Gli esiti oscillano tra il clericalismo, il conservatorismo e una claustrofobica opposizione ad ogni forma di innovazione e di sperimentalismo in ambito prima letterario, quindi editoriale; Gianfranceschi aggredisce lo spettro del progressismo ed assesta una quantità miracolosa di fendenti a Pasolini (allora defunto da poco), Magris e - genericamente - a tutti gli studiosi appartenenti alle scienze umane, scagliandosi con una violenza inaudita contro i sociologi e contro il movimento femminista.
L’intuizione centrale è presto spiegata: l’utopia, incarnata nel comunismo, è una aberrazione intellettualistica che ha seviziato le credenze e i valori del popolo, legato inscindibilmente alla chiesa e alla famiglia. Non solo: questo sistema della menzogna, l’utopia, ha tessuto un secondo velo di Maya nei sentimenti, nel giovanilismo, nella rivoluzione, nella sessualità, nell’arte e nella letteratura, cancellando il piacere e umiliando la bellezza. Assisteremmo dunque, impotenti e sottoposti con successo ad una lobotomia globale, al trionfo dell’intellettualismo, generato dal terribile leviatano: il potere culturale della sinistra.
Procediamo in una analisi obiettiva del testo. Gli effetti del sistema della menzogna, afferma Gianfranceschi, sono chiarissimi nel romanzo di Natalia Ginzburg Caro Michele. “Questi personaggi (…) sono emancipati, non hanno tabù, nessuno di loro, certamente, si scandalizzerebbe per fatti, libri o spettacoli immorali. Sono così emancipati che, disgraziatamente, la loro umanità è ormai senza spessore (…) La loro bontà si esprime quasi maniacalmente in una specie di rassegnata solidarietà, che del resto non manca ad altre razze animali” (p. 12-13).
A proposito del sistema di informazione: “La menzogna politica, sociale e psicologica non è un’invenzione del nostro secolo. Tuttavia mai come in questa età essa ha avuto complicità idealmente così compatte e diffuse, mai ha potuto contare per la propria incidenza su mezzi di propalazione e di suggestione così potenti, così complessi, così estesi. Il colossale sistema di informazione a tutti i livelli e con tutti i media è aberrantemente inquinato, quasi si identifica con il sistema della menzogna” (p. 37)
Mi sembra opportuno ricordare al lettore che queste profetiche righe sono state scritte nel 1977: saremmo curiosi di conoscere quali profondi giudizi sociologici abbia maturato recentemente Gianfranceschi.
Uno degli esiti del sistema è “l’allontanamento dell’uomo dalla propria immediatezza esistenziale” (p. 38): la menzogna più grande, “la deificazione del futuro, contro il piacere del presente”, giudicato irrimediabilmente perduto, assieme al passato, che pochi eletti sanno venerare con la dovuta cura.
Gli omosessuali, sconvolti dalle promesse della nuova utopia, si spingono oltre: “Non si accontentano della tolleranza, essi protestano contro la relegazione alla marginalità, e reclamano per l’essere umano la liberazione dalla polarità dei sessi, con implicita intenzione oppressiva verso coloro che liberamente giudicano e praticano quella polarità come una delle donazioni più cospicue dell’esistenza” (p. 43). Finalmente Gianfranceschi scopre il complotto omosessuale per distruggere la polarità dei sessi ed opprimere gli eterosessuali: il tutto nel segno del sistema della menzogna.
Ma ecco la logica presentarsi, singolarmente, tra le pagine dell’autore: “La menzogna è già nel linguaggio, al quale siamo assuefatti” (p. 45).
Dalla lotta, sostiene Gianfranceschi, si è passati alla ricerca, ma di gruppo, gruppo in cui i membri sono strumenti. Ed ecco la sagace definizione della ricerca creata dal sistema della menzogna: “La ricerca è puramente esteriore, non ha alcun collegamento con l’interiore dell’uomo, di cui sistematicamente si disinteressa, considerandolo una topologia viziosa (…) non è il viaggio di Ulisse, che cerca Itaca e ad essa si avvicina ad ogni avventura: è la tela di Penelope” (p. 49). Decisamente apocalittico.
