Giagni Tommaso

L'estraneo

Autore: 
Giagni Tommaso

Che Roma stia collassando, e che i romani siano irriconoscibili, complici il degrado politico, l'analfabetismo di ritorno, l'invivibilità d'una metropoli disumana e sporca, è pacifico; la città è indifendibile, la cittadinanza è esausta. “L'estraneo” di Giagni vive in questo contesto qui, in questo momento qui. È uno che ha giocato a ridurre, beato lui, la città in due parti soltanto, vale a dire “Roma delle Rovine” e “Roma di Quaresima”: e questa semplificazione liminare, spendibile soltanto con robusta licenza poetica, ha finito per raccontare che non c'è più spazio per le persone sensibili e oneste come il narratore, da queste parti. Non c'è più spazio per l'innocenza, e per l'ingenuità. Perché Roma, spegnendosi fragorosamente, sta tornando a essere respingente, malarica come nei secoli tristi dei grand tour degli stranieri; è diventata una città ostile all'accoglienza, nemica dell'integrazione dell'alterità, se non previe umiliazioni e prepotenze. È diventata una città incapace di assimilare intelligenze e sensibilità nuove: satura di storia, di corruzione, di debiti e di promesse, ha deciso di invecchiare. Sta invecchiando molto male – sta diventando scorbutica, scontrosa e lunatica. È diventata capace di cacciare via i suoi figli più onesti, e i suoi ospiti; forse perché vuole essere lasciata morire in pace. Sogna la morte e non riesce a guadagnarla. Questo non lo so, non lo capisco. So che il protagonista del romanzo di Giagni sembra non guardare alle cause del disastro; sembra osservare, con sguardo più da entomologo che da antropologo [peccato], al male che corrode e disintegra la Roma delle Rovine e la Roma di Quaresima: gioca a diventarne parte; s'illude forse di poter essere un farmaco; infine, in quell'angosciante e alienante raccordo che circonda la città, decide d'essere libero.

Titolo migliore non poteva sceglierlo, il giovane Tommaso Giagni, classe 1985, alle spalle due racconti pubblicati dal circuito emofiliaco della Minimum Fax e diverse collaborazioni con quotidiani democratici di sinistra. Chiamarlo “L'estraneo” è una scelta onesta, triste e saggia. Istantaneamente evoca “Lo straniero” di Camus e “Gli indifferenti” di Moravia – almeno, per me è così. Ma la scelta della categoria dell'estraneità è fondamentale per rappresentare il sentimento principe di tutte le persone oneste, di qualsiasi classe sociale, di qualsiasi quartiere, di qualsiasi età, nei giorni del capitombolo brutale del regime forzista: nei giorni che annunciano il capitombolo brutale del regime forzista. È terribile, ma è vero: a un tratto è diventato santo chiamarsi fuori da tutto, perché dappertutto stava strisciando – e sta strisciando – qualcosa di cattivo, e di marcio. Estraneità a tutto significa niente chiesa, niente partito, niente circuito editoriale, niente padrini, niente patroni. Ma la società occidentale si fonda su un principio ben diverso: sull'inclusione, sull'appartenenza. È per questo che l'estraneo finisce male. Perché l'estraneità deve essere una parentesi: deve avere un termine. Qui invece non sta finendo proprio niente. C'è solo una città che ci sta crepando addosso. Come lo Stato di cui era capitale. La sensazione è schiacciante. Non c'è riparo, non sembra esserci rifugio. Io credo in Dio, e così medito spesso, medito come posso, studio, e prego. È una strada. Forse cieca. Il protagonista del romanzo di Giagni va a sbattere contro questo tempo. Senza colpa. Con piena coscienza.
 
