Adameşteanu Gabriela

Intervista a Herta Müller, 2003

Autore: 
Adameşteanu Gabriela

Frammenti tratti da un'intervista a Herta Müller, apparsa per la prima volta nel periodico romeno 22 nell'ottobre del 2003. Pezzo inedito in Italia e di notevole pregio,  sia per l'intervistata che per l'intervistatrice, Gabriela Adameşteanu, tra i maggiori prosatori contemporanei. Testo importante per comprendere temi e preoccupazioni dell'opera della Müller.

La lingua romena partecipa alla lingua tedesca in cui scrivo

Hai mai scritto letteratura in romeno?

Non ho mai scritto in romeno. Conoscevo un po' il romeno dalla scuola del paese dove sono nata, ma in quel periodo, naturalmente, non l'ho studiato abbastanza, avendo solo poche ore a settimana. E, a parte la scuola, il romeno non lo parlavo affatto, perché in paese abitavano solo tedeschi.

Svevi.

Sì, svevi. Anche i nostri insegnanti di romeno erano svevi, solo il medico e il poliziotto erano romeni. E sia con l'uno che con l'altro, anche se per motivi diversi, era meglio non avere a che fare. Poi mi trasferii in città, e dopo l'università lavorai in una fabbrica. Fu la prima volta in cui ero l'unica tedesca del gruppo, mentre tutti quelli intorno a me erano romeni o ungheresi. Ma anche con gli ungheresi, se non sapevi la loro lingua, sempre il romeno era la lingua comune. Dunque, lì in fabbrica iniziai a parlarlo ogni giorno, dalla mattina alla sera, a parlare solo in romeno. Avevo un'amica romena, che non capiva il tedesco per niente e, visto che eravamo molto affiatate, imparai il romeno. Credo che sia stata una fortuna, perché, non avendolo come lingua madre e approfondendolo solo più tardi, quando avevo già una forma mentis improntata alla letteratura e all'estetica della lingua, mi resi subito conto di quanta poesia ci sia nella lingua romena, di quante comparazioni, quante metafore. Molte volte mi viene in mente in maniera spontanea il paragone tra le espressioni della mia lingua e i loro equivalenti in romeno. E mi sono resa conto che il romeno guarda la stessa cosa in modo del tutto diverso rispetto alla mia lingua materna e, dal punto di vista della struttura psichica, molte volte questo sguardo mi è stato molto più vicino...

Cioran descrive la lingua romena – paragonandola al francese – come più primitiva, ma più concreta...

Sì, è vero. Penso che il romeno non si lasci inquadrare in nozioni astratte troppo facilmente. Ma, d'altro canto, la sua spontaneità è di gran lunga maggiore, penso che sia decisamente più viva e che abbia molti più livelli, specie nel campo dei sentimenti, delle relazioni. In tedesco, ad esempio, se vuoi dire qualche tenerezza al tuo innamorato, gli dici Schatz – Schatz vuol dire tesoro. Mentre in romeno ci sono così tante parole per designare la stessa cosa, c'è molta più tenerezza, e per questo è più difficile da tradurre. Oppure per bambino si dice pui de om (cucciolo d'uomo). Küken, cucciolo in tedesco, si dice solo per gli uccelli ed è una parola molto rigida, una parola con così tanti spigoli, e poi ha questa “k”, quindi non puoi usarla nemmeno per parlare di un animaletto, figuriamoci per un essere umano. Per chi scrive, è un enorme vantaggio il fatto che la tua lingua non sia l'unica stazione di parole. Devi sapere che ci sono stazioni di parole diverse, che ogni oggetto ha un aspetto diverso. Ad esempio, crin (Ndt giglio) in romeno è un “lui”. Se lo guardo e mi metto a pensare in romeno, mi vengono in mente immagini diverse rispetto al tedesco.

Com'è crin in tedesco?

