Gibran Kahlil Gibran

Il Profeta

Autore: 
Gibran Kahlil Gibran

And a poet said, Speak to us of Beauty.
And he answered:
Where shall you seek beauty, and how shall you find her unless she herself be your way and your guide?
And how shall you speak of her except she be the weaver of your speech?
The aggrieved and the injured say, «Beauty is kind and gentle.
Like a young mother half-shy of her own glory she walks among us.»
And the passionate say, «Nay, beauty is a thing of might and dread. Like the tempest she shakes the earth beneath us and the sky above us.»
The tired and the weary say, «Beauty is of soft whisperings.
She speaks in our spirit.

Her voice yield to our silences like a faint light that quivers in fear of the shadow»
But the restless say, «We have heard her shouting among the mountains,
And with her cries came the sound of hoofs, and the beating of wings and the roaring of lions» (Gibran Kahlil Gibran). 

Nell’albo d’oro dei grandi autori, il nome di Gibran Kahlil Gibran, certo, non trova e non potrà trovare collocazione. Il suo Profeta edito nel 1923, del resto, non aggiunge nulla alla “rivoluzione del linguaggio” caratterizzante il modernismo di quegli anni con la sua espressività asciutta, frammentata, essenzializzata ed allusiva, ben rappresentata dai capolavori di Eliot e Joyce (Wasteland – Ulysses), tuttavia costituisce un qualcosa che le masse smarrite e frastornate assorbono con più facile immediatezza attraverso un coinvolgimento più diretto.
Il libanese-americano, difatti, concordemente con la sua idea di letteratura intesa come messaggio, impegno e reimmersione totale nell’essere, risponde, con i suoi lavori, all’urgenza di rilanciare quei valori etico-sacrali messi in ombra dalla generale secolarizzazione delle esperienze, dall’avanzamento scientifico-tecnologico, dal crescente diffondersi di concezioni relativistiche e da un senso di problematicismo inquieto e irrisolvibile.
Il suo linguaggio, pertanto, sembra procedere sostanzialmente al contrario rispetto alle indicazioni modernistiche dello stile obliquo e indiretto, allusivo e oggettivato, mantenendo, invece, un’attenzione particolarmente viva nei confronti delle cose, del tempo e della concretezza delle esperienze mediante un rilancio di espressività aforistico-assertiva ricca di similitudini, dicotomie, contrapposizioni e ossimori, individuabile quale una delle principali cause del suo successo.
Un successo che, in maniera piuttosto semplicistica e riduttiva, ha troppo spesso fatto parlare di Gibran unicamente come di un fenomeno cultural-letterario in grado di riempire i vuoti e di rispondere alle esigenze più o meno clamorosamente evidenziate dalla psicologia generale. Se è vero, però, che la sua produzione pecca di approssimazione e di confusionarietà mistificatoria, bisogna anche non tralasciare la forte carica del suo linguaggio, sì enfatico e martellante, ma anche intenso, vibrante, pregnante e visionario che riesce a coinvolgere e arricchire al di là delle pretese puramente letterarie. Nei suoi libelli, respinti dalla critica come fumose commistioni, i suoi messaggi costituiscono, del resto, un sincero invito alla pienezza e alla integrità della vita, raggiungendo il cuore dei lettori spesso confortati e rinfrancati dalla pacatezza e dalla sensibilità del suo tono intimista che assume, talvolta, il carattere di una scrittura bonariamente sentenziosa, senza tuttavia rientrare, a mio parere, nella spesso citata fenomenologia dell’entusiasmo per maestri e santoni, suggeritori di esperienze misticheggianti. Diversamente da quanto affermano importanti saggisti, infatti, il vasto pubblico positivamente impressionato da Gibran, non costituisce una massa cieca e facilmente accontentabile, ma semplicemente un insieme di lettori, magari meno dotti, affascinati da una produzione che testimonia la continuità di una ricerca narrativa e poetica senza fratture, all’interno della quale il senso del sacro, l’interesse etico, la riflessione spirituale assumono un ruolo di primaria importanza conferendo alla scrittura un significato profondo che cattura mediante quella semplicità che rappresenta, poi, la massima espressione dell’eleganza.

