Gatti Fabrizio

Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini

Autore: 
Gatti Fabrizio
“La più grande menzogna è far credere che tutto questo si possa cambiare con le parole” [p. 486]
 
Un documento importante e una lettura necessaria questo réportage di Fabrizio Gatti, giornalista coraggioso che negli ultimi anni si è reso protagonista di svariati “travestimenti” per sondare nelle profondità pratiche e burocratiche la condizione degli immigrati clandestini in Italia.
Nel 1998 sceglie un cognome sardo e uno veneto, diventa Roman Ladu, si spaccia per romeno e si fa arrestare e rinchiudere al centro Coronelli di Milano che dopo questa “incursione” viene chiuso.
Un paio d’anni fa Gatti decide di seguire le rotte dei disperati che si imbarcano in Libia e arrivano (quando arrivano) alle nostre coste della Sicilia (Lampedusa soprattutto).
Parte da Dakar, Senegal, e attraversando Mali e Niger,  europeo bianco mescolato ad africani in cerca di varia fortuna, arriva in Libia. Il viaggio è una scuola di vita e di riflessioni per il protagonista e per il lettore.
Una marea umana in fuga dai Paesi sconvolti dalla guerra, dai campi profughi (come quelli del Darfur) dove le condizioni di vita sono disumane, da una miseria drammatica causata spesso dallo sfruttamento economico dell' Occidente (e della Cina sempre più presente), oltre che da governi corrotti e incapaci, si sposta verso un mondo sconosciuto, falsamente mitizzato e creduto terra promessa di salvezza personale e comunitaria, per raggiungere il quale spesso il prezzo è la vita. Gente giovane, a volte giovanissima, spesso scolarizzata a livello anche alto (si parla di laurea, si parla comunque di gente che sa leggere e scrivere, molti sono diplomati o specializzati) che rappresenta un investimento per tutta la comunità di provenienza.
 
Sulla rotta dei “nuovi schiavi” (questo è il destino più frequente per i clandestini, sia che arrivino in Europa sia che non ci arrivino) vivono e mangiano in tanti, in così tanti che è impensabile possa mai finire: il giro d’affari di questo mercato è enorme, spaventoso. Ci vivono (e mangiano) in Senegal, punto di partenza per il Mali, trasportando centinaia e centinaia di persone verso Bamako, da dove si prosegue per il Niger. I trasporti avvengono dietro compensi molto alti, sempre che i militari nei posti di controllo non derubino completamente i viaggiatori, impossibilitati a proseguire e quindi destinati a diventare, come migliaia di africani in tutte le tappe del lunghissimo viaggio “stranded”, cioè incagliati, arenati, finché non riescono a racimolare qualcosa per proseguire o per tornare indietro, spesso bloccati per anni in posti lontanissimi da quelli di origine o dalle méte sognate, ovviamente ridotti in miseria, quando non in schiavitù per sopravvivere.
Su questa disperazione vivono e  mangiano i pesci grandi, i trafficanti di droga che nascondono tra i malconci camion affollati da disperati quelli nuovissimi adibiti all'apparente trasporto di sigarette in Libia: sotto uno strato superficiale di queste ultime, infatti, ci sono chili e chili di coca arrivata ai porti africani dall’America centro-meridionale in una rotta che ne ricorda altre, ma capovolta.
Sulla stessa disperazione vivono e mangiano i pesci piccoli: padroncini di taxi (auto ormai allo stremo che rischiano di fermarsi per sempre a ogni viaggio), militari (che come detto derubano sistematicamente le persone in transito di tutti i loro averi: si stima che l’esercito e la polizia dedicati alle operazioni di “controllo” di chi attraversa il deserto guadagni tra un milione e mezzo e due milioni di euro al mese; la tangente perché un poliziotto libico non “veda” un barcone in partenza è di cinquemila dollari e naturalmente non c’è mai un solo poliziotto… ), piccoli commercianti dei posti “battuti” dalle rotte di questo mercato umano, spesso non meno miserabili.
I permessi per l'immigrazione legale nei Paesi occidentali sono troppo pochi (almeno rispetto alla domanda: dal Senegal vengono rilasciati circa duemila visti all'anno su ottomila richieste "ufficiali"): spesso persino chi possiede documenti in regola rischia di rimanere "spiaggiato" a causa di una burocrazia elefantiaca, quando non decisamente piratesca.
 
