L’INSONNIA E L’ERRORE DEL TEMPO.
Un villaggio sulla riva del fiume potrà divenire, come nel sogno del padre fondatore, una città rumorosa piena di “cose”, con pareti di specchi. Questo perché, si spiega nel libro, “le cose hanno vita propria, si tratta soltanto di risvegliargli l’anima”.
Non stupisca la scelta di una parola così neutra e asettica come “cose”, perché il mondo nel quale stiamo entrando è un mondo che “sta finendo a poco a poco, e ormai quelle cose non vengono più”. E allora questo libro sarà il canto di una società e di un sistema che sembrano destinati a dissolversi: voce di decadenza, e dunque, necessariamente, memoria della gloria di un tempo. Che se gloria non era, nella sua essenza, era almeno esperienza di pura frontiera e autentica origine di un mondo: mondo derivato dalla poesia, dalla poiesis, in senso stretto, ossia da una creazione. La vita propria di tutte le cose, allora, attraversa il tempo e non si lascia scalfire dalla rovina del tempo: un’intera stirpe, non una famiglia, una stirpe - un genos - quella dei Buendía, vive in questo villaggio disorientato da una pestilenziale insonnia nel tentativo – non velleitario, ma forse paradossale – di risvegliare lo “spirito delle cose”. Perché nelle “cose” si nasconde il segreto della loro storia, e il profetico annuncio del loro futuro: conoscere la propria origine significa, allora, conoscere la propria destinazione. Ma quando questo dovesse avvenire, si avvicina il torpore dell’abisso dell’oblio: non più la negligenza, ma la dimenticanza incondizionata e totale di sé, e della propria esistenza.
Se questo avviene, la storia di una stirpe e del suo villaggio, Macondo, può essere narrata solo da chi, come un presto mitologico Francisco el Hombre, ha battuto il diavolo in una gara di improvvisazione di canzoni, ed il suo vero nome nessuno lo ha conosciuto mai. L’incarnazione sudamericana di una figura, approssimativamente, orfica: specchio del narratore di questo mondo- specchio di Gabriel García Márquez, che si uniforma alla miseria e alla fortuna dei Buendía e del loro villaggio, Macondo, che si trasformerà nella città dalle pareti di specchi.
Ecco descritto un legittimo Buendía: zigomi alti, sguardo di stupore, aria solitaria; temperamento malinconico(autunnale, così dipinge il narratore), vocazione alla ricerca d’una pietra filosofale che si rivela essere il racconto della storia della propria origine. Singolare coincidenza dunque, questa: la storia di una stirpe è la storia delle cose. La storia di una stirpe è la storia di un villaggio – un microcosmo nato nell’indifferenza delle leggi e nell’odio della burocrazia, nell’ambizione sostanzialmente edenica di edificare una società fondata sull’istinto, la solidarietà e l’onore; una pseudo-utopia fondata in un luogo che ha un nome e uno spirito e una mitologia che sondiamo e dominiamo sin dalle prime pagine, ma che tuttavia, una volta risvegliato, si volge ad un riposo eterno.
Insonnia di un’intera cittadinanza: significa iper-vitalità, non significa iper-coscienza – l’insonnia nasce dalla volontà di assumere una coscienza meno imperfetta, dal desiderio di capire, comprendere, e infine – ecco – nominare.
Insonnia e amnesia, in un frangente del romanzo: amnesia che spinge a nominare, nominare, come se tutto fosse nuovo e sconosciuto e necessariamente destinato ad essere osservato, studiato, interiorizzato, definito. Conoscenza intesa come potere: conoscenza che si rivela dolore, nel suo ultimo stadio, in un istante ultimo che ha il colore del sangue e la disarmonia angosciante della sofferenza più atroce- che infine, davvero, è catarsi e liberazione. Pioggia interminabile prima dell’alba confusa nel tramonto: pioggia che non s’atteggia a nessuna pietà, e non s’affida a nessun Dio: che in fondo, a Macondo nessuno aveva bisogno di un Dio, nella stirpe dei Buendía ogni individuo aveva sublimato il peccato originale e viveva della gioia precaria dell’istinto, o dell’adesione naturale all’isolamento della ricerca.
