R.: Il mondo dell’oseleto è il mondo caro, domestico e familiare dell’infanzia trascorsa in paese a Malo, un universo a misura d’uomo, un mondo di intimità collettiva, in cui tutti conoscevano tutto di tutti, in cui tutti si sentivano parte organica di un tutto, un tutto fatto di realtà rurali e artigianali, destinate a essere travolte e incenerite da un progresso economico tumultuoso e violento e dal trionfo delle metropoli, dal rigoglio banale e potente di un mondo nuovo che avrebbe distrutto, quel “piccolo mondo antico” in cui “le distanze erano piccole e fisse come in un teatro”, “prima che ci capitasse – scrive Meneghello in “Libera nos a malo” – fra coppa e collo questo benessere economico, come una piacevole legnata che ci ha fatto perdere l’orientamento”. Questo passaggio dalla civiltà contadina alla civiltà industriale, come tu ben illustri, nel tuo bellissimo libro “La ladra di pannocchie”, rappresenta per Meneghello, come per Pasolini, una mutazione antropologica, un genocidio, un’omologazione culturale. Meneghello, come Pasolini, rimpiange e lotta per questo mondo contadino prenazionale e preindustriale dell’”età del pane” (come scriveva Pasolini nei suoi “Scritti corsari”). Pasolini diceva: “Io darei tutta la Montedison per una lucciola”, ma il Veneto - come ha notato Ferdinando Camon – ha dato tutte le lucciole per una Montedison. Pasolini, come Meneghello, cantava “l’umile Italia” e “un’altra vita contadina / che conosce grandi vasi di terracotta e pozzi / e diede ragazze regine / emigrate in città”. Così Meneghello di questo mondo contadino perduto non rievoca il grigio pesto e tetro della vita povera, ma rivive le primitive gaiezze, lo spirito tutto natura e fescennino, le energiche carnalità di quel mondo fatto tutto di cose, ne inietta dentro la vita e il sangue e il suo stile è - come scrive Ernesta Pellegrini – “un misto di rozzezza squisita, di prezioso infantilismo, di dialetto cruscaiolo, di purismo volgare, di religiosità allegra e di pagano moralismo”. Un mondo violentato non solo dal progresso, che nel giro di due generazioni ha distrutto una millenaria cultura e una altissima civiltà, ma anche da una lingua che per gli abitanti di Malo che parlavano dialetto era un’”altra lingua”, una lingua straniera. Pensate al trauma del piccolo Meneghello che nel primo giorno di scuola sente dire dalla grande e immensamente inconfutabile maestra Prospera che oseleto si scrive uccellino. Per la prima volta esperimenta la radicale differenza fra cultura orale e cultura scritta, fra ciò che si dice in paese e ciò che si impara a scuola. E in quell’oseleto Meneghello ritrova quella che Bufalino chiama “la sua dilapidata immortalità di bambino”.
Il mito della provincia è un tema che si trova in tutta la letteratura del ‘900, come ha ben scritto la Pellegrini, da Fellini a Brancati, da Fenoglio a Pasolini, ma la provincia che interessa Meneghello è la provincia culturale, è la cultura paesana che è legata alla lingua di Malo, cultura che è fatta di una lingua irriflessa, popolare e dialettale che si scontra con la lingua nazionale. “Non c’è passaggio – scrive Meneghello – in Italia fra come impariamo a vivere e a parlare e come impariamo a leggere e a scrivere”. Lo scopo del suo libro è quello di “far splendere quella sgrammaticata grammatica” del dialetto parlato. Oggi che i bambini, anche nei paesi di campagna, non imparano più il dialetto e apprendono dalla televisione quella stereotipa lingua standardizzata, povera e romanesca, il dialetto è morto. Ma con la morte del dialetto – dice Meneghello – “non muoiono certe alternative per dire le cose, ma muoiono certe cose”. Così nella sua opera contrappone due mondi: il mondo dell’infanzia in opposizione a quello degli adulti, il mondo del paese in contrasto con quello della nazione, il mondo del dialetto in rotta di collisione con quello della lingua, il mondo delle cose e della cultura materiale in contrapposizione al mondo della cultura scritta. L’idea di fondo è l’opposizione fra lingua vera e naturale e lingua falsa e artificiale. Diceva Svevo che ogni qualvolta che parliamo italiano, mentiamo. “La mia infanzia – ha detto Meneghello in un convegno a Bergamo del 1984 – è trascorsa in ambiente completamente dialettofono. A