Die Lilie è una signora, una donna. E lo stesso è anche con plop, die Pappel (Ndt pioppo). E tutti gli altri, sole, luna, sono tutti al contrario. Quando cambia il genere, cambia tutta l'immagine che si crea nella mia mente. Perché in romeno crin è di genere maschile? Perché i romeni guardano alla pianta in questione come a una creatura maschile, mentre chi parla tedesco vede in lei una creatura femminile. Lo stesso accade con gli oggetti. Dunque tutte queste cose si sono mescolate nella vita quotidiana, in quello che facciamo abitualmente, nei luoghi dove andiamo. Ho detto molte volte che, a mio parere, la lingua romena scrive insieme a me, anche se non ho mai scritto una sola frase in romeno. Ma il romeno partecipa alla lingua tedesca che io scrivo. Perché nella mia testa non riesco a scindere quel che ho di una lingua e dell'altra. Ci sono vicende vissute, immagini ricordate, e le lingue si mescolano. Non posso dividere la vita in due lingue, non funziona così, non ha senso e non lo desidero.

Capivo le parole, ma non le situazioni

Quanto era diversa la lingua tedesca che si parlava in Romania rispetto alla lingua tedesca parlata qui? E' stato difficile il passaggio dall'una all'altra?

Esistono più lingue tedesche. La mia lingua madre è, in realtà, un dialetto delle campagne, del villaggio dei miei genitori, e si differenzia molto dal tedesco letterario. Ma c'è anche la lingua letteraria autoctona, con un vocabolario molto simile a quello che si usa qui in Germania, a parte alcune nozioni che da noi non esistevano, poiché non esisteva nemmeno la realtà designata da queste nozioni. Ogni forma di lingua quotidiana si sviluppa dalle necessità di una società, di una realtà. Ma non vuol dire che io non capissi quello che leggevo perché la realtà romena e quella tedesca erano tanto diverse, o perché molti argomenti che in Germania erano d'attualità in Romania mancavano del tutto. Per vent'anni noi abbiamo letto libri in tedesco, abbiamo letto Der Spiegel e i giornali del Goethe Institut, dunque, anche se solo dai testi scritti, questo vocabolario lo conoscevamo. Il problema era un altro: non capivamo le situazioni. Quindi constatavo, all'epoca, che riuscivo a comprendere il significato di ogni parola fino all'ultimo millimetro e, tuttavia, non capivo la situazione che illustrava. Perché era una situazione diversa, il comportamento delle persone che ho conosciuto qui era diverso da quello a cui ero abituata in Romania. In particolare, mi accorsi che tali “incomprensioni” nascevano nel momento in cui qualcuno intendeva essere ironico, o fare lo spiritoso. Spesso non capivo l'ironia, oppure non capivo cosa ci fosse da ridere in quel frangente. Non comprendevo, in realtà, il contenuto della situazione, benché ne capissi il contenuto linguistico. E questo perché provenivo da una vita completamente diversa.

Tra macchine e operai, con il dizionario in mano

Ma poi, con una laurea in Lettere, come mai sei arrivata in fabbrica?

Ogni anno diversi laureati in Lettere venivano mandati a lavorare nell'industria. Mi assegnarono un posto in Moldova, perché facevo parte dell'Aktionsgruppe e le autorità volevano dividermi dai miei compagni. Mi sembra che fosse il 1985. Cercarono di gettarci in angoli del Paese così lontani l'uno dall'altro, che non ci potevamo più vedere, se non durante una vacanza più lunga. E così andai in Moldova, a vedere com'era. Era un gruppo di casupole, non un paese. La scuola non aveva nemmeno i pavimenti, e quelli non volevano nemmeno saperne di me, perché c'era già un'insegnante di tedesco di quelle parti, la quale voleva mantenere il suo posto. Allora le dissi che non avevo alcuna intenzione di sgomitare per rubarglielo, visto che vivere lì mi sembrava impossibile. Tornai a casa, decisa a non accettare l'assegnazione di quel posto. E allora, di conseguenza, mi arrivò per due volte l'ingiunzione di pagamento delle tasse universitarie. Nel frattempo cercai di trovare qualcos'altro. Alla fabbrica Tehnometal lavorava un direttore che in precedenza era stato giornalista a Drapelul Roșu (Bandiera rossa), ma quelli del Neue Banater Zeitung, dove avevo svolto un tirocinio durante l'università, lo conoscevano, poiché le redazioni si trovavano nello stesso edificio. Così parlarono con lui e mi assunse in fabbrica. Ecco come arrivai a fare la traduttrice alla Tehnometal. Traducevo descrizioni di macchinari, benché non ne capissi nulla. Era terribile. Avevo un dizionario alto quanto tre mattoni, e cercavo ogni parola. Ma il problema era che per ogni macchina, pressa idraulica e chissà cos'altro, bisognava sapere esattamente a quale si faceva riferimento. Perché per ogni nozione che trovavo sul dizionario c'erano tre o quattro varianti. Stavo tutto il giorno col telefono in mano, oppure andavo giù e chiedevo agli operai quale fosse il termine più indicato.

