Gibson Miles

L'uomo della sabbia

Autore: 
Gibson Miles

Il sandman è, in diverse culture occidentali, uno spirito che sorveglia il sonno e i sogni dei bambini spargendo sabbia magica o polvere sui loro occhi. Se al risveglio ci si ritrova qualche granello sulle ciglia, quella è prova della sua presenza la notte prima. Wiki (en) ricorda le principali traduzioni e riscritture letterarie del mito, naturalmente deviazioni gotiche, da quella di E.T.A. Hoffmann (“Der Sandmann”, 1817, riletta da Freud nel 1919 in “The Uncanny”) a quella di Andersen (“Ole Lukøje”, tradotta in “The Sandman”, 1842); quindi, i vari fumetti e i diversi omaggi rock (da Roy Orbison a Enya, dai Genesis ai Metallica). Non nomina Miles Gibson. Perché?

Perché in questo caso The Sandman è un’allegoria, e un prestito dal linguaggio giornalistico; macabro, come macabro è ogni nomignolo che i media mainstream vanno affibbiando agli assassini metropolitani, i serial killer. In comune con il Sandman, c’è che William Burton dà il sonno: è un uomo nero lucido e spietato, ma non freddo. È scosso da pulsioni contrastanti, è impaurito e impulsivo. L’Uomo della Sabbia della tradizione occidentale appare solo qui, nelle sue memorie d’infanzia: “Immaginavo l’Uomo della Sabbia come un selvaggio locale, mezzo uomo e mezza bestia, un cadavere ciondolante ripieno di sabbia umida. Sveglio, non lo vidi mai, ma spesso mi veniva a trovare nei sogni. E più crescevo e più oscuri diventavano i miei sogni” (p. 22) – era, in accezione italiana, il suo babau.

Opera prima di Miles Gibson, giornalista inglese, ex pittore divenuto art director e copy, “The Sandman” (“L’uomo della sabbia”) è il diario del serial killer William Burton: letto dallo stesso omicida, in punto di decidere se s’è avvicinato il momento di consegnarsi alle autorità o meno. Notevole l’espediente di reiterare le prime pagine del romanzo nelle ultime del diario, senza variazioni; accresce la percezione di realismo, suggestiona.

Ha qualcosa in comune con un altro illustre omicida letterario, “Il re di Atlantide” di De Swarte: in entrambi i casi, ci troviamo di fronte alla sconvolgente condivisione di esistenze segnate dalla solitudine, dalla pazzia, dal precoce incontro con la morte; da un amore impossibile, e da relazioni sentimentali estranee all’equilibrio. Là, dove Geoffrey impagliava creature, qui William parla con le bambole; Geoffrey custodiva un faro, William era proprietario d’un albergo. Disperatamente soli, nell’isolamento sviluppano una ossessione nei confronti della morte; è una morte che giudicano conquista, i loro morti diventano parte integrante delle loro esistenze; in De Swarte impagliati, qui fotografati – in ogni caso il concetto mi sembra analogo: sono “undead” nella psiche dell’omicida, con differenti supporti, iper o ipo realistici, tri o bidimensionali.

Miles Gisbon conosce uno humour nerissimo, normalizzante ma non semplificante. I suoi cadaveri vegliano e infestano sogni e realtà, testimoni di quella morte che lui ha incarnato e animato, e che un giorno conoscerà in prima persona. I dialoghi con le vittime sono brevi, deliranti e tuttavia, paradossalmente, credibili; c’è chi s’abbandona alla sua volontà, chi si ribella (grottesco) e cerca corruzione multipla o persuasione impossibile. Tutti finiscono fotografati, campionati per un album di tetri ricordi; l’unico modo per conquistare la presenza dell’alterità, di quest’uomo così solo, è fotografarne la morte e meditarla. Eternandola in se stesso. Diciotto gli uccisi, a dispetto dell’abnorme numero assegnato dalla stampa; che lo chiama Shiva, Dottor Morte, Aureo Mietitore, Macellaio (p. 17) per non ammettere la realtà. L’omicida non è l’uomo nero, è il vicino di casa che ha visto morire il padre da bambino, e non ha capito come sia accaduto; ha visto impazzire la madre, e l’ha osservata defraudata della libertà e dell’autonomia in uno di quei centri d’igiene mentale, prigioni senza gabbie e con tanti televisori, che vanno puntinando l’inconscio della nostra società, invisibili e tuttavia presenti.