casa mia e attorno a me si parlava esclusivamente dialetto e il dialetto del mio paese è una variante del dialetto vicentino. L’italiano si imparava quando si andava a scuola a cinque anni”. Io nel mio libro mi immagino la scena degli scolaretti che sono invitati dalla maestra a guardar fuori dalla finestra e vedono un uccellino. La Prospera chiede cosa avessero visto. E tutti in coro l’oseleto. Che differenza c’è fra l’oseleto e l’uccellino? Ce lo dice lo stesso Meneghello in “Jura”: “Un uccellino non fa ciò che fa un oseleto, il quale non fa quasi niente. L’uccellino è energico, fattivo: svolazza, loda Dio; si fa ritrarre nei libri di lettura… quando viene la primavera lui l’annuncia; è utile alla società, anzi pare un servitorello della primavera, della maestra…Al contrario l’oseleto è uno scalzacane. Non sa niente, non sa le poesie a memoria, non entra nei dettati, nei libri, nei pensierini… Non pare che abbia alcuna funzione, non interessa alle persone istruite. Eppure tutti sanno che ha una qualità che all’altro manca: è vivo, ed è proprio lui che presta all’altro una sembianza di vita. Perché l’uccellino, con tutto il suo lustro, ha l’occhietto un po’ vitreo”.
Nel convegno dell’84 Meneghello cita alcuni quaderni della prima elementare (1928) in cui scriveva alla mamma che si trovava a fare la maestra in Friuli: “Cara mamma, ti prego che mi mandi un uccillino per copiarlo…”. Questo uccillino scrive Meneghello - mi ha dato da pensare: aprendo i quaderni ho visto che c’erano altri strafantucci alati della stessa famiglia che svolazzavano un po’ dappertutto. E così sullo slancio di questa scoperta ho fatto una ricerca abbastanza approfondita e ho scritto una decina di saggi, nei quali ho esaminato, con la massima cura, ogni aspetto di questo processo di imparare a scrivere, almeno per ciò che riguarda me personalmente. E’ un processo irto di complicazioni. Risulta, per esempio, che, sulla base di ciò che mi veniva insegnato e della mia competenza di dialettofono, ci sarebbero stati almeno 12 modi giustificabili e ragionevoli di scrivere uccellino, ma di tutte queste forme una sola (nel mio elenco al numero 10) era considerata giusta, mentre le altre erano, per così dire, erano illegali. Fatto sta che il primo uccellino diciamo così legale venne a posarsi nel quaderno di seconda elementare, sia pure con una nuova pagliuzza di illegalità grafica, supplementare nel becco, dato che l’uccellino era scritto senza l’apostrofo. Insomma i ragazzi dialettofoni della maestra Prospera commettevano un gran numero di errori che oggi chiamiamo ortografici (per esempio scrivevano balocci o ballocchi, banbole o binbe), errori, per così dire, necessari nel difficile apprendimento della lingua italiana.
Certo che l’italiano non era una lingua sconosciuta. Erano innumerevoli le parole o frasi in italiano che arrivavano agli scolaretti attraverso i canali della vita e della cultura ufficiale urbana. In paese si diceva il “pericolo giallo” e non “el pericolo zalo”. La difficoltà consisteva nell’imparare a scrivere. Verso la fine della quinta elementare – nota Meneghello – i bambini riuscivano parlare in lingua senza difficoltà. “L’intero passaggio – scrive l’autore in “Jura” – della lingua scritta appariva irto, selvatico, pericoloso. C’era una sorta di legge della giungla non un insieme di norme di ortografia. Quando, da lontano, la pensiamo come una mera questione di ortografia mi pare che perdiamo il senso del vero, di quel lungo processo alienante e penitenziale in cui si impara a usare violenza alla propria natura per costruirsi un’altra lingua artificiale”. Quindi oseleto era l’unica parola da dire in paese e l’uccellino l’unica parola da scrivere in lingua. L’uso del dialetto era orale e non scritto, oppure si poteva scrivere in dialetto solo per burla o per scherzo. Come la maestra Zoroaide, eccezionalmente devota, che sotto il cuscino del fratello fanatico cacciatore aveva scritto: S’ciopo e oseleto fa l’omo poareto. Alla quale il fratello aveva solertemente risposto: Fra le cesa e la sagristia te deventi sempre pì inseminia. Le conseguenze di questo stato di cose – conclude Meneghello - nella vita intellettuale e nelle successive attività linguistiche, per me furono incalcolabili.