Avevi già cominciato a scrivere letteratura?

Avevo cominciato, sì. In fabbrica ho cominciato.

Ma prima avevi mai pensato che nella vita avresti fatto la scrittrice?

Scrivevo poesiole già nelle riviste del liceo, cose molto imbarazzanti, a leggerle ora mi sembrano così infantili. Dopodiché le abbandonai e mi dissi “nella vita c'è un tempo delle poesie per tutti”. Non feci più nulla se non dopo anni, dopo aver finito l'università, quando già lavoravo in fabbrica. Ero sempre con l'Aktionsgruppe, ero una specie di amica di tutti, ma che a quel tempo non scriveva. I miei amici mi rimproveravano sempre per questo, che ero indolente e pigra, e allora mi diedero da leggere. Cercavano di prepararmi, affinché avessi in testa la letteratura che mi serviva per poter scrivere.

Scrivere per sopravvivere

Dunque hai avuto dei modelli letterari?

No, ma ero in contatto con la letteratura ed ero in contatto con persone che scrivevano. E il fenomeno mi interessava. Allora ricominciai, ma per me fu come cominciare per la prima volta, perché fu qualcosa di totalmente diverso. Iniziai a scrivere prosa. Era morto mio padre e...

Quanti anni avevi? 24?

No, ne avevo qualcuno di più, 26. Per la Romania ero abbastanza anziana, tutti gli altri avevano iniziato a scrivere da anni. Accaddero molti episodi che mi portarono a riflettere su che cosa mai fosse la vita e su chi ero io, come ero arrivata ad essere quello che ero, chi ero in realtà e che cos'era quel villaggio, chi erano i miei genitori. Alla Tehnometal cominciarono anche i problemi con la Securitate e la pressione politica. Il securista della fabbrica voleva reclutarmi. Io dissi no e no. Fu allora che presero a tormentarmi. Ogni giorno mi facevano chiamare dal segretario di partito e dal direttore della fabbrica, mi assillavano in un modo... Avevo appena divorziato dal mio primo marito. Dunque non c'era più alcuna sicurezza nella mia vita, non sapevo più cosa sarebbe stato, e come sarebbe stato. Credo che fu proprio allora, sotto questa pressione interiore, che iniziai a scrivere per me stessa. Volevo farlo per me, non pensavo alla letteratura. Gli amici dell'Aktionsgruppe lessero e mi dissero: “continua”.

Sin dall'inizio hai adottato quel tono molto nuovo, molto forte?

Penso di sì. Il tono non te lo scegli, la voce che hai dipende dalla tua struttura interiore.

Io non credo nella letteratura in quanto letteratura

 

Che autori leggevi all'epoca?

Letteratura tedesca. A volte anche autori romeni, ma in primo luogo tedeschi. All'epoca per me era molto importante Thomas Bernardt, uno scrittore austriaco. Leggevo anche saggi, analisi politiche sulla società, perché noi siamo stati politicizzati, siamo sempre stati interessati a scoprire perché questo Paese (la Romania) sia arrivato a vivere una situazione così insopportabile, come sia potuta esistere una dittatura così tetra, come uno zotico venuto da non so dove sia diventato un dittatore, con il culto della personalità, e una società intera che si inginocchiava ai suoi piedi. Come può, in queste situazioni, non esistere alcun punto d'appoggio, né un barlume di sincerità intorno a te? E poi tutto questo vocabolario nauseante e ideologico. Per me tutte queste cose si sono sovrapposte, si sono combinate. Io non credo nella letteratura in quanto letteratura. Iniziai a leggere dei saggi, credo, e poi libri sulle SS, Eugen Kogon, Der SS-Staat, e saggi sul nazionalsocialismo, sul Terzo Reich, perché volevo sapere anche qual era stato il coinvolgimento della minoranza dalla quale provengo, e i motivi dell'immensa falsificazione della storia ufficiale in Romania, in cui noi siamo sempre stati dalla parte degli Alleati e con l'Unione Sovietica. Invece abbiamo cambiato fronte il penultimo giorno, e fino ad allora abbiamo ucciso ebrei, zingari, e c'è stato il processo ad Antonescu.