Giungiamo ad analizzare il contributo dato dalle scienze umane: “Le cosiddette scienze umane producono una vasta letteratura divulgativa che (…) incrementa la paurosa fluttuazione dei punti di riferimento. (…) L’aggettivo umano diventa quindi evanescente (…) Per loro l’uomo è un’insopportabile anomalia da ricondurre entro un ordinato casellario. (…) Sarebbe finalmente più esatto parlare di scienze disumane” (p. 51).
E ancora: “Le scienze umane non spiegano il comportamento; lo rendono incomprensibile. Non correggono e non migliorano il costume; lo disintegrano (…) Alla fine le scienze umane sono talmente poco scienze da ripudiare spesso il supremo equilibrio che dovrebbe rimanere inseparabile dal concetto della loro definizione (…) la loro è una terroristica supercoscienza rivoluzionaria” (p. 55-56). Limpido.
Sobria la clausola, omaggio al romanzo di Koestler “Le squillo”: “Chi sono le squillo? Sono gli scienziati, gli psicologi, i sociologi che frequentano gli Istituti e i Centri (…) Si può forse stabilire ciò che fa più felice un babbuino, ma è molto più complicato descrivere ciò che fa felice un uomo” (p. 64-65).
Se tra i lettori qualcuno nutriva dubbi in merito all’ideologia della Rivoluzione Francese, Gianfranceschi prontamente spiega: “Nonostante la sua enorme carica di rottura contro una tradizione millenaria, aveva un ideale di moralità (repressiva, si direbbe oggi) che, per quanto possa suonare strano agli orecchianti, si ricollegava all’antico e retoricissimo modello della romanità” (p. 56). Ovviamente.
Il problema del controllo delle nascite nel terzo mondo è presto risolto: “Statisticamente, persino nei paesi sottosviluppati e di maggiore densità demografica (quelli per i quali siamo invitati a piangere, un po’ vergognandoci delle nostre colpe e un po’ disprezzando la loro prolificità), l’incremento della popolazione ha sempre conciso con un aumento del reddito individuale (…) se gli uomini del passato avessero ragionato al pari dei seguaci del tardo illuminismo, l’umanità si sarebbe probabilmente estinta da gran tempo” (p. 76-77).
L’autore ha risolto i problemi della fame nel mondo: che tutti i poveri proliferino, subito i redditi individuali aumenteranno. Gianfranceschi riferisce, come fiore all’occhiello, le penetranti riflessioni dello “psicologo in vena di buon senso” (sic) Ignazio Maiore, in merito alle polemiche susseguenti alla pubblicazione del libro della Fallaci Lettera a un bambino mai nato.
“Una donna che rinuncia alla maternità avrà delle ottime ragioni sociali, politiche e di scelta (sic), ma rinuncia a buona parte della sua femminilità: è molto meno donna. Ciò rappresenta una minorazione, una disgrazia” (p. 85). Ecco gli sconcertanti esiti del sistema della menzogna: l’ideologia progressista. È inquietante avere vissuto di tanta disinformazione: spontaneamente offriamo il fianco alle nuovi correnti culturali, perché ci mostrino con sempre maggiore acume i nostri errori.
L’uguaglianza, scopriamo dal nostro, è una menzogna: dovremmo infatti riscoprire “il legittimo piacere della disuguaglianza” (p. 122). I rischi? È presto detto: “I giovani che non riescono a loro volta a diventare burocrati o rivoluzionari ricchi, né riescono a eliminare il veleno dell’Utopia, cadono facilmente in due tentazioni: l’estremismo gruppuscolare e la droga” (p. 102). Che non manca mai, in questi casi. Infatti, “Un’onesta, spregiudicata analisi(…) rivelerebbe che nei giovani l’avvio all’uso degli stupefacenti è favorito dalle delusioni della rivoluzione” (p. 102). Sono spaventato.
Appare finalmente una conclusione alle riflessioni di Gianfranceschi:
“Adesso l’unico paradigma è la negazione di tutti i paradigmi (a meno che non siano operativi). Tutto è messo puntigliosamente in discussione, con un vanitoso e interminabile ron-ron (sic) , alimentato da piccole idee contingenti che trasformano il giusto nell’esecrabile” (p. 56).
