Letta l’ultima frase de “L’agonia dell’agape”, l’opera postuma di William Gaddis, “e quell’opera che è diventata il mio nemico, perché di questo io posso parlarvi, della Giovinezza che poteva fare qualunque cosa” (pag. 95) mi sentivo ancora la voce dell’autore dentro di me e mi chiedevo a quanti potesse parlare una voce del genere, quanti potrebbero ascoltarla e capirla e soprattutto in quanti sarebbero disposti ad ascoltarla. La voce di questo romanzo, di questo scrittore che sembra tanto Jason Robards in “Magnolia” sdraiato in un letto che cerca di risistemare l’opera di una vita, circondato da scartoffie, distrutto, sfinito, con la memoria traballante e saranno in tanti a non volerla ascoltare e a giudicarla come il lamento di uno scrittore imbolsito letto solo da intellettuali e snob. In un mondo come questo una voce come questa potrebbe andare sprecata. E poi mi sono chiesto “Ma perché un autore così complesso, elitario, inavvicinabile decide di aprirsi ai lettori, di realizzare un’opera più accessibile dopo averci lavorato da sempre? Perché un monologo che sembra pari pari una delle opere torrenziali di Thomas Bernhard e che sembra così pieno di livore, di rabbia, di sconforto?” Perché? Perché lo fa? Perché sente di essere stato sconfitto o forse ha paura di essere stato sconfitto. Gaddis assiste alla deriva del mondo intero, è un uomo e scrittore che vede crollare tutto, che vede la tecnologia e il denaro distruggere l’Arte e l’umanità, divorare ogni cosa, l’entropia che discende sopra ogni cosa, annullando quello spirito partecipativo e comunitario su cui si fonda l’atto creatore. Che si trova a vivere in un mondo distrutto dalla meccanicizzazione, dalla riproduzione seriale dell’opera d’arte (e delle emozioni) come in quel libro di Walter Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità” che riportava proprio nella prima pagina una citazione di Paul Valery:
"Le nostre Arti Belle sono state istituite, e il loro tipo e il loro uso sono stati fissati in un’epoca ben distinta dalla nostra e da uomini il cui potere d’azione sulle cose era insignificante rispetto a quello di cui noi disponiamo. Ma lo stupefacente aumento dei nostri mezzi, la loro duttilità e la loro precisione, le idee e le abitudini che essi introducono garantiscono cambiamenti imminenti e molto profondi nell’antica industria del Bello. In tutte le arti si dà una parte fisica che non può più venir considerata e trattata come un tempo, e che non può più venir sottratta agli interventi della conoscenza e della potenza moderne. Né la materia né lo spazio, né il tempo non sono più, da vent’anni in qua, ciò che erano da sempre. C’è da aspettarsi che novità di una simile portata trasformino tutta la tecnica artistica, e che così agiscano sulla stessa invenzione, fino magari a modificare meravigliosamente la nozione stessa di Arte. (Paul Valéry, Pièces sur l’art, Paris - La conquête de l’ubiquité)
E allora chi è oggi lo scrittore si chiede Gaddis? Ed è straordinario che sia proprio lui a porre questa domanda, lui che grandissimo scrittore è stato, lui che può permettersi di parlare di un’agape perduta, di riflettere su ciò che la letteratura è stata e non è oggi, d’interrogarsi sul rapporto tormentato che da sempre hanno avuto gli scrittori con il mondo circostante ma che è ben consapevole che il ruolo che gli scrittori e gli artisti avevano un tempo nella società è andata completamente perduto e allora lo scrittore studiato, premiato, applaudito ci spinge a riflettere su quello che siamo diventati noi oggi ed è su questo che vorrei che voi tutti vi soffermaste: potrei riempire questa recensione con tanti riferimenti colti estrapolati dal testo e dirvi sì, Gaddis prende spunto dall’invenzione della pianola meccanica avvenuta nella seconda metà del Diciannovesimo Secolo e che non necessitava di un pianista funzionando con dei rulli forati precursori di