Devi dirlo sin dall'inizio: “con me non attacca”

Tutto questo mi interessava. E, in seguito, il fatto che nella storia ufficiale solo i tedeschi e gli ungheresi siano stati fascisti, mentre i romeni per niente. Mi irritava. Mi irritava anche che tutti i tedeschi venissero descritti come fascisti. Quando ero piccola, in quel piccolo villaggio, domenica ci portavano al cinema, perché non potessimo andare in chiesa. Erano gli inizi degli anni Sessanta e ci facevano sempre vedere dei film con “fritzi”, sempre quell'idiota di tedesco delle SS, come se i romeni non avessero avuto nulla a che fare con tutto questo, loro erano onesti, mentre noi eravamo figli di fascisti. Cominciai ad interessarmi a tutte queste cose. Neanche mio padre ne parlava, e penso che fossero in tanti a non farlo, non solo in quel paesino, ma in tutta la nostra minoranza. Perché in Romania non si parlava con onestà del passato, del fascismo e del nazionalsocialismo. E, in virtù di questo, i tedeschi avevano un motivo in più per non parlare del ruolo che avevano avuto, perché si dicevano: “Se la maggioranza non ne parla e a noi ci viene rimproverato, non possiamo certo parlarne di nostra sponte.” Penso che il silenzio della maggioranza sia stato un motivo in più perché nemmeno chi apparteneva alla minoranza prendesse le distanze dal proprio passato. Penso che mio padre avesse 17 anni quando è partito per la leva, nelle SS. E io, quando andavo in città, gli dicevo sempre: “Guarda cosa hanno fatto i nazisti e cosa ha fatto Hitler! Come hai potuto essere così esaltato e cieco da non pensare in che razza di politica ti hanno infilato, come un asino – perché lui era un soldato semplice. Sei scappato come un asino dietro ai criminali”. E leggendo questo libro di Kogon, così ben scritto, che descrive in maniera così esatta la struttura dello stato fascista, io ho letto, senza volerlo, due libri: un libro sul fascismo e uno che non è scritto da Kogon, ma che, tra le righe, parla della società in cui vivevo. Perché ho capito quali sono i meccanismi della dittatura, ho visto come ci si arriva, su quali basi, come cambia il linguaggio, come il linguaggio si adatta alla repressione, e, poiché tutto questo era contenuto in quelle pagine, vi ho potuto leggere due libri paralleli. E in quel momento mi dissi: ecco, ora ho l'età di mio padre e quello che farò d'ora in poi dipende da me. Se io stessa mi adagio e faccio il necessario affinché la vita sia più semplice, allora non posso rimproverargli di essersi comportato da opportunista, né il fatto che fino ad oggi non sia in grado di dire “Hitler è un criminale”. Credo che sia più semplice dirlo sin dall'inizio: “con me non attacca”, invece di infilarti nel gruppo e poi uscirne. Se ti sei infilato, lì rimani. Per me, questa esperienza, ovvero studiare come la nostra minoranza sia diventata la quinta colonna di Hitler, e poi la menzogna propinata dalla storia romena, hanno avuto una grande importanza per la mia decisione. Provavo una nausea fisica per il sistema che mi circondava e non sarei stata capace di adattarmi a nessun costo. Non mi passava nemmeno per la testa. E in fabbrica, quando rifiutai di collaborare con il securista, avevo colleghe che mi dicevano: “Oddio, vedrai cosa passerai ora”. E lui mi disse: “D'ora in poi ti dispiacerà ogni giorno che passa”.

Ti minacciò?

Sì, certo. Anche di morte. “Ti mandiamo a Bega. Succedono anche gli incidenti stradali”. Ma nemmeno per un secondo mi passò per la testa che avrei potuto essere d'accordo, che avrei potuto facilitarmi la vita collaborando. Non avrei potuto, perché provavo una vera e propria nausea. Anche i miei amici, anche Richard, anche Totok, tutti, da molti anni erano perseguitati dalla Securitate. Io, essendo così vicina a loro, sapevo così tante cose della Securitate e di quello che erano capaci di fare, e di cosa voleva dire repressione, che, quando venne il mio turno, sapevo cosa mi aspettava. Dunque non ero né ingenua, né al di fuori degli eventi.