Chiedo perdono a me stesso per aver dedicato del tempo alla lettura di questo libro: ho ritenuto che parlarne potesse essere di comune interesse, considerando che Gianfranceschi è stato per oltre venti anni il responsabile della terza pagina de “Il Tempo”, che è stato, a suo tempo, parte del Far, e ricordando, con rammarico, che è salutato da tempo come “intellettuale” da Alleanza Nazionale, uno dei primi tre partiti italiani.
INTERMEZZO, o REPLICA (1981, 1964)
Può essere opportuno richiamare le posizioni di Isaiah Berlin, studioso originario di Riga, ex Fellow di All Souls ad Oxford, in merito al pregiudizio. Tra le pagine del volume primo della “pubblicazione permanente” Adelphiana, splendido esempio di trasposizione di una sperimentazione virtuale sulla carta stampata, si può individuare questo frammento, di rilevante interesse nella trattazione sistematica della menzogna. Si tratta di uno scritto che propugna con orgoglio ed equilibrio l’essenziale importanza della libertà di pensiero. Sembra provenire da appunti, risalenti al 1981, destinati a costituire una sorta di viatico per un ciclo di conferenze di un collega che ha preferito rimanere nell’anonimato.
“Poche cose hanno fatto più danno della credenza da parte di individui o gruppi (o tribù o Stati o nazioni o Chiese) che lui, o lei, o essi sono i soli possessori della verità, soprattutto riguardo a come vivere, che cosa essere e fare – e che chi la pensa diversamente non solo sbaglia, ma è un malvagio o un pazzo, e bisogna rinchiuderlo o eliminarlo. È una terribile e pericolosa arroganza credere che siamo i soli ad avere ragione, che abbiamo un occhio magico che vede la verità, e che gli altri, per il solo fatto che dissentono, non possono avere ragione (…)La certezza intuitiva non può sostituire la conoscenza empirica accuratamente verificata che poggia sull’osservazione e l’esperimento e la libera discussione tra gli uomini: le prime persone che i totalitari distruggono o riducono al silenzio sono gli uomini di pensiero e le menti libere” (“Adelphiana”, pubblicazione permanente, volume primo, pp. 97-102: Adelphi, Milano, 2002).
Cioran, nel saggio È scettico il demonio?, contenuto ne La caduta nel tempo (1964), scriveva: “Infeudarsi, assoggettarsi, ecco l’occupazione principale di tutti. E proprio questo lo scettico rifiuta. Eppure sa che decidersi a servire equivale a salvarsi, perché significa aver fatto una scelta; e ogni scelta è una sfida al vago, alla maledizione, all’infinito. Gli uomini hanno bisogno di punti d’appoggio, vogliono la certezza a ogni costo, anche a spese della verità. Poiché essa è corroborante, e loro non possono farne a meno anche quando sanno che è menzognera, non ci sarà scrupolo capace di trattenerli dallo sforzo di procurarsela”.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Fausto Gianfranceschi, giornalista, saggista e narratore italiano. Ha diretto per oltre vent’anni la terza pagina del quotidiano “Il Tempo”.
Fausto Gianfranceschi, “Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere”, Rusconi, Milano, 1977.
Lankelot, GF, febbraio del 2004. Prima pubb: tesi di laurea "La Menzogna nella Letteratura del Novecento" e lankelot.com
Commenti
Che tajo. Ma la domanda è: com'è finito dentro la mia biblioteca famigliare? Mistero buffo.
(e con questo grottesco omo, si concludono i miei contributi alla sezione saggistica-trattatistica)
é un po' manicheo, risente del tempo in cui è scritto, ma è abbastanza profetico su alcune cose. Non dispiacerti di aver dedicato del tempo a questo scritto, mi ha incuriosito leggerti. Più in generale non sarei cosi duro con Gianfranceschi (se capiamo il contesto e il tempo, capiamo anche perchè è uno scritto cosi marcato), a sinistra ce ne erano di ben peggiori e più deliranti.
Cito affermazioni che condivido (in toto, mentre alcune le condivido solo in parte, e altre per nulla), tra quelle che hai lasciato:?La menzogna è già nel linguaggio, al quale siamo assuefatti? (p. 45). Oppure: "L?uguaglianza, scopriamo dal nostro, è una menzogna: dovremmo infatti riscoprire ?il legittimo piacere della disuguaglianza? (p. 122).