quegli stessi che poi sarebbero serviti per il funzionamento dei calcolatori e poi ricostruisce l’evoluzione del mondo fino ad oggi dominato dai computer e chissà mai che domani cominceremo ad inginocchiarci di fronte alle statue di Steve Jobs ma è a noi presunti scrittori, recensori, uomini e donne che leggono che è diretto questo libretto di novanta pagine che ti fa sentire come una mosca bianca e allora finisci per chiederti dove diavolo siano finiti gli scrittori, i musicisti, i pittori in un mondo dell’arte fatto di recensori patinati, di newsletter accattivanti, riempito da scrittori da premi e da chi non li vince e che aumenteranno le loro vendite il giorno dopo la premiazione dopo aver già venduto migliaia di copie, coi loro volti riprodotti ovunque, ma ecco anche il libro fatto in casa e venduto in prima pagina sui siti di noti quotidiani, come dice Gaddis “Intrattenimento e tecnologia e bambini di quattro anni tutti dotati di computer, ciascuno è artista di se stesso” (pag.11-12), con scrittori che diventano uomini di pubblicità, perfetti organi smembrabili, capaci di riempire fogli su fogli con qualunque argomento a piacere perché l’importante è metterci una firma ma del tutto incapaci di Scrivere e se è vero che gli scrittori sono sempre più espulsi dal consesso civile e ci si può interrogare se è lo scrittore che deve parlare oppure l’opera, la verità è che gli scrittori scarseggiano, le opere anche e forse manca ogni cosa perché a mancare sono gli uomini liberi o quantomeno quelli che non si piegano, perché se è vero che il Sistema fa schifo è anche vero che sono in pochi coloro che non si sottomettono alle regole.
Il mondo a cui fa riferimento William Gaddis è un mondo inevitabilmente lontano anni luce dal nostro, è morto e sepolto il mondo di Melville, Platone, Hawthorne, Flaubert, Tolstoj e di tanti altri artisti citati nel libro ed è impossibile non chiedersi se nasceranno nuovamente scrittori come Hawthorne capaci di lasciare un segno tale da permettere a un altro scrittore come Rick Moody di dedicare un libro come “Il velo nero” a un suo racconto ma anche lo stesso mondo di Gaddis, nato nel 1922, è distante anni luce dal nostro: quando Gaddis aveva vent’anni infuriava la Seconda Guerra Mondiale e il sistema scolastico era totalmente diverso, adesso a vent’anni, un ragazzo dell’Occidente Capitalista si fa la guerra tele votando un personaggio del Grande Fratello ed è scontato che in breve tempo tutto il mondo ci somiglierà (se già non ci somiglia nei suoi lati più deleteri) e le scuole sembrano più riserve indiane che luoghi di sapere. Nasceranno altri scrittori (e lettori) di quella portata oppure potevano nascere solo in un mondo come quello? Cresceranno ancora scrittori e lettori di quel genere in un mondo come questo in cui le forme di comunicazione si fondono sulla velocità, su un numero prestabilito di caratteri, destinate a vivere in un presente che non riesce e non ambisce nemmeno mai a diventare futuro?
La bellezza de “L’agonia dell’agape” è quello di trasmettere delle considerazioni che potrebbe risultare quasi anche banali ma che invece costruiscono le fondamenta stessa del mondo e a farlo è uno scrittore elitario che non si stanca d’interrogarsi sulle conseguenze della riproducibilità delle opere artistiche quando a noi intorno la musica è ovunque, scaricata, spezzettata, svenduta, le librerie scoppiano di volumi e di resi e la tecnologia che aumenterà ancora di più il numero delle opere disponibili (il non vederle aumenta la sensazione di panico), permettendoci di vivere in quell’illusione che l’aumento delle possibilità di scelta significhi una maggiore qualità di vita e intanto finisce per perdersi la lentezza necessaria e inevitabile per entrare in relazione con un’opera d’arte e la velocità crea inevitabilmente strutture mentali differenti, un approccio diverso alla lettura e all’ascolto.