Gatti vede morire uomini e sogni durante tutto il lunghissimo tragitto, la cui penultima tappa Agadez, in Niger, rappresenta l’antiporta di un inferno di sabbia rovente puntellato di piccole oasi, pozzi, cadaveri di automezzi e di persone e percorso quotidianamente da migliaia di uomini e donne in cerca di una vita solo un po'  più dignitosa con i bidoni dell'acqua abbracciati al camion della salvezza sul quale non è neppure permesso dormire, perché nessuno si fermerà a raccogliere chi dovesse accidentalmente cadere. Gatti parla soprattutto con i giovani, raccoglie testimonianze drammatiche, con alcuni di loro riuscirà a tenere i contatti per qualche mese attraverso gli internet cafè dei villaggi più grandi, molti saranno poco più che esistenze sfiorate e poi sommerse per sempre nella sabbia sahariana.
Da Tripoli Gatti assiste alla partenza di un peschereccio pieno di clandestini. Le probabilità che tutti arrivino vivi a Lampedusa o direttamente in Sicilia non sono altissime. Ma per chi da perdere ha solo la vita, o per chi non ha neppure un posto dove tornare, bastano.
Sono quasi tutti musulmani, o cristiani protestanti: in ogni caso si affidano a Dio.
Il protagonista torna a casa, ma solo per ricominciare il viaggio.
Per raccontare cosa avviene dopo lo sbarco, nei centri di prima accoglienza in Italia.
Lascerei a chi fin qui si è incuriosito abbastanza la cronaca raccolta in questi posti davvero ameni, visitati da una delegazione del governo italiano dopo sei mesi dalla richiesta di poter accertare le condizioni degli “ospiti”, finalmente aperti ma naturalmente ripuliti a dovere anche delle persone.
La verità è diversa. E dovremmo conoscerla tutti.
Cosa attende un immigrato clandestino “pescato” a Lampedusa?
Solitamente il rimpatrio.
Talvolta un altro centro di detenzione da cui non è difficile fuggire.
Gatti assume una nuova identità (quella del curdo Bilal) e riesce a raccontare una parte del percorso di queste persone, che spesso cercano di restare in Italia finendo nelle maglie della nuova schiavitù (dai campi di raccolta dei pomodori al Sud, ai cantieri edili del Nord- grandi opere pubbliche comprese! - dove un muratore può essere pagato  in nero 2 euro l’ora).
E chi viene rimpatriato? Questo è un aspetto interessante, perché ha a che fare con gli accordi fra Italia e Libia. La promessa è di fermare i flussi migratori e quindi i clandestini rimpatriati devono essere espulsi dal territorio libico. E siccome non si può prendere una persona, mostrarle il deserto e dire “cammina sempre diritto, che prima o poi arrivi”, si costruiscono campi di detenzione (alcuni dei quali finanziati dall'Italia) in pieno deserto non lontano dal confine nigeriano o lungo le coste libiche (qui una cartina, da Nigrizia).
Gatti pubblica Bilal nel 2007, ma sugli stessi temi c'è una notizia di questi giorni: a seguito della proiezione in tutta Italia del film “Come un uomo sulla Terra” di Andrea Segre e Dagmawi Yimer proprio sulle condizioni di vita insostenibili di questi campi, è partita una petizione che chiede tra l’altro un chiarimento sulle responsabilità del nostro governo a proposito degli accordi bilaterali con la Libia accusata di ledere gravemente i diritti umani nel trattamento degli immigrati.
 
Diamo atto al giornalista Fabrizio Gatti di un grandissimo coraggio e di un’onestà di fondo: vengono narrati i fatti, vengono riportate le testimonianze, anche scomode, vengono condivisi i momenti di fragilità umana (il protagonista soffre la fame e la sete assieme ai suoi compagni di viaggio, viene derubato e si ammala), quasi mai c’è giudizio perché veramente ciascuno può farsene uno proprio.
Ma non si esce indenni da una lettura del genere, qualunque alibi la nostra coscienza provi a costruire.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Gatti, Fabrizio. Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini. BUR, Milano 2008,492 p.
 