Non condivido invece, esulando dal testo proposto, un passo dell'Adelphiana: "La certezza intuitiva non può sostituire la conoscenza empirica accuratamente verificata che poggia sull?osservazione e l?esperimento e la libera discussione tra gli uomini". Credo, e ho sempre creduto, che la conoscenza intuitiva sia tutto (conoscenza che inevitabilmente, agendo, diventa certezza), sia l'unica verità possibile per ognuno di noi (ovviamente, tutti diseguali, per tornare al concetto di Gianfranceschi: ed è un bene che sia cosi).
Grazie di aver postato questo testo che è fonte di numerosi spunti di discussione.
Una domanda, Fede. Tu neghi che una vita umana abbia lo stesso valore di un'altra? E neghi che abbia diritto alle stesse opportunità e alle stesse garanzie di qualsiasi altra, indipendentemente da condizioni legate alla nascita (sesso, colore della pelle, religione, condizioni economiche ecc.)?
Perché quando nel linguaggio comune della politica oggi si parla di "uguaglianza" è precisamente a questo che ci si riferisce, a quella condizione di uguaglianza "morale" che accomuna tutti gli esseri umani per il fatto di essere tali alla nascita, la sola condizione che permetta di esprimere le diverse personalità di ciascuno, le differenze proprie a ogni singola individualità.
Da una comune base di diritti si deve partire se si vuole permettere che ognuno poi scopra il "legittimo piacere della disuguaglianza" nel modo che più gli aggrada. E il riconoscimento di questa base comune di uguaglianza è conquista della nostra civiltà nella sua derivazione tanto socratica e cristiana quanto illuminista. A te non sembra un discorso logico?
Io dico che siamo tutti diversi, e che il termine uguaglianza è usato in modo improprio. é naturale che dovremmo avere tutti gli stessi diritti, per poter partire da una piattaforma che non conceda privilegi ascritti. Non è questo che nega - nella fattispecie - Gianfranceschi, non è questo che nega il pensiero che contempla l'identità come primo elemento per costruire l'alterità (cosa che sottoscrivo). Se fossimo realmente tutti uguali sarebbe un mondo mostruoso. non trovi?
Certo che sì. Era solo per sapere che cosa intendi tu quando parli di uguaglianza e l'attacchi. Come al solito, al di là di utilizzi differenti delle stesse parole, ci si trova su posizioni parecchio simili. Thanks, a presto!
Mi permetto di aggiungere solo una cosa: se Drago - cioè Patrick Karlsen - avesse avuto più tempo a disposizione non ti avrebbe risposto così. Prendo atto che stiamo invecchiando e che non tutti - almeno: non sempre - abbiamo tempo per confronti e dibattiti.
Perchè? Cosa avrebbe dovuto rispondermi?
Franco, concordo con Léon-Federico che non è stato tempo sprecato. Ma per ragioni diverse. Se è vero che in quegli anni a sinistra c'erano uguali deliri, se è vero che il contesto temporale ha una sua importanza (ma a mio avviso, più che altro quella di mostrare un mondo un pochettino capovolto, o no?) è vero anche che uno scritto del genere (e si sa che le estrapolazioni non rendono bene, occorrerebbe leggere tutto per contestualizzare in modo corretto) lascia un senso di fastidio fortissimo. A me, oggi.
Fastidio per quasi tutti i concetti espressi. Non mi basta collocare nel tempo queste pagine. C'è quasi la volonta di scavare fossati fra ciò che è bene e ciò che è male, fra ciò che è lecito e ciò che non lo è. La droga come risposta alla delusione di una rivoluzione incompiuta? La non maternità come perdita di femminilità? La prolificazione indiscriminata nel Terzo Mondo come soluzione alla povertà dello stesso? L'uguaglianza come menzogna? (ma qui andrebbe capito cosa intenda davvero G. per uguaglianza - se rileggo il passo di Franco "I giovani che non riescono a loro volta a diventare burocrati o rivoluzionari ricchi, né riescono a eliminare il veleno dell?Utopia, cadono facilmente in due tentazioni: l?estremismo gruppuscolare e la droga?" mi chiedo di che pianeta stiamo parlando)
Basterebbe meno per farmi dimenticare l'esistenza di un Gianfranceschi.
