Gadda Carlo Emilio
Ven, 30/06/2006 - 22:24 — AngelaMigliore
Quadratura del cerchio: Gadda ultima goccia d’inchiostro-veleno con cui marcare il punto-diga a bloccare l’onda di pagine dolorose che rinviano a precedenti letture: a Svevo, a Berto, a Zorn per stabilire il confine e diventare oblio a rimuovere la sfrontatezza di una scrittura che, spavalda, scava negli intricati labirinti del pensiero, votata all’indagine di quel “male oscuro di cui, all’epoca, le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistevano a dover ignorare le cause, i modi: e lo si portava dentro di sé per tutto il folgorato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”. Pur non seguendo la vocazione intimista dei succitati autori “La cognizione del dolore”, pubblicata parzialmente a puntate su “Letteratura” tra il ‘38 e il ‘41 e apparsa per la prima volta in volume nel 1963, rappresenta comunque il netto rifiuto del silenzio dinanzi alla sofferenza, costituendo lo scritto più altamente autobiografico dell’ingegnere milanese che traspone in questo libro molte delle proprie vicissitudini, inserendo ripetuti riferimenti alle velleità borghesi dei genitori, ostinati nel mantenimento di una villa in Brianza e alla prematura morte del fratello Enrico, aviatore, abbattuto a pochi mesi dalla fine della guerra. L’ambientazione esotica del romanzo risulta, infatti, camuffamento. Del resto per essere un’alternativa possibile al diario di guerra impossibile in virtù dei giudizi in esso contenuti (Il castello di Udine), “La cognizione del dolore” si impone di nascondere, lasciando allo stesso tempo intravedere il suo vero oggetto. La menzogna geografica, quindi, diventa maschera che trasfigura la realtà senza alterarne i contenuti: la guerra tra Maradagál e Parapagál è allora la prima guerra mondiale, il Sudamerica la Brianza e i Nistitúos le squadracce fasciste. Siamo di fronte all’attuazione del principio manzoniano del dire “di nuora perché di suocera si possa intendere”, ma se Manzoni sposta la sua vicenda sull’asse temporale, qui lo slittamento è prevalentemente sull’asse spaziale. Il lavoro di Gadda si fonda, pertanto, sulla “speranza di narrare intorbidando le acque” nel tentativo di depistare il lettore, con i motivi di tale intento da ricercarsi nella materia stessa del romanzo. La cruda rappresentazione del problematico rapporto con la madre, del dolore e dell’odio rimosso per il fratello e, non da ultimo, l’impietoso ritratto dei Luckonesi nei quali ravvisare gli abitanti di Longone, sono tutti elementi che fanno temere allo scrittore una reazione esplosiva. Per cui, al fine di proteggere il cuore dei suoi familiari ancora viventi, “carità e pudore filiale gli frenano e distorcono la penna a una significazione impossibile, tale da rendere impossibile ogni vera esegési”. In quest’ottica il protagonista del romanzo Gonzalo, cresciuto nel dolore derivante dalla carenza di affetto e oltraggiato, respinto dalla vita alla quale reagisce, rifiutando tutti gli altri, colpevoli di non aver conosciuto “il lento pallore della negazione”, diventa l’alter ego letterario dell’autore che se ne serve per descrivere il proprio dramma esistenziale. Il risentimento del Pirobutirro per quella benevolenza elargita con tanta faciltà ad ausiliari e parassiti domestici e invece centellinata con estrema avarizia nei suoi confronti, viene presentata come la causa principale della nevrosi dietro la quale Gadda ricerca le ragioni “oscure e vivide” del suo atroce rancore di figlio dalla natura “difettiva”, del suo odio verso l’ipocrita “imbecillaggine generale del mondo” e della sua tragica, “orrida solitudine”, con un linguaggio che unisce italiano letterario e aulico, dialetto lombardo popolare e spagnolo. Tuttavia la contaminazione ispanica non serve solo come schermo dietro il quale nascondere il privato, ma agisce ben più in profondità dando, come detto in precedenza, la possibilità alla narrazione di farsi “tribunale della Storia” assolvendo al suo compito etico e giudicante. Da qui i riferimenti sarcastici a Napoleone, Bolìvar e Garibaldi (episodio del fulmine) oggetti polemici in quanto ritenuti i principali responsabili della guerra e dileggiati non meno dei loro stessi cantori. Accanto a Juan Muceno Pastrufacio-Bolìvar appare, infatti, Carlo Caçoncellos: personaggio molteplice che rimanda non solo a Camõens, ma anche a D’Annunzio. L’ironia consente, quindi, a Gadda di aprire una velata polemica nei confronti delle figure del generale e del poeta-vate, polemica che culmina nell’aspra invettiva di Gonzalo contro l’io, ritenuto, a dispetto delle elucubrazioni narcisistiche in versi, “il più lurido di tutti i pronomi”. Lo scrivere di Gadda, del resto, evita nettamente lo scandaglio dell’io e lungi dalla prima persona, divide “La cognizione del dolore” in due parti in cui prima prevale il punto di vista degli altri e poi quello della madre, dando così vita ad un frammento (rimasto incompleto e chiuso con la poesia Autunno) all’interno del quale il protagonista costituisce oggetto e non soggetto di una narrazione che nulla concede all’affabulazione. Estraneo al desiderio di affrontare il proprio disagio a viso aperto, con la penna a gettar sale su eterne ferite per causticare il dolore, Gadda evita il diario-confessione, ma non riesce neppure a costruire una storia in cui la finzione romanzesca risulti capace di rinviare all’autobiografia senza diventare pedante. Il suo è uno scrivere per occultamento che si fonda sul pastiche linguistico, facendosi scudo di uno stile criptico a tratti addirittura snervante e compiaciuto della sua scarsa accessibilità. Mancano il pathos di Zorn, l’umorismo amaro di Svevo ed il flusso di coscienza di Berto. Mancano catarsi e umanità.EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTECarlo Emilio Gadda nacque a Milano il 14 novembre 1893, durante la prima guerra mondiale fu combattente negli alpini. Nel 1920 conseguì la laurea in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Milano. Morì a Roma nel 1973. Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”, Garzanti, Milano, 2002
GADDA in LANKELOT:
Gadda Carlo Emilio - La cognizione del dolore - AngelaMigliore
Gadda Carlo Emilio - La cognizione del dolore - arpaeolia
Angela Migliore, giugno 2005Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Ecco un libro che DEVO leggere, in un prossimo futuro.