È mite, cortese, gentile: “perfetto per l’omicidio” (p. 41) – e non sente rimorsi, sente paura, non ha impulso suicida, ma piuttosto si nutre e s’alimenta della sfida lanciata delle forze dell’ordine e dalla stampa. Intanto conosce il sesso come perversione gentile, quella d’una donna-levriero che si eccita pensando alla morte, alla violenza o all’annientamento della volontà; è una che conosce piacere soltanto simulando qualcosa di impossibile e di radicale. Lui è suo strumento, episodico, negli anni, sin quando – ironia della sorte – lei non viene massacrata dal marito, macellaio e lavoratore infaticabile.

La scrittura di Miles Gibson è una febbre lucida, avvincente e debilitante; distante dalla superficie profonda, sempre inabissata nel passato e nelle memorie. Il suo omicida non rifiuta il dolore e la sofferenza; è andato oltre tutto questo, la realtà gli è sfuggita. La plasma senza sosta; l’unico momento di rifiuto è nella morte della sua compagna di giochi, innervata da fiumi di brandy. Ha assimilato la normalità e la linearità della morte, ha smesso di patirla: d’un tratto, per dominarla, la incarna.

Destinato ai cultori del genere, agli aficionado del noir e a quanti cerchino letture della psiche degli assassini capaci d’essere assolutamente letterarie, non sociologiche né soltanto psicanalitiche, e nient’affatto mediatiche: s’intraprende quindi un viaggio negli abissi, non se ne emerge sino all’ultima battuta.

“Say your prayers, little one / Don’t forget, my son / To include everyone / Tuck you in, warm within / Keep you free from sin / Till the sandman he comes / Sleep with one eye open / Gripping your pillow tight / Exit light / Enter night / Take my hand / Off to never never land” (Metallica, “Enter Sandman”).

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE

Miles Gibson (Christchurch, Dorset, England 1947), giornalista, art director, copy e scrittore inglese. “The Sandman” (1984) è stata la sua opera prima.

Miles Gibson, “L’uomo della sabbia”, Meridiano Zero, Padova 2007.
Traduzione di Alberto Pezzotta.

Prima edizione: “The Sandman”, 1984. 
Prima edizione italiana: Meridiano Zero, Padova 2000.

Approfondimento in rete: Rassegna Stampa (in progress!) / Do-Not Press / nota di Lettera.com / Extract (chapter one) / Serial Killer: il libro di Gordiano Lupi.

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Luglio 2007

ISBN/EAN: 
9788882371494

Commenti

Opera prima di Miles Gibson, 1984.
Per chi ha amato "Il re di Atlantide" di De Swarte.

Lìpperlì non avevo notato il nome dell'autore, quando avevo visto L'uomo della sabbia apparire tra le tue letture, e subito mi ero detto uau! hoffmann! invece no. Miles Gibson. ummmm. chi sa.

E' un'integrazione postmoderna al mito, in accezione serial-noir:).
Hoffmann dobbiamo impegnarci a riscoprirlo e riproporlo, m'accorgo che è stato seminale...

L'avevo letta ieri, e oggi torno con un commento.

"Destinato ai cultori del genere, agli aficionado del noir e a quanti cerchino letture della psiche degli assassini capaci d?essere assolutamente letterarie, non sociologiche né soltanto psicanalitiche, e nient?affatto mediatiche:"

Devo dire che il genere non mi ha mai appassionato. Nel serial killer vero o immaginario vedo qualcosa che non riconosco neppure nelle mie pieghe più nascoste. Verso questo tipo di atteggiamenti umani (come definire? irrazionalità, pazzia, personalità disturbata, scollamento con la realtà, necessità distruttrice) provo paura e pietà. E poca o zero voglia di approfondire. Mi meraviglia sempre che ci sia invece chi ne rimane per così dire affascinato tanto da voler impersonare - anche solo letterariamente - figure di questo genere. E come per altre situazioni, siamo sicuri che la realtà non superi (sempre) la fiction?

E' difficile non darti ragione. E complesso non sentire altro di diverso da paura e pietà. Quanto ai simulatori di quegli sfortunati, l'arte ha il talento e il dono di saper sfumare e mistificare quel che è; a condizione di non lasciarsi confezionare, a condizione di non lasciarsi inficiare dai tornado catodici. Da lettori forti incapperemo inevitabilmente, in questo tempo, in romanze sugli assassini. Qui non nomino Suskind, ma a ben guardare molto è (ri)cominciato ai tempi di "Profumo". Ricordo che mi sgomentò scoprire, leggendo Stevenson, che Hyde aveva due morti alle spalle. Oggi siamo abituati a diversi numeri, e spesso ad altra scrittura.