2 D.: Meneghello (nel XXI secolo) è più noto di Zanella, specie per la sua singolare capacità di rendere esilarante l’uso del dialetto vicentino “in area conservativa”, che rende ricca di fascino la sua scrittura e diverte il lettore specialmente veneto. Dacci un breve profilo dei due e specialmente del quasi dimenticato Zanella.
R.: Dal contrasto fra il mondo della cultura materiale e il mondo della cultura scritta nascono l’umorismo, il riso che caratterizzano “Libera nos a malo”. Due mondi e due culture: cultura materiale orale opposta alla cultura scritta, cultura delle civiltà povere in opposizione a quella delle civiltà ricche, cultura del necessario opposta alla cultura del superfluo e dello spreco. “Le cose andavano così: – scrive Meneghello – c’era il mondo della lingua, delle convenzioni…e il mondo del dialetto, quello della realtà pratica, dei bisogni fisiologici, delle cose grossolane… Bastava contrapporli questi due mondi e scoppiava il riso. Ridevamo recitando con le donne di servizio:
Bianco rosso e verde
Color delle tre merde
Color dei panezèi
La caca dei putèi…
Bianco rosso e verde era soltanto una frase in lingua; il resto era il suo counterpart in dialetto. C’era però un contenuto polemico in tutto questo: si sentiva che il dialetto dà accesso immediato e quasi automatico a una sfera della realtà che per qualche motivo gli adulti volevano mettere in parentesi. Si sentiva anche che in questo gli adulti facevano la commedia, e si ammirava il modello del piccolo anonimo popolano che aveva radicalizzato la protesta fino a investire i rapporti fondamentali dell’uomo, Famiglia e Religione.
Aveva subìto fremendo certe imposizioni dei genitori: poi l’intervento gratuito dell’ autorità ecclesiastica lo esasperava del tutto. Di questa esperienza ci ha lasciato un conciso documento.
Me pare me mare
me manda cagare
el prete me vede
mi taco scoréde.
Era evidentemente molto arrabbiato: ma è impensabile che a questo precorritore della gioventù bruciata, nell’atto di manifestare il suo sentimento, non venisse anche un po’ da ridere”.
Il dialetto dava libero accesso (in contrapposizione alla lingua ufficiale imposta dal fascismo che bandiva dalla scuola il dialetto) alla sfera scatologica che è la sfera della carnevalizzazione, come la definisce Batchin, la sfera dello sfogo e della protesta popolare, tipica dei portatori del carnevalesco che sono le classi inferiori, gli emarginati e i bambini.
Tu mi chiedi alcuni esempi esilaranti dell’uso del dialetto. Basta leggere la celebre pagina del Pater noster del contadino che interpretava a suo modo ed esasperava in senso comico e parodistico l’uso di una lingua incomprensibile come il latino: Il Pater noster si concludeva con la famosa invocazione a Dio: Libera nos a malo. Amen (Liberaci dal male. Così sia). Ma il contadino ne faceva un’unica espressione: Libera nos amaluàmen e la interpretava come una invocazione a Dio per la liberazione dal luàme e dai luamàri che facevano tante vittime soprattutto fra i bambini che cadevano nei luamàri, costruiti vicino alle case, e talvolta vi trovavano la morte:
Questo dimostra, secondo Meneghello, che la parola dialettale “è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito, dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua”.
La parola dialettale, essendo l’espressione diretta e immediata della realtà e della vita (Meneghello di della “cosa”), ha un’energia profonda, primigenia, abbagliante e abbacinante ( come dice Domenico Starnone).
A confronto del dialetto l’italiano appariva una lingua astratta, artificiale e legata alle istituzioni. Così come astratti erano gli inni fascisti che non venivano capiti, ma reinterpretati e deformati dagli abitanti di Malo che parlavano dialetto. Era incomprensibile il canto fascista:
Vibra l’anima nel petto
sitibonda di virtù,
freme, o Italia, il gagliardetto
e nei fremiti sei tu.
che veniva adattato al dialetto e reso comprensibile ai dialettofoni di Malo in questo modo:
Vibralani! Mane al petto!