La paura dei securisti e degli informatori

 

Ma non avevi nemmeno paura?

Ho avuto paura, ma dissi più volte a me stessa: credo che sia più facile resistere nella paura che nel cosiddetto coraggio. Io non so cosa voglia dire coraggio. Ho avuto sempre l'impressione che fosse una nozione molto artificiale. Chi non ha paura della morte, delle minacce? Tutti hanno paura. Hai paura, ma non puoi cambiare la situazione, sai che è così e impari a viverci. Se avessi accettato di collaborare con loro, forse non avrei avuto paura? Credo che ne avrei avuta molta di più. E sarebbe stata una paura governata da loro, consapevoli che mi avrebbero avuto in pugno, che potevano incaricarmi di quello che volevano, ordinarmi di fare le cose più abiette, o spingermi a tradire gli amici o le persone che amavo. Penso che questo tipo di paura sarebbe stata molto peggiore del terrore di essere uccisa da loro; se mi minacciavano, forse avevano anche l'intenzione di mettere in pratica quanto dicevano. Ma penso che sia stata una paura molto minore rispetto agli altri tipi di paure. [...] Sono convinta, e non è possibile altrimenti, che ci fosse molta pressione psicologica sui securisti o sugli informatori – non riesco a immaginarmi che abbiano vissuto anche un solo giorno senza paura. Paura di loro stessi...

E paura degli altri.

Certo. Di tutti e di loro stessi.

Sono andata via a malincuore

Cosa è stato più difficile quando sei arrivata in Germania?

In primo luogo ero sollevata, ero sicura di avercela fatta. Continuai a ricevere minacce, ma pensai sempre che, se avessero voluto uccidermi, sarebbe stato più semplice farlo là, in Romania, non qui, con tutte le complicazioni e lo scandalo che ne sarebbe derivato. Dunque, da una parte ero sollevata. Dall'altra, il più difficile era il fatto di essere arrivata in un Paese che funzionava alla perfezione, e di non sapere molte cose estremamente semplici. E' come sentirsi scaraventato nella tua infanzia, non sai come funziona un distributore automatico di biglietti, non sai come comportarti in un supermercato, non sai come funziona un WC pubblico, come infilare una moneta o...cose banali. La tua testa analizza situazioni complicate, ma la tua mano non è in grado di fare anche le cose più ovvie, che in questo Paese si imparano all'età di tre anni, e tu invece ne hai 32. Questo ti rende triste e, anche se nella tua mente ti rendi conto che si tratta di una realtà oggettiva, che per forza tu non conosci, ti senti come se ti avessero gettato in un angolo. E mi dispiaceva così tanto dover andar via! Pensavo che il mio Paese mi appartenesse nella stessa misura in cui apparteneva a Ceausescu. Cosa aveva lui più di me? Io ho una biografia, lui ha una biografia. Io non ho ucciso nessuno, e non ho distrutto nessuno. Dunque lui, distruggendo le persone anche solo con la sua insolenza, è arrivato a mettere la sua biografia al di sopra di qualsiasi altra vita umana. E questo mi ha nauseato e mi ha riempito di dispiacere... Credevo che Ceausescu avrebbe vissuto per secoli.

Invece visse ancora per pochi anni.

Sì, visse solo altri tre anni, ma come facevamo a saperlo? E soltanto dopo essere arrivata qui mi resi conto di quante cose mi erano state rubate in Romania, quanti diritti, persino i più piccoli. Così il conforto, la normalità, la spontaneità, il non avere sempre in testa la paura, il potersi comportare liberamente, il poter pensare da cittadino. Figuriamoci non avere l'aspirina, il dentifricio... Che offesa, che offesa è per una persona una cosa del genere! Che ti venga negato persino il diritto a delle piccole cose che qui sono scontate. Oppure la situazione degli ospedali. O dei ristoranti. Quando vedevo come si presenta qui un piatto con del cibo, come ti parla un cameriere, com'è l'ambiente, tutto questo mi è parso un'offesa prolungata per 30 anni: un'offesa all'individuo. E questo ogni giorno, e non so quante volte ho pensato: guarda come sono normali qui le cose, e guarda lì com'è, invece. Com'è possibile questo?

E hai trovato una spiegazione, dopo tanto tempo?