La Roma raccontata da Giagni è questa degli anni Dieci, umiliata e sconvolta dalla nascita irrefrenabile, e irrichiesta, di sempre nuovi quartieri-dormitorio. Sempre più periferici e inservibili, sempre più abbandonati a loro stessi: espressione della civiltà del cemento selvaggio che sta strangolando la nostra terra. Giagni vede questi quartieri periferici come una realtà incredibilmente compatta, puntinata da centri commerciali che servono a recuperare il denaro guadagnato lavorando tutto il giorno in un sistema che insegna ad avere bisogno del superfluo, addestra a consumare a tutto spiano e senza freno, educa ad essere non più cittadini, ma – appunto – consumatori. Giagni racconta, in narrativa, un mondo terrificante che Pasolini aveva disperatamente cercato di spezzare sul nascere, denunciando, nei suoi “Scritti corsari”, la metamorfosi del potere e delle classi popolari. Giagni, nato dieci anni dopo la morte del poeta friulano, racconta una civiltà istupidita da un benessere di cartapesta, incapace di desiderare altro che non sia il lusso, viziata da un'inspiegabile tutela dei vizi e dei capricci dell'adolescenza, nemica di ogni espressione d'arte, e d'intelligenza, che non sia catodica e spiccia. E viene da piangere per quanto fedele sembra essere la rappresentazione di certa gioventù capitolina. È una rappresentazione sconsolante, cruda, vivida. Verace.
 
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L'incipit del libro è potente, e fiabesco. “Ci sono una 'Roma delle Rovine' e una 'Roma di Quaresima', e tutto sta nell'essere figlio di questa o di quella. Certe strade non sono altro che mura. Poi ci sono io, figlio di entrambe e di nessuna – il che è esattamente lo stesso. Io sono estraneo: io sono tutto e niente”. Il libro parte così, poi scivola su un primo capitolo brevissimo e adolescenziale, spesso zoppicante [riscrittura o riduzione di lavoro giovanile? È un'ipotesi] e man mano si riprende – e va a raccontare, per un romanesco claudicante, leggermente artefatto, e per descrizioni a volte micidiali a volte leggermente scomposte, la storia di un ragazzo che voleva tornare alle paterne origini borgatare, ma le borgate non trova più; negli anni passati assieme alla sua famiglia, col papà portiere nel Centro Storico, e lui a studiare nel liceo Visconti [aristocratico e radical chic; grande rivale del politicizzato e sinistro Mamiani], è diventato un ibrido. Un ibrido, non un anfibio. Ma come si diceva in apertura, non è colpa dell'individuo dissociato; c'è un sistema che sta morendo, c'è una capitale che si sta disossando. Cosa può fare un intellettuale di vent'anni? Letteratura. A trentacinque diventa pesante anche questo, diventa difficile. Almeno – stando qui, qui e ora.
 
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“L'estraneo” è un esordio promettente e tosto. Escludo che Giagni possa restare “homo unius libri” - perché in quel caso rimarrebbe un giovane artista con discreto stile e buona sensibilità che ha dedicato un quaderno alla fine di Roma – forse, alla fine di un'idea di cittadinanza romana che Cardarelli poteva ancora vivere con orgoglio, cento anni fa, e così Flaiano, cinquant'anni fa; mentre Acitelli, oggi, racconta l'ultima romanità, quella delle borgate di trenta e quaranta anni fa. Dalla fine degli anni Settanta, Roma sembra essere diventata poco più di un sordido romanzo di palazzo, prima democristiano e poi forzista, e una raccolta di racconti di tanti quartieri-dormitorio. L'ultima isola felice sta sull'ottavo colle – ma questo è un mio giudizio. Non conta niente.
 
Concludo con Giagni. M'aspetto, nel prossimo libro, descrizioni sintetiche e liriche, e fedeli registrazioni delle voci di tanti figli del popolo. Ma al di là della calligrafia – pure importante – e della lealtà al territorio, m'attendo qualcosa di tecnicamente diverso da un romanzo; Giagni può inventare qualcosa di nuovo. Stavo per dire: di estraneo. Profondamente. Ma intanto: il primo passo è stato buono.
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Tommaso Giagni (Roma, 1985), scrittore italiano. Questo è il suo primo romanzo. In precedenza, aveva pubblicato racconti in due antologie Minimum Fax, vale a dire “Voi siete qui” [2007] e “Ogni maledetta domenica” [2010]. Specializzando in Storia Contemporanea a “La Sapienza”, ha scritto su quotidiani (il fu “Il Riformista”, la fu “Liberazione”, “l’Unità”), riviste cartacee (“Nuovi Argomenti”) e web (“Nazione indiana”, “accattone”).
 