Si defonda di vertù:
freni Italia al gagliardetto
e nei freni ti sei tu.
Nel cantare l’inno si doveva portare le mani al petto. Di qui l’interpretazione: Vibralani! Mane al petto. Chi erano i vibralani? Nell’interpretazione popolare erano degli eroi e i bambini della maestra Prospera che cantavano l’inno fascista, portando le mani al petto, si sentivano orgogliosi di far parte di questa categoria di superuomini e di eroi che erano i vibralani.
Così, nell’inno della canzone fascista pugneremo forte forte, il latinismo “pugnare” (combattere) veniva interpretato come dare dei pugni forti forti.
Così era in uso cantare in paese l’inno francese della Marsigliese (insegnato da don Pacher) che incominciava A lon zanfàn. Poi continuava: marchon, marchon (marciamo, marciamo) ecc., parole incomprensibili che venivano interpretate dagli abitanti di Malo come un insulto, perché i marsoni erano pesci piccoli, goffi e sgraziati che si pescavano nell’Astico.
Così l’inno fascista a Roma:
e la pace del mondo
oggi è latina
veniva inteso:
e la pace del mondo,
o gelatina.
Il fratello di Menegello, Bruno, che aveva fatta la grande guerra, spiegava a Luigino che si trattava della gelatina degli esplosivi che lui conosceva bene. Ma Luigino gli obiettava che gli antichi romani non conoscevano la gelatina e gli esplosivi. Allora – spiegava Bruno – doveva trattarsi della gelatina della carne in scatola che usavano i soldati al fronte. Al che Luigino rispondeva che gli antichi romani non avevano la carne in scatola. Le acute osservazioni del bambino facevano mandare su tutte le furie Bruno che tagliava corto dicendo: “ma l’inno dimostra che i romani la carne in gelatina dovevano averla”.
Un’altra parola dotta e incomprensibile era l’”accidia”, termine di derivazione latina che veniva appreso nello studio del catechismo, termine che veniva collegato, nell’interpretazione etimologica popolare, all’acciuga: “S’introduceva – scrive Meneghello – irresistibilmente l’idea che fosse un pesciolino color marrone, arricciato come un’acciuga e fortemente salato. Dicevano che questo settimo vizio capitale colpisse specialmente i monaci e gli eremiti: si svegliavano alla mattina, con innumerevoli accidie attaccate al corpo e quelli che cedevano alla tentazione del demonio le coglievano come frutti e le mangiavano”
3 D.: L’Autore di Malo accenna al poemetto “Milton e Galileo” che rappresenta uno dei loci più profetici dello Zanella. Il capitolo che tu dedichi all’argomento, costellato di citazioni illustri, di abissali aforismi, mi pare di eccezionale “Bellezza”: è coinvolgente per la sua modernità filosofica. Proprio ieri ho ascoltato alla TV un signore che si chiedeva: “la bellezza ci salverà?” Ma non citava le molte prestigiose fonti antichissime e contemporanee cui attingeva, che tu invece ti preoccupi di acribicamente illustrare con precisi rinvii. La bellezza e “l’amore che condivide il dolore” salveranno il nostro entropico mondo?
R.: “La bellezza salverà il mondo”. E’ una celebre espressione che incontriamo nell’Idiota di Dostoevskij, frase ripresa dal papa Giovanni Paolo II nella “Lettera agli artisti” del 1999. Il papa dice che “il mondo nel quale viviamo ha innanzitutto bisogno di bellezza e di giustizia sociale per non cadere nella disperazione”. E cita il poeta polacco Cyprian Norwid che dice: “La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere”. “Il tema della bellezza – continua il papa – è qualificane per un discorso sull’arte. Esso si è già affacciato, quando ho sottolineato lo sguardo compiaciuto di Dio di fronte alla creazione. Nel rilevare che quanto aveva creato era cosa buona, Dio vide anche che era cosa bella. Il rapporto tra uomo e bello suscita riflessioni stimolanti. La bellezza è in un certo senso l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza. Lo avevano ben capito i Greci che, fondendo insieme i due concetti, coniarono una locuzione che li abbraccia entrambi: kalokagathìa, ossia “bellezza-bontà”. Platone scrive al riguardo: “la potenza del bene si è rifugiata nella natura del Bello”. E’ vivendo ed operando che l’uomo stabilisce il proprio rapporto con l’essere, con la verità e con il bene. L’artista vive una peculiare relazione con la bellezza. In un senso molto vero si può dire che la bellezza è la vocazione a lui rivolta dal creatore con il dono del “talento artistico”. E’, certo, anche questo è un talento da far fruttare, nella logica della parabola evangelica dei talenti. Tocchiamo qui un punto essenziale. Chi avverte in sé questa sorta di scintilla divina che è la vocazione artistica avverte al tempo stesso l’obbligo di non sprecare questo talento, ma di svilupparlo, per metterlo a servizio del prossimo di tutta l’umanità”.