Lo scritto di Gaddis mi ha ricordato le parole della mia professoressa d’italiano in collegio che non si stancava mai di ripeterci “Non è importante quanto leggi ma come leggi e quanto concedi a quell’opera d’arte di poter entrare dentro di te” e serve tempo, allenamento, desiderio di fermarsi e di condividere, senza avere fretta, perché tutto intorno a noi va tutto troppo veloce e ti travolge, ti fa impazzire e allora questo libro ha come il sapore di un appello che William Gaddis rivolge in prima battuta proprio a noi, scrittori, lettori, recensori, affinché agiamo, scriviamo, commentiamo in libertà e senza curarci, nei limiti del possibile e con le nostre forme e contenuti, del denaro, del successo, dello fotografia in copertina, dell’amicizia giusta, perché se ormai la riproducibilità e la vendita di ogni cosa domina il nostro mondo, dobbiamo tornare a ragionare sulle priorità, a prenderci i nostri tempi, a non espletare semplicemente il ruolo dell’ingranaggio del sistema perché spetta a noi, uomini del Ventunesimo Secolo, non soccombere, non adeguarci e costruire altre strade, in una forma di resistenza che sappia diventare attiva, slegata dal desiderio del facile appagamento momentaneo.
Concludo con una considerazione che risulterà forse elitaria e presuntuosa: è un dato di fatto che si è ormai rimasti in pochi a non adeguarsi alla deriva intrapresa dalla società in cui viviamo ma quell’Agape non deve morire, quel sentimento di condivisione fra affini deve continuare a risplendere fra di noi come una fiaccola nelle tenebre e che non si spenga mai e se si dovesse spegnere che succeda almeno in modo rocambolesco come si augura Titta di Girolamo ne “Le conseguenze dell’amore”.
Edizione esaminata e brevi note:
William Gaddis (1922-1998) è stato uno dei più grandi scrittori americani del 20esimo secolo. Ha scritto cinque romanzi e ha vinto due volte il National Book Awards. In Italia sono usciti Le perizie (Mondadori, 2000), Gotico Americano (Leonardo, 1990) e JR (Alet 2009).
William Gaddis, "L'agonia dell'agape", Alet, Padova, 2011. Titolo originale "Agape Agape", 2003, traduzione di Fabio Zucchella. Postfazione di Joseph Tabbi.
per approfondire: GADDIS in Lanke
Andrea Consonni, ottobre 2011
Commenti
[L'agonia dell'agape]
[L'agonia dell'agape] "L'agonia dell'agape" di William Gaddis. Per uno come me aver letto un libro come questo significa prendere una boccata d'aria ma anche voglia di andarsene.
[gaddis] per approfondire:
[gaddis] per approfondire: GADDIS in Lanke
[Gaddis] Refuso: non è
[Gaddis] Refuso: non è importante quanto leggi, ma come leTTi...(gran pezzo and)
[Gaddis] Corretto, grazie
[Gaddis] Corretto, grazie Branco, per tutto.
[gaddis] è bella la tua
[gaddis] è bella la tua passione, non ha nessuna importanza il numero delle persone che hanno il tuo stesso sentimento e atteggiamento verso la scrittura, che è poi quello verso la vita,almeno secondo me; credo che agape nel buddismo sia la compassione, credo che non ci sian nessuna possibilità che finisca, che si esaurisca perchè "risiede"nella natura umana più profonda; mi sembra comunque un libro da leggere quello di cui parli, questo è uno scrittore che non conosco mi sa che lo devo conoscere
[Gaddis] Grazie Dianella, se
[Gaddis] Grazie Dianella, se per caso dovessi leggere qualcosa di suo fammi sapere cosa ne pensi.
[gaddis] e qua, buone
[gaddis] e qua, buone letture: http://buoneletture.wordpress.com/2011/10/14/william-gaddis-lagonia-dell...