[nel 2007 Rizzoli pubblica per la prima volta il libro con il titolo Bilal. Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi. Così compare anche sul sito rcs, non aggiornato.  E' ancora in commercio ed è lo stesso libro, in formato leggermente più grande]
 
Approfondimenti in rete
 
Fabrizio Gatti [su  Wikipedia]
 
Sul film Come un uomo sulla Terra, il sito e un bell'articolo su Nigrizia
 
Ilde Menis, novembre 2008
 
ISBN/EAN: 
9788817023450

Commenti

Sulla rotta dei ?nuovi schiavi? (questo è il destino più frequente per i clandestini, sia che arrivino in Europa sia che non ci arrivino) vivono e mangiano in tanti, in così tanti che è impensabile possa mai finire: il giro d?affari di questo mercato è enorme, spaventoso.

"?La più grande menzogna è far credere che tutto questo si possa cambiare con le parole? [p. 486]"

> Questo concetto - parto proprio dal tuo incipit - era al centro delle mie riflessioni qualche giorno fa, per altre e politiche ragioni. Osservavo la (bar-a)onda in piazza e mi chiedevo: perché so già che falliranno?
Risposte.

a - perché non hanno le palle di mettere paura a chi governa. E la massa fa paura solo quando carica un palazzo. Triste ma vero. La massa coi palloncini in mano fa paura solo a Cossiga.

b - perché non hanno più un libro di riferimento (anche se il Vangelo non sarebbe male. Che opera rivoluzionaria. "Sono venuto a portare la spada(...)").

"Sulla rotta dei ?nuovi schiavi? (questo è il destino più frequente per i clandestini, sia che arrivino in Europa sia che non ci arrivino) vivono e mangiano in tanti, in così tanti che è impensabile possa mai finire: il giro d?affari di questo mercato è enorme, spaventoso. Ci vivono (e mangiano) in Senegal, punto di partenza per il Mali, trasportando centinaia e centinaia di persone verso Bamako, da dove si prosegue per il Niger."

> Terribile.

2a :)

2b eh...

"I permessi per l?immigrazione legale nei Paesi occidentali sono troppo pochi (almeno rispetto alla domanda: dal Senegal vengono rilasciati circa duemila visti all?anno su ottomila richieste "ufficiali"): spesso persino chi possiede documenti in regola rischia di rimanere "spiaggiato" a causa di una burocrazia elefantiaca, quando non decisamente piratesca."

> Mi domando: quale burocrazia non è "elefantiaca" e "piratesca"? Sarà che ragiono sempre da italiano, ma ricordo, ad esempio nel gran libro di Barley:
http://www.lankelot.eu/index.php/2008/04/23/barley-nigel-il-giovane-antr...

memorie non dissimili a proposito del Camerun. Spocchia inglese?
No. Ricordi cosa diceva, in calce, degli italiani?

"Lascerei a chi fin qui si è incuriosito abbastanza la cronaca raccolta in questi posti davvero ameni, visitati da una delegazione del governo italiano dopo sei mesi dalla richiesta di poter accertare le condizioni degli ?ospiti?, finalmente aperti ma naturalmente ripuliti a dovere anche delle persone.
La verità è diversa. E dovremmo conoscerla tutti.
Cosa attende un immigrato clandestino ?pescato? a Lampedusa?"

> A volte li pescano così:
http://www.lankelot.eu/index.php/2006/07/18/394/

Ricordo bene la storia raccontata da Bellu e riferita a noi tutti da Antonio...

"Gatti pubblica Bilal nel 2007, ma sugli stessi temi c?è una notizia di questi giorni: a seguito della proiezione in tutta Italia del film ?Come un uomo sulla Terra? di Andrea Segre e Dagmawi Yimer proprio sulle condizioni di vita insostenibili di questi campi, è partita una petizione che chiede tra l?altro un chiarimento sulle responsabilità del nostro governo a proposito degli accordi bilaterali con la Libia accusata di ledere gravemente i diritti umani nel trattamento degli immigrati."

> In attesa che i nostri cinefili ci regalino notizie sull'opera di Segre (parente di Anna?) e Yimer, mi unisco alla tua curiosità sulla natura dell'accordo italo-libico. Sulla Libia ci sarebbero proprio tante cose da dire. E altrettante da studiare. Prima o poi...

"Diamo atto al giornalista Fabrizio Gatti di un grandissimo coraggio e di un?onestà di fondo: vengono narrati i fatti, vengono riportate le testimonianze, anche scomode, vengono condivisi i momenti di fragilità umana (il protagonista soffre la fame e la sete assieme ai suoi compagni di viaggio, viene derubato e si ammala), quasi mai c?è giudizio perché veramente ciascuno può farsene uno proprio.
Ma non si esce indenni da una lettura del genere, qualunque alibi la nostra coscienza provi a costruire."