4 D.: Il tema letterario specifico del temporale, della pioggia, della grandine da sempre terrore del contadino, ti affascina fino a divenire argomento “centrale” per vari capitoli. Partendo dal sonetto XVI dell’Astichello zanelliano, tu perlustri in dotta ricognizione a volo d’uccello, oltre un secolo di poeti: l’inespungibile D’Annunzio, Montale, e via fino ai “poeti laureati” contemporanei, ai “ragazzacci” e “studenti canaglia” tuttora giovanissimi.
R.: Sì, la grandine è un tema trattato da Montale letterariamente:
Infuria sale o grandine? Fa strage
di campanule, svelle la cedrina.
Un rintocco subacqueo s’avvicina.
Anche Meghello si cimenta su questo tema con la sensibilità del letterato:
“Era sale secco, e solfo. Si sentiva il carattere litigioso di Dio, i suoi fotóni ciechi, e la strapotenza dei grandi carri che facevano disporre tutt’intorno all’orlo sopra il paese, e ordinava di rovesciarli all’in giù alzando le stanghe. Le carrettate di sale si sventagliavano in aria, picchiavano di striscio sui tetti e sui cortili. Si vedevano la badilate supplementari che ci colpivano a spruzzo passando come ventate; si distinguevano benissimo le sfere più grosse, gli uovi trasparenti tirati a mano fra una carrettata e l’altra, che rimbalzavano come oggetti d’acciaio. Tiravano a noi, ma senza mirare. I mucchi giallastri, avvelenati, fumavano sotto ai muri.
Non vedevamo morire i fiori, ma mutilare le viti e stracciare i sorghi. L’aria nera, specchiante, che precede la tempesta, il mondo magico intagliato nel quarzo si sporcava: c’erano cortine d’un pulviscolo color lisciva, rigurgiti di solfo; non c’era rintocco subacqueo, ma un crepitio maligno di superfici sfregate, di scocchi contradditori. Non c’era vera luce nella cosa, nulla che brillasse, c’era un bagliore prigioniero, una gazzarra di raggi opachi che si polverizzavano scontrandosi. Tutto s’incrociava, si annullava.
Ci si sentiva in trappola, coi diavoli sotto che venivano a guardare alle feritoie improvvisamente abbuiate, e noi guardavamo per le inferriate delle case, ora verso il cortile, ora verso le raffiche che ci chiudevano dalla parte di Schio.
Poi finiva il casino, veniva un silenzio assordante, schiariva, e il sole tornando a trovarci entrava nei mucchi di tempesta, rivelava il cuore verde dei grani”.
Ma ci sono poeti come Zanella e il suo compaesano Silvio Negro, autore del bellissimo libro “La stella boara”, molto apprezzato da Dino Buzzati, che ne scrisse l’introduzione, che descrivono la tempesta con la sensibilità del contadino che considerava la grandine come la più grande sciagura e la più terribile disgrazia, perché in pochi minuti si vedeva distrutta tutta la fatica di un anno.
Leggiamo il sonetto LXIII dello Zanella, tratto dalla sua raccolta più famosa “L’Astichello”
Sotto di nubi una verdastra e nera
crescente opacità, senza baleno,
passa una bianca nuvola leggera
che il ghiaccio porta e la ruina in seno.
Subitamente, come giunto a sera,
nella muta campagna il dì vien meno;
e si sprigiona l’orrida bufera,
che spazza con sonante ala il terreno:
spighe, pampini, fieno in un volume
rapidissimamente aggira e porta
entro il suo vorticoso aereo fiume,
lasciando dietro sé nudo deserto,
e con man ne’ capelli e faccia smorta
l’arator di suo scampo ancora incerto.