Diamo atto che sono passati trent'anni, nel bene e nel male.
Sono contenta....
Noto che anche Ilde trova strano il discorso sull'uguaglianza che fa Gianfranceschi. Con Patrick ci siamo chiariti. Per gli altri: spiegatemi meglio dov'è la stranezza.
(secondo me la stranezza stava solo in un punto: Patrick avrebbe voluto argomentare in maniera più estesa e diffusa. Conoscendolo ho sentito il freno tirato, per problemi di tempo:). )
Ah, ok Franco, grazie per la precisazione.
Patrick, se e quando vuoi argomenta pure in maniera più estesa. giuro che ti rispondo;)
Irritante. Ecco io Gianfranceschi lo conoscevo come manicheo, crociano interprete stanco e smorto di Buzzati. Ora capisco di più.
Interprete di Buzzati? Non sapevo. Manicheo, nella fattispecie, lo è anche per me (anche se non irritante), ma di Gianfranceschi ho letto anche ottimi saggi su personaggi importanti della cultura di destra. Non generalizzerei, Paolo.
Avrà anche avuto qualche slancio, ma mi sembra appartenere alla categoria di quelli che hanno un ruolo che non dovrebbe spettare loro, il Gianfranceschi. Almeno: una persona che pubblica un libro del genere dovrebbe essere invitata a dedicarsi ad altre e più nobili mansioni, magari manuali. Il lavoro schiarisce le idee.
Eppure quant'è moderno e aggiornato 'sto Gianfranceschi! L'altro giorno, sull'eutanasia, ne ho sentite alcune che paiono ancora in linea con quanto letto qui, spacciando il tutto per democratico spirito liberale.
Stranamente in testa mi rimane una sola idea chiara e lampante: tutti possono avere delle idee, l'errore nasce quando pretendono di applicarle a chi non le vuole (poi magari tacciando chi si oppone loro come oppressivi antidemocratici e illiberali perché non accettano opinioni diverse: hanno imparato la lingua barocca per girare la logica contro chi la fa filare!). Ma perché non accettare che una persona voglia morire, che un'altra voglia stare con una dello stesso sesso (o magari anche con più di una), che riponga la propria fiducia in un'altra religione e così via? Perché non si accetta che gli unici tutori di tutti sono gli scettici e gli atei che non credono a niente e sono disposti a far vivere tutti? Perché non accettiamo che i panda si possano estinguere?
14. non credo che essere di destra sia una colpa, Leon. Anzi. Nella cultura italiana umanistica del dopoguerra è stato assai difficile (si sa). Irritante proprio perchè generalizza, categorizza, astrae. E il buon Fausto, per quel che lo conosco, lo ha fatto. Nel caso di Buzzati, autore da me difeso, lo Gianfranceschi si avventura in dissennate dissertazioni sul "poesia o non poesia" di crociana memoria. Inattuabile e inconcreta, nello specifico, e peraltro mal applicata.
Ok, Paolo tutto chiaro;)
Emanuele, anche qui non ti capisco. Con questo criterio allora tutto dovrebbe essere lecito. E guarda che non lo dico per difendere le mie idee, molto diverse da quelle di Gianranceschi su tante cose, ma che discorso è non accettiamo che i panda si possano estinguere? L'uomo dovrebbe lottare perchè non si estinguano e non favorire la loro estinzione. Se hai colto la metafora capisci anche che temi come l'eutanasia non possono essere trattati con questa noncuranza. Ovvero: io faccio quello che mi va di fare, se me vojo ammazzà m'ammazzo, se non me lo fate fà non mi lasciate libero. Per favore, dai. Non si può mettere tutto sullo stesso piano.
Veramente in quel momento avevo tempo. ;)
Con Fede c'è stato uno scambio esauriente, tanto che ci siamo perfettamente capiti.