> Ci pensavo proprio oggi ai nostri pochi, VERI giornalisti d'inchiesta (ma non posso dirti perché):).
Sono quelli che passano spesso inosservati nei quotidiani - pane per addetti ai lavori - e in libreria, quando riescono a farsi largo. Noto che Rizzoli ha puntato Gatti e la Capacchione in pochi mesi. Tanto di cappello. Che abbiano cambiato editor?
*
Noi, da lettori e da cittadini, godiamone i frutti.
Grazie a te per questa magnifica scelta.

4, 2b.
Pensaci, armarli del Vangelo li renderebbe invincibili. Improvvisamente, tutti ci accorgeremmo che non possiamo criticare chi denuncia i privilegi dei ricchi, la corruzione e la propaganda. Perché ce ne aveva parlato il figlio di Dio duemila anni fa.
Curioso: si troverebbero schiere vaticane dall'altra parte della barricata. Accidenti, che spettacolo sarebbe. Quasi quasi mi metterei volentieri ad affiancarli...

5. Scrivevi "ci si trova ad appurare che l?ultimo lembo di Africa Nera è proprio la nostra Italia".
Non so se sia proprio così.
Certo è che occorre questo coraggio, ma non basta.
Non so che cosa occorra.
Stasera in stazione c'erano tanti ragazzi africani. Anche un ragazzino, da solo. Mi sono chiesta: che storia avrà alle spalle?

Noi ci mettiamo il cuore in pace con poco.

10. Che possiamo fare, Ilde? Io ormai conosco più coetanei che non riescono a pagare puntuali l'affitto, o che sono costretti a restare in casa coi genitori (ultra trentenni eh?) che persone "indipendenti". L'Italia è il primo pezzo d'Europa che si sfascia. In città più povere di Roma, a Sud di Roma, la situazione è già inquietante. Certo, non è ancora il fondo. Ma alla sopravvivenza, in tanti, stanno arrivando. Come accogliere altri? Dando quel poco che hanno? L'emigrazione non ha senso, non in Italia. Forse in Lombardia...

Non condivido, non in toto almeno.
Ci serve quella gente là, eccome, mio caro Gf.
Proprio quella gente che non mangia anche per 5 giorni di seguito e che è disposta a correre il rischio di morire per arrivare in un posto qualsiasi che non sia quello da cui è partito.
Ci serve perché i nostri giovani trentenni (e ventenni e quarantenni) non raccolgono i pomodori al sud, né entrano più nei cantieri edili, non accudiscono i bambini di altri e meno che meno i vecchi rimbambiti, non puliscono le strade e spesso i turni dei centri commerciali sono troppo massacranti per loro.
Ma se perfino in biblioteca da me quest'estate hanno rifiutato tutti di lavorare a luglio e ad agosto perché era periodo di vacanza e - come ti ho già raccontato - siamo riusciti a tenere aperto grazie a due studentesse volonterose.
Una albanese e l'altra rumena.
Vorra dire niente?
Non so com'è a Roma, ma il Nord si è arricchito anche grazie al sacrificio di tanta gente (giovane) che non è propriamente originaria di queste zone....

Qui è un po' diverso, amica mia. Tempo fa mi ero interessato - stanco dell'editoria, etc - a un cambio radicale di rotta. Volevo provare a entrare in un cantiere, con la massima disponibilità e con la giusta umiltà. Risposta:

a - si lavora in nero
b - sei l'unico italiano: tieni la bocca chiusa se no si straniscono
(gli stranieri).

C'è davvero qualcosa che non va.

"Ma non si esce indenni da una lettura del genere, qualunque alibi la nostra coscienza provi a costruire."
> mi pare giusto.
La situazione che io vedo qui è analoga a quello che dice Ilde. Prova a cercare una badante italiana: non la troverai neanche con la lanterna. Gli operai dei cantieri sono quesi tutti stranieri, i capomestri forse italiani, spesso anche le donne delle pulizie sono straniere, ma pure buona parte degli operatori e infermieri delle case di riposo, qualcosa vorrà dire, no?
L'emigrazione ha senso finchè tre quarti di mondo non ha letteralmente di che campare a casa sua, perchè le risorse non sono condivise, se queste persone potessero mantenersi a casa loro penso proprio che lì resterebbero. Fanno quello che i nostri antenati(alcuni almeno) hanno fatto in passato ,vivendo analoghe miserie e vicissitudini.
E non sarebbe male cominciare a combattere il razzismo strisciante che vedo sparso un po' ovunque, specie in questo Nord-est? Smetterla di non conoscersi, di partire dal pregiudizio, di giudicare a priori? L'ignoranza dell'altro è dannosissima per entrambe le parti. Motivi di contrasto ce ne sono e ce ne saranno, e se si cercassero anche dei sistemi per collaborare?

