PRECIPIZIO
“Pietro non ne provò nessun piacere, perché il senso disagevole d’una menzogna indefinibile l’opprimeva. L’aspettò soltanto per non mancare a ciò che egli stesso le aveva chiesto” (p. 118)
“Con gli occhi chiusi”, primo romanzo di Federigo Tozzi (se s’eccettua l’incompiuto “Adele”, pubblicato postumo nel 1979), è un’opera poliedrica: da un lato è trasfigurazione autobiografica, da un lato letteratura documentaristica della vita nelle campagne toscane del primo Novecento, da un lato romanzo sentimentale e da un altro romanzo di formazione. Se non sempre persuade nella rappresentazione naturalistica della vita dei braccianti, diversamente risulta coinvolgente e seducente nella sua macabra vena di (de)formazione della psiche del protagonista, e nella trattazione del suo infelice amore per la selvatica e bugiarda contadinella Ghìsola.
È un grande libro sulla menzogna: c’è chi mente per preservare un’immagine di sé che non ha più senso di esistere, rivendicando una nutrita serie di vantaggi personali, come Ghìsola, e c’è chi inganna se stesso pur di non ammettere la veridicità delle proprie percezioni, come Pietro; c’è chi preferisce tacere e dissimulare per non influire sul progettato matrimonio tra Pietro e Ghìsola – ed è un soggetto indefinibile altrimenti che come “popolo”, per quel che questa parola può voler dire – pur avendo coscienza delle menzogne e dell’opportunismo di lei. È un grande libro sulla menzogna dei moralismi e delle differenze tra le classi sociali: Pietro e Ghìsola sembrano, in frangenti differenti e per ragioni differenti, egualmente vittime d’un sistema che impedisce loro un’autentica libertà d’azione e d’espressione, condizionandoli a rispettare e a difendere “immagine”, ruolo, status; l’amore che poteva nascere sin dall’adolescenza è subito ostacolato dalla distanza tra la nipote dei servi e il figlio dei padroni; pretende frustrazione e implica inibizione, perché non può concludersi prima della sua legittimazione religiosa e civile; suggerisce infine la lettura dell’insofferenza di Ghìsola nei confronti dei vincoli sociali e morali – Ghìsola è una giovane donna che non conosce padroni, e vive la sessualità con totale spontaneità: s’unisce con chi desidera, e per questo deve nascondersi e mascherare la sua condotta; che finisca a lavorare in un bordello non stupisce, considerando il clima del tempo e l’intolleranza nei confronti di quel che istinto e natura possono pretendere, o desiderio originare.
È il romanzo di un giovane infelice, disadattato e ossessionato: Pietro non conosce leggerezza, semplicità e passionalità; ogniqualvolta s’innamora d’un’idea – sia questa una donna, o una consapevolezza – aderisce ad essa sino a disperarsene; non sa amare, perché vuole impadronirsi di quel che ama; e quel che ama non è altro che la sua rappresentazione, e quindi una deviazione e un’alterazione della realtà, una violazione dell’essenza d’ogni altra creatura umana. In più d’una circostanza Ghìsola s’offrirà al suo desiderio; non è più pura – benché lui voglia illudersi che così sia – e non è più sua (del resto, non è mai stata sua e basta); è una donna libera quanto poteva esserlo una popolana delle campagne toscane del primo Novecento. È splendida e seducente: ma Pietro non trova il coraggio d’amarla, perché vuole che tutto avvenga solo quando la ragazza sia diventata sua, legalmente, moralmente, socialmente e via dicendo. Quando, in altre parole, Ghìsola non sarebbe esistita più: perché sarebbe diventata una moglie borghese, priva del fascino della creatura imprevedibile e inaccessibile e orgogliosamente indipendente che fino a quel momento era stata.
Tozzi conclude il romanzo con un bel primo piano del ventre gravido di Ghìsola, puttana in un casino, di fronte allo sguardo basito e depresso di Pietro: giunto fin là non per intelligenza, ma per via d’una delazione, smette d’amare l’idea di una donna che è decisamente troppo reale. E dire che poteva essere più imbarazzato, sin dall’adolescenza, per via delle ambiguità e delle “libertà” di lei; che tutti sussurravano ma lui non voleva ascoltare; oppure, preferiva trascurare, continuando a scolpire la sua (i)dea.