Beh, io non sono una politologa, non sono sociologa, ma se qualcuno si mettesse al lavoro per analizzare come si è installato il sistema comunista e quel che è accaduto negli anni Cinquanta, e come siamo arrivati successivamente al compagno Ceausescu, e da dove l'hanno tirato fuori, e cosa faceva prima, e l'inventario della sua personalità, ritengo che si possano trarre delle conclusioni che una spiegazione riescono a darla. Penso di sì.

Quanto sei ancora legata alla minoranza tedesca in Romania?

Nella tua testa, puoi decidere anche centinaia di volte di non appartenere più a loro, ma la verità è che appartieni a due genitori, e a una minoranza, e la lontananza che ti sei creata razionalmente nella testa è la riprova del fatto che appartieni a loro, altrimenti non sentiresti il bisogno di prendere le distanze. L'avvicinamento rimane e diventa terribilmente complicato e, quanto più lo analizzi, tanto più si complica. E non puoi romperlo, non puoi. Così era anche con mio padre, con il mio villaggio, e con la minoranza tedesca. Al mio primo libro mi rimproverarono di aver scritto male di loro, che loro non erano così, alcuni abitanti del villaggio si erano riconosciuti in alcuni personaggi... In Occidente, i Landsmanschaft cominciarono a fare una campagna contro di me.

Che vuol dire Landsmanschaft?

Gli svevi, che qui in Germania si sono organizzati, cercarono di mettermi a tacere come poterono e di intervenire presso le istituzioni. Quindi uscii dai loro circoli, perché non potevo altrimenti. Non riuscivo a proibire a me stessa di pensare, e allora cercai di lavorare nella mia testa con quanto avevo a disposizione, con i dettagli che osservavo, e questi dettagli mi condussero a quel punto. Non avevo altra scelta. Penso che la costanza sia necessaria. Non puoi indietreggiare sempre.

Negando la tua identità.

Sì, ma è molto più...non mi piace la parola.

Abbiamo più di un'identità?

Io non ne ho nessuna. Questa è davvero una parola di legno, sembra intagliata nel legno. Negli ultimi tempi, tanto più diminuiscono le informazioni dirette su una persona, tanto più si utilizza il termine “identità”. Devi solo dire questa parola magica, “identità”, e tutti sono compiaciuti, benché “identità”, in realtà, non significhi nulla. Io non uso questa parola, perché la ritengo del tutto artificiale, serve solo a sottrarsi a quel che fa parte di te. E se si interiorizza (e questo è il lato più pericoloso), la persona in questione si accontenta della pura nozione di identità. La nozione ti risparmia di pensare a te stesso. E io non voglio arrivare a quel punto.

In questi anni, in cui sei diventata una scrittrice conosciuta, in cui hai dovuto riconfermarti ad ogni libro, ha incontrato qualche difficoltà?

Penso di sì. Come ogni altro scrittore, nemmeno io avevo un posto sicuro ad attendermi. Ad ogni libro uscito, erano in tanti a guardarmi con sospetto. Penso che sia un cliché... Quando sono arrivata in Germania, molte persone mi dissero che sarei dovuta rimanere dov'ero, che, così facendo, avrei estirpato le mie radici e non avrei mai più potuto scrivere, perché avevo abbandonato tutto. Ne fui molto scossa, all'epoca... E penso che molti abbiano cercato di dimostrare, al mio secondo, terzo libro, che avevano ragione. Ma non mi sono mai creata problemi per questo. Ho cercato di fare quel che credevo fosse importante per me. Ho lavorato a quello a cui sentivo di dover lavorare e ho pubblicato. Solo questo.

Quando tu stesso cambi, cambia anche quello che scrivi

Hai sentito il bisogno di cambiare qualcosa tra un libro e l'altro, o sei andata avanti tranquilla?

Sono andata avanti. Tanto anche così non sei mai del tutto consapevole di quello che stai facendo. E allora fai quello che in quel momento è necessario e, dopo che hai finito, non puoi più analizzarlo o ricostruirlo. Se hai fortuna, viene bene. No, non mi sono posta questi problemi. Cosa potrei mai cambiare? Quando tu stesso cambi, forse cambia anche quello che scrivi, ma senza che tu lo decida in maniera cosciente.

Ma come sei arrivata di nuovo alla poesia? Possono definirsi solo poesia questi due splendidi volumi, dalla grafica così originale, con una percezione simultanea della lettera, del disegno, del testo?