Marina, dici: "L?emigrazione ha senso finchè tre quarti di mondo non ha letteralmente di che campare a casa sua, perchè le risorse non sono condivise, se queste persone potessero mantenersi a casa loro penso proprio che lì resterebbero. Fanno quello che i nostri antenati(alcuni almeno) hanno fatto in passato ,vivendo analoghe miserie e vicissitudini."

> In realtà molti più di quelli che crediamo. Servirebbero studi organici - immagino qualche studioso abbia provato, spiegando anche quanto possano essere attendibili dati riferiti al periodo 1850-1938 etc - ma stando ai cognomi di tanti argentini, nordamericani, australiani...
*
E aggiungo: antenati e contemporanei. Il fenomeno sta tornando in voga.

Gianfranco, provo a rispondere al tuo intervento num. 13. Ecco,
cio' dimostra due cose:
1) La debolezza della Legge nel nostro Paese (colpa nostra, che' noi votiamo gli Onorevoli);
2) Il fatto che la Legge e' l'esatto corrispettivo della mancanza di patriottismo esistente fra di ''noi'' (virgoletto perche' io sono un patriota, grazie a Dio: uno che vuol bene agli italiani per costituzione interiore, non per farmi vedere nei circoli conservatori - che manco ho mai frequentato, oltretutto).

Parola di chi ha fatto tutti i mestieri

Sergio Sozi

Hai ragione, amico mio.
Ma è colpa nostra - sul discorso del voto - fino a un certo punto: quali alternative reali abbiamo con questo sistema elettorale? Non solo non è più nominale, ma esclude di fatto qualsiasi nuovo partito non abbia capitali adeguati da investire in propaganda e pubblicità...
*
Sul punto 2, accordo pieno.

Onore a chi ha fatto tutti i mestieri. Di fronte ai lavoratori veri mi sento sempre ammirato, credimi.

P.S.
(sempre riferito al num. 13 di Gianfranco)

E, dimenticavo: la tua esperienzaccia prova anche l'esistenza di una ''seconda legge'': quella non scritta dei rapporti di forza, i quali sembrano scaturire dal Medioevo piu' impietoso. O dal ''Neoevo'', anzi, no?

Sì. Neoevo è una bella definizione. Stiamo tornando esattamente a quegli equilibri. Assieme, le patologie classiche delle popolazioni povere - clientelismo, nepotismo, tendenza al clan - dimostrano un disperato tentativo di "preservare" gruppi o famiglie dalla decadenza.

Gia', Gianfranco: pero' l'alternativa sembra essere solo la frammentazione eccessiva dell'arco parlamentare. Come fare? Non sono un politologo o uno statista, purtroppo, e chiedo senza avanzare conoscenze che non possiedo. Come fare a garantire governabilita' senza limitare la democrazia?

P.S.
Imbianchino, raccoglitore di pomodori, addetto alle pulizie, cameriere, vendemmiatore, recapitatore di giornali a domicilio, lavapiatti. Questo ho fatto, finora, per brevi periodi e a volte da studente. Pero' l'ho fatto. A Perugia, Meinz e Lubiana.

20. Restituendo la democrazia alla sua misura originaria: quella della polis. Ossia, di una comunità numericamente molto più ridotta. 300mila abitanti rappresentati da 150 persone, per dire. E non 60 milioni da 600 parlamentari, o quanti sono. Così non ha senso pensare d'essere rappresentati, è illogico.
*
Lo Stato diventerebbe quindi confederazione di comunità; unite da una serie di leggi-cardine, ma tendenzialmente autonome. Seguo con interesse, per quanto possibile, le nuove idee di De Benoist, che Leon mi ha invitato a leggere. C'è qualcosa di promettente...
*
PS. Inseritore notturno in agenzia di stampa, copy, magazziniere, redattore, correttore di bozze, consulente, ufficio diritti, contenutaro siti web, portinaio (servizio civile RM III), insegnante privato. Ma non sono praticamente mai uscito dalla casa in cui sono vissuto. Tu sì che hai una vita lavorativa romanzesca, alla Jack London. Dovresti scriverne...

