Autore:
Gambescia Carlo, Vacca Nicola
"A destra per caso" è un pamphlet nato sulla scia di una convinzione di Sciascia; ossia che ogni scrittore è politico, e che il giusto sentiero della scrittura politica è offrire la propria responsabilità a tutti. E così Carlo Gambescia e Nicola Vacca raccontano la loro esperienza di intellettuali e giornalisti culturali passati, accidentalmente, a scrivere per l'area politica destrorsa, nel periodo delle sue maggiori trasformazioni ideali, essenziali ed estetiche; l'esperienza di Gambescia e Vacca ha finito poi per soffrire un eccessivo disorientamento e uno straniamento senza precedenti. In questo curioso libro raccontano e spiegano tutto, prendendo posizione con apprezzabile (tendenzialmente) chiarezza, nominando e criticando tutta una serie di persone, nel bene e nel male. Idolo comune ai due è il fu Giano Accame ("vero intellettuale", "prodigiosa memoria", "dialogico e socratico", "grande giornalista", "scrittore notevole", "ricco di candore e di umiltà", "un vero irregolare"), grandi elogi anche per Enzo Cipriano ("grande tradizionalista", "Settimo Sigillo punto di riferimento", "fa cultura senza compromessi"); nemici comuni sembrano essere Marcello Veneziani ("narcisismo professionale", "il Veneziani non conforme è durato poco", "solipsista", "non è un portatore sano di idee") e Buttafuoco ("collaborazionista del nulla", "si è perso nel nulla", "è sempre stato il nulla", "fautore di una destra campata in aria"). Il tono del libro – si intuirà – è questo: molto diretto, spesso scomposto, sempre aggressivo. Peccato manchino le risposte della controparte: sarebbe stato bello, sarebbe stato saggio, sarebbe stato giusto dare voce agli oppositori, magari spedendo loro domande scritte e pubblicando, eventualmente, "no comment" al posto delle risposte mancanti. Così com'è, "A destra per caso" corre il rischio di essere percepito come un ibrido tra un romantico amarcord e un sinistro regolamento di conti; un regolamento di conti che sembra una sassaiola. Una sassaiola fitta, diretta alle finestre di casa di parecchie persone, dopo essersi sincerati che non c'era nessuno in casa. Sarebbe stato meglio bussare, parlare, chiarire e poi al limite litigare. Non è accaduto.
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Ingenerose le critiche a Croppi, ex direttore editoriale di Vallecchi, presentato semplicemente come "grafico". Mi sembra un giudizio molto ingiusto, e davvero eccessivamente superficiale. Ma non sono le uniche critiche che ho trovato fastidiose o rancorose. Mi trovo a scrivere di questo libro nella posizione di chi collabora con un quotidiano storico come "Il Secolo d'Italia", da qualche mese, e di chi ha ottimi rapporti col direttore editoriale, Luciano Lanna: per la mia esperienza, quanto Gambescia e Vacca scrivono di Lanna e del "Secolo" del 2010 non è sensato, non è vero e non è corretto. Da abbonato al quotidiano, ho letto articoli di grande respiro e intelligenza, firmati da Cardini, Lanna, Alfatti Appetiti, dal giovane Scianca: solo per fare qualche nome. Vero è che ho incontrato, episodicamente, articoli d'argomento e di taglio nazionalpopolare: ma non solo si tratta di interventi minoritari, si tratta – a quanto ho letto in questi ultimi 4 mesi – di interventi ironici o autoironici, nella maggioranza assoluta dei casi. Quando mancasse l'ironia, ci sarebbe sicuramente da obiettare. Ma credo che un quotidiano non debba arroccarsi nella torre d'avorio del radicalismo, dello sperimentalismo e dell'atipicità: la cultura, spiace molto anche a me ma è così, è anche popolare. È addirittura popolare. Tutto sta nel saperne scrivere col giusto equilibrio. Senza confondere ciò che è popolare con ciò che è populista, ad esempio.
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A me sembra che l'intelligente apertura del "Secolo" a tutti i cittadini italiani, e non soltanto agli ex elettori e militanti di AN, possa essere prodromica alla fondazione di qualcosa di nuovo. A me piace sognare – da lettore, attenzione! – che in questo qualcosa di nuovo non ci sarà spazio per berluscones e per equivoci forzisti, per nostalgismi e per veltronate, per casacche cambiate in fretta e poi riposte nello sgabuzzino. Lo dico da lettore, e lo dico da collaboratore. Carlo e Nicola non sono d'accordo: "Il Secolo d'Italia", viene considerato decaduto, Vacca rimpiange "una comunità di amici di penna che lavorava all'unisono", con qualche eccezione (nomina con nome e cognome "autentici venditori di fumo": non li conosco e non posso sottoscrivere né smentire). Non partecipo alle riunioni redazionali del "Secolo" di oggi, ma immagino che esistano ancora, e che siano fertili e creative.
