Gayford Martin

La Casa Gialla. Van Gogh, Gauguin e nove turbolente settimane ad Arles

Autore: 
Gayford Martin
Il 23 ottobre 1888, dopo un viaggio di quasi due giorni che lo aveva separato da Pont-Aven, sulla costa atlantica della Bretagna, uno spiantato Paul Gauguin raggiungeva Arles, Francia del Sud. Era stato invitato lì da un entusiasta e propositivo Vincent Van Gogh – più che un amico, un conoscente – per prendere parte alla creazione di un qualcosa di fortemente innovativo: una sorta di comunità monastica in miniatura dedicata alla realizzazione dell’arte del futuro, lontana dagli ormai logori clichè impressionisti. Un’istituzione che si sarebbe autofinanziata, grazie al sostegno agli artisti meno affermati da parte di quelli che avevano già raggiunto il successo.
Per un po’ la convivenza tra i due maestri procedette tranquilla tra le mura della Casa Gialla di place Lamartine, dati l’importanza del ruolo di cui si erano investiti e il desiderio di apprendere l’uno dall’altro quanto più possibile. A un certo punto, però, qualcosa iniziò a scricchiolare.
 
La convivenza, si sa, è una prova durissima anche per gli innamorati. Figurarsi per due artisti, oltretutto noti per i comportamenti bizzarri e provenienti da ambienti totalmente diversi.
Uno era un francese quarantenne con una famiglia lontana e un passato nel mercato finanziario, l’altro era un olandese di trentacinque anni che si era cimentato in varie mansioni”, p. 9). Il primo era un appassionato di scherma e di boxe, aveva alle spalle un’educazione da pio cattolico, adorava Cézanne ed eseguiva le sue opere de tête (a memoria, usando l’immaginazione). Il secondo detestava le opere del più cubista degli impressionisti, provava orrore di fronte a qualsiasi tipo di arma, era un devoto protestante e per dipingere aveva bisogno di avere il modello davanti.
Le uniche cose che li accomunavano erano, in pratica, la statura (“entrambi bassi, persino secondo gli standard della Francia dell’Ottocento”, p. 14), l’essersi dedicati alla pittura relativamente tardi e l’assiduità delle “sortite igieniche” alle maisons de tolérance (“Tenevamo una scatola: un tanto per le sortite igieniche notturne, un tanto per il tabacco, un tanto per le spese occasionali, affitto compreso”, p. 49). Un po’ pochino come base su cui costruire un menage felice e duraturo.

Nel libro di Gayford si segue quasi minuto per minuto lo scorrere delle giornate e l’alternarsi degli umori e delle manie dei due inquilini del civico 2 di place Lamartine, grazie alla scrupolosissima ricostruzione degli eventi e alla costante citazione di appunti, pagine di diario e lettere di Gauguin e Vincent, la maggior parte delle quali indirizzate a Theo Van Gogh: per l’uno mecenate-impresario, per l’altro fratello-confessore-malato come Vincent di “malinconia” (depressione maniacale). Evidentemente un’eredità familiare, dato che di disordini dell’umore soffriva anche Wilhelmina, l’amata sorella minore.

Come annunciato dalla quarta di copertina, La Casa Gialla è una documentatissima biografia parallela, che, trattando di pittori e di pittura, è parallela anche dal punto di vista iconografico. In diverse occasioni, infatti, ad essere messi a confronto non sono solo i caratteri e i comportamenti di Gauguin e Van Gogh, ma anche quelle opere che i due maestri eseguirono davanti allo stesso soggetto, in posa nello studio che condividevano al pianterreno dell’abitazione.
Affascinante e quasi commovente è, a questo proposito, il raffronto tra i ritratti che fecero a Madame Augustine Roulin. Opere tanto diverse da faticare a credere che si tratti dello stesso soggetto raffigurato nella medesima circostanza.
Raccontando dell’esecuzione dell’opera appena citata, Gayford aggiunge un particolare – desunto da chissà quale fonte della notevole, seppure non ostentata bibliografia in fondo al volume – che dà la misura di quanto la gente avvertisse la pericolosità di uno spirito inquieto e complesso come quello di Vincent Van Gogh.
Come colei che l’aveva preceduta, Madame Roulin guardava dritta negli occhi Gauguin, senza degnare di uno sguardo Vincent. Forse perché – anche se non era stato Gauguin a organizzare la posa – la sua presenza la rassicurava. Vincent invece la innervosiva, come ricordò successivamente sua figlia. Se non ci fosse stato Gauguin, forse sarebbe stata riluttante ad andare nello studio da sola”, p. 216.

La Casa Gialla è un libro importante per diversi motivi. Offre una visione ravvicinata di due giganti della Pittura mostrandoli in tutte le loro debolezze e bisogni, e proprio per questo rendendoceli più comprensibili (per quanto possibile per i nati sotto Saturno); è un esempio encomiabile di saggio organico e completo che percorre fino alla fine tutte le strade intraprese, concludendosi con una rassegna dell’evoluzione e/o della fine dei personaggi coinvolti nella vicenda (anche dei quelli apparentemente poco rilevanti). Infine, spostando spesso l’inquadratura oltre le stanze della Casa Gialla, con rapide ma densissime pennellate delinea il panorama artistico della Francia di quel periodo (Monet, Renoir, Pissarro erano sulla soglia dei cinquanta/sessanta anni, il ventinovenne Seurat era il nuovo pittore di spicco di Parigi, Sérusier e il suo circolo il “Talismano” avevano iniziato a promuovere un diverso modo di dipingere ecc.) avvicinandoci in questo modo a una pratica che, negli anni della scuola, la scuola ha da noi preteso pur non dandoci (in molti casi) gli strumenti necessari per farlo: contestualizzare i fatti.

EDIZIONE ESAMINATA
Martin Gayford, La casa gialla. Van Gogh, Gauguin e nove turbolente settimane ad Arles, excelsior 1881, Milano 2007, pp. 357. Traduzione di Anita Maria Mazzoli.
BIOGRAFIA AUTORE (dalla quarta di copertina)
Martin Gayford, critico d’arte dello Spectator e del Sunday Telegraph, è coautore di The Penguin Book of Art Writing e curatore di numerose mostre alla Tate Gallery e al Musée d’Art Moderne di Parigi. Vive a Cambridge con la moglie e i due figli.

Paola Biribanti, Settembre 2008

ISBN/EAN: 
978886158145

Commenti

Un'altra chicca della excelsior 1881!

grazie dell'articolo, Paola. Ho cercato il ritratto della Roulin ma ho trovato solo quello di Van Gogh. Sarebbe interessante vederla attraverso gli occhi di entrambi.

Brava Paola. Primo perché hai scelto un libro delle promettenti Excelsior, secondo per l'argomento. Avevamo soltanto l'epistolario di VG, adesso l'archivio migliora.

Grazie a voi per aver letto e commentato!
Quanto alle edizioni excelsior 1881: scoperte attraverso il nuovo libro di Tommaso Labranca, le trovo entusiasmanti. Curatissime e lontane anni luce dall'ovvio e dal già visto.

"Era stato invitato lì da un entusiasta e propositivo Vincent Van Gogh ? più che un amico, un conoscente ? per prendere parte alla creazione di un qualcosa di fortemente innovativo: una sorta di comunità monastica in miniatura dedicata alla realizzazione dell?arte del futuro, lontana dagli ormai logori clichè impressionisti. Un?istituzione che si sarebbe autofinanziata, grazie al sostegno agli artisti meno affermati da parte di quelli che avevano già raggiunto il successo."

> Sogno eterno e splendido.

copertina!

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