Pietro è un personaggio cupo, introverso e lunare. “Tra i compagni, si sentiva un giovine che aveva già troppo vissuto più di loro. Ecco perché, con simpatia e volentieri, li chiamava ragazzi. Il loro modo di comportarsi verso gli insegnanti gli dava un senso di compatimento. Ma non riesciva a ridere di quel che li divertiva; e, molte volte, se ne mostrava seccato e li rimproverava.
Stava bene sul letto, con gli occhi chiusi” (p. 93): è un solitario, incapace di contemplare altro che non sia il suo ombelico; è un estraneo all’esistenza e alla socialità, destinato a rovinare le vite delle persone che avvicinerà o che gli si avvicineranno; perché è ripiegato e rivolto soltanto in se stesso, e altro non può comprendere, né ascoltare.
La distanza tra Pietro e il padre, Domenico, è immensa. Domenico è un ex contadino divenuto, giovanissimo, padrone d’una trattoria che ha gestito e gestisce con determinazione e autorità. I suoi fratelli e le sue sorelle sono rimasti poveri, a combattere con la Maremma. Domenico ha avuto tanti figli, tutti morti in fasce: eccetto Pietro, l’ottavo. È un uomo certamente rude ma solido e risoluto; tradisce la moglie senza malizia, con una naturalezza implacabile, estranea a qualsiasi cattiveria. È rispettato dai suoi braccianti: la sua potestà non è discussa. Ha un carisma magnetico e autentico.
Pietro è un ragazzino – nelle prime pagine – che già ammette di sentire “terribile benessere” (p. 12) mentre si estrania, soggiogato da quel “fascino d’allontanamento” dalla realtà. Vede le persone come un “incubo oscillante e pensante”, sente “disagio e impaccio” di fronte a Ghìsola e soltanto nei sogni percepisce e ammette la sua “cattiveria”.
Crescendo, non conosce allegrezza senza nervosismo; è gracile, pallido, spesso malato. Si rifugia nei libri, rifiutando l’istruzione scolastica e perdendo anni su anni. Conquista l’estraneità dal padre – giocando al piccolo socialista, fin quando non avvertirà disagio anche tra gli operai (p. 93) – e si limita a vagheggiare Ghìsola, senza riuscire ad averla mai.
La contrapposizione tra le due figure è fin troppo evidente: l’antitesi è talmente chiara da risultare artificiosa. Descrivere esistenze tanto distanti suggerisce che ci sia stato un tentativo esasperato di differenziarsi da un modello: Pietro ha rifiutato d’essere l’uomo che vedeva nel padre, divenendo uno spettro.
A Pietro è mancata la capacità di distinguersi, di differenziarsi dal paradigma che giudicava sbagliato: ha saputo distruggere, ma non creare o costruire qualcosa di nuovo. Ha vissuto una grande vita di pensiero: ma questi pensieri non sono stati esternati nel romanzo. Quali siano stati è e rimane un mistero.
Per ogni essere vivente, che non fosse “Ghìsola” (si virgoletta, perché non era la reale Ghìsola, ma la sua “interpretazione” di lei), ha nutrito avversione o indifferenza, osservando il mondo con “mansuetudine mistica” (p. 96: cosa significherà mai?), sognando qualcosa di “nuovo ed insolito” che non sa nominare.
Ghìsola è un’adorabile bugiarda, sin dall’adolescenza. Sinceramente e spietatamente egoista, è sensuale, provocante e astuta e non conosce scrupolo. Sa mentire con tempismo e femminile maestria. È maestra d’opportunismo e ogni suo sorriso è miele velenoso; è ambiziosa e ostinata, e vuole – come scrive Tozzi – fare “il comodo suo” (p. 55). Qual è, allora, il suo limite? Quello d’aver sbagliato secolo e società, per così dire: questo romanzo ci regala, forse involontariamente, una figura femminile totalmente emancipata e condannata alla corruzione soltanto dalla mediocrità e dal moralismo del suo tempo; e lo sfortunato protagonista conclude la sua parabola tornando, (congetturiamo) sul letto – ad occhi chiusi. E a mani vuote.
Quel che poteva essere non è stato: ma l’amore degli ossessionati è una negazione dell’intelligenza, non ha passione e non ha poesia; è un dettato, ripetitivo e saturo di menzogne. “Con gli occhi chiusi” può essere considerato un ottimo romanzo di riflessione sui meccanismi della nostra psiche: una frattura febbrile e naif con la tradizione ottocentesca.
Da leggere.