Vacca deplora quella che ritiene una "svolta pop o yéyé" del quotidiano, nata, a suo avviso, per rincorrere quello che chiama "veltronismo culturale" (p. 85), rivendicando "paginate intere di grandissimo spessore culturale" (p. 23), tollerate con insofferenza da Fini perché "non organiche alla linea di An". Adesso, invece, stando a quanto dice Nicola, i "finiani di complemento" (p. 41) dettano linee nuove: secondo Vacca e Gambescia, "addio dibattito e approfondimento, avanti argomenti glamour e recensioni in pillole" (p. 42). Queste recensioni in pillole – dico davvero – vorrei leggerle anch'io: sin qua, ne ho trovate dalle 5mila alle 13mila battute, dal martedì al sabato. E mi sono domandato in quale altro quotidiano potessi leggere saggi brevi come questi, non semplici recensioni. In rete succede, sul cartaceo molto di rado. Quanto al glamour, siccome vengo anche da un'esperienza giornalistica (5-6 anni fa) in cui quella parola dovevo scriverla davvero, per trentamila lettori al mese, mi arrogo il diritto di saperlo riconoscere. Mi spiace, Nico': il "Secolo" non è "glam", e non è nemmeno "glitter", e non è nemmeno "vintage". È un quotidiano atipico. Un laboratorio di idee, memorie, sogni. Parlo da lettore abbonato.
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Vacca definisce il "Secolo" espressione di una "destra anemica": possibile, considerato che si tratta dell'unico quotidiano di destra capace di mostrare posizioni mai subalterne e spesso alternative e autonome rispetto al sultanato? Direi proprio di no. Ma poi aggiunge: "destra libertaria è solo un ossimoro che terrorizza. Mi sembra una trovata da pop-art – dice Vacca – per mascherare attraverso l'immaginario un nulla che tragicamente avanza" (p. 57). Io la vedo diversamente: la destra libertaria è un patrimonio culturale unico per una nazione che voglia vedere (non mantenere: non c'è...) vivo e credibile il dibattito tra le forze dell'ex egemonia culturale marxista, quelle cattoliche, quelle liberali, quelle riformiste e quelle conservatrici: si deve partire da un patrimonio culturale esistente, e ancora inesplorato, per ristabilire le condizioni di un costruttivo dialogo (fatto di scontri, anche aspri) tra le parti.
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Vacca veniva e viene da "una certa idea di sinistra": quella di Carlo Rosselli, quella di Turati: il socialismo liberale e il riformismo. Partito di riferimento, PSI. Vacca collaborava con "L'Avanti"; passò quindi al "Giornale d'Italia" e infine, grazie all'amicizia con Gennaro Malgieri, al "Secolo d'Italia". Negli ultimi anni, ha collaborato e collabora con "Linea".
Gambescia invece viene dalla cultura cattolica sociale, orientata verso un "liberalismo realista". Gambescia è passato a destra collaborando con la "Nuova Destra" di Marco Tarchi, all'epoca trentenne, animatore della rivista "Diorama". Il loro intellettuale di riferimento in comune, all'epoca, fu Sorokin. La battaglia culturale era antimissina, "di piena e consapevole accettazione delle regole e dei contenuti della democrazia", e antifascista ante litteram (p. 30). Gambescia quindi passò a collaborare con "Area" di Alemanno e con le edizioni Settimo Sigillo (per nove anni): Tarchi non gradì. Attualmente, collabora con "Linea".
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Gambescia e Vacca sono estremamente critici nei confronti dell'area finiana: caratterizzata, nell'ordine, da essere "sinistra al caviale e non alla Bombacci" (perdonatemi ma preferisco il caviale), da un riformismo considerato velleitario, da "capriole che non cambiano le cose", da "velocità supersonica del cambio di cavallo": e credono che non sia più destra, perché "una vera destra non si definisce antifascista, ma reputa morto il fascismo insieme all'antifascismo" (p. 55). Ecco che Fini è diventato "il paladino della sinistra radical chic" (p. 76), e via dicendo. Il professor Campi (FareFuturo) è definito "pretoriano che interpreta gli strappi di Fini" (p. 19). Farefuturo, "il giocattolo di Fini, principe di questo laboratorio di teste pensanti" (p. 44), "pseudodestra al servizio dei plutocrati" (p. 48). I plutocrati avrebbero bisogno di nome e cognome, ma transeamus. Padre spirituale di questa nuova destra, invece, dovrebbe essere, secondo Vacca e Gambescia, Prezzolini: il libro indicato come inequivocabile punto di partenza è "Intervista sulla Destra".
