissequamente, forse poeta non è, no? D'altra parte, anche il leopardismo ha creato nell''800 una schiera di epigoni.
Il modello fa una sorta di selezione naturale (-:
All'inizio tutti lo seguono, ma è chi riesce a distaccarsene (magari assimilandolo in profondità, e non semplicemente nelle forme esteriori) che è fertile.
"L?imitazione poteva spingersi sino ai limiti dell?assurdo e persino del cattivo gusto", ci insegna Sard.
Questioni di Zeitgeist?
chi sa.
ahahah!