Gianfranco: meglio usare la fantasia per scrivere, che' i lavori servono solo per campare ma vivere e' cosa molto piu' bella, eccellente!
Sull'Italia: la Germania e' cosa diversa. Noi dobbiamo tenere stretta l'Unita' Nazionale o i mille cretinetti che stanno un po' dovunque per la Penisola si pappano ogni conquista del 1861. Difficile applicare questa tua bella idea.

E, proseguo, la Grecia Classica e' cosa diversa. Purtroppo, sottolineo, caro mio!

22. Eppure... una confederazione in grado di individuare principi e leggi-cardine condivise potrebbe serenamente poggiarsi su migliaia di comunità autogovernate. Tutti tornerebbero a sentire il proprio territorio e la vita politica come "cosa propria", e la qualità della vita e del lavoro ne sarebbe beneficiata; il lavoro dei nostri rappresentanti sarebbe periodicamente e concretamente discusso da tutti i membri di una comunità; la letteratura e le arti sarebbero l'amalgama di questi microcosmi, a livello nazionale. Chissà.
Ogni tanto sogno un mondo non dico restituito alla percezione medievale dello spazio, ma almeno senza aeroplani e con molte meno macchine. Basterebbe a rallentarci, eccome...

...perche', concludo, Gianfranco, noi abbiamo i nemici fra di noi, non fuori, come i Greci antichi. Ecco perche' non si puo' applicare quel che, giustamente, immagini tu.

Probabile. Ma una delle ragioni è che dal 1943 la storia - e addirittura il significato di molte parole - non è più condivisa. Come possiamo essere un popolo se nemmeno concordiamo sull'esito della seconda guerra mondiale, e sulla natura degli scontri tra i vari movimenti partigiani e l'esercito italiano di allora?
E si torna ai discorsi fatti nei giorni di "Pagano", e non solo. Che riguardavano anche queste povere persone che vengono a cercare fortuna nella nostra spezzata italia.

Oh, mio Dio... io sogno un'Italia SENZA macchine, aerei, computer e altro di sostituibile dall'umana mente, sensibilita' o dal braccio. Per questo ho litigato spesso in altri blog di poveri ottusi modernisti - o modernisti inconsapevoli ma ''essenti''. Secondo me la tecnologia dovrebbe essere patrimonio esclusivo di ospedali e scienziati... per il resto dovremmo essere in grado di creare dei posti di lavoro vicini a casa, un'intimita' casalinga ovunque - altro che 'ste citta' italiane assurdamente divenute ''americane'', disperse e deserte di nuclei d'aggregazione di qualsiasi tipo.
Ma,,, ohibo'... come fare, ora? Non saprei, caro.

27. Accordo pieno con te, amice. Detesto gli aerei e il traffico, l'odore dei tubi di scappamento e la "necessità" degli spostamenti in automobile. Fosse per me andrei a piedi dappertutto. Già il bus...
Sul computer dipende, nel senso che per scrivere mi ha facilitato molto rispetto alla macchina da scrivere e alla macchina da scrivere elettronica. E poi c'è il web, una miniera di informazioni per il nostro lavoro e per le nostre povere patrie lettere.
Ma ho capito dove vuoi arrivare, e sono totalmente d'accordo con te.
Monbiot mi ha fatto sognare a occhi aperti. Guarda qui:
http://www.lankelot.eu/index.php/2008/05/31/monbiot-george-calore/

Secondo me, visto che lo siamo da duemila anni, dovremmo essere popolo anche nonostante le discrasie che citi - vere ma recenti, mentre la nostra essenza risale a millenni or sono. Basterebbe smetterla tutti quanti di riferirci a degli eventi moderni per sentirci italiani. ''Lo siamo da sempre'', questo dovrebbero dire tutti i connazionali, come lo affermo ora io. La Seconda Guerra Mondiale vada in secondo piano. Altrimenti non la finiamo piu', no?

Infatti. Ma se diciamo che lo siamo da sempre allora dobbiamo aggiungere che è fondamentale tornare all'antica idea di Roma e di romanitas, ma se dici loro "Roma" pensano subito all'imperialismo e ai suoi aspetti negativi e non alla cultura, alla grande civiltà Latina e al benessere. Per dire...
L'etimo "oi italoi" parla chiaro, d'altra parte.