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Insomma: la morale della favola sembra essere che chi veniva dalla DC o dal PSI, sente, nel 2010, di dover andare a dire a chi veniva dal MSI che cosa è e non è di destra; cosa era missino, e cosa aennino, e cosa dovrebbe essere finiano. Io lo trovo un magnifico esercizio di creatività e di amicizia, da questo punto di vista: è come se io collaborassi per dieci anni o per due anni col "Manifesto", con "La Padania", o con "Avvenire", e tutto a un tratto, dopo essermene andato, sentissi di voler dire agli ex colleghi cosa è comunista, cosa leghista, cosa cattolico o popolare. Tutto ciò prova – se mai ce ne fosse bisogno – che nella destra libertaria [non in quella berlusconide: per carità!] c'è stato e c'è spazio per le visioni e le collaborazioni di tutti; e che c'è una gran fame di idee e di ideali nuovi; e che c'è apertura e disponibilità al dialogo e al confronto, sempre.
È chiaro a tutti che dal 1989 è crollato un mondo fondato su terribili contrapposizioni ideologiche e ideali; quello che stiamo vivendo, in questo grigio e depressivo periodo berlusconiano post Mani Pulite (periodo direi non più pentapartitico: esapartitico considerando la presenza dell'ex MSI, stando ai componenti dell'attuale caotico PDL), è un periodo di transizione verso un mondo nuovo.
Io questo mondo nuovo lo sogno libertario, democratico ed europeista. Lo sogno dialettico, nemico della corruzione e delle partitocrazie. Lo sogno franco, aperto: neo-destro e neo-sinistro, spirituale e non più uncinato al Novecento o all'Ottocento [...], capace finalmente di tornare a guardare sino agli albori della civiltà per formare e costituire un paradigma nuovo. E questo paradigma nuovo si definisce, infine, sognando il futuro.
Che Nicola e Carlo abbiano sentito il bisogno di dire che nel mondo colorato, eretico, irregolare e imprevedibile dell'ex destra missina siano successe un sacco di cose e ci siano stati confronti, scontri, rotture, trasformazioni mi fa molto piacere; molto meno piacere mi fa leggere attacchi diretti al giornale con cui collaboro e a persone che conosco e alle quali voglio bene per ciò che sono e per la lealtà e l'onestà che hanno dimostrato nei miei riguardi.
Avrei dovuto leggere questo libro da loro coetaneo, per poter capire molte altre dinamiche che nominano e descrivono sinteticamente; purtroppo, i quindici o venti anni di esperienze e di conoscenze che ci separano, mi mettono nella condizione di scuotere spesso la testa di fronte a certi nomi o certe direzioni, perché non le ricordo o non le conosco o non mi riguardano affatto.
Non era meglio scrivere un bel libro sulla "destra nuova" immaginata da Nicola e Carlo, piuttosto che giocare al tiro al bersaglio (a un passo da 'ndo cojo cojo) con colleghi, amici o ex amici? Io dico di sì.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Carlo Gambescia (Roma, 19**), sociologo e scrittore IT.
Nicola Vacca (Gioia del Colle, Bari 1963), poeta, giornalista e critico letterario italiano. Ha esordito pubblicando “Nel bene e nel male” (Schena, 1994).
Carlo Gambescia, Nicola Vacca “A destra per caso”, Il Foglio, Piombino 2010.
Commenti
"A destra per caso" è un
"A destra per caso" è un pamphlet nato sulla scia di una convinzione di Sciascia; ossia che ogni scrittore è politico, e che il giusto sentiero della scrittura politica è offrire la propria responsabilità a tutti. E così Carlo Gambescia e Nicola Vacca raccontano la loro esperienza di intellettuali e giornalisti culturali passati, accidentalmente, a scrivere per l'area politica destrorsa, nel periodo delle sue maggiori trasformazioni ideali, essenziali ed estetiche; l'esperienza di Gambescia e Vacca ha finito poi per soffrire un eccessivo disorientamento e uno straniamento senza precedenti. In questo curioso libro raccontano e spiegano tutto, prendendo posizione con apprezzabile (tendenzialmente) chiarezza, nominando e criticando tutta una serie di persone, nel bene e nel male
(A destra per caso) Ho letto
(A destra per caso) Ho letto anch'io il libro, suo tuo gentile dono, Franco, e sono in larga parte d'accordo con quello che scrivi. Collaboro da pochissimo anch'io con il Secolo, e non conosco la quasi totalità della redazione, ma posso dire che Lanna, per i pochi contatti telefonici avuti, mi sembra una persona molto disponibile e aperta ad accogliere quel che di buono gli viene proposto. Questa non è cosa da poco. Non leggevo il Secolo da anni, e sono rimasto sorpreso dalla qualità dei pezzi. Non credevo, davvero. Conosco poi Annamaria Gravino e Annalisa Terranova, e so che sono ottime giornaliste. In futuro saprò dirvi di più. Ma tornerei per un attimo al testo, a quello sparare a zero che non è piaciuto molto nemmeno a me. Sono necessari distinguo, e dovute contestualizzazioni storiche e temporali. Da ragazzo, tra i 18 e i 22 anni, ero abbonato all'Italia settimanale e allo Stato, diretti da Veneziani, e posso affermare che erano davvero ottimi settimanali, all'avanguardia per l'epoca. Dunque non facciamo di tutta l'erba un fascio, e nemmeno per quel che riguarda Buttafuoco, che allora (e a volte anche adesso, a mio modesto parere) scriveva pezzi corrosivi e ampiamente condivisibili. é un'Italia diversa come noti, è una destra molto diversa: bisogna prenderne atto e - per citare il caro vecchio Almirante, ancorché io fossi rautiano - ricordare le sue importanti parole: non rinnegare e non restaurare. La destra moderna è in costruzione, e anche se ad oggi non incontra il mio personale consenso, spero tornerà ad essere un punto di riferimento per chi, come me, non è né sinistrorso né liberale, né cattolico e né radicale.