Tommaso Giagni, “L'estraneo”, Einaudi, Torino, 2012. Progetto grafico di Riccardo Falcinelli. Collana “Stile Libero”. ISBN 9788806207977. pp. 156, € 14,50.
 
Approfondimento in rete: bella intervista su “Rivista Studio” / buona intervista su “Nazione Indiana” / Michele Lupo sul “Recensore” / Letteratitudine / Antonio Sansonetti in “Blitz Quotidiano” / Dario Pìparo in “El Aleph” / Paesesera [altra intervista: a firma Rocco Bellantone] / Andrea Ferri in “Paradiso degli Orchi” / Krauspenhaar in “Torno Giovedì” / Minima et Moralia.
 
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Ottobre 2012.
ISBN/EAN: 
9788806207977

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[tommaso giagni,

[tommaso giagni, "l'estraneo"] dati bibliografici + links:

Tommaso Giagni, “L'estraneo”, Einaudi, Torino, 2012. Progetto grafico di Riccardo Falcinelli. Collana “Stile Libero”. ISBN 9788806207977. pp. 156, € 14,50.
 
Approfondimento in rete: bella intervista su “Rivista Studio” / buona intervista su “Nazione Indiana” / Michele Lupo sul “Recensore” / Letteratitudine / Antonio Sansonetti in “Blitz Quotidiano” / Dario Pìparo in “El Aleph” / Paesesera [altra intervista: a firma Rocco Bellantone] / Andrea Ferri in “Paradiso degli Orchi” / Krauspenhaar in “Torno Giovedì” / Minima et Moralia.

[l'estraneo] Titolo migliore

[l'estraneo] Titolo migliore non poteva sceglierlo, il giovane Tommaso Giagni, classe 1985, alle spalle due racconti pubblicati dal circuito emofiliaco della Minimum Fax e diverse collaborazioni con quotidiani democratici di sinistra. Chiamarlo “L'estraneo” è una scelta onesta, triste e saggia. Istantaneamente evoca “Lo straniero” di Camus e “Gli indifferenti” di Moravia – almeno, per me è così. Ma la scelta della categoria dell'estraneità è fondamentale per rappresentare il sentimento principe di tutte le persone oneste, di qualsiasi classe sociale, di qualsiasi quartiere, di qualsiasi età, nei giorni del capitombolo brutale del regime forzista: nei giorni che annunciano il capitombolo brutale del regime forzista. È terribile, ma è vero: a un tratto è diventato santo chiamarsi fuori da tutto, perché dappertutto stava strisciando – e sta strisciando – qualcosa di cattivo, e di marcio. Estraneità a tutto significa niente chiesa, niente partito, niente circuito editoriale, niente padrini, niente patroni. Ma la società occidentale si fonda su un principio ben diverso: sull'inclusione, sull'appartenenza. È per questo che l'estraneo finisce male. Perché l'estraneità deve essere una parentesi: deve avere un termine. Qui invece non sta finendo proprio niente. C'è solo una città che ci sta crepando addosso. Come lo Stato di cui era capitale. La sensazione è schiacciante. Non c'è riparo, non sembra esserci rifugio

[5 ottobre 2012] Anticoli

[5 ottobre 2012] Anticoli Corrado (RM). L'autore presenta il suo libro L'estraneo presso la Sala del Civico Museo di Arte Moderna e Contemporanea alle 18. Intervengono Paolo Vanacore e Anna d'Incalci. Evento curato dalla Biblioteca Comuncale Fernando Grifoni.

[estraneo] Ma, ma... è

[estraneo] Ma, ma... è tornato Franchi! In gran spolvero. Viva!

[estraneo] grazie tm:). E' un

[estraneo] grazie tm:). E' un libro che ho sentito molto.

[estraneo] Guarda che ti è

[estraneo] Guarda che ti è scappata, penso involontariamente, una ripetizione "nei giorni che annunciano il capitombolo brutale del regime forzista". Magari è voluto, ma non credo.

[estraneo] E' voluto: infatti

[estraneo] E' voluto: infatti è scritto...

