Il titolo del libro di Giunta (docente universitario di letteratura italiana, non sociologo né mass-mediologo di professione) rivela già di per sé lo spirito ‘militante’ e poco accademico con cui è stato scritto: il presente cui si allude è quello dello strapotere pressoché incontrastabile della sottocultura mediatica (televisiva anzitutto); tanto pervasivo da configurare ormai una vera e propria ‘rivoluzione culturale’ nel senso più sinistro e minaccioso che questa espressione ha assunto a partire dall’esperienza cinese – cui vagamente si allude- di quaranta anni fa.
Questa sottocultura trionfante dei media sta erodendo sempre più spazi e influenza alla cultura autenticamente intesa, l’unica che, secondo Giunta, resta in grado di promuovere lo spirito critico e il senso etico e civico degli individui e che egli identifica tout court con la formazione umanistico-letteraria tradizionale.
Il conflitto tra il compito autenticamente educativo della scuola da un lato e, dall’altro, la omologazione acritica dell’uomo-massa perseguita dai media costituisce, secondo Giunta, il nodo drammatico del problema. Le agenzie normalmente deputate a impartire questa educazione (la scuola e l’università) appaiono sempre più isolate e accerchiate dalla concorrenza della sottocultura mediatica e sviluppano per lo più, rispetto a quella, strategie compromissorie o controproducenti: la scuola rincorre spesso i media abbassando il livello dell’istruzione e volgarizzandone o banalizzandone i contenuti; l’università, per parte sua, si chiude in un inaccessibile iperspecialismo che le impedisce ormai di svolgere il suo ruolo di guida e di esempio culturale.
L’unica strada percorribile sembra all’autore quella di una coraggiosa e sistematica reazione delle istituzioni educative tradizionali, una loro resistenza attiva e combattiva su larga scala all’assedio della barbarie subculturale imposta dai media e dal mercato globale; tutto ciò nella consapevolezza che la soluzione possa darsi solo ristabilendo una gerarchia dei valori e dei fenomeni culturali e non appiattendoli nel flusso indistinto di una effimera e superficiale fruizione consumistica.
Scritto con densità di linguaggio e lucidità di argomentazione, il saggio di Giunta tradisce di continuo, senza esplicitarla, una accorata partecipazione dell’autore alla problematiche che tratta ed alle tesi che avanza; non avrebbe potuto d’altro canto accadere diversamente di fronte a una crisi culturale epocale che richiede nette prese di posizione e chiari giudizi di valore e non può essere affrontata attraverso asettiche analisi accademiche.
Resta tuttavia il dubbio, leggendo le conclusioni, su chi debba, secondo l’autore, assumersi per primo l’onere concreto di dichiarare questa controffensiva: di promuovere, cioè, la tutela e la diffusione della cultura alta quale unico antidoto alla mercificazione e alla massificazione mediatica e quale insostituibile veicolo non solo di formazione dell’individuo, ma anche e soprattutto di educazione del cittadino. Chi legge crede di capire (perché l’autore non lo esplicita) che debbano essere in primis i nostri politici, coloro cioè che governano la scuola e l’università; ma se così fosse – viste le riforme scolastiche e universitarie degli ultimi anni, tutte immancabilmente indirizzate a cavalcare, anziché a combattere, la marea della subcultura di massa e a vezzeggiare bassamente il principio mercantilistico della customer satisfaction – l’auspicio dell’autore sarebbe, oggi come oggi, soltanto un’utopia.
BREVI NOTE
Claudio Giunta, L’assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso, Il Mulino, Bologna 2008
Paolo Mazzocchini
Commenti
Nuovo articolo del professor Mazzocchini!
Avevo letto da qualche parte del libro e l'argomento merita di essere preso molto seriamente.
Ovviamente condivisibile l'analisi di Giunta anche se mi pare si tratti di un grido di allarme da riserva indiana, a uso e consumo cioè dei pochi chierici ormai interessati e in grado di cogliere il messaggio.
Il fatto è che viviamo nel mezzo di una rivoluzione mediatica, e ogni fenomeno di questo tipo comporta sensibili cambiamenti non solo nel significante ma anche nel significato. Una trasformazione nella modalità di espressione e trasmissione dei segni provoca alla lunga una trasformazione nel modo di interpretarli, e cioè nel pensiero.
Obiettivamente credo ci sia ben poco da fare oltre ad assistere agli sviluppi con quel poco o tanto di senso critico che ci resta.
"Questa sottocultura trionfante dei media sta erodendo sempre più spazi e influenza alla cultura autenticamente intesa, l?unica che, secondo Giunta, resta in grado di promuovere lo spirito critico e il senso etico e civico degli individui e che egli identifica tout court con la formazione umanistico-letteraria tradizionale."
> Sì. C'è solo un rimedio. Combattiamo.
Battiamoci. All'ultimo sangue.
2. Sai io non credo che i sia poco da fare. Io intanto ho spento da diversi anni il televisore e la sera leggo, ascolto la musica o vado a teatro. Tanto per dirne una.
E poi non compro libri nelle librerie Feltrinelli, né frequento i centro commerciali.
Inoltre se siamo qui a dicutere, come osserva Gianfranco, stiamo già combattendo....
Gian Paolo