[destra per caso] mio ottimo,
[destra per caso] mio ottimo, intanto grazie per aver già letto il libro. Ho conosciuto anch'io Annamaria e Annalisa e sottoscrivo in toto quel che dici; quanto a Luciano, mi ripeto - sono in totale disaccordo con Nicola e Carlo, per la mia esperienza è un direttore aperto, allegro, coraggioso, sensibile e intelligente - caratteristiche rare. Avanti tutti e avanti tutta, in ogni caso, verso una destra moderna che sappia essere l'orgoglio d'Italia; e che torni a riconoscersi tutta nel suo quotidiano (magari!) e nel dialogo con tutti (a parte i forzisti:))) ).
(A destra per caso) Mai
(A destra per caso) Mai considerato chi ha aderito a Forza Italia (era piena di marxisti, socialisti ed ex dc) di destra;) Ma nel PDL ce ne sono, per questo è necessaria una corrente critica, molto più robusta e sostanziosa degli attuali finiani, e con obiettivi più chiari.
[federico] sottoscrivo in
[federico] sottoscrivo in toto:)
Grazie Gianfranco della
Grazie Gianfranco della recensione. Che definirei onesta.
Vedo che sulle "persone" siete (perché includo anche Léon) in piena luna di miele. Quindo non chioserò.
Ma pongo una domanda. Come conciliare una destra democratica, sistemica, maggioritaria ( e che quinda includa culturamente ed elettoralmente cattolici, liberali e chiunque si riconosca in essa) con la cultura antisistemica ed esclusiva - semplificando - della "tentazione fascista"?
Io credo che questo equivoco di fondo non sia stato ancora superato.
Neppure dalle parti del "Laboratorio"...
In "A destra per caso", al netto delle polemiche, si parla soprattutto di questo: le pagine sul "Che", su Adinolfi, sul liberalismo politico, sul rapporto tra destra sistemica e destra antisistemica ...
Vogliamo ricordarlo o no?
[carlo] per prima cosa, ben
[carlo] per prima cosa, ben ritrovato, e grazie per essere qui. Io direi che la prima strada è prendere distanze assolute dal totalitarismo: distanze incontrovertibili. La seconda è garantire e irrobustire la repubblica, ritornando al proporzionale e restituendo vitalità a tutti i partiti, e a tutte le visioni politiche. Questo sì che sarebbe democratico...
Mi pare tutto molto
Mi pare tutto molto interessante, anche viste le radici culturali dei due autori. Che poi siano approdati a "Linea" un po' incuriosisce.
Si parla di Prezzolini.
Mi è capitato di leggerlo più volte, per quelle recensioni di cui ti avevo accennato, e conosco più che altro la considerazione che aveva presso il "Giornale" pre-berlusconizzato.
Da qui (da Prezzolini) ci sarebbe molto da dire sul rapporto tra la destra "liberista" e quella "sociale". Discorso complesso e forse spesso affrontato prendendo tante cantonate.
Credo però che ci siano delle destre incompatibili, che forse si illudono di avere qualcosa in comune in virtù di una repulsione verso la sinistra (quale sinistra?). Poi andando in profondità le cose cambiano.
Mi pare che anche la recente cronaca politica qualcosa faccia capire.
[lupo] sarebbe bello aprire
[lupo] sarebbe bello aprire un dibattito su Prezzolini, qui su Lanke. Come già dicevo a Nicola, sin qua non ho potuto ancora studiarlo a dovere. E' una delle mie lacune. Sarei felice di scoprirlo con voi.
Quanto all'incompatibilità di certe destre, non ci piove. E aggiungo che mi sembra il minimo, pensando a cosa è accaduto dal - diciamo - 1994. L'errore di fondo è stato pensare a b come a un interlocutore. Con tutto ciò che ne è derivato e conseguito... Semmai - era ancora vivo - Montanelli era l'interlocutore e l'alleato perfetto per animare una destra nuova.