Che vuoi farci, Gianfra': bisognera' reintrodurre un sano studio del latino (civilta' e grammatica, non solo grammatica) a scuola, per far capire al nostro popolo che e' come diciamo noi - perche' lo dico anch'io, con te, certo, certo: firma a seguire, Gianfranco.

Vedo che il discorso ne ha generati altri, molto interessanti.
Partendo da Marina, direi che la pensiamo allo stesso modo.
Poi, spunti di Gianfranco e di Sergio. Sono ben felice di sapere che c'è una categoria di giovani che accetta di fare qualsiasi tipo di lavoro, ma oserei una riflessione "a monte" sul fenomeno immigrazione: perché abbiamo bisogno di tanti immigrati per i lavori che - in generale, non parlo di voi, ma è innegabile che sia così - nessuno vuole fare più (o - e qui tocco il tasto dolente - in pratica non è più concesso fare)? Chi trova comodo assumere stranieri "straniti" che neppure conoscono i loro diritti, piuttosto che italiani "smaliziati" che ti farebbero una causa immediata se non gli concedessi ciò a cui hanno diritto?
Allora, il punto lo avete inidividuato anche voi.
Si vuole produrre, ma alle regole di un mercato globalizzato assai comode (vedi delocalizzazione eccetera), forse in parte dettate da una legislazione fiscale soffocante (per le aziende), così il serpente si morde la coda.
E poi i consumatori vogliono pagare sempre meno la merce, e chissenefrega della qualità se non ho i soldi per acquistarla (perché la qualità costi è conseguenza di certe concorrenze agguerrite provenienti proprio dai nuovi mercati).
Altro giro di coda del serpente.
Non si tratta qui di sognare l'orto di casa, scusatemi, ma di cambiare un sistema economico asfissiante.
Se ne parlava proprio nei commenti a Calore di Monbiot.
Forse accanto allo studio del greco e del latino andrebbero introdotti dei buoni studi di economia dell'ambiente e dello sviluppo, che insegnino ale giovani generazioni che non ce ne sarà per tutti e per sempre all'infinito...

Questa sera (mercoledì 10 dicembre) alle 21.30 in occasione del 60 anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani, YouDem.tv, ha deciso di presentare via web e via satellite (canale 813 di Sky) il nostro documentario COME UN UOMO SULLA TERRA.
Il nostro documentario raccoglie per la prima volta le testimonianze dirette degli uomini e delle donne africane che da oltre tre anni stanno vivendo sulla loro pelle le violenti conseguenze degli accordi tra Italia e Libia per fermare i flussi di immigrazione verso l'Europa. Migliaia di persone vengono arrestate, detenute, deportate e torturate nei centri di detenzione in Libia, voluti e sostenuti dal nostro Paese per bloccare i migranti prima di Lampedusa. Una realtà dolorosa e vergognosa che pochissimi politici e giornalisti hanno avuto sino ad oggi il coraggio di indagare e denunciare. Una realtà che secondo noi merita invece un forte esame di coscienza e di responsabilità da parte della società italiana tutta, a partire proprio dalla sua classe politica, chiamata oggi più che mai
a fermare l'ondata di razzismo e demagogia che alimenta paure e ignoranza per favorire scelte di politica securitaria del tutto noncuranti delle ingiustizie, delle violenze e delle discriminazione che da esse derivano.

[...]

Asinitas Onlus, ZaLab e gli autori di COME UN UOMO SULLA TERRA.

Prossime proiezioni di COME UN UOMO SULLA TERRA
13 dicembre - Palermo
15 dicembre - Prato
17 dicembre - Padova
18 dicembre - Pontedera
19 dicembre - Venezia
20 dicmenre - Matera

Tutte le info su: http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

Chi ha Sky lo veda, è un'opportunità importante.