Storia di una famiglia che scolpisce il suo nome nel tempo: e nell’arco di qualche generazione s’accorge d’esser divenuta scheletro della mitologia d’una società sconfortata dalla convivenza con “cose” che non hanno più un’anima da risvegliare.
Chi, solo, custodiva il segreto per risvegliare le cose non aveva il sangue dei Buendía: Melquíades, misterioso zingaro, poté immortalare il loro futuro in un dagherrotipo, perché già conosceva e già aveva vinto la morte: figura di alchimista e innovatore e storico, sguardo distaccato su una realtà che nasce, si sviluppa e un giorno s’addormenta, rinunciando allo sguardo autunnale e all’estasi della materializzazione dei propri sogni. Perché in questa famiglia ci sono donne che vengono assunte nei cieli, perché sono rappresentazione vivente dell’ideale – splendida bellezza, spirito dalle ali di carta – e donne che testimoniano la memoria di generazioni con un sorriso o con il silenzio: donne che allevano generazioni sempre uguali, e confidano nell’inganno d’un talento nuovo per non ammettere che dall’origine nulla è cambiato.
Eterno ritorno di ciò che già era stato: ritorna in vita, prima in carne e quindi come spettro, l’alchimista zingaro; ritornano in vita i pionieri della famiglia, nelle parole, negli sguardi e nelle attitudini dei discendenti; ritornano in vita sogni antichi, memoria genetica incorrotta garantisce alla stirpe di concludersi e pronunciarsi in un ultimo nome. Si infranga e si incenerisca Macondo, adesso: polvere e sangue per la letteratura – degli uomini rifugio e incorruttibile patrimonio, memoria genetica della nostra specie.
Vorrei concludere ricordando un romanzo, “Sarum”, opera prima di Edward Rutherfurd: romanzo che non ha avuto, stranamente, la stessa fortuna del capolavoro dell’artista colombiano. Eppure il principio e lo spirito dei due libri è decisamente simile, e l’ambizione del Rutherfurd probabilmente maggiore, perché l’artista inglese non si limita a narrare la storia di un genos nell’arco di cento anni, ma a descrivere la storia di cinque famiglie nell’arco di diecimila anni, dall’ultima era glaciale fino ai giorni nostri, sullo sfondo dell’antica Sarum, l’odierna Salisbury. Prospettiva sublime sulla memoria dei popoli che han formato l’Occidente, nel racconto delle loro glorie e delle loro miserie, fino alla contemporaneità. Storia di uomini e donne, di morti e di amori, nel canto magnifico della poesia, sì, delle cose.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE.
Gabriel García Márquez, giornalista e scrittore colombiano, classe 1928. Premio Nobel 1982 per la Letteratura. La prima edizione di “Cent’anni di solitudine” risale al 1967.
Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine”, Edizione speciale per “La repubblica”, Roma 2002. (Altrimenti: Mondadori, Milano, 1982).
Altre opere nominate: Edward Rutherfurd, “Sarum”, Mondadori, Milano, 1987
Lankelot, G.F., Ottobre del 2002. Originariamente apparso su ciao.com e lankelot.com
Revisionato nell’ottobre del 2003.
Commenti
?Sarum?, opera prima di Edward Rutherfurd: romanzo che non ha avuto, stranamente, la stessa fortuna del capolavoro dell?artista colombiano. Eppure il principio e lo spirito dei due libri è decisamente simile, e l?ambizione del Rutherfurd probabilmente maggiore, perché l?artista inglese non si limita a narrare la storia di un genos nell?arco di cento anni, ma a descrivere la storia di cinque famiglie nell?arco di diecimila anni, dall?ultima era glaciale fino ai giorni nostri, sullo sfondo dell?antica Sarum, l?odierna Salisbury. Prospettiva sublime sulla memoria dei popoli che han formato l?Occidente, nel racconto delle loro glorie e delle loro miserie, fino alla contemporaneità. Storia di uomini e donne, di morti e di amori, nel canto magnifico della poesia, sì, delle cose.