18. sì per me è valido, ognuno fa ciò che vuole finché non danneggia gli altri, se vuole girare come una patacca di colori come se fosse tutti i giorni carnevale a Rio liberissimo, se vuole fumare fumi,... purché abbia chiaro che non può pretendere di fumare accanto a chi non vuole fumare, purché non pretenda (l'impataccato) di entrare in metro senza sgualcirsi il vestito e così via di paradosso in paradosso.
Il Papa e i cattolici parlino per i cattolici non pretendano che la loro morale divenga legge di stato, così i mussulmani o qualsiasi altra religione e mi dispiace ma sull'eutanasia si stanno mostrando situazioni abbominevoli in questi giorni, uomini ridotti allo stato di 'gelatina' che vogliono una morte decorosa costretti alla vita da uno stato che obbliga i familiari e i medici ad accanirsi su di loro, un uomo non è sulla terra per essere costretto a respirare in un letto forzosamente.
Così i panda, vogliamo tenerli in vita per forza, terremmo in vita pure i dinosauri se non si fossero estinti, collezionisti maniaci di esseri viventi come di fumetti macchine o tappi. Ma se non riescono ad adattarsi, se abbiamo creato un pianeta di merda invivibile perché ci ostiniamo a salvarli a tenerli in piedi quando si sarebbero schiantati al suolo da soli? Ripensare a pulire il pianeta no, mettere una pezza a un orsacchiotto che non vuole più riprodursi sì, tanto per, anche se non riuscirà ad essere più indipendente autonomo, come i nostri cani i nostri gatti, chiusi costretti in case, appartamenti, ad aspettare il padrone che torni per fare i propri bisogni e vederli poi raspare sull'asfalto per correre quei 10 minuti di libertà. Lo so, è contorto e pazzescamente abnorme ma per me è uno stesso pensiero barocco della nostra non linearità con cui ci muoviamo e della faziosità: la chiesa cattolica è sì alla vita a tutti i costi (rimane il fatto che i feti non battezzati non sono cristiani ma cmq già esseri viventi con gli stessi diritti degli uomini adulti), noi alla compagnia delle nostre bestioline a tutti i costi. E sia chiaro che non voglio sparare in fronte ad ogni fottuto panda che non accetta di riprodursi, come si diceva su Fight Club, figuriamoci, però se non ce la fa non ce la fa, il panda lo conosciamo ma non mi pare siano poche le specie che si estinguono ogni anno ma nessuno le conosce. Ma ognuno ha le sue verità inviolabili che vuole imporre agli altri, io mi accontento ad imporle a tutti quelli che cercano di imporsi su di me, fuori dal mio cerchio siete salvi. Io?
Mi pare sia un punto di vista un po' menefreghista Emanuele. Dal mio punto di vista esiste anche un'etica - non una religione, sia ben chiaro - che dovrebbe spingerci al bene comune senza avallare teorie neo darwiniste che contribuirebbero solo ad abbrutire un mondo già parecchio abbrutito di suo. Ma va be', Emanuele, nessun problema, ognuno esprime la propria sensibilità. é evidente che sul tema le nostre sono diverse.
Strano a dirsi, mi dicono di fregarmene un po' meno di quello che mi succede intorno visto che passo giorni interi nero come la pece solo leggendo ititoli dei giornali. Cmq, rimaniamo così, se ti chiedo aiuto vieni, se non ti chiedo aiuto lasciami affogare, thanx.
Certo, Emanuele, l'aiuto ad un lankelottiano lo do volentieri se serve. Nel tuo caso, solo se richiesto, allora;)
Però veramente strano, le persone che si preoccupano degli altri sono quelle che si impongono agli altri, pensiero strano... saranno i Baustelle:
Te ne rendi conto
Guarda come sei ridotto
Mi fai pena
Cerca uno psicologo
Lo capisci amore mio
Io sono l'unica che ti ha capito
Puoi contare su di me
Essere depressi oggi
Provoca troppi dibattiti
Essere perduti oggi
Dura solo pochi attimi
Io sono lo scrittore in mare
Lasciami affogare
Lasciami una bibita al terrore
Il poeta affonda
E non si ferma mai
Chiaramente, libro sparito nel nulla.
Fortunatamente.
recensione linkata da WIKI:
http://it.wikipedia.org/wiki/Fausto_Gianfranceschi