Ecco, probabilmente - al solito - è la scrittura, lo stile, il taglio della narrazione e dell'analisi, la struttura a determinare la bontà del testo. L'argomento, e questo è un paradosso che non cessa di incuriosirmi, non è fondamentale. Landolfi fa parlare vermi e parassiti, De Swarte incarna un assassino... che interesse possono risvegliare? Forse gli intossicati siamo noi, che cerchiamo a ogni costo arte e letteratura. Per i nostri contemporanei, siamo noi gli alieni disinteressati alla cronaca nera. Basta sentirli parlare degli omicidi dal barbiere o nel bus, o guardare i loro programmi. Degli assassini vogliono sapere tutto, dei privilegi parlamentari o delle reali condizioni dei nuovi lavoratori nulla. Le ragioni mi sfuggono. Ave ottima.

"L?omicida non è l?uomo nero, è il vicino di casa che ha visto morire il padre da bambino, e non ha capito come sia accaduto; ha visto impazzire la madre, e l?ha osservata defraudata della libertà e dell?autonomia in uno di quei centri d?igiene mentale, prigioni senza gabbie e con tanti televisori, che vanno puntinando l?inconscio della nostra società, invisibili e tuttavia presenti."
> questo è micidiale: quando meno te l'aspetti salta fuori che un insospettabile vicino è un serial killer. Sinceramente credo poco al raptus, certi comportamenti sono preparati da vicende precedenti, sulle quali si preferisce spesso chiudere gli occhi. É più tranquillizzante pensare al "colpo da matto".

la cronanca nera suscita ormai curiosità morbose, che mi fanno schifo, non penso vada cassata, ma neppure enfatizzata in questo modo.

"Quanto ai simulatori di quegli sfortunati, l?arte ha il talento e il dono di saper sfumare e mistificare quel che è;"
>giuste queste e le seguenti osservazioni, un vero scrittore riesce a parlarti anche del serial killer o del feroce assassino senza scadere nel morboso.

6-8.
Ne sono convinto, e sono convinto addirittura che certa morbosità (naturalmente di stampo lombrosiano) possa essere trasfigurata e attenuata dallo stile, dalla scrittura, dall'intelligenza e magari da un pizzico di ironia. Nel complesso trovo decisamente esecrabile quel che un tempo era reputato scientifico (appunto, Lombroso) a fronte di questi romanzi, che almeno non s'ammantano di scientificità e non fanno pettegolezzi né statistiche variopinte né ameni discorsi sulle razze, e via dicendo:)

"l?unico modo per conquistare la presenza dell?alterità, di quest?uomo così solo, è fotografarne la morte e meditarla".

Non è sicuramente il mio genere, ci riflettevo mentre leggevo "Un gioco da bambini" di Ballard. Forse in libri del genere si apprezza altro: lo stile e non la trama, il come e non il cosa. La forma che diventa sostanza.

Perché la forma è sostanza, a quanto pare. O almeno: "anche":).
Un abbraccione.

the ants are in the sugar
the muscles atrophied
we're on the other side, the screen is us and we're t.v.
spread me open,
sticking to my pointy ribs
are all your infants in abortion cribs
I was born into this
everything turns to shit
the boy that you loved is the man that you fear
pray until your number,
asleep from all your pain,
your apple has been rotting
tomorrow's turned up dead
i have it all and i have no choice but to
i'll make everyone pay and you will see
you can kill yourself now
because you're dead
in my mind
the boy that you loved is the monster you fear
peel off all those eyes and crawl into the dark,
you've poisoned all of your children to camouflage your scars
pray unto the splinters, pray unto your fear
pray your life was just a dream
the cut that never heals
pray now baby, pray your life was just a dream
(I am so tangled in my sins that I cannot escape)
pinch the head off, collapse me like a weed
someone had to go this far
I was born into this
everything turns to shit
the boy that you loved is the man that you fear
peel off all those eyes and crawl into the dark,
you've poisoned all of your children to camouflage your scars
pray unto the splinters, pray unto your fear
pray your life was just a dream
the cut that never heals
pray now baby, pray your life was just a dream
the world in my hands, there's no one left to hear you scream
there's no one left for you

MM. http://it.youtube.com/watch?v=kGANB_eV-7I

3. l'hai detto (anzi scritto)!

;).
ma sai quanti messaggi subliminali troverai e ritroverai, qua e là?
Era una vita che mandavo SOS alla Dama del Lago...