Ho cominciato in maniera molto pratica, queste sono parole ritagliate da alcune riviste. Sono stata in viaggio per una serie di letture pubbliche, a volte una decina di giorni, o anche quindici giorni consecutivi, e allora, invece di scrivere cartoline, ho comprato dei fogli bianchi e dei giornali, della colla e delle forbici. Ho ritagliato una foto da un giornale e ho incollato tre, quattro parole e ho scritto sul retro, come su una cartolina. [...] significavano già molto di più da sole che nel contesto da cui le avevo estratte. E' affascinante come cambia una cosa quando la estrapoli da quello che la circonda! Se prendi una parola e poi un'altra, e poi un'altra, e un'altra ancora, e ci metti anche una foto, viene fuori qualcosa di completamente diverso. E va molto più lontano delle tue intenzioni. Questo mi affascinava. E con le rime ero abituata, perché noi, in Romania, abbiamo vissuto epoche in cui tutti facevano rime. Uno di noi diceva qualcosa, e l'altro doveva rispondergli in rima, e solo in rima era permesso, così la rima si impossessava di te. Conosco anche alcuni scrittori, alcuni poeti che apprezzo molto, che lavorano con la rima, e le loro poesie non sono affatto trasparenti. Io ho combinato molti elementi e ho iniziato a farla, ed è diventata un'ossessione di cui ora non riesco più a fare a meno. E' come una droga. Che finisce presto, una droga fantastica. Se fai delle cose brevi, dopo tre, quattro giorni hai sempre qualcosa di pronto, sei felice, ti senti brava. Se non funziona, la butti via, non è poi così grave. E questo ha una relazione molto intima con la vita, perché una cartolina postale ha una sola superficie e deve entrarci tutto. E devo pensare a cosa mettere e cosa non mettere. E' un allenamento di essenza. Non puoi permetterti nulla di inutile, devi creare un'emozione poetica nell'ultimo metro, non hai altro spazio a disposizione. Inoltre, la lingua che tiro fuori dalle riviste è una lingua non letteraria, per me è ovvio, non mi metto certo a tirare fuori parole da testi letterari. Questo fascino che la poesia deriva da..., che noi non abbiamo una nostra lingua comune. Molti scrittori dicono che abbiamo una lingua poetica... Macché! Abbiamo solo la lingua di coloro che non scrivono.

Il linguaggio comune.

E se questo linguaggio lo mescoliamo, otteniamo quello che noi chiamiamo poesia o letteratura. Questi per me sono aspetti molto interessanti.

Questo vuol dire che la tua mente è ancora in questo libro?

Da quando ho pubblicato questo libro, ho fatto altri duecento nuovi collage. Quando mi sarò stancata, vorrò di nuovo scrivere prosa. Ma non va bene scrivere entrambe insieme, perché entri nel testo in modo del tutto diverso, hai un altro stato d'animo. La forma breve ti crea una matrice interiore del tutto diversa, e io non posso cambiare la matrice tutto il giorno. E la forma breve, poi, cattura tutta la mia fantasia. In questo momento non ho più fantasia disponibile per una prosa. Non va. Quando mi sarò stufata di questa fase, allora arriverà quell'altra. Penso di sì.

 

© Gabriela Adameşteanu, 2003

© Anita Natascia Bernacchia, per la traduzione italiana, 2009

 

Herta Müller è nata nel 1953 a Niţchidorf, nella regione del Banato svevo passata alla Romania dopo la Seconda guerra mondiale. Dopo gli studi universitari a Timisoara ha lavorato come traduttrice e insegnante. Nel 1987 è emigrata a Berlino, dove vive tuttora. Nel 2009 riceve il Premio Nobel per la Letteratura.
In italiano: Bassure (Editori Riuniti, 1987); In viaggio su una gamba sola (Marsilio, 1992)Il paese delle prugne verdi (Keller, 2008) ; Lo sguardo estraneo (Sellerio, 2009); Cristina e il suo doppio (Sellerio, 2010). E inoltre Herta Müller. Un incontro italiano, di Gabriella Lepre (Avagliano, 2009).

Gabriela Adameşteanu (1942) è fra i maggiori scrittori romeni contemporanei. Le sue opere sono state tradotte o sono in pubblicazione in Francia, Spagna, Italia, Portogallo, Ungheria, Bulgaria, Russia, Estonia, Stati Uniti, Israele. Ha diretto per tredici anni 22, l'unica rivista indipendente della Romania contemporanea, nata dopo la Rivoluzione romena del 1989.