Montanelli era più che altro
Montanelli era più che altro animato da anticomunismo e forse la sua destra muore per davvero nel 1989, con la caduta del muro.
Anche tante sue prese di posizione, quasi violentemente filo-occidentali e liberiste, si spiegano con l'esistenza della cortina di ferro (e un carattere tutto suo).
C'è da dire che lui era diverso da tanti suoi accaniti lettori: li spiazzò su Gorbaciov, sul nascente PDS.
Forse aveva capito che la sua destra stava agonizzando e forse aveva colto tante sue forzature.
O forse è stato spesso un po' paraculo. Non saprei dire.
Certo è che la "destra" liberale che auspicava, almeno a parole, non corrispondeva neppure con quella di tanti suoi collaboratori che pure si teneva appresso.
Al "Giornale" collaboravano uomini vicini a fu MSI ma li teneva distanti dalla cronaca politica. Penso a Buscaroli: lo considerava un grande intellettuale, il top tra i musicologi, ma politicamente estremista. Ne era consapevole, se lo coccolava, lo aveva con sè ma non gli faceva scrivere di politica.
Non a caso disse spesso che i suoi lettori erano più a destra di lui e faceva in modo (con fatica) di tenerli nell'alveo della destra liberale e democratica.
Insomma, penso che caduto il muro di Berlino, difficilmente si sarebbe formata una grande destra - destra.
Come in tutta europa la divisione partitica tra destra conservatrice-liberale e quella populista e/o antagonista etc etc sarebbe rimasta.
E' stato proprio Berlusconi, che pur di farsi gli affari propri, ha messo insieme di tutto e di più.
E da allora ci si capisce sempre meno, anche perchè c'è stata un'abbondanza di conversioni di comodo che aggiungono confusione a confusione.
Temo che a destra questa confusione sia tanta, quasi più che a sinistra dove pure abbonda la cialtroneria e la sindrome dei migliori (credo il vero motivo di repulsione per elettori che anocra gravitano a destra).
Grazie Gianfranco e Lupus
Grazie Gianfranco e Lupus degli interventi.
Sul totalitarismo, Gianfranco, concordo completamente.
Quanto ai nomi, in "A destra per caso" non si parla solo di Prezzolini. Io cito anche Tocqueville, Pareto, Max Weber, Croce, Ortega, Roepke, Aron, Freund, Berlin, la Arendt. E oppongo un ragionato liberalismo politico (che apprezzo) al culto sfrenato del solo liberismo economico.
E pongo un problema non secondario, dove noto (p. 85):
"Nicola, Evola e Jünger, per citarne solo due, affrontano il
tema decisivo della forma di rappresentanza in termini di forme
politiche né democratiche né liberali. Mentre qui parliamo
di liberalismo in senso politico. Ma, ecco il punto: come sviluppare
una teoria della rappresentanza politica, rispettosa
della liberaldemocrazia? Partendo dall’humus antidemocratico,
affascinante quanto vuoi, ma sociologicamente pericoloso,
che caratterizza le opere di Evola e Jünger?"
Nel libro, insomma, c'è anche questo... Bisogna dirlo. E vorrei che su questo mi si rispondesse. E proprio dalle parti del "Laboratorio"...
(A destra per caso) Professor
(A destra per caso) Professor Gambescia, ha ragione. Non mi sono soffermato su autori come Toqueville e Pareto, che lei cita nel libro, e il cui pensiero politico peraltro è da me molto apprezzato, nonostante io non sia liberale. Tra l'altro la stimo molto, da sempre, da quando ho letto "Il migliore dei mondi possibili". Il mio discorso era riferito al Secolo, a Veneziani e a Buttafuoco. E all'idea di una destra futura che ancora non si vede.
Ricambio il saluto. E
Ricambio il saluto. E apprezzo la puntualizzazione.
Sono d'accordo con lei sulla destra futura che ancora non si vede...
In questo senso il dibattito in corso su Lankelot, scaturito dalla interessante recensione di Gianfranco, può rappresentare un utile momento di riflessione. Mi auguro intervenga anche Nicola.
Caro Léon spero di poterla incontrare di nuove su queste pagine per altri proficui scambi di idee.
(A destra per caso) Sarò
(A destra per caso) Sarò lieto di ritrovarla in futuro da queste parti, professor Gambescia, per confrontarci sulla destra che sarà, e non soltanto.
[carlo] l'humus
[carlo] l'humus antidemocratico è semplicemente estraneo al nostro tempo; Junger va considerato per ciò che è stato - un conservatore tedesco eccezionalmente erudito, leale alla Germania della I Guerra e niente affatto al regime della II, un letterato e un entomologo appassionato: un buon cantore di ribellione e di anarchismo, come Hamsun o London, per dire, ma con più massimalismo - e non credo possa più slittare dalla letteratura alla politica.