Per Meneghello la tempesta è “magica”, per Zanella è “orrida” e porta “ruina” al povero contadino che si mette le mani nei capelli e dispera della sua triste sorte e del suo avvenire. Io cito nel mio lavoro altri autori che descrivono la tempesta con la stessa drammatica tensione dello Zanella e del Negro come Giandomenico Mazzocato, l’autore del best seller veneto “Il delitto della contessa Onigo” e Maria Facci, autrice di “Memorie dal fienile”, scrittori veneti molto promettenti e che hanno dato delle pagine di grande intensità su questo tema spesso toccato con superficialità e provvisorietà da tanti poeti “laureati”.
5 D.: Tu rievochi i rituali cristiani e le rogazioni contro la grandine, i rametti d’ulivo bruciati durante i temporali, l’angoscia specie dei bambini, collegata a terrori ancestrali, che , ricordo, terrorizzava anche me..
R.: A tal proposito cito un passo di grande suggestione poetica, tratto da “La stella boara”di Silvio Negro:
“Qui, tra le case e i grattacieli, non c’è alcun motivo che quell’atmosfera d’estivo idillio muti se al diluviare incomposto succede, sibilante e rovinosa, la grandine. S’infrange sul selciato diffondendo intorno un misterioso odore di zolfo, arriva a ondate sempre più violente, dirada un momento e subito riprende a tambureggiare con scrosci rabbiosi. Risuona nettissimo nel turbinio lo schianto d’un vetro, la strada imbrattata di scie sinistre è già livida e scivolosa: stasera i gerani del davanzale saranno ammaccati e sconvolti e bisognerà spazzare la terrazza coperta di foglie. Per il cittadino la grandinata si esaurisce così nella piccola cronaca di una giornata come tutte le altre: ignoto è ai suoi sensi il rapporto angoscioso che passa tra l’ira del cielo e il pane degli uomini. A folgore et tempestate, invoca la preghiera antica, ma egli ha del flagello un’idea letteraria e vaga, come sono i pericoli del mare per chi si tiene fermo a terra. Solo al campagnolo inurbato che gli sta accanto, portato dalla sorte sotto lo stesso tetto e lo stesso ospitale portone, la prima bianca sassata che si sfarina sul selciato rimescola il sangue e mette il gelo nel cuore. Non ha terre da sorvegliare, non ha raccolti da cui spettare una rendita: il campo paterno è troppo lontano perché debba soffrire di questa furia che batte le bianche terrazze e i lucernai della città. Ma è ancor vigile e dolorosa nel suo sangue l’esperienza di generazioni che hanno arato e seminato, e temuto e sperato e patito per il raccolto; lontana e dolce c’è ancora nel suo cuore l’eco delle invocazioni sentite cantare tra il verde tenero dei campi al tempo delle rogazioni; nel suo ricordo c’è ancora l’immagine delle messi devastate e della madre che porta le fronde d’ulivo benedette ad ardere sulla soglia della casa perché il cielo si plachi”.
Altro passo grandioso e potente è la descrizione della tempesta di Giandomenico Mazzocato nel suo libro “Il delitto della contessa Onigo”:
“La desolazione però dava la misura di sé solo entrando in casa. Il piano terreno era stato liberato in parte dalle macerie e si poteva intravvedere il pavimento fatto di pietre sconnesse e di larghi spazi da cui emergeva la terra là dove le pietre mancavano.
Il vento aveva sbriciolato il tetto e la soffitta adibita a stanza da letto. Non ricordo come fosse composta la famiglia.
I muri nudi, incrostati di caligine. La scala che portava alla soffitta giaceva contorta e aggrovigliata su se stessa come un corpo cui una mano invisibile avesse, ad un tratto, rubato lo scheletro e fosse incapace di reggersi da solo.
Tutto era immerso in un silenzio che rendeva il luogo simile ad un sepolcro scoperchiato. Un uomo si aggirava qua e là come un fantasma, sua moglie cercava di recuperare qualcosa dai miseri mobili. I bambini erano seduti, immobili distanti tra loro, in qualche angolo del cortile”.