"nei giorni del capitombolo brutale del regime forzista: nei giorni che annunciano il capitombolo brutale del regime forzista".

> sono due concetti diversi...

[sulla copertina de

[sulla copertina de "L'estraneo"] ha scritto Vasta, su "Repubblica":

"L’estraneo, romanzo d’esordio di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero), comincia prima della scrittura, nel senso che comincia dall’immagine di copertina: un frammento urbano, i colori desaturati verso il bianco e il grigio, un corpo maschile in caduta libera – la testa camuffata, le braccia aperte, qualcosa di simile a una cordicella arancione intorno a un polso. Lo scatto è del fotografo francese Denis Darzacq, che da tempo realizza immagini di corpi in caduta. Continuando a osservare la foto si ha però l’impressione che questo corpo non stia cadendo ma che si stia sollevando, come se l’asfalto sottostante lo avesse appena respinto verso l’alto; concentrandosi ancora si impone una naturale ambiguità: la consapevolezza che, semplicemente, quel corpo sia sospeso. È proprio a partire da questo piccolo caos percettivo – l’impossibile che diviene logico – che la foto di Darzacq vale da varco d’ingresso naturale alla storia raccontata da Giagni: a che cosa viene raccontato ma soprattutto a come."

> il resto:  http://www.minimaetmoralia.it/?p=8811#more-8811

[estraneo] Gran bella

[estraneo] Gran bella recensione. Cosa ti aspetti esattamente da Giagni per il futuro? Hai detto "qualcosa di tecnicamente diverso da un romanzo". Che intendi? Sono curiosa.

[estraneo] mi aspetto che

[estraneo] mi aspetto che vada assecondando lo spirito del tempo, e della ricerca letteraria, che s'è già alimentato di "Assalto a un tempo devastato e vile", "Sappiano le mie parole di sangue", "Hotel a zero stelle", "Qualcosa di scritto" -  forse di quel caotico antesignano che poteva essere "Petrolio"; e in ogni caso della bizzarra e inconcludente poetica della "confederazione dei generi" del papà della "Dissipatio"  - e altrove di "Mani" di sir Patrick Leigh Fermor, o della "Storia dell'Impressionismo" di Rewald.

In altre parole, mi aspetto che scardini il romanzo [ciò che rimane, del romanzo], scrivendo "un libro di libri": a metà tra saggio, memoir e narrativa pura. Qualcosa di nuovo.

[Giagni] Ehilà! Era un po'

[Giagni] Ehilà! Era un po' che non usciva una tua recensione: ti ho letto con gran piacere!

Ah, Roma da cui ti sei ormai staccato... una città perduta, sembra. magari rinascerà dalle proprie rovine, come una volta.

[giagni] grazie marina:). Su

[giagni] grazie marina:). Su Roma - è perduta, ma per rinascere dalle rovine deve prima fisicamente andare in rovina, non solo moralmente ed economicamente. Sospetto che sarebbe una fortuna. La distruzione, a volte, è una benedizione. Quel che è diventata roma fa spavento, e non ha nessuna giustificazione. Da salvare c'è veramente troppo poco.

[Giagni] Anch'io leggo con

[Giagni] Anch'io leggo con piacere la tua bella pagina. E mi dico che però l'aria sta cambiando, un po' ovunque suppongo. Non è detto che per ricostruire si debba radere al suolo. Le macerie vanno portate via e non sempre è possibile e neppure giusto. Chissà perché mi viene in mente il mio professore di disegno, storico dell'arte, che passava il tempo libero del post-terremoto a recuperare ogni sasso della sgretolata Venzone, e a numerarlo. Oggi la città è risorta: magnifica, sembra non ci sia stato alcun sima. Ma è vuota, e suona falsa.


Roma l'ho vista in un pellegrinaggio di poche ore a giugno, e agli occhi del turista è sembrata sempre la stessa. Diverso per chi ci vive. Ma ripeto, l'aria sta cambiando e molto di quello che conoscevamo sta scomparendo, con buona pace di chi ci aveva fatto sopra una fortuna.