Quanto a tutte le altre citazioni, sarei poco obiettivo se ti dicessi che le avete tutte ampiamente argomentate, approfondite e discusse: nel libro, sono veramente ridotte a essere accennate, e in questo senso non possono fare testo se non a livello di curiosità. L'unico frangente in cui mi sembra ci sia stata insistenza è quello di Prezzolini.
Per questo, appunto, chiudevo l'articolo scrivendo - e scrivendovi - che infinitamente meglio sarebbero state 200 pagine di discussione e proposta politica, argomentata e nitida, e non 85 di intervista-giostra del saraceno.
CaroGianfranco, grazie per
CaroGianfranco,
grazie per aver speso parole sul nostro libro che ribadisco non è un regolamento di conti sinistro. Come ti dicevo a voce i regolamenti di conti fanno i mafiosi ma ci mandano i sicari e restano nell'ombra.Noi ci abbiamo messo la faccia in una conversazione aperta sul vissuto di una comunità che voleva dire progetto e appartenenza. Nessun tiro al bersaglio, ma evidenza dei fatti e giravolte, capriole e rinnegamenti in merito a quella comunità che tu giustamente non puoi comprendere per un fattore generazionale che hai anche evidenziato nella tua brillante recensione.
Quello che Carlo e io abbiamo fatto con questo libro è un bilancio di un vissuto. Non spetta a noi scrivere un libro sulla "destra nuova". Dovevamo alle nostre coscienze il bilancio di un percorso che per entrambi è stato positivo perché crediamo , citando Gaber, che l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé
un forte abbraccio
nicola vacca
[nicola] caro Nicola, grazie
[nicola] caro Nicola, grazie a te - e grazie a voi - per la condivisione di memorie, idee, sentimenti, rabbia e amore. Nell'articolo sono partito proprio da Sciascia per raccontare quale fosse il vostro intento, sin dalla prima fondamentale citazione. Più avanti ho scritto come l'ho inteso io, come già ti spiegavo a voce. Tieni presente che dall'avvento di forzaitalia e dell'alleanza con forzaitalia (ero al ginnasio e poi al liceo) mi ero allontanato idealmente e non con intensità sempre maggiore e sempre maggiore convinzione; tutta una serie di dinamiche, interazioni, movimenti, alleanze e contorsioni m'è naturalmente ampiamente sfuggita, perché guardavo altrove. Guardavo e guardo a quel che può distruggere quel che in IT è accaduto e accade post avvento di SB in politica. Perché è e rimane quello il mio desiderio -veder tornare i partiti a essere partiti e la politica e essere politica. L'antipolitica torni nel vero Partito dell'Amore, quello del 2 percento di Cicciolina. E la destra sappia farsi un severo esame di coscienza, a tutti i livelli, per fondarsi ex novo - non rifondarsi, come il pci, ma fondarsi. S'avvicina il giorno d'un nuovo punto di partenza, mi piace pensare che tutto quel che è avvenuto sarà stato utile per restituire dignità, onestà, lealtà e intelligenza al paese. Altrimenti non rimane che tornare nei campi e darsi da fare per la semina...
[prezzolini] la morale della
[prezzolini] la morale della favola di questo nostro dialogo - ricco come al solito, e come sempre in itinere - mi sembra una: leggiamo Prezzolini, scriviamone, parliamone e cerchiamo di capire se e quanto può servire oggi a una nazione che vuole e deve restare democratica.
Intanto io continuo a lavorare Longanesi... altro che, come Montanelli, trovo necessario rimanga non solo attuale, ma quotidiano. Ha molto da dirci di noi.
Grazie Gianfranco. Alcune
Grazie Gianfranco.
Alcune cose. E scusami per la prolissità. Ma vorrei che i lettori di Lankelot capiscano correttamente i i termini delle discussione:
Su Jünger, docile conservatore tedesco, andrei con i piedi di piombo. Ma hai letto i suoi "Scritti politici e di guerra"? Purissima dinamite antidemocratica antiliberale...
Poco argomentato?
E qui:
"Esiste un liberalismo realista, dal volto umano, perché politico. Pensa a figure come Tocqueville, Pareto, il Max Weber ardente liberal-nazionale tedesco, Croce, Ortega, Röpke, Aron, Freund, Berlin. Per questi pensatori gli interessi non si compongono spontaneamente grazie al mercato: grazie ai soli diritti economici. Semplificando al massimo: per i liberali realisti il diritto di proprietà, senza una “decisione” politica” che lo introduca, e soprattutto una forza pubblica che lo sostenga, non ha alcuna possibilità di realizzarsi. La “composizione degli interessi” non è armonica ma ha sempre natura politica: il contratto privato senza una spada "pubblica" che lo garantisca, può facilmente essere violato. Inoltre, per il liberalismo realista l a costituzione scritta, che un popolo si è dato liberamente, rischia di restare un puro e semplice pezzo di carta, se alle spalle non ha un esecutivo coeso e deciso, capace di attuarla e all'occorrenza difenderla, anche usando la forza, dai suoi nemici
nterni ed esterni (pp.72-73).