Scusate se continuo (e concludo, buon per voi): ho visto il filmato. Avendo letto il libro di Gatti non ho trovato nulla di nuovo, a parte un passaggio, che Gatti forse non ha colto.
Quando vengono deportati nelle carceri in mezzo al deserto libico, i migranti non vengono poi rimandati a casa, ma VENDUTI dalla polizia libica a trafficanti che li riportano a Tripoli, alimentando l'illusione di un nuovo viaggio. Se però vengono ripescati, si torna nell'inferno e ricomincia il circolo vizioso. Un uomo ha raccontato di essere stato arrestato 7 volte e venduto 5 volte.
Qui scatta la denuncia anche al nostro governo (non solo quello di Berlusconi, anche Prodi ha firmato accordi con la Libia per "fermare" il fenomeno dell'immigrazione clandestina verso l'Italia), che ha finanziato alcuni di questi "centri di detenzione".
Stiamo parlando di prigioni per migranti, non per delinquenti.
Che credibilità si può dare a un governo la cui polizia si comporta di fatto alla stergua dei trafficanti?
Vergognosa la figura degli osservatori internazionali (la sede dell'associazione che controlla le frontiere è a Varsavia), i quali dopo una visita al carcere di al-Kufrah scrivono nella relazione di aver notato quanto il deserto sahariano sia "vasto e differente" dall'Europa.
Gli aiuti, le protezioni, le denunce promessi ai prigionieri ... nulla è accaduto e ci sono persone detenute in condizioni sub-umane per un anno e mezzo-due anni.
***

Finisco di tediare con queste note.
Ieri si sono festeggiati i 60 anni della Dichiarazione universale dei Diritti Umani.

Mi chiedo: chi stiamo prendendo in giro, anche noi?

Hai ragione...
e pensavo qualcosa di simile giorni fa, parlando di yankee, tortura e Mccoy...

che dirti, oltre che hai ragione? E tutto passa nell'indifferenza o quasi..

Aggiornamento.

Dal sito "Come un uomo sulla terra"

http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/

"Martedì 3 febbraio in Senato si aprirà la discussione sul Trattato Italia-Libia.
Abbiamo deciso di far sentire la nostra e la vostra voce lanciando l'appello qui allegato e mettendo
in onda via web COME UN UOMO SULLA TERRA lunedì 2 febbraio e martedì 3 febbraio sul sito del film."

Consiglio a tutti la visione. E' abbstanza impressionante.

grazie, Ilde.

Aggiornamento, giusto per non dire che è solo letteratura:

COME UN UOMO SULLA TERRA è finalista al Premio David di Donatello e al Premio Casa Rossa del BelllariaFilmFestival

Intanto, però, secondo il Ministro degli Interni Maroni dal 15 Maggio inizieranno i pattugliamenti congiunti Italo-Libici.
I migranti verranno consegnati dalla Marina Italiana alla polizia libica.
Ma continua il SILENZIO su come la polizia libica tratta davvero i migranti.

Per questo continuano in tutta Italia le proiezioni di COME UN UOMO SULLA TERRA.
Per questo abbiamo aperto uno spazio forum sul sito dove raccogliere testimonianze e commenti.
E per questo vi chiediamo di continuare a firmare la petizione che consegneremo al nuovo Parlamento Europeo dopo le elezioni.

Sul sito trovate tutte le proiezioni delle prossime settimane e anche un modulom per prenotare il DVD del film.
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

Grazie
Autori e Produzione di COME UN UOMO SULLA TERRA

(ottima integrazione)

COME UN UOMO SULLA TERRA
finalmente in onda sulla RAI
9 LUGLIO 2009
RAI 3 ore 23.40 (trasmisisone DOC3)

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Non perdetelo...

copertina!

copertina!

[sul Niger] "A prima vista,

[sul Niger] "A prima vista, il paese più povero del mondo è un'estensione ostile di terra sterile, quasi sabbia, con qualche ulivo qua e là, qualche arbusto, i ragazzi e le donne che attraversano i campi arsi con i loro rami o i loro secchi in testa, i loro vestiti colorati e i loro veli, gli asini e le capre nei campi inariditi, cammelli scarni come scheletri da museo, uomini e ragazzini magari che li rincorrono con lo sguardo basso e un sacchetto di plastica in mano alla caccia di iguane, lumache, qualunque cosa: la sensazione è che siano già mille anni che le cercano e il peggio è che alle volte, in verità molte poche volte, le trovano e, soprattutto: la sensazione che tutto questo non sia cambiato molto in questi anni. Che in tanti anni è cambiato molto poco".

CAPARROS, "Non è un cambio di stagione", Verdenero, 2011, p.80.

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Martín Caparrós, “Non è un cambio di stagione”, Verdenero-Edizioni Ambiente, Milano, 2011. Traduzione di Maddalena Cazzaniga. ISBN: 978-88-6627-021-8

Prima ediz.: “Contra el cambio. Un hiperviaje al apocalipsis climatico”, 2010.

Approfondimento in rete: wiki en / blog verdenero / rassegna stampa IT