> risegnalo a distanza di 3 anni.
Quando l'ho letto (a vent'anni) mi piacque abbastanza. Tanto che mi spinsi su altri Marquez (Cronaca di una morte annunciata, L'amore ai tempi del colera e L'autunno del patriarca). Ma rimasi cosi deluso dai tre titoli che anche questo sprofondò nell'oblio della memoria. Strano rileggere ora della saga dei Buendia, dei quali Remedios la bella, se non ricordo male, fu il personaggio a cui m'affezionai di più. Più in generale, credo che il Nobel per la letteratura a Marquez sia stato più politico che effettivamente letterario. Non me lo spiego comunque.
pure io l'ho letto intorno a i vent'anni, ne ricordo poco, ma mi piaceva, certo ha ritmi piuttosot lenti, bisogna abituarsi un po' alla volta. Poi lessi Cronaca di una morte annunciata, con quel suo leit-motiv "la mattina che uccisero Santiago Nasar.....", ma è passato tanto tempo, mi è rimasta solo una vaga impressione.
In ogni caso grande lavoro recensire un librone simile!
Lèon: GM è sinceramente sopravvalutato, siamo d'accordo. Tende a ripetersi in maniera così eccessiva e grottesca che non sembra possibile sia stato così amato. Credo dipenda da matrici come questa.
Marina: grandi lavori ne hai fatti tu (cfr. Magris) ;)
Mi ha annoiato. Ho letto in seguito "L'autunno del patriarca" e invece ho assaggiato una scrittura di peso ma avvinghiante. Secondo me Cent'anni è un po' sopravvalutato, e poi anni fa era ultra consigliatissimo, quasi da caso esemplare. Non sono riuscito a finirlo, e mi è dispiaciuto non avere il coraggio di levarlo dal comodino per lungo tempo. Revisionismo da non escludere, possibile che io sia così cieco a dispetto di quello che sento in giro?
Diciamo che leggo la tua e rispondo agli altri. Ho odiato Marquez fino a tarda età (si fa per dire). Questo romanzo forse è stato eccessivamente altarizzato e santificato, ma comuqnue racchiude in sé i fiori, i semi e anche gli alberi del paradiso vegetale che si chiama capolavoro. In ogni caso altri episodi del Marquez, come "I Funerali della Mama Grande", "La mala hora", il citato Autunno, "Cronaca di una morte annunciata", confermano, superano, eguagliano tale narrazione. Insomma: il ragazzo ha delle qualità. Che poi della faccenda si sia fatta un'epopea, che l'autore abbia esagerato pubblicando anche i suoi pensierini ai tempi delle elementari, e che il tutto abbia dato lustro alla Mondadori in Italia, va bene, siamo nel normale solco delle cose che succedono e che non dovrebbero succedere
Non dovrebbero. Esatto:).
"...Più in generale, credo che il Nobel per la letteratura a Marquez sia stato più politico che effettivamente letterario. Non me lo spiego comunque...". Signor Leon, Lei la pensa esattamente come Pier Paolo Pasolini. Che di fronte agli incensamenti collettivi giudicò pessimo il Lavoro di Garcia Marquez, e lo stroncò con toni fortissimi di irrisione. Devo dirle che, per quanto mi riguarda, ho sempre tenuto in altissima considerazione il fiuto di Pasolini. Fu un grande critico: sempre e ovunque si muovesse, di intelligenza lungimirante. Impossibile trovarlo in castagna. Imbattibile.
copertina+archivio GGM
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