E qui:
Insomma, Nicola, qui il vero punto della questione è capireche tra le due situazioni politico-culturali (“in” e “out”): tra liberaldemocraziae fascismo immenso e rosso non può esserviponte. A meno che non si voglia fare al tempo stesso “in e“out”, scadendo, come avviene per “Fare Futuro”, visto che ilfascismo immenso e rosso è prudente lasciarlo perdere, ricorrendoal solito giochino giornalistico dell’immaginario comuneo generazionale degli italiani, flessibile come un elastico. (p.84)
E qui:
Tuttavia, una destra democratica e liberale non può neppure appiattirsi sui valori del conservatorismo puro. Il problema perciò è quello di trovare un punto di equilibrio fra tradizione (conservatrice) e modernità (liberale,ma non libertina). E non di svilirsi, truccandosi da destra pop o yéyé per rincorrere il veltronismo culturale, rischiando di precipitare nel ridicolo… (pp. 84-85)
E qui:
Serve, insomma, un svolta. E lo dico da sociologo politico e non da ideologo. O di qua o di là… Occorre una destra “normale”,non buonista né populista o reazionaria, ma liberaldemocratica in grado di favorire il “buongoverno”. Una destra imbevuta di quel liberalismo politico di cui ho parlato, e dunque capace di imporre regole al mercato e di tenere a bada il capitalismo selvaggio. E immigrazione selvaggia è sinonimo di capitalismoselvaggio. Dal momento che certi pericolosi “spiriti animali”del capitalismo si manifestano proprio sradicando le persone dal tessuto sociale e culturale di appartenenza".(p.86)
E poi, comunque sia, a riprova delle tesi di "A destra per caso" ci sono i miei numerosi libri precedenti... Per non parlare della montagna di articoli, saggi e post usciti su giornali riviste e sul mio blog.
Certo, se poi chi legge il libro - e non parlo di te, ovviamente - non è in buona fede... O si ferma al folclore e al tono (che non disconosco).
Abbraccio,
Carlo
[carlo] esatto: a supporto, "
[carlo] esatto: a supporto, " ci sono i miei numerosi libri precedenti... Per non parlare della montagna di articoli, saggi e post usciti su giornali riviste e sul mio blog". E' questo il nodo. Sarebbe ingeneroso associare a un libro-intervista sintetico montagne di articoli e saggi. Credo sia logico:). Non si possono assimilare. Uno può essere prodromico agli altri, al limite.
Quanto a Junger, chiuderei con una battuta: uno che amava Rivarol può fare paura quanto un vecchio militante del PLI. E glisso sullo Junger che ha scritto "La pace" in tempi non sospetti. Ho la sensazione che spogliato dell'aura maudit rimanga spazio per un bel letterato, non sempre universale ma pieno di stile.
Granfranco, la chiudo qui,
Granfranco, la chiudo qui, tranquillo ;-)
Nel senso - intendevo - che un Léon, che mi segue da alcuni anni, ha di sicuro capito al volo dove argomentativamente andavo a parare... Per gli altri lettori - quelli in buona fede... - le argomentazioni sopra citate saranno sicuramente bastate, anche se magari a "inoculazione più lenta" :-). Tutto qui.
Insisto: li hai letti? Parliamo di centinaia di pagine di una durezza incredibile. Ai quali non andrebbe contrapposto il trattatello sulla "Pace", ma affiancato, come esempio dell'accettazione da parte di Jünger del modello di interazione clausewitziana tra il naturale alternarsi di pace e guerra, quali costanti del politico. Quindi tra gli "Scritti politici e di guerra" e "La Pace" c'è ponte non cesura.
Il libro su Rivarol, molto bello, lo uso di solito come esempio di un' ottima descrizione della figura di un "vero conservatore". Inoltre mi è stato utile per le mie ricerche sul politico (rapporto istituzione- movimento, ben individuato da Jünger ).
Il che per dire che stimo Jünger, ma che va preso cum grano salis :-)
Abbraccio,
Carlo
P.S.