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Federigo Tozzi (Siena, 1883 – Roma, 1920), poeta, novellista, giornalista e romanziere italiano. Esordì pubblicando la raccolta di versi “La zampogna verde” nel 1911. L’anno successivo fondò, assieme a Giuliotti, la rivista “La Torre” (“organo della reazione spirituale italiana”). Morì di febbre spagnola nel 1920.
Federigo Tozzi, “Con gli occhi chiusi”, Mondadori, Milano 1994.
Prima edizione: Treves, Milano 1919. Il romanzo è stato scritto tra 1908 e 1915.
Traduzione cinematografica: “Con gli occhi chiusi”, di Francesca Archibugi (1994).
Approfondimento in rete: Italia Libri / Centro Studi “Federigo Tozzi” / Antenati / Miserabili.
Grianfranco Franchi, Lankelot. Novembre 2004. Prima pubb: Lankelot.com
Commenti
Quel che poteva essere non è stato: ma l?amore degli ossessionati è una negazione dell?intelligenza, non ha passione e non ha poesia; è un dettato, ripetitivo e saturo di menzogne.
grazie gianfrà. e ora a noi due. domattina dopo notte in bianco sul libro ti faccio sapere.
1. Ne sei sicuro Gianfrà? Spero tu abbia ragione :))
"non sempre persuade nella rappresentazione naturalistica della vita dei braccianti" è uno dei motivi che mi aveva allontanato e appesantito la lettura.
"diversamente risulta coinvolgente e seducente nella sua macabra vena di (de)formazione della psiche del protagonista, e nella trattazione del suo infelice amore per la selvatica e bugiarda contadinella Ghìsola"
questo è invece la ragione che mi fa essere qui entusiasta di averlo letto.
"non sa amare, perché vuole impadronirsi di quel che ama; e quel che ama non è altro che la sua rappresentazione, e quindi una deviazione e un?alterazione della realtà, una violazione dell?essenza d?ogni altra creatura umana". ad occhi chiusi appunto, chiarissimo gianfrà
"La contrapposizione tra le due figure è fin troppo evidente: l?antitesi è talmente chiara da risultare artificiosa" vero ma non didascalica
speravo scrivessi qualcosa sul cane Toppa. era un figo. seriamente.
Amice Elio,
attendo una tua lettura dell'opera, e ti ringrazio intanto per i passaggi, gli appunti e i commenti. Tozzi in narrativa qui lo trovi completo, della sua (mediocre) lirica non ho scritto.
Questo libro per me rimane Ghisola (e i miei fantasmi).
e i miei
http://www.youtube.com/watch?v=B1n5PUNpqhI VIDEO
Preso con l?ultimo invito di un progetto
Che si presenta nel nome della verità
You know falling in illusion
Catturati nel sonno della nostra età
Un messaggio ripete che il mio posto è qui
Mostra tutti i vantaggi e le comodità
Rag-doll dimmi se ci sei anche tu
In un lago di sangue detto libertà
Brucia ancora che prima o poi ritornerò
Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto
Non temere zeta reticoli on my mind
Aspetterò il momento per un migliore slancio
Neri quei giorni che passano senza di te
Quasi convinto che in fondo sia meglio così
Allentare la presa per merito di
Chi mi consola ed esorta alla rinuncia
Ma la pelle rigetta quel sorriso che
Trapiantato da bocche riverenti
No, lo sai non funziona su di me
Ostinato a ripetere tra i denti
Brucia ancora che prima o poi ritornerò
Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto
Non temere zeta reticoli on my mind
Aspetterò il momento per un migliore slancio
MEGANOIDI. Zeta Reticoli
[Tozzi Federigo] copertine o
[Tozzi Federigo] copertine o foto + tags revisionati
[tozzi] Bigiaretti
[tozzi] Bigiaretti raccontava: "Il caso, che guida abilmente gli sprovveduti ragazzi che frequentano le bancarelle e i negozi di libri usati, mi fece incontrare 'Con gli occhi chiusi', di Federigo Tozzi: un titolo allarmante per me, una scoperta, insieme con 'Il podere' e 'Tre croci', che deviò il corso delle mie letture" [...] "Me ne entusiasmai per due ragioni: sentivo nei personaggi di Tozzi (ragazzi poveri, straziati da amori disperati e da padri severi) qualche cosa che poteva rassomigliare alla mia vita; inoltre quella prosa toscana, non leziosa, anzi asciutta, ma modulata e ribattuta nelle cadenze, piena di arcaismi e sprezzature popolane, incantava il mio orecchio come una musica".
Fonte: Bigiaretti, Esterina, ISBN, Milano 2010. Postfazione di Ragni: p. 148.