Che ruolo ha nell’economia complessiva di quello che definiamo un autore lo scritto incidentale, il moto di rabbia, l’insopprimibile bisogno di mettere nero su bianco una specie di grido, l’amara riflessione su una materia quale che sia? Può essere interessante confrontare appunti nascosti con il lavoro compiutamente formalizzato di uno scrittore, con ciò che invece definiamo opera? Per vedere se e come si sono articolati certi pensieri, come dalla materia informe può definirsi una scrittura? Come l’insorgenza abrupta di una frase, di un’idea sia viceversa già la traccia di uno stile, di una forma più che abbozzata? Le ritengo domande utili per avvicinare queste pagine di diario di Max Frisch (Frammenti di un terzo diario) edite da Casagrande, pagine postume recuperate fra le carte dell’autore e scritte fra New York e la Svizzera nei primi anni Ottanta.
Utile anche capire cosa sia centrale in queste riflessioni sino al punto di diventare un’ossessione (parola che molto piace agli scrittori, i quali facilmente ne abusano). Di sicuro, un tema ricorrente nel libro in questione è la critica agli americani e, prima ancora che al loro modelli di vita, a una mentalità complessiva. Frisch passa da un brutale “Quest’America mi fa schifo” a una più articolata e poco discutibile considerazione sulla potenza americana disinteressata al fatto che non sarebbe tale senza lo sfruttamento di risorse altrui, sfruttamento che si è avvalso di regimi militari più o meno esplicitamente appoggiati in lungo e largo non solo nell’America latina.
Peraltro, questi americani “che vogliono essere amati e temuti” nello stesso tempo ci ricordano qualcosa di familiare. Siamo agli inizi degli anni Ottanta, ancora non si parla di declino americano, almeno non nel modo che è ora diventato luogo comune. Meno ancora era invalso il leitmotiv della fine della civiltà (se non presso il no future dei punks). Frisch scriveva che “solo le donne incinte e i politici possono rimuovere la consapevolezza che la nostra civiltà potrebbe presto scomparire”.
Allegro non è allegro, indubbiamente. Interessante però cogliere un collegamento, frammentario certo, fra questa entropia dell’Occidente e una crisi evidente nella figura dello scrittore e soprattutto nel valore della scrittura così come li abbozza Frisch. Se non v’è futuro, come stupirsi che lo scrittore oggi lavori solo sul mero piano dell’illusione comunicativa estemporanea, orizzontale? L’idea di lasciare qualcosa per le generazioni a venire diventa stupida, impraticabile. Ne sorge una domanda che per uno scrittore può essere fatale: cosa ci si aspetta da lui? (risposta: “che rilasci interviste”: l’acume caustico di certe frasi è il meglio del libro). E, ad aumentare la rabbia dell’autore di Homo Faber c’è il tentativo - niente affatto tramontato con la fine della guerra fredda, anzi, e che in Italia, mutatis mutandis, ben conosciamo - di inficiarne la critica al modello capitalistico americano insinuando che parteggiasse per l’Unione Sovietica. Il che, ridurre surrettiziamente le ragioni dell’avversario a un contraltare di comodo come se fosse il solo a disposizione su piazza, è un dispositivo dialettico invalidante abbastanza tipico: dire disonesto è il minimo. Ancora più inaccettabile per uno scrittore, aduso per mestiere o per vocazione alla complessità. Uno scrittore nello specifico refrattario alla teoresi, al concetto dispiegato in una forma organica: per questo, scrive Frisch, si serve della narrazione.
Infine, considerazioni molto residuali a parte, di quelle concernenti banali stati d’animo quotidiani, che probabilmente – ne avesse avuto il tempo e il modo – lo scrittore svizzero avrebbe cancellato, è nella figura della donna che troviamo ritorni e ripetizioni. Frisch sembra vedere nell’universo femminile un possibile riscatto. Sia per ciò che riguarda il personale rapporto con loro, sia nello spazio di un rinnovamento politico, nello sciogliersi dei legami di possesso e sudditanza che le donne intrattengono con il potere maschile. Frisch con loro è più indulgente, ne subisce il fascino in maniera accentuata: il che non ci pare un male, non fosse che lo aiutava a star meglio.
EDIZIONE CONSIDERATA E BREVI NOTE
Max Frisch (Zurigo, 1911-Zurigo, 1991), scrittore svizzero di lingua tedesca.
Max Frisch, "Frammenti di un terzo diario", Casagrande, 2011. Traduzione di Martino Patti. A cura di P. von Matt. Pagine: 218 Euro 18,00
Su Lankelot, di Gianfranco Franchi
Michele Lupo
Commenti
(Frisch) sistemata
(Frisch) sistemata impaginazione, almeno in parte, integrati tags.Buona lettura!
[frisch] caricata in home!
[frisch] caricata in home! [ho riformattato il pezzo, c'era uno strano interlinea:) ]
[gf] Carissimo, grazie - sono
[gf] Carissimo, grazie - sono diversi giorni che ho difficoltà: la cosa più assurda è stata l'impossibilità di caricare una recensione su Scibona per tre giorni di fila. come se il mio file fosse bianco, vuoto: l'ho riformattato e non c'è stato nulla da fare
[michele] di scibona è
[michele] di scibona è apparsa on line una cosa strana, un testo di cinque-dieci righe, tipo un dialogo: sembrava proprio un errore e lo abbiamo cancellato. Direi che il problema sembra la fonte originaria - cioè il tuo word, o il tuo open office.
Per comodità, ritrascrivo le vecie istruzioni:
[gf] difatti, il mio word ha
[gf] difatti, il mio word ha qualcosa che non va... ora la rece su Scibona è agli orchi - poi magari riprovo fra qualche giorno
[Scibona] Allora fra qualche
[Scibona] Allora fra qualche giorno ce ne saranno due, di rece...(-:
[Scibona] andrea vai tu - poi
[Scibona] andrea vai tu - poi magari aggiungiamo il link a quella che uscirà sul paradiso...
che dici Gianfranco?
[scibona] tutto ciò che
[scibona] tutto ciò che decidete in armonia per me è santo. e il paradiso è una casa gemella, popolata da intelligenze libere. luogo amabile e amato.