Del vecchio Pli di Malagodi non salverei nessuno :-)
[carlo] onestamente, ti dico,
[carlo] onestamente, ti dico, no, non ho letto gli scritti politici di Junger. Proprio perché, dopo aver letto e schedato questi titoli: http://www.lankelot.eu/archivio-autori.html?J/J%C3%BCnger+Ernst ho raggiunto, post analisi della maggioranza quasi assoluta dei suoi scritti di narrativa, una conclusione molto semplice: Junger sta alla politica come quasi tutti i letterati, cioè come un outsider non coerente e non sempre credibile. Era credibile il primo, giovane Junger, reduce della Prima Guerra Mondiale, combattente e patriota; è poco credibile il secondo Junger, quello antinazista però in divisa, nemico del maligno adolfo ma difeso dalla classe dirigente di quella germania, pronto a trattare con oppositori del regime e con i paesi vincitori ma senza sbilanciarsi troppo; sembra, già allora, un conservatore senza casa, sicuramente un reazionario di primo livello, però pericoloso, appunto, quanto Rivarol. Non c'è una riga della narrativa di Junger che inviti a rovesciare qualcosa di diverso da un regime totalitario. Che poi culturalmente fosse aristocratico e sognasse le oligarchie... fa parte del cliché. A dirti la verità EJ non voglio approfondirlo negli scritti politici perché me lo sono fatto bastare, tra romanzi e diari, e non l'ho trovato affascinante se non per le descrizioni della prima guerra, e di questa tutta letteraria - e soltanto letteraria, quindi seducente - ribellione. Ha saputo proporsi come antinazista ma non antigermanico, eppure i veri antinazisti venivano liquidati. Ci pensi, è tutto un gioco di parole. Gli scrittori devono restare nel mondo dei libri. La politica vera è una cosa diversa, troppo realistica, troppo compromissoria per la pura idealità. Appunto andrebbe reimmaginata...
Mi aspettavo, prima di leggere quasi tutto EJ narratore, tempo fa, qualcosa di tremendo e di proibito, soltanto per l'aura che aveva attorno. Ma scava scava ho scoperto che era molto più pericoloso e coerente von Salomon, tanto per restare in GER, e che quel che molti pensano di trovare nel tedesco morto centenario è scritto chiaro e tondo nei Proscritti.
Insomma, per me Junger politico è credibile quanto Borges politico. Avranno pure scritto stravaganze o nefandezze (mi pare che Borges tenne una sinistra posizione sui desaparecidos, potrei sbagliare), ma non è per questo che vanno ricordati o studiati. D'altra parte non avrebbero mai saputo applicarle, sospetto. Meglio così.
All'atto pratico, il gran ribelle Junger andava a chiedere pietà agli alleati vincitori per la "povera" Germania ferita. Questa è storia.
Va bene ho capito :-) Grazie
Va bene ho capito :-) Grazie carissimo.
Senti, posso riprodurre, come ho fatto per le altre, anche la tua recensione sul blog "a destra per caso" ?
Qui: http://adestrapercaso.blogspot.com/
Abbraccio maudit ;-)
Carlo
[carlo] assolutamente, è un
[carlo] assolutamente, è un onore;).
abbraccione maudit anche a te. E grazie per questo confronto, è una grande occasione per meditare - come sempre - e per migliorarsi - e migliorarci, tutti.
(A destra per caso) Su
(A destra per caso) Su Junger, autore che amo smisuratamente, sono in linea di massima d'accordo col Professor Gambescia. Il valore dei sui scritti politici è alto, e resta ancora oggi qualcosa che può insegnare molto a tutti, lontanissimo dal giustificare l'attuale modello di sviluppo. Dico di più, nel Trattato del ribellle, Junger parla di politica reale, certo attraverso le sue potenti metafore e le sue visioni liriche, ma non le manda certo a dire. Totalitarismo e democrazia parlamentare (plebiscitaria, a suo modo di vedere) vengono messe sulle stesso piano, per certi versi. Lui ripudia il concetto di massa - e in questo criticava fortemente il concetto di democrazia moderna -, per esaltare il valore dell'individuo che si eleva, si differenza e si estranea dalla massa. L'anarca, il ribelle, è questo: colui che sceglie la via del bosco- non è un adattato ai nostri sistemi e alla nostra società. Junger teorizzava anche lo Stato organico, era lontano anni luce dall'idea di democrazia moderna ai suoi precetti e ai suoi riti. Di più, criticava l'intero impianto politico sociale del Novecento, che si è affidato alle scienze sociali e medico-psicanalitiche per affrontare il problema dei problemi: il nichilismo (passivo). Il suo pensiero resta una lettura destabilizzante - e rigenerante -, ma non solo una semplice lett(erat)ura.
Léon grazie dell'interessante
Léon grazie dell'interessante chiosa. Che condivido.
E se mi permetti ;-) ti ordino :-) di rivolgerti a me in futuro chiamandomi Carlo
Abbraccio,
Carlo
(A destra per caso) Va bene
(A destra per caso) Va bene Carlo;) E grazie dell'opportunità di confronto su questi temi.
[carlo e nicola] l'articolo è
[carlo e nicola] l'articolo è stato appena ripubblicato anche in ScrittInediti:
http://www.scrittinediti.it/blog/2010/05/19/carlo-gambescia-nicola-vacca...