"La poesia è saggezza che incanta il cuore"


EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Gibran Kahlil Gibran (Bisharri, Libano 1883 – New York, Usa, 1931), poeta, romanziere, pittore e filosofo libanese. Nacque in Libano da una famiglia piccolo-borghese maronita, morì negli Stati Uniti, dove visse gli ultimi venti anni della sua vita, a New York: stroncato da un grave male. La sua salma fu traslata, secondo le sue volontà, in un eremo libanese.

Kahlil Gibran, “Il Profeta”, Guanda, Parma 1976.
Introduzione e Traduzione di Giampiero Bona.
Prefazione di Carlo Bo.

Testo inglese a fronte.

Prima edizione: “The Prophet. Prose Poems”, New York 1923. Con le illustrazioni dell’autore.

Credo di non essere mai stato senza sentire il Profeta dentro di me, fin dal primo momento in cui ho concepito il libro laggiù nel Monte Libano. Mi sembra che esso sia stato una parte di me stesso” (Gibran Kahlil Gibran).

Approfondimento in rete: Riflessioni / Aurora Blu Kahlil Gibran Page / Kahlil Gibran Online / Gibran Virtual Library. / 

Il poema (…) non ha soltanto un valore di documento, non è un testo da aggiungere al patrimonio delle proprie conoscenze e delle proprie abitudini, è anche qualcosa d’altro e subito consente un discorso sui destini della poesia. Resta, cioè, da affrontare un problema: perché la poesia cade fatalmente, nei momenti di maggior intensità, in questa sua prima aspirazione, in questa sua originaria vocazione? Non bastano i riferimenti culturali, o per lo meno, aiutano fino a un certo punto: parlare di Zarathustra è indispensabile, è utile ma non risolve. Ciò significa che Gibran ha obbedito a un altro impulso e ha creduto di poter rifare la storia dell’uomo tagliando alle radici la pianta delle facili consolazioni e rifiutando la lettura delle cose (…)” (tratto dalla prefazione di Carlo Bo).

Angela Migliore, dicembre 2004.
Originariamente apparso su Lankelot.com
ISBN/EAN: 
8877460156

Commenti

Occhio che c'è una frase ripetuta nella citazione finale, prima della firma.
*
"senso del sacro, interesse etico, riflessione spirituale" > qualcosa che non può non affascinare e tendenzialmente non si riesce a trovare nella narrativa contemporanea occidentale (e forse non solo per istintiva repulsione nei confronti del caos new age). E' un testo che va riletto di nascosto.

?senso del sacro, interesse etico, riflessione spirituale?, sì. Gibran riconcilia con quell'esigenza interiore di trascendente.

Non so dirti se sia un'esigenza. Come hai scritto, senso, interesse e riflessione - questo sì. L'esigenza di trascendente non la riconosco come universale (ma sono sempre il solito, pessimo esempio di essere umano).

Ho sempre associato le suggestioni che regala questo testo con quelle nietzscheane di "Così parlò Zarathustra". Ci sono passi solendidi ne "Il profeta", tra i quali, uno in particolare mi è rimasto stampato nella memoria:

"Tuttavia più a lungo non posso indugiare. Il mare che pretende ogni cosa mi chiama, e io devo imbarcarmi. Poichè se resto, nonostante brucino le ore della notte, io sarò ghiaccio e fossile, costretto in una forma." (p.3 nell'edizione Oscar Mondadori)

Complimenti ad Angela per la bella presentazione. Me l'ero persa, evidentemente.

ho sentito gente tirarlo fuori questo libello rintracciandovi profili di chiaro antiamericanismo..