Un altro passo molto toccante e commovente è dell’autrice Maria Facci nel suo libro “Memorie dal fienile”:
“Si capiva presto quando stava per arrivare a tempesta: l’aria si arrestava all’improvviso, il cielo si tingeva di un sinistro colore giallo-verde, le galline si ritiravano silenziose nel pollaio, Girolamo nella sua cantina, noi in ginocchio a bruciare ramoscelli di ulivo benedetto davanti a un Gesù dallo sguardo mite e indifferente illuminato da una lampadina di mezzo watt.
La grandine era il peggiore dei mali che Dio avesse inventato per i contadini”
6 D.: Lo Zanella affida alla Poesia un compito e una responsabilità morale altissimi: riportare l’uomo al suo antico ver , cioè di creatura che non usurpa più un trono non suo.
R.: Compito della poesia per Zanella è quello di riaccendere la luce dei valori, della fede in Dio e della speranza, in una parola, come pensava Dostoevskij, di salvare il mondo. Zanella, che fu rettore dell’università di Padova, nella sua prolusione, pronunciata durante l’inaugurazione ufficiale dell’anno accademico del 1867, dichiarò:
“Quando tutta la società fosse traviata dalle dottrine di un volgare egoismo e l’umanità andasse sommersa nel pieno naufragio di tutte le fedi, il poeta, novello Deucalione, ascenda la montagna, si ricoveri nell’abbandonato santuario di Temide e delle Muse e cerchi di riaccendere sull’altare le fiamme sopite”.
Nel poemetto “Milton e Galileo “ egli canta:
Ove pur fosse
Che rigida scienza, a’ corpi intesa,
l’alme obbliasse: riprendesse i regni
atei la carne; le robuste fedi,
i magnanimi istinti e le speranze
immortali dell’uomo orrenda piena
di torbidi marosi travolgesse:
conservatrice del superno foco
che l’avvenir rallumi, arca di Dio,
sul tetro abisso Poesia galleggi.
Per Zanella compito della poesia, che è paragonata all’arca di Noè, è quello di “galleggiare” sugli abissi delle acque, come conservatrice degli ideali divini che ritorneranno a illuminare l’avvenire dell’uomo.
7 D.: Zanella per Meneghello è “autore di un sistema di parole” che avevano la capacità di commuovere. Quasi lo accusa di essere un creatore di “parole cose” e non di “cose cose”. Un arcade del Settecento?
R.: L’accusa di Meneghello rivolta allo Zanella autore di belle “parole” e non di “cose” è ingenerosa e sbagliata. Come io dico nel mio libro Zanella non è un poeta arcade come lo Zappi che ha scritto versi leziosi e superficiali sul mondo dell’Arcadia, popolato di pastori, come Dameta e Coridone, che cantano i loro amori bucolici all’ombra dei boschi e delle selve, versi intollerabili per la nostra sensibilità. Come abbiamo visto a proposito della tempesta che colpisce il contadino che disperato si pone le mani nei capelli e con la “faccia smorta” dispera di poter sfamare i suoi figli, egli descrive, non come ritiene Giuseppe Petronio (“Poeti minori dell’Ottocento”) “il mondo dei campi, arcaicamente immaginato felice”, ma la dura realtà del mondo contadino, fatto di poche gioie e molti sacrifici, di stenti, di miseria, e spesso di fame. Il contadino zanelliano conosce la dura sentenza divina della Genesi che condanna l’uomo a “guadagnarsi il pane con il sudore della fronte”. Egli è cosciente di tutto ciò e per questo è rassegnato, consapevole della dura legge che incombe sugli uomini. La poesia dello Zanella non è pastorelleria sognante e arcadica, ma è intrisa di un realismo che conosce di che “lagrime grondi e di che sangue” la vita dei contadini che vedeva svolgersi davanti alla sua villa di campagna a Cavazzale.
“Per questo suo realismo – scrive Stelio Fongaro – l’Astichello riesce un documento della cultura campagnola vicentina del tempo: con le sue opere e i suoi giorni; con la sua famiglia patriarcale e saldamente ancorata ad una visione religiosa, etica e strenua della vita; con la sua povertà che cerca una via d’uscita nell’emigrazione d’oltreoceano e con un’incipiente industria tessile; con i sintomi delle prime tensioni sociali e religiose; con i problemi morali ed educativi imposti alla famiglia dal lavoro in fabbrica e dal contatto con la città”.