ISBN/EAN: 
9788889767078

Commenti

[Herta Müller] esordio di

[Herta Müller] esordio di Anita, con la traduzione dal romeno di questa rara intervista. Buona lettura!

 

OT Anita, l'articolo non era on line perché mancava il tag "letteratura"; senza quel tag, è come se il pezzo andasse in approvazione.

[intv Müller] davvero un

[intv Müller] davvero un contributo potente:). Questa sì che è una fonte da tenere sempre molto bene a mente. Grazie Anita!

Grazie a te, molto lieta che


Grazie a te, molto lieta che l'intervista sia qui su Lankelot :) E' stata riproposta su un'attuale rivista della Adameșteanu, all'indomani dell'annuncio del Nobel, ed era in predicato presso diverse testate italiane, ma la loro programmazione richiedeva tempi troppo lunghi. Mi pare significativa, per la data in cui è stata rilasciata (in tempi non sospetti, forse l'autrice non era ancora in odore di Nobel?), per le interessanti considerazioni linguistiche di una scrittrice che fu in principio  traduttrice (grazia ad Angela per averlo sottolineato :)), poi per la riflessione su un particolare momento storico e sulla terribile condizione dell'appartenere a una minoranza etnica in uno Stato comunista. Il dover vivere, infine, in un mondo circoscritto all'interno di un mondo già di per sé chiuso.
 

 Su "L'Espresso" di questa

 Su "L'Espresso" di questa settimana (n. 10 dell'11 marzo) articolo di Herta Müller sul suo dossier della Securitate. Sconvolgente. E segnalazione del nuovo libro in uscita per Sellerio, Cristina e il suo doppio : "E' il racconto di quello che la scrittrice ha scoperto dopo l'apertura degli archivi della Securitate che l'aveva spiata per anni prima della fuga a Berlino. Ne nasce un'autobiografia forzata: l'autrice, che nei dossier viene chiamata anche Cristina, non decide cosa ricordare, ma segue la traccia che la sua presunta doppia vita ha lasciato nei rapporti di chi la spiava".

[Herta] ottima segnalazione;)

[Herta] ottima segnalazione;) Danke Anita!

  E' vero! Grazie per

 

E' vero! Grazie per avermelo fatto notare e per l'assistenza.
Ho incluso ora il resto delle pubblicazioni italiane, le più recenti.

[Müller] E' un'intervista

[Müller] E' un'intervista bellissima. Specie quando la Müller sottolinea il legame col romeno che partecipa al tedesco dei suoi libri e sedimenta concetti assenti o diversi nella sua lingua madre.  
E' affascinante quando spiega la differenza tra la comprensione linguistica e la distanza mentale dalle situazioni che la lingua descrive.


Davvero una bella pagina! Grazie.

[Müller] "ero una specie di

[Müller] "ero una specie di amica di tutti, ma che a quel tempo non scriveva. I miei amici mi rimproveravano sempre per questo, che ero indolente e pigra, e allora mi diedero da leggere. Cercavano di prepararmi, affinché avessi in testa la letteratura che mi serviva per poter scrivere".

Però!!

Questa donna mi piace proprio, è straordinariamente diretta, forse addirittura cruda, anche quando parla delle verità più scomode. Mi piace l'irritazione per le falsità della storia riscritta secondo l'utilitarismo delle conversioni di convenienza. Mi piace il suo "con me non attacca" e il senso di nausea per il sistema.
Devo proprio cominciare a leggere i suoi libri.

[Müller] Segnalo il piccolo

[Müller] Segnalo il piccolo refuso nella frase in grassetto "Quanto tu stesso cambi, cambia anche quello che scrivi"

Grazie, preziosissima! :)

Grazie, preziosissima! :)

[Müller]"una cartolina

[Müller]"una cartolina postale ha una sola superficie e deve entrarci tutto. E devo pensare a cosa mettere e cosa non mettere. E' un allenamento di essenza. Non puoi permetterti nulla di inutile, devi creare un'emozione poetica nell'ultimo metro, non hai altro spazio a disposizione". Incantevole questo elogio della brevità.
 
Davvero bellissima pagina, Anita.
Ancora grazie.