Forse spogliata di certe cose, e non rasa necessariamente al suolo, ritroverà l'antico splendore. Io ci conto :)

[Giagni] Sempre saggia Ilde,

[Giagni] Sempre saggia Ilde, vero: non è detto che per ricostruire si debba radere al suolo. Ma nel caso di Roma, di questa città fondata, nel secondo Novecento, sulla più clamorosa speculazione edilizia italiana - e sul più assurdo numero di appartamenti o di mezzi palazzi vuoti in città, in tutta italia; e sul più grande numero di terreni trasformati in cubi o parallelepipedi di cemento - l'auspicio della distruzione non è casuale. L'estensione di questa città non è razionale; e in ogni caso non è più amministrabile. Hanno fatto un disastro. Tanto andrebbe riconvertito in terra: restituito alla natura. Quasi tutto, mi viene da dire. A spese dei costruttori, e dei politici che hanno permesso loro di speculare.

Che poi ci sia un'altra Roma che niente potrà mutare - non ci piove. Ma è una città ben poco terrena...

 

["l'estraneo"] terzo in

["l'estraneo"] terzo in classifica, su dedalus:  http://www.leparoleelecose.it/?p=9809#more-9809

[roma] "Così, in una città

[roma] "Così, in una città come Roma, io posso trovarmici a mio agio anche quando mi annoia, e spesso mi annoia da morire, anche quando i suoi venti molli mi riducono uno straccio come fanno oggi, solo perché mi ci sono trapiantato tanti anni fa con una o due radici, ripeto non ne occorrono poi tante. Ma strapparle da me vorrebbe dire alienarmi non solo dalla mia natura e da me stesso, ma anche da Roma e da tutto" [Sandro De Feo, "Gli inganni", Longanesi, 1967, p. 42]

(Giagni) Recuperato da poco

(Giagni) Recuperato da poco in biblioteca. Leggendo i commenti, non posso che pensare a tutto ciò che è accaduto di sconfortante in questi anni, a Roma e non solo. 

[giagni] è uno che vuole

[giagni] è uno che vuole provare a restare. Non sta giocando.

(Giagni) Bella questa cosa

(Giagni) Bella questa cosa che scrivi. Speriamo bene.

(Giagni-Roma-Francigena) Non

(Giagni-Roma-Francigena) Non c'entra nulla col libro ma pensa che uno dei sogni miei e di Eva è quella di ripercorrere la Francigena piedi da Canterbury e arrivare a Roma e magari, chissà, mangiarsi una pajata in una città deserta, quasi post-apocalittica.

(roma, andrea c.) in realtà è

(roma, andrea c.) in realtà è già successo: a un tratto, tra V e VI secolo, Roma è stata deserta di abitanti, per un periodo ridotto di tempo, e poi lentamente è stata ripopolata - per un migliaio d'anni, è rimasta una meravigliosa rovina di una città che un tempo, e per circa 5 secoli, aveva sostanzialmente governato tutto il mondo conosciuto. Il fatto a cui mi riferisco - roma zero abitanti e un viandante che può mangiare in una delle sue centinaia e centinaia di migliaia di case - è capitato durante uno degli ultimi frangenti della guerra goto-bizantina, in un secolo buio e triste che veniva dopo il secolo dei 4 sacchi, man mano più brutali, (410, 455, etc), delle epidemie, delle varie carestie, della fuga dei superstiti nelle rocche e nei villaggi del Lazio... e chi ha descritto lo scenario ha descritto qualcosa di fanta-apocalittico.

In quello stesso scenario, in quello stesso secolo, le simpatiche popolazioni barbariche distrussero Mediolanum, e la rasero letteralmente al suolo, massacrando i superstiti o facendone schiavi. http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_gotica_%28535-553%29

(Roma-Franchi) A tua memoria,

(Roma-Franchi) A tua memoria, tralasciando i saggi & co. c'è qualche romanzo/film che cerca di raccontare quel periodo storico? 

 (roma, andrea) no, c'è un

 (roma, andrea) no, c'è un romanzo di Graves su Belisario - il grande comandante dell'esercito Romano (oggi diremmo "bizantino", per capirci al volo) impegnato nella guerra gotico-bizantina. Ma non è memorabile. In generale, l'epoca storica in questione e i drammatici fatti di quel secolo sono totalmente rimossi, nella nostra letteratura, e così nel nostro cinema. Forse potrebbe averne scritto un greco, ma non conosco bene i loro scrittori contemporanei e non so dirti. 