I suoi versi non sono “parole” ma “cose”, cose che sanno della dura fatica del lavoro agricolo, di cui Meneghello, piccolo borghese e figlio di borghesi, nelle sue opere , non parla mai.
Luciano Troisio intervista Gianni Giolo, maggio 2008
Commenti
Lo slogan della Fiera del libro di Torino di quest’anno è “La bellezza salverà il mondo”. È l’argomento dell’appena pubblicato “Da Zanella a Meneghello” di Giovanni Giolo (Editrice Veneta), presentato all’Abbazia di Praglia. È uno studio di grande interesse su vari argomenti, che l’aggancio ai due grandi vicentini Zanella e Meneghello annoda in filo di brillante compattezza.
Una pagina bellissima che meriterebbe commenti approfonditi. I temi mi sembra di poter capire si suddividono lungo due filoni principali: quello di matrice più squisitamente linguistica (straordinarie le parti riportate nell'intervista a proposito dell'oseleto e del Pater, un discorso assai interessante per me che posso confrontarlo con la battaglia locale in favore di quella che è sentita a tutti gli effetti una lingua) e quello di stampo letterario nell'interessante confronto Meneghello-Zanella e in quello non meno significativo tra poesia, bellezza e verità.
Ora leggo anche questa intervista.
Brilla per assenza il commento di Marina
perché in questi giorni ha mollato i figli
e viaggia col maritino
ricorrendo il XX anniversario.
Felicitazioni!!!
grazie Luciano!
Sono tornata stamattina e sto riprendendo le posizioni (ma sarò ancora assente dal 21 al 26, ti racconterò..).
Ho iniziato a leggere: è molto interessante, ma domani vorrei tornarci
meglio e a mente riposata.
?non muoiono certe alternative per dire le cose, ma muoiono certe cose?. > questo è vero, mi sembra di averlo, come dire, sperimentato.
tutto molto interessante, sia il confronto Meneghello-Zanella (di quest'ultimo nono sapevo quasi nulla, sebbene fosse di queste parti), sialla prima parte di carattere linguistico, il Pater, la ricchezza del dialetto. Ci sarebbe il problema dell'apprendimento dell'italiano da parte dei bambini solo dialettofoni: quanto va perduto e invece quali vantaggi si hanno dall'apprendere una lingua che può essere compresa in tutta la nazione (si spera)? L'idea
l'ideale sarebbe conoscerli entrambi.....
le osservazioni sulla tempesta mi hanno riportato a memorie d'infanzia, come pure le osservazioni sulla civiltà contadina, tutto davvero molto bello e ricco.
L'intervista è molto ben curata e dettagliata. Interessante anche per chi non conosce l'autore ed il suo pattern ambientale.
Vi si possono cogliere innumerevoli spunti di riflessione.
Quoto:
"Il mito della provincia è un tema che si trova in tutta la letteratura del ?900, come ha ben scritto la Pellegrini, da Fellini a Brancati, da Fenoglio a Pasolini."
Direi che il microcosmo suggestivo di una realtà locale ha rappresentato una parte determinante, se non decisiva, in particolare della poesia italiana del secondo Novecento, dopo la stagione simbolista e quella dell'avanguardia. Poesia dei luoghi con una radice pfofonda che accede a quel percepire sensitivo di antropologica amplificazione.
L'impressione è che il silenzio della natura sia la grande occasione dei poeti naturalisti, impegnati in una lotta per la sopravvivenza al depertimento di una stagione in via di estinzione che il tempo, grande ingannatore, determina.
Gian Paolo Grattarola
Tuttavia l'esperienza di Pasolini va in controtendenza rispetto agli altri autori. Mentre egli - come osserva correttamente Piersanti nell'intervista presente in questo stesso blog - contrappone una civiltà all'altra, la maggior parte degli altri autori abbiamo una poesia che trova la sua ragione d'essere nella corrispondenza con il luogo come occasione per dilatare il mondo nella sua complessa percezione. Senza intenti polemici contro l'irreversibile proiezione verso i grandi agglomerati urbani.
Carlo Bo ha be colto questa sfumatura denominandola l'isola della poesia, di cui gli autori si servono unicamente per affermare la propria identità in un mondo alienato.
Gian Paolo Grattarola
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