"La menzogna geografica, quindi, diventa maschera che trasfigura la realtà senza alterarne i contenuti: la guerra tra Maradagál e Parapagál è allora la prima guerra mondiale, il Sudamerica la Brianza e i Nistitúos le squadracce fasciste. Siamo di fronte all?attuazione del principio manzoniano del dire ?di nuora perché di suocera si possa intendere" - ah, il Novecento ha ripetuto gli stratagemmi del Barocco: Accetto non avrebbe suggerito niente di diverso. Il bello è che ancora oggi è particolarmente consigliabile regolarsi così, a certi livelli - l'attacco frontale ha perduto di significato, parte perché è vano, parte perché è suicidio stupido. I tempi dovranno cambiare.
Ogni epoca ha i suoi cancri e i suoi strumenti per combatterli a viso più o meno aperto.
Oggi sì, oggi l'attacco frontale è suicidio, ma spero non ci sia da aspettare ancora molto, perchè cambino i tempi.
Non sono convinto che l'allegoria sul fascismo fosse ritenuta importante nei disegni di Gadda. Egli non fu mai veramente uno scrittore "ingaggiato" né nel periodo della guerra né, particolarmente, dopo. Con "Eros e Priapo" approfondisce una critica esplicita al regime, ma solo successivamente - avrebbe potuto farlo durante i fatti più o meno in sordina come altri intellettuali contemporanei alle vicende - e senza eccezionalismi. Egli da giovane fu fascista, la chiamerà da adulto "malattia giovanile". In ogni fase della sua vita ostile al comunismo, manifestatamente, e non si impegnò mai con alcuna serietà nella politica contingente, nessuna propaganda o anti-propaganda. Dall'idea che mi sono fatto leggendo qualche saggio su di lui vide sempre il totalitarismo in generale con spirito distaccato e con una spiccata inclinazione al grottesco, più che alla giustizia etica.
Prossimamente una mia recensione dello stesso libro, leggera leggera e incompleta, purtroppo. Sarà egoisticamente personale.
Riletta e decisamente considerata ancora più buona come recensione. E' il linguaggio la chiave di approfondimento del talento di Gadda. Ne sono sempre più convinto.
Ho letto sul tuo blog la pagina dedicata alla Cognizione, sarei contenta di ritrovarla qui. Credo sia scelta intelligente offrire più chiavi di interpretazione di uno stesso libro e le più belle, a mio parere, sono proprio quelle egoisticamente personali.
è vero,si tratta di un libro molto ambizioso...o molto crudele!
E' come se l'autore si divertisse a farsi del male riflettendo le amare descrizioni psicologico-ambientali dei personaggi su se stesso.
p.s.
un applauso ad Angela che ha postato questa recensione. :-D
Ave Orpheus, benvenuto su Lankelot.eu. Il tuo commento è finalmente on line - ci deve essere stato qualche problema in sede di moderazione. Tutto risolto:).
8. Forse non vuole farsi del male; magari è cosciente che il sacrificio certe volte è il prezzo per una verità amata e ambita.
8 > Fatico a trovare in Gadda, un atteggiamento autolesionista. Il suo libro rientra in quella che personalmente definisco "la letteratura del dolore", assieme ai citati e ad altri cui non ho fatto menzione, all'interno della pagina. Si tratta di una letteratura che vede come fulcro della narrazione, la sofferenza interiore, quel "male oscuro" ignorato per anni. Una letteratura introspettiva. Non c'è il piacere di farsi del male scrivendo, forse al contrario il desiderio di smettere di tener nascosto il proprio dolore, benchè l'ingegnere milanese ricorra a camuffamenti che impediscono di parlare di vera e propria confessione.
10. E Arpa pensa...