C'è la remota possibilità che sia stato scritto qualche romanzetto storico di serie b, c, d su quegli anni - magari nelle collanacce newton compton o cose simili, ma insomma credo di poter dire con discreta sicurezza che nessun grande letterato italiano, e nessun medio letterato italiano, ha pubblicato romanzi sull'argomento e sul periodo in oggetto negli ultimi centoventi anni. 

(Roma-Franchi) Un peccato. Lo

(Roma-Franchi) Un peccato. Lo prevedo ma che rammarico sapendo che siamo stati, sintetizzando, la terra di un impero e non ne esce proprio niente. Pensa a tutti i film/telefilm che ancora oggi negli USA tirano fuori a proposito del West.

E comunque una Roma devastata e abbandonata oggi chissà cosa sarebbe...pensa che io mi immagino Milano post-apocalittica visto come oggi la stanno riducendo. L'Expo è la mazzata definitiva. Tra l'altro appoggiata dal sorriso di tanti.

Di Graves sono andato a visitare la sua casa a Maiorca a Deià, atmosfera incredibile, non tanto per la casa ma quanto per il paese e il mare vicino...Sempre a proposito di romanzi su Roma, tempo fa lessi due righe di Vanni Santoni sul romanzo di Simone Sarasso "Invictus. Costantino, l’imperatore guerriero" ma quando l'ho trovato usato in un banchetto e ne ho letto alcune righe non mi ha minimamente interessato e l'ho riposto dove stava prima. Rimanendo al campo dei film su Roma e che si discostano dall'argomento apocalittico hai visto "The Eagle"?, "L'ultima legione" e "Centurion"?

(roma, andrea) Ricordo

(roma, andrea) Ricordo anch'io diverse recensioni un po' inspiegabilmente entusiaste del libro di Sarasso - sono contento di vedere che quel libricino sta sparendo nel nulla. Niente di nuovo... Sul fronte "film su Roma" l'ultima cosa che ho visto è il buffo e caricaturale "Pompei", perché mi incuriosiva la rappresentazione della cittadina - mi mancano tutti e tre i film che mi segnali, mentre considero degnissimo il povero "De Reditu" del nostro Bondì, che vidi in sala assieme al Fressura in uno dei cinque o sei giorni in cui resistette al cinema. Su Lanke trovi anche la mia vecchia recensione...

[Roma, film] Dei film citati

[Roma, film] Dei film citati da Consonni ho visto "L'ultima legione" e "The eagle". Il primo è tratto da un romanzo di Manfredi, il secondo da un altro romanzo, ma non ricordo di chi (autore o autrice straniero/a). Sono due film d'azione che testimoniano, come già aveva fatto "Il gladiatore" tempo prima, che a patto di avere i mezzi si possono fare buoni prodotti. Non so quanto affidabili storicamente, ma visioni oneste, spettacolari. "L'ultima legione" più divertente e divertito, "The eagle" un po' serioso, entrambi senza pretese, per quel che mi riguarda (a dispetto dei cast, perché i protagonisti maschili sono attori importanti degli ultimi, e non solo, anni). Curiosità: tutti e due i film puntano sulla Nona Legione e la Britannia.

(Roma-Film) Anche Centurion è

(Roma-Film) Anche Centurion è sulla Nona Legione e la Britannia. In effetti quando vidi Centurion a un certo punto andai in confusione. "De Reditu" l'ho invece completamente perso, anche perchè da queste parti è stato praticamente invisibile all'orizzonte (così come oggi lo è Garcia).

 

 

(ac, roma, film) Credo che a

(ac, roma, film) Credo che a Roma "De Reditu" sia entrato in una, forse due sale. Più facilmente una sola. Massimo cinque-sei giorni. Disastro commerciale assoluto, lancio nullo. Eppure, come vedrai, degno lavoro, degno. Ma il poema di Rutilio